L’eredità degli antenati, quarantanovesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, quarantanovesima parte – Fabio Calabrese

Ricomincio a stendere queste note nel dicembre 2020, e certamente voi non avrete modo di leggerle prima dell’anno nuovo, ma il gap temporale dovuto ai tempi tecnici della pubblicazione, è qualcosa a cui a questo punto siamo purtroppo abituati.

Come ho già fatto per la parte precedente, anche stavolta comincerei esaminando le vostre osservazioni in merito a questi articoli, sempre molto importanti, perché quello che mi ripropongo non vuole essere un’ostentazione solitaria di sapienza dall’alto di un piedistallo, ma un dialogo vivo con voi.

Un lettore le cui osservazioni ho già avuto modo di riportare, Michele Simola, in calce alla quarantesima parte ha riportato un interessante commento su cui vale la pena di riflettere.

In questa parte, ho raccontato delle conferenze da me tenute al festival celtico Triskell che si svolge annualmente a Trieste, e il nostro amico ha postato il suo commento riguardo a quella da me tenuta sulla figura di re Artù. Ve ne riporto uno stralcio di certo meritevole di riflessione:

Spesso il lettore colloca la saga arturiana nel basso medioevo in concomitanza della chanson de geste che peraltro non ha nulla a che vedere con Artù. Tutti si aspettano di vedere i grandi castelli del 1200/1300 che non furono il teatro degli avvenimenti. A molti appare strano quando si parla di Artù e Merlino che le fortificazioni in oggetto fossero lignee e non le potenti mura dei castelli Templari o feudali, appare addirittura strano che Merlino si riveli un Druido e non un mago nel senso inteso dalla santa inquisizione”.

Che dire? Qui Simola tocca un punto essenziale: quello che noi chiamiamo Medio Evo copre all’incirca un millennio della nostra storia, e certamente fra un periodo e l’altro ci sono differenze enormi che spesso noi perdiamo di vista appiattendo tutto in un’immagine stereotipata.

Ancora, osserva Simola:

“Certi argomenti hanno sempre successo e richiamano una folta platea, questo perché in ognuno di noi é rimasto il desiderio di attingere da quella mitologia alto medievale di cui abbiamo sempre sentito narrare da bambini e nei film d’avventura che ne hanno trattato”.

Io, a questo riguardo direi qualcosa di più, infatti, questa capacità di richiamo l’hanno determinati argomenti: il ciclo arturiano e il mito del Graal, da un lato, la vicenda dei Templari dall’altro, come ben ha dimostrato di sapere Dan Brown o anche Umberto Eco quando ha scritto Il pendolo di Foucault, cioè quelle tematiche che si rifanno a un fondo di idee pagano ed esoterico cui l’uomo europeo continua a essere sensibile, e che salta sempre fuori solo che si gratti un poco la sua “pelle” razionale e moderna.

Quella che però è forse la questione più importante, Simola la pone più avanti:

Queste figure ci affascinano perché ci trasportano in un mondo che, ancor oggi nonostante si pensi di conoscere tutto, restano vaghe mitiche e senza documentazione plausibile. Io sono convinto che guardando con attenzione prima o poi troveremo qualcosa che ci permetta di fare luce su queste figure”.

In altre parole, quali basi storiche ha il mito arturiano? Beh, è un’opinione personale, ma io sospetto siano più solide di quanto di solito non si pensi. E’ un fatto che l’invasione anglosassone della Britannia subì nel V secolo uno stop di circa una settantina d’anni, il che fa pensare che fosse emerso un condottiero capace di riunire le forze delle sparse tribù britanne contro l’invasore. Questo e il periodo storico in cui ciò si colloca coincidono pienamente con la leggenda arturiana. Non è tutto, perché, a quanto riferisce “Ancient Origins”, sono forse riemerse le tracce della Camelot arturiana. Vi ripeto qui lo stralcio dell’articolo che avevo già riportato nella trentacinquesima parte:

“Recentemente gli archeologi hanno esplorato le rovine di Viraconium, un’antica città di epoca romana che sorgeva nell’Inghilterra centrale, non lontano dall’odierna città di Shrewsbury. Gli scavi, ci dice Graham Phillips, “Hanno portato alla luce prove che era la città più grande e più pesantemente difesa in Gran Bretagna intorno al 500 d.C., e in quel momento un enorme, elaborato palazzo è stato costruito nel suo cuore. Come uno degli ultimi edifici classici ad essere eretto nel paese per altri migliaia di anni, gli archeologi ritengono che potrebbe essere stato il palazzo di una figura militare estremamente influente”.

Quando ciò che emerge sotto il piccone degli archeologi coincide così sorprendentemente bene con ciò che ci ha tramandato la leggenda, la leggenda comincia a diventare storia.

Io me ne rendo conto, forse qualcuno di voi proverà addirittura una sensazione di fastidio all’idea che le notizie che vi sto dando su queste pagine riguardino in misura così preponderante le Isole Britanniche, da Stonehenge a re Artù, ma questo dipende sostanzialmente dal fatto che gli Inglesi sembrano molto più interessati alla propria eredità ancestrale di quanto lo siamo noi in Italia (a parte il fatto che certi miti come quelli del Graal e della Tavola Rotonda hanno certamente un significato che trascende il mondo anglosassone), eppure l’Italia ha un passato di antica civiltà che si perde nella notte dei tempi. Vi ho già parlato una delle volte scorse, ad esempio del fatto che le tipologie megalitiche delle piramidi-altare e delle statue-stele fanno sospettare che sia esistita sul nostro suolo un’antichissima civiltà addirittura precedente all’epoca etrusca.

E’ dunque con particolare soddisfazione quando è del patrimonio storico-archeologico della nostra Penisola che vi posso parlare, anche se ci si deve pur sempre rammaricare che “le fonti” a cui fare riferimento siano perlopiù straniere.

Un articolo su “The Archaeology News Network” del 7 dicembre ci riferisce su quanto emerso recentemente dagli scavi condotti a Gravina di Puglia a opera della Soprintendenza Archeologica di Bari, qui nella località di Botromagno (il nome di quest’ultima località sarebbe una corruzione del latino Pietra magna) si trova una necropoli greca, che però reca le tracce di ripetuti saccheggi avvenuti in diverse epoche. Qualcosa è però sfuggito ai saccheggiatori, o forse non ha attirato il loro interesse, si tratta soprattutto di frammenti di vasi, alcuni dei quali recano interessanti tracce di pitture vascolari. E’ recente il ritrovamento di una tomba relativamente in buono stato di conservazione, molto ampia, del tipo “a mezza camera” contornata da spessi blocchi di pietra, dove sono stati ritrovati i frammenti di un’anfora con pitture vascolari di tipo attico con figure nere a fondo rosso, e la dicitura “ton Athenethen athlon” (un premio di Atene) , che fa pensare che il defunto fosse un atleta vincitore dei giochi panatenaici, e una spada col manico di avorio che lo identifica come un uomo di rango elevato.

Veniamo a qualcosa di vicino a noi non solo nello spazio ma anche nel tempo. Sarà irrituale, ma ora non parliamo di un evento della nostra storia remota, ma di qualcosa di molto recente, che però ha chiari ed evidenti legami con il nostro passato, le nostre origini, le nostre radici, quelle autentiche, non adulterate dalla dottrina del Discorso della Montagna, ed è una notizia che vi do con grande soddisfazione.

Il 10 dicembre l’Associazione Tradizionale Pietas ha annunciato ufficialmente la rinascita della religione gentile costituendosi in un’associazione che riunisce i fedeli della Religione romana e della Magna Grecia (una Chiesa, se vogliamo usare il brutto termine monoteista). Pontefice Massimo è stato eletto il presidente dell’Associazione Pietas, Giuseppe Barbera. E’ qualcosa che non si può menzionare se non con enorme piacere: sono due millenni che cercano di cancellarci, e siamo sempre qui, mentre il culto abramitico-monoteista presenta sempre più vistosi segni di declino.

Il 15 dicembre, su “Ancient Origins” un articolo di Theodoros Karasavvas ci parla di un tesoro dell’età vichinga recentemente rinvenuto in Scozia, a Galloway. Il rinvenimento è del 2014, effettuato mediante l’uso del metal detector, ma solo ultimamente i manufatti rinvenuti sono stati ripuliti ed esaminati. Si tratterebbe del più ricco ritrovamento di epoca vichinga mai avvenuto nelle Isole Britanniche. La località, secondo le tradizioni locali sarebbe stata teatro di una violenta battaglia tra vichinghi e scozzesi, e il “tesoro di Galloway” come è stato chiamato, sarebbe il bottino di scorrerie che i vichinghi avrebbero sepolto alla vigilia della battaglia. Fra gli oggetti più notevoli che sono stati ritrovati, spicca una croce pettorale in stile tardo-anglosassone in niello nero e foglia d’oro su cui sono stati incisi i simboli dei quattro evangelisti, che si suppone provenisse da qualche monastero e dovesse essere appartenuta a un chierico di alto rango, ma il tesoro comprande più di cento pezzi. Un ritrovamento che ci rivela quanto fosse ricca ed elaborata l’oreficeria di quel periodo (Il IX secolo d. C.),

È interessante anche il fatto che l’articolo ci fa vedere cone siano perfezionate le tecniche di indagine usate dagli archeologi, infatti studiando le incrostazioni sugli oggetti prima di rimuoverle, si è potuto determinare che essi erano avvolti in un drappo di seta ricamata, di cui non si è conservata traccia tranne che nelle incrostazioni stesse.

Sempre su “Ancient Origins” il giorno seguente, il 16 dicembre, troviamo un articolo di Mark Andrew Carpenter che ci parla di un argomento di cui ci siamo già occupati, ma sul quale vale senz’altro la pena di riprendere il discorso: i Chachapoya, i misteriosi “guerrieri delle nuvole” del Perù pre-incaico. I Chachapoya erano i signori di un vasto regno esteso su gran parte del Perù attuale e nell’Amazonia peruviana nella zona delle sorgenti del Rio delle Amazzoni. Nel 1997 gli archeologi hanno esplorato l’insediamento fortificato di Kulaep (chiamato anche la Machu Picchu del nord), che si trova in una zona nota come Laguna del Condor, dove hanno trovato ampie mura e i resti di abitazioni a pianta circolare, e oltre duecento mummie conservate in posizione rannicchiata dentro sarcofagi individuali (il che è raro per l’America precolombiana), e, qui arriva la sorpresa, i Chachapoya erano bianchi! Le mummie lo dimostrano in modo evidente. Tra le foto che corredano l’articolo c’è quella di un teschio che conserva lo scalpo, e i capelli sono di un rosso ramato.

L’articolo riferisce anche un commento del cronista spagnolo Cieza de Leon (1533) che riferisce che:

[Dopo averli sconfitti] “Gli Inca hanno concesso loro condizioni favorevoli e hanno ordinato a molti di loro di prendere residenza a Cuzco, dove vivono ancora i loro discendenti; hanno preso molte delle loro donne perché sono belle e avvenenti e molto bianche”.

Carpenter riferisce che, sebbene il loro DNA sia stato analizzato, le autorità peruviane hanno con vari pretesti, finora impedito la diffusione dei risultati, e noi non stentiamo a capire il perché.

Non si tratta della sola popolazione bianca dell’America precolombiana di cui abbiamo notizie. Possiamo ricordare gli estinti Mandan dell’America del nord, gli Aracani che tuttora abitano la zona di Tihuanaco, le cui imponenti rovine non a caso sono conosciute come “la Stonehenge del Sud America”, i Kilmes di cui Gianfranco Drioli ha parlato ampiamente nel libro Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta.

Abbiamo visto sempre, senza alcuna eccezione, che dove troviamo grandi civiltà antiche in tutta l’Eurasia, c’è sempre un fondo di popolazione europide. Bene, la stessa regola sembra valere anche per l’America precolombiana.

Il 18 dicembre la parola passa di nuovo a “The Archaeology News Network che con un articolo ripreso da “The Slovak Spectator” della stessa data, ci parla della scoperta di un insediamento della tarda Età del Bronzo nella Slovacchia occidentale.

I resti dell’insediamento preistorico sono tornati alla luce nel villaggio di Radovsoce. Secondo quanto riferito dal portavoce Peter Gznar, gli archeologi del Regional Monument Board (KPU) di Trnava avrebbero individuato undici cisterne per l’immagazzinamento dei cereali (una curiosità, “The Archaeology News Network” parla di mais, ma questo è certamente un errore, il mais era sconosciuto in Europa prima di Colombo), e di un pozzo per l’estrazione dell’argilla, che veniva probabilmente usata per produrre vasellame, pesi per telaio, e per cementare le pareti delle abitazioni. Queste strutture risalirebbero a un’epoca fra il 1250 e il 1000 avanti Cristo.

Qui vale, io penso, una considerazione sulla quale siamo tornati più volte, i Paesi dell’Europa orientale, dove le ricerche archeologiche erano scoraggiate durante l’epoca comunista, stanno rivelando solo ora, e senza dubbio riveleranno ancor più in futuro, elementi importanti per conoscere la storia remota del nostro continente.

Siamo giunti quasi alla conclusione di questo 2020, un anno che purtroppo ricorderemo per la pandemia di covid19 e per i relativi lockdown, ma anche perché è stato un anno estremamente denso di novità circa il nostro remoto passato.

Tutto ciò, ricordiamolo, non è mera erudizione, ma ha un significato anche politico. Essere consapevoli della grandezza della civiltà europea fin dalle sue origini più remote, è il primo passo della lotta per difenderla e tramandarla.

NOTA: Nell’illustrazione, una rappresentazione della Camelot arturiana (Fonte immagine). Bisogna peraltro rilevare che questo genere di ricostruzioni è di pura fantasia, e che certamente all’epoca di Artù non c’erano le torri merlate che qui vediamo raffigurate, che sono tipicamente basso-medioevali (cioè posteriori all’anno 1000).

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 8 Marzo 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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