L’eredità degli antenati, cinquantesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, cinquantesima parte – Fabio Calabrese

Arriviamo finalmente alla conclusione di questo 2020, anno certamente funesto, che ricorderemo come dominato dalla pandemia del covid19, ma che, come avete visto, dalla prospettiva delle nostre indagini sull’eredità ancestrale, si è rivelato una miniera di nuove informazioni.

Se c’è un periodo dell’anno che più di ogni altro può essere considerato una fase di transizione, un momento di passaggio, è quello che va dal solstizio d’inverno (21 dicembre) all’inizio del nuovo anno, ed è precisamente il momento in cui sto scrivendo.

Sarà un caso, ma proprio in questo periodo, su “Ancient Origins” è comparso un articolo di Ashley Cowie che ci annuncia che forse (mai come in un caso come questo la cautela è d’obbligo) siamo vicini nientemeno che al ritrovamento del Santo Graal. L’articolo di Cowie, del 22 dicembre riprende la notizia dal quotidiano londinese “The Sun”. A quanto pare, secondo l’archeologo dilettante Barrie-Jon Bower, la Sacra Coppa, portata in Inghilterra dai cavalieri templari, sarebbe celata in una cripta nascosta sotto il Tamigi, precisamente nel punto in cui il fiume attraversa il quartiere di Hounslow. A quanto riferisce “The Sun”. La cosa è stata presa tanto sul serio dalle autorità, che ora si pensa di deviare il fiume in quel tratto per poter cercare agevolmente la cripta segreta.

Ammesso che la cosa abbia un seguito, si può essere ragionevolmente scettici sul fatto che una simile ricerca possa approdare a qualcosa, tuttavia, non si può nemmeno non notare come quello del Santo Graal continua a essere un simbolo potente, capace di evocare potenti pulsioni nell’inconscio di ciascuno di noi.

Un oggetto sulla cui reale esistenza non vi possono essere dubbi, ma il cui significato rimane misterioso, è la Pietra di Cochno o Pietra dei Druidi che si trova in Scozia nel Dunbartonshire occidentale e risale a circa 5.000 anni fa. A parlarcene è un sito di cui finora non avevo avuto notizia, “No Definitive Knowledge” in un breve articolo non firmato del 17 dicembre.

Si tratta di un lastrone di 10 metri di lunghezza e quasi 8 di larghezza, una grande “lavagna” sulla cui superficie sono incisi coppelle e cerchi per un totale di più di 90 simboli che sono considerati tra i migliori esempi di petroglifi esistenti in Scozia. Sebbene il loro significato non sia chiaro, i ricercatori ipotizzano che si tratti di una grande mappa celeste.

Una piccola esplorazione mi ha rivelato che “No Definitive Knowledge” è un sito che si occupa prevalentemente di paleontologia, che con questo articolo ha fatto una breve incursione nel campo delle scienze umane, come lo fece tempo addietro, lo ricorderete, “Popular Mechanics”. Devo dire che ho molto apprezzato “la filosofia” insita nel nome del sito. Nessuna nostra conoscenza può dirsi definitiva, può essere sempre integrata o modificata da nuove scoperte.

In questo periodo non poteva mancare su “Ancient Origins” un articolo di argomento prettamente natalizio. Il 22 dicembre un articolo di Johanna Gillan ci spiega l’origine della maggior parte dei simboli natalizi: l’agrifoglio, il vischio, la coroncina vegetale che si usa appendere fuori dalle porte: sono simboli molto più antichi del cristianesimo, diffusi nella religione romana, germanica o celtica, che richiamano l’antica festività dello yule, del solstizio d’inverno comune a quasi tutte le antiche culture europee. L’autrice non lo dice, ma la stessa cosa vale anche per l’abete addobbato con le luci, l’ “albero di natale”, simbolo natalizio per eccellenza. D’altronde solo dopo diversi secoli, i cristiani cominciarono a celebrare il 25 dicembre come giorno della nascita di Cristo.

A me personalmente pare che la risposta al busillis sia piuttosto ovvia: sappiamo che la Chiesa cattolica quando non riusciva a sradicare feste e consuetudini pagane troppo radicate nelle popolazioni, le trasformava in festività cristiane. Così ad esempio Samain, il capodanno celtico che cadeva la notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre fu “battezzato” diventando ognissanti, la festa di tutti i santi, e oggi si è trasformato nella consumistica halloween americana.

Allo stesso modo, non riuscendo a sradicare la sentitissima celebrazione della rinascita del sole dopo il solstizio invernale, la Chiesa cattolica la ha cristianizzata trasformandola nel compleanno del proprio fondatore. In realtà non si sa quando sia nato Gesù Cristo, ma se prendiamo per buona la narrazione evangelica, dobbiamo concludere che essa non è avvenuta alla fine di dicembre. Ricordate la storia dei pastori che dormivano all’aperto? Non è possibile dormire all’aperto alla fine di dicembre in Palestina che non ha un clima esattamente equatoriale.

Il 23 dicembre un sito che finora non conoscevo, “Paleolithic Romanzo”, riporta una notizia davvero sorprendente: nella grotta di Karpova che si trova nella regione del sud degli Urali (Russia) i ricercatori hanno scoperto una pittura parietale raffigurante un cammello che risalirebbe al paleolitico superiore (tra 14.500 e 37.700 anni fa). La cosa interessante è che all’epoca non c’erano cammelli nella regione, come non ce ne sono oggi. Qualcuno, per vedere degli esemplari di questo animale e raffigurarne uno sulle pareti della grotta, deve essersi spostato su lunghe distanze. Noi sappiamo che nel neolitico, l’età della scoperta dell’agricoltura e delle prime comunità stabili, la gente viaggiava e non poco: l’arciere di Amesbury i cui resti sono stati ritrovati a Stonehenge, ad esempio, proveniva dall’arco alpino. Bene, a quanto pare, anche il paleolitico superiore era un’epoca di viaggiatori.

L’altra considerazione che si impone, è che la Russia e l’Europa orientale, ne avevamo già parlato la volta scorsa, dove sotto i regimi comunisti queste ricerche erano scoraggiate, si stanno rivelando sempre di più degli scrigni di tesori archeologici, e, possiamo esserne sicuri, le sorprese sono ben lungi dall’essere finite.

Io credo di avervi già spiegato più di una volta i motivi per i quali sono riluttante a occuparmi degli scritti degli altri collaboratori che compaiono su “Ereticamente”. Per prima cosa, non ha senso che vi racconti cose che voi stessi potete facilmente leggere, e poi un certo timore (anche se non è proprio il caso per una persona caratterialmente amabile come Michele Ruzzai) che una critica o un’errata interpretazione del significato di uno scritto possano creare un clima difficile fra i collaboratori di “Ereticamente”, tuttavia nel caso dell’ultimo articolo di Michele Ruzzai apparso sulla nostra pubblicazione, è il caso di fare un’eccezione, sia per la tematica, sia perché pur essendo il nostro amico notevolmente competente riguardo alla tematica delle origini umane secondo la dottrina tradizionale, i suoi interventi sono alquanto infrequenti.

L’articolo postato da Michele il 24 dicembre, Africa, un “melting pot” ante litteram, vuole esaminare e demolire quello che “tradizionalmente” è considerato uno degli argomenti più forti a favore dell’Out of Africa, della teoria che presume l’Africa subsahariana culla ancestrale dell’umanità: il fatto che le popolazioni subsahariane presentino una variabilità genetica maggiore rispetto a tutte le altre popolazioni umane, è considerato una prova della loro ancestralità rispetto alle altre.

Ora. Osserva Michele, la spiegazione più credibile di ciò è proprio quella opposta: le popolazioni subsahariane potrebbero presentare una così alta variabilità genetica non perché ancestrali a tutte le altre, ma perché frutto di una serie di ibridazioni: popolazioni umane discese a varie ondate dall’Eurasia si sarebbero incrociate, oltre che fra loro, con un ominide primitivo, la “specie fantasma” la cui traccia è stata trovata nel DNA dei subsahariani dai ricercatori dell’università di Buffalo.

L’argomentazione di Michele Ruzzai mi sembra ineccepibile, ma forse è possibile dire ancora qualche parola di integrazione. È sorprendente quanto innegabile il fatto che uomini che pretendono di essere “di scienza” come gli antropologi sostenitori dell’Out of Africa riescono del tutto a ignorare i risultati di scienze vicine come la zoologia e le scienze biologiche in blocco. Se così non fosse, si sarebbero accorti di un fatto fondamentale: tutte le specie di vertebrati presentano una maggiore variabilità genetica nella regione equatoriale-tropicale rispetto alle popolazioni che vivono nelle aree temperate e polari. Questo significa che vengono tutte da lì? Evidentemente no. La variabilità genetica è correlata alla resistenza alle infezioni, e il rischio di infezioni letali è di gran lunga maggiore nei climi caldi. Un fenomeno che come tale non ci dice sul luogo di origine di una specie più di quanto un pelame lungo e folto non ci dica sulla sua origine da climi freddi.

E’ un fatto che le tradizioni natalizie in Europa si associano perlopiù a elementi molto antichi del nostro folclore piuttosto che alla narrazione evangelica, ed è probabilmente alla luce di ciò che va letto l’articolo di Mark Andrew Carpenter pubblicato su “Ancient Origins” proprio il 25 dicembre e dedicato al “piccolo popolo” (come non pensare agli elfi che la tradizione popolare assegna a Babbo Natale in qualità di aiutanti, e che in effetti somigliano più agli gnomi e ai folletti che alle possenti creature immaginate da Tolkien?).

Bene, ci dice Carpenter, non solo intere popolazioni di piccole creature: troll, trow, lepecauni, churicans hanno una presenza ben radicata nel folclore in particolare scozzese e irlandese, ma l’archeologia comincia a fornire indizi che suggeriscono la loro esistenza reale in una qualche epoca: ad esempio nel villaggio neolitico di Skara Brahe che fa parte del noto “cuore neolitico” delle Orcadi, gli ingressi delle abitazioni hanno un’altezza e i letti hanno una lunghezza non superiore ai quattro piedi (1 metro e 20). A nord-ovest delle Isole Britanniche nell’oceano Atlantico si trova l’Islanda, dove la credenza nell’esistenza reale del “piccolo popolo” è tuttora molto radicata.

Se ci spostiamo in tutt’altra area del mondo, alle Hawaii troviamo nel folclore locale la leggenda di un altro “piccolo popolo”, quello dei Menehune. In Indonesia troviamo la leggenda dell’Orang Pendek, l’“uomo piccolo”, ma da come viene descritto, una sorta di yeti in miniatura, è più probabile che possa trattarsi di una scimmia piuttosto che di una sorta di essere umano in formato ridotto.

Tuttavia, non dobbiamo scordarci che proprio nell’arcipelago indonesiano sono stati scoperti nell’isola di Flores i resti di un’antica popolazione nana, oggi battezzata Homo floresiensis o più familiarmente “hobbit” e, ci dice Carpenter, anche un’altra popolazione i cui resti sono stati recentemente scoperti nelle Filippine, l’Homo luzonensis, sembra aver avuto caratteristiche simili.

Sembra proprio che questo 2020 non ci voglia lasciare senza averci riservato sorprese fino all’ultimo riguardo all’eredità degli antenati, e questo vale anche per un periodo che sembrerebbe noto e documentato in ogni dettaglio come l’antichità romana.

Riprendo la notizia da MSN.com, ma ha girato su tutti i social media e sui TG: a Pompei, dove gli scavi non si sono mai interrotti neppure durante la quarantena, e dove, ricordiamolo, solo una parte della città sommersa dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo è stata finora riportata alla luce, e le ricerche continuano. Recentemente sono emersi i resti di un thermopolium, una bottega che vendeva cibo per asporto, quello che oggi chiameremmo street food, ma pare fosse un’usanza alimentare assai diffusa anche presso gli antichi Romani. Sono state trovate pentole di coccio con i resti delle pietanze, un bancone decorato con le immagini di una coppia di oche, un gallo e un cane. Curiosamente, proprio accanto alla pittura del cane sono stati trovati i resti di un cagnolino, adulto ma di piccola taglia, che costituiscono una riprova del fatto che già i Romani allevavano razze da compagnia. Sono stati ritrovati anche gli scheletri di due uomini, uno, di un uomo di circa cinquant’anni ritrovato sdraiato su un triclinio nella retrobottega, era probabilmente il proprietario del thermopolium e sembra sia stato ucciso dal crollo del solaio. Il secondo, più giovane, è stato ritrovato con ancora in mano il coperchio di una pentola. Era forse un ladruncolo che si era fermato a cercare qualcosa da mangiare quando l’eruzione l’ha travolto. Tutte queste notizie sono state comunicate ai media dai ricercatori Massimo Osanna, Valeria Corbino e Chiara Amoretti.

Pare che in questo scorcio di fine anno l’antichità romana sia più che mai al centro dell’attenzione: il 27 dicembre su “Ancient Origins” un nuovo articolo di Ashley Cowie ci annuncia il progetto delle autorità italiane di una ristrutturazione tecnologica del Colosseo che dovrebbe prendere corpo nel 2022-23. La notizia è stata data dalla direttrice del sito Alfonsina Russo ai media internazionali, ma quelli italiani vi hanno prestato pochissima attenzione.

Per la prima volta dopo 1500 anni l’Anfiteatro Flavio sarà nuovamente dotato di un pavimento, questa volta retrattile. Quello che attualmente costituisce il suolo calpestabile del monumento, infatti, è quello delle camere inferiori, il “dietro le quinte” della macchina scenografica del celebre anfiteatro, che alloggiava i gladiatori, gli animali feroci, i condannati da immolare, prima di salire nell’arena. Il pavimento vero e proprio dell’arena, crollato forse nel V secolo, oggi non esiste più. Con il nuovo pavimento retrattile, sarà di nuovo possibile tornare a vedere il Colosseo “ad altezza di gladiatore”.

 Sempre il giorno 27 dicembre è da segnalare tramite il gruppo facebook “Sentinel Italia” una conferenza in diretta live del professor Leonardo Melis, di cui vi ho parlato varie volte, lo studioso dei “Popoli del mare”, fra i quali in particolare quello dei Shardana, da lui identificato con gli antichi Sardi.

I temi sono, prevedibilmente il popolo dei Shardana fra i Popoli del Mare, la loro arte, il loro legame con l’antico Egitto.

C’è anche da segnalare il fatto che sempre in questo periodo (20 dicembre) il professor Melis ha pubblicato sul gruppo facebook “L’immagine perduta” un breve articolo sulla stele di Lemno. Si tratta di una stele che fu ritrovata nel 1885 a Karminia nell’isola greca di Lemno e da allora non ha cessato di essere oggetto di accese contoversie fra gli studiosi, infatti la stele reca un’iscrizione in un alfabeto sconosciuto, dove però paiono di scorgere somiglianze con l’etrusco. Secondo Melis, si tratterebbe di un’iscrizione dei Popoli del Mare, e sarebbe la più antica scrittura alfabetica a noi pervenuta, dunque a questi ultimi, e non ai Fenici, andrebbe attribuita l’invenzione dell’alfabeto.

Io non so se tutto quanto afferma Leonardo Melis andrebbe preso per oro colato, ma, allo stesso modo, ad esempio di Felice Vinci, si tratta di un ricercatore indipendente che ha il coraggio di sfidare i dogmi dell’ortodossia cattedratica, e merita di essere preso in attenta considerazione.

Come vedete, questo articolo è la cinquantesima parte de L’eredità degli antenati, tuttavia a differenza di quanto ho fatto a suo tempo per la cinquantesima e poi per la centesima parte di Una Ahnenerbe casalinga, ho deciso di resistere al fascino dei “numeri tondi” e di non presentarvi un articolo riassuntivo, anche perché, poco tempo fa, nella quarantatreesima parte, ho tratto alcune conclusioni di ciò che ci ha riservato il 2020, ricchissimo di informazioni dal nostro punto di vista. Poiché non sono dotato di virtù profetiche, non so cosa potrà riservarci il 2021, ma se tanto ci dà tanto, sarebbe davvero strano che questo flusso di scoperte sulla nostra eredità ancestrale calasse improvvisamente a zero.

Il nostro lavoro, e la nostra battaglia culturale continuano.

 

NOTA: Nell’illustrazione, la cripta dove sarebbe custodito il Santo Graal (da “Ancient Origins”, articolo di Ashley Cowie del 22 dicembre 2020).

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 22 Marzo 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    Caro professore sappiamo bene che nel nostro paese l’amor patrio e l’orgoglio per ciò che hanno fatto i nostri padri é tenuto in scarso rilievo, e soprattutto l’esterofilia di molti politici nostrani, impedisce l’approfondimento di notizie e ritrovamenti di manufatti preistorici che se indagati con più attenzione potrebbero offrire una maggiore conoscenza delle antiche popolazioni autoctone, da cui ha avuto origine la civiltà antica nella nostra penisola. Non solo quella romana, ma anche la civiltà della Magna Grecia, la civiltà nuragica e per risalire alle origini ancestrali anche la civiltà megalitica più diffusa di quel che si creda nel nostro paese.
    Al contrario degli anglosassoni che vanno fieri delle loro antiche vestigia, da noi si sorvola per indolenza e per cattiva fede, intravedendo i ricercatori ufficiali la possibilità che tali ritrovamenti possano fare riscrivere quanto finora affermato.
    Io sono convinto che vada riscritto in maniera più onesta non solo quanto accaduto nell’ultimo secolo, di sicuro profondamente deformato dalla volontà dei vincitori di ogni guerra, ma anche ciò che attiene al nostro passato più remoto, oggi diventato quasi una favola per bambini.
    I resti di una civiltà megalitica sono molto più diffusi di quello che io stesso credessi in tutto il nostro territorio da nord a sud, ed é veramente disarmante notare che non vi é per essi interesse né della scienza ufficiale né da parte delle istituzioni politiche, che peraltro di norma vanno di pari passo essendo interdipendenti!
    Con riferimento alla mitologia arturiana, che come le ho espresso credo più vicino alla realtà che alla leggenda, volevo porLe un quesito frutto di riflessione dopo svariate letture: fermo restando che Artù derive dal termine arctos e cioè orso, trovandoci in un periodo storico, che precede di poco la comparsa sulla scena Europea del popolo Vichingo, non potrebbe esserci una affinità tra Artù e i Berserkir i guerrieri “iniziati” invasati dal furore di Wotan che li rendeva estremamente aggressivi e risoluti di fronte al nemico?
    L’ eccezionale vitalità di questi guerrieri che definirei iniziati a riti sciamanici, potrebbe sottintendere l’uso di sostanze psicoattive che peraltro sono state usate con svariati esempi in molti eserciti, in particolare fra i corpi speciali, per tutto lo scorso secolo. Sull’argomento berserkir sono state avanzate anche ipotesi di malattie dovute a deriva genetica come porfiria etc. Non credo che queste ultime ipotesi, per quanto malattie genetiche possano avere interessato questi popoli, siano da prendere in considerazione, del resto queste tradizioni guerriere si riferiscono ai vichinghi ancora pagani e non convertiti al cristianesimo, cristianesimo che ha corrotto ogni tradizione in odore di culti paganeggianti.
    In fondo come Lei stesso afferma, e che abbraccio in toto, tutto ciò che si vuole spacciare come out of africa é solo una mistificazione delle nostre origini a favore di un politicamente corretto.

  2. Fabio Calabrese

    Caro Simola. Mi dica come posso non essere d’accordo con lei, visto che sta evidenziando il senso del lavoro che cerco di fare, Io penso che non solo l’ultimo secolo e la remota preistoria avrebbero bisogno di un coraggioso revisionismo, ma tutto il periodo che c’è in mezzo, ciò che conosciamo o ci viene insegnato come storia. Vi avevo dedicato anni fa, sempre sulle pagine di “Ereticamente” una serie di articoli che avevo intitolato “Opus maxime rhetoricum”, ispirandomi alla famosa frase ciceroniana, il cui senso in termini moderni si potrebbe rendere cosi: “Scrivere la storia è soprattutto una questione di propaganda”, naturalmente mi rendo conto che la lotta è davvero impari e che un uomo solo non può fare miracoli.

  3. Michele Simola

    Caro professore io credo che lei, con le sue rubriche, finora ha fatto un grandissimo lavoro, di estrema importanza per chi voglia approcciarsi alla nostra storia, ma alla storia in generale. Molte persone leggono testi senza capire che essendo privi di giudizio critico sono senz’anima, una supina accettazione di ciò che viene tramandato da secoli, scritto da adulatori di un sistema o di un altro, di un’idea o un’altra. La storia come le verità imposte, non devono essere dogmi inattaccabili, ogni affermazione deve essere attentamente vagliata, confermata dai fatti, in pratica accettata solo se è inoppugnabile ad una revisione critica.
    Lacune, mancanze colpevolmente accettate che assurgono a realtà di fatti storicamente non comprovati, non significa verità assoluta o che realmente gli eventi storici siano accaduti come tramandato.
    Il lavoro svolto da lei e da Gianfranco Drioli che ammiro per la capacità di sintesi e per la semplicità dell’esposizione é di grandissimo rilievo nel panorama nazionale per il resto non poi così eccelso, soprattutto per l’adeguamento di molti al pensiero dominante e l’adulazione verso personaggi spesso dubbi.

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