Italia 1921: Empoli, 1° marzo – terza parte – Giacinto Reale

Italia 1921: Empoli, 1° marzo – terza parte – Giacinto Reale

“Il fascismo, invece, vede sorgere i suoi gruppi a decine e decine, per generazione spontanea, tanto che, fra qualche mese tutta l’Italia sarà in nostro potere”.

 

Francamente incomprensibile appare il giudizio conclusivo di Cantagalli, che rovescia i termini della questione, e scarica sulle vittime (meglio sui “fascisti” … che non c’erano) la responsabilità dell’accaduto:

Fu senza dubbio un tragico equivoco: ma ne va attribuita la pesantissima responsabilità ben più che al popolo empolese e ai novantadue condannati ad oltre milleduecento anni di galera, a chi da oltre cinque mesi era venuto trasformando la Toscana in una giungla dove regnava il terrore e l’incubo della violenza e della strage. (1)

A Empoli si mette in opera un vero e proprio agguato, che anticipa i tanti che verranno nella successiva stagione squadrista, e che, rispetto ad essi ha, però, la variante di essere organizzato nel centro abitato.

Nei mesi a venire, invece che nei centri abitati, la maggioranza delle imboscate ai camion squadristi avverrà nei campi, e sarà da fossati e siepi laterali alla strada che verrà normalmente aperto il fuoco contro gli automezzi, preferibilmente avviati sulla via del ritorno, quando gli aggressori hanno avuto più tempo per organizzarsi, e gli aggrediti hanno allentato la tensione per un’azione che ritengono conclusa.

Una tecnica codificata e predicata, per esempio, da Dante Gallani, Deputato socialista dell’irrequieto Polesine, che così userà concludere i suoi comizi: “Mettetevi dietro una siepe e sparate, quando vedete i fascisti”.

Per ora, dal clamore e dallo sdegno suscitato dal fatto di Empoli trae vantaggio il proselitismo fascista. Subito dopo l’eccidio, sulla cittadina, dove a quella data ancora non esiste un Fascio, ma solo uno sparuto gruppetto fascista guidato da Sergio Codeluppi, convergono squadre da tutta la Regione, incendiano la Casa del Popolo ed imbandierano le strade, senza che nessuno abbia niente a che ridire.

C’è, però ancora un tributo di sangue da pagare.

La notte del 3 marzo partono, dalla sede fiorentina del Fascio, due camion squadristi diretti ad Empoli, sprezzantemente e dantescamente definita ormai “vituperio delle genti”, dove intendono “fare giustizia”.

Sulla strada del ritorno, irritati per non aver trovato in paese nessuno dei responsabili dell’eccidio di due giorni prima, che la voce comune vuole rifugiati in località vicine, i fiorentini si fermano prima per una breve sosta a Macignano per la distruzione della Camera del Lavoro, e poi per una più lunga a Fucecchio, dove credono di “pescare” qualcuno degli uomini che cercano.

Mentre, però, avanzano sul Corso, contro di loro viene diretto un intenso fuoco di fucileria, che fa una vittima ventiduenne:

Ricordo come se fosse ora. Erano quattro o cinque. Un moschetto riluceva tra le mani di uno di costoro. E dinanzi a tutti correva quello col moschetto. La mano nervosa di Gustavo Mariani tormentava la sicura dell’arma.

Ad un tratto, la vigile avanguardia di quel pugno di eroi allargava le braccia. Il moschetto cadeva a terra, ed un corpo esanime rovinava immobile sul lastrico.

Dalla finestra terrena di una casupola, una delle prime del Corso, era stato sparato un colpo, quasi a bruciapelo, contro di lui. La pallottola proditoria lo aveva colpito di traverso, e gli aveva forato il petto, da parte a parte.

E Gustavo Mariani era caduto così, coi grandi occhi celesti fissati nel cielo, come assorti nella contemplazione di una visione meravigliosa. (2)

La madre del caduto, una delle tante madri alle quali Piazzesi vorrà dedicare il suo libro (“Al pianto silenzioso di mia madre, di quando mi sapeva sul camion della spedizione”) rivolgerà ai camerati del figlio, nobili parole:

Figlioli cari, lasciate che vi chiami tutti figlioli, perché del mio diletto foste fratelli nella fede, in uno stesso ideale e in un reciproco amore, come fratello lo raccoglieste e lo vegliaste, confondendo le vostre alle mie lacrime.

Per voi lo strazio ed il mio dolore conobbe la dolcezza del conforto.

Siano le vostre giovani vite, che con tanto slancio offrite alla Patria, rese immuni dalla santità della causa che difendete e conservate alla tenerezza delle vostre mamme per il raggiungimento dell’ideale vostro, che è quello di tutti i buoni e i giusti.

Sia il mio l’ultimo pianto di mamma italiana sul figlio ucciso da ferro italiano nella lotta contro chi nega la patria.

Vi benedico con riconoscente tenerezza. (3)

Da quel momento l’offensiva fascista in tutta la Toscana sarà inarrestabile, come era successo per l’Emilia dopo palazzo D’Accursio.

Mussolini, sul Popolo d’Italia del 23 marzo, in coincidenza con il secondo anniversario di San Sepolcro, commenterà:

Il fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie. Governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano.

C’è un dato incontrovertibile, che attesta la vitalità prorompente del movimento fascista, ed è il proselitismo. Nessun altro Partito può competere con noi. I vecchi partiti non fanno reclute nuove, stentano a conservare le vecchie, che qua e là accennano a sbandarsi. Il fascismo, invece, vede sorgere i suoi gruppi a decine e decine, per generazione spontanea, tanto che, fra qualche mese tutta l’Italia sarà in nostro potere, e ci sarà concesso di condurre a termine l‘unica rivoluzione possibile ed auspicabile in Italia, quella agraria, nei modi diversi suggeriti dalle diverse condizioni ambientali. (4)

 

Le campagne, quindi, non sono percorse solo dai camion squadristi, ma anche dai propagandisti fascisti, che predicano un verbo fatto di difesa dei diritti dei combattenti, di ricorso all’arbitrato nei conflitti sociali, di collaborazione tra le classi. Essi ci credono e convincono, con minori difficoltà del previsto, le masse contadine, stanche degli eccessi del leghismo.

Anche nelle città, nel contempo, l’affermazione fascista assume toni più consistenti, e i fascisti fiorentini sono in prima fila, pure con incursioni “fuori sede”.

Frullini riferisce, per esempio, di due spedizioni a Pisa, in occasione dell’insediamento del Consiglio Provinciale, e su richiesta del Capitano Santini, che si va legando di forte amicizia a Dumini, come verrà confermato nella sfortunata spedizione di Sarzana.

La prima volta tutto si risolve in maniera indolore, con “qualche nostro intervento pesante su spalle comuniste”. La seconda volta, invece, dopo qualche limitato scambio di colpi:

Non contenti di questo, il camerata Carlo Sestini volle tenere un discorso inneggiante al fascismo e all’Italia, mentre ancora risuonava più qua e più la, il rumore degli schiaffi che colpivano gli avversari.

Sono certo che negli archivi della Prefettura pisana non esiste il verbale di quella adunanza, poiché potrebbe intitolarsi così: “Deputazione provinciale rossa, adunanza del giorno tal dei tali; presidente: Leprendo; consiglieri: Leprendiamo; ordine del giorno: Schiaffi”. (5)

 

Non molto diversamente vanno le cose a Siena, e il racconto, anche questa volta, assume un tono volutamente burlesco:

Ciascun Consigliere munito di relativo distintivo comunista se lo vide strappare di sotto il naso e, invasa la sede della Prefettura, cominciò da parte nostra una gragnuola di schiaffi e legnate che conciarono anche il Presidente della Delegazione, notissimo disonorevole comunista.

Le cravatte rosse che adornavano i Consiglieri furono violentemente strappate. Non so bene, ma certo non per opera mia, me ne trovai tra le mani quattro, ad una delle quali era ancora attaccato un ciuffo di peli, che mi parvero, al caratteristico odore, di barba comunista. (6)

 

Varrà qui la pena di accennare che le due città vedono, in questa fase “insurrezionale” una netta prevalenza dell’elemento rivoluzionario (volgarmente “di sinistra”), che si esalta nel cercato collegamento con la Firenze squadrista, dove pure – soprattutto con Dumini e Banchelli – tale declinazione del fascismo è prevalente.

Dopo il successo, della Marcia, però, anche qui la situazione sarà destinata a mutare:

Ma fratture e veri propri scontri fisici tra fascisti animarono l’intera Regione. A Siena l’ala squadrista di Nazzareno Mezzetti e di Giorgio Alberto Chiurco si scontrò con il gruppo dei fratelli Ciliberti, più vicino agli interessi della grande proprietà terriera.

A Pisa gli scontri tra Bruno Santini e Duilio Cambellotti si riflessero su un piano ideale tra una parte del movimento, per la quale la sconfitta del socialismo avrebbe dato il via ad un’azione contro la grande possidenza e la grande imprenditoria refrattaria ad ogni cambiamento, ed un’altra parte del fascismo per la quale la sconfitta delle forze contadine ed operaie era fine a sè stessa. (7)

 

La vicenda di Empoli lasceranno a lungo il segno. Ancora nel 1995 ad essi sarà dedicato un film (“Empoli 1921, film in rosso e nero”) che, alterando i fatti, così vien presentato “il film racconta il disperato tentativo di resistenza di una comunità contro le camicie nere”, e si può capire quale sia il filo conduttore e l’idea ispiratrice.

Negli anni a venire, la cittadina toscana (ed alcuni dei personaggi citati nella nostra storia) tornerà ancora alla ribalta. Il locale giornale del Fascio, “Giovinezza”, diretto da Codeluppi diventerà, alla fine del 1922, organo ufficiale della Federazione fiorentina, che lo indicherà come “ideale contenitore delle idee fasciste”, a differenza del “privato” giornale del non iscritto Banchelli, “Il Pattuglione”, che fa la fronda.

Niente altro che bisticci locali, così frequenti a Firenze, chè, sul piano delle idee (o meglio, dell’azione), poche sono le differenze. Proprio Codeluppi, toscanaccio manesco ed impulsivo, era balzato alla ribalta per il suo inno alla “santa benzina”:

Noi crediamo nella santa benzina, liquido infiammabile, mezzo persuasivo ed indispensabile per placare i bellicosi sentimenti di coloro che ci attendono agli angoli oscuri della via, per distruggere tutti quegli edifici eretti a base di menzogna, di vagabondaggio, di invidia, d’odio, di vizio, di delinquenza, di diserzione e di vergogna, che rispondono ai nomi di Camere del Lavoro, di Case del Popolo e Circoli Ricreativi… le nostre anime non hanno rimorso alcuno quando un postribolo rosso sparisce sotto l’opera divoratrice della fiammata, i nostri polsi non aumentano né diminuiscono le loro pulsazioni, quando col fiammifero acceso tra le dita iniziamo l’opera demolitrice: è il nostro compito sacro che abbiamo giurato…e per questo noi crediamo nella santa benzina! (8)

Così come appare riferibile solo ad un contesto molto “particolare” come quello toscano, l’episodio che vedrà il “duro” Tamburini testimone a difesa di Onorato Damen, già Segretario della camera del lavoro di Pistoia, che era uno dei due in motocarrozzetta che avevano “individuato”, per poi riferire con un giro di telefonate di allarme, i marinai sulla strada per Firenze.

Accadrà che nel 1927, il sindacalista, accusato di aver partecipato ad un convegno comunista clandestino nei pressi di Novoli, tirerà in ballo il suo avversario, affermando che, nel giorno e all’ora indicati, lo aveva visto a Livorno.

Tamburini confermerà in aula, ma non basterà. I magistrati, preso atto della testimonianza del ras fascista, condanneranno lo stesso Damen, stante la compatibilità, in termini di tempo e distanza, tra i due episodi. E sbaglieranno, perché in effetti a quel Convegno c’era invece Togliatti, che la sfangò.

 

NOTE

  1. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino 1919-25, Firenze 1972, pag. 186
  2. L’olocausto di Firenze, edito da “La Nazione” di Firenze, 1934, pag. 52
  3. Pietro Valgiusti, Documentario di una tipografia della rivoluzione, Firenze, pag. 126
  4. Edoardo e Duilio Susmel, “Opera Omnia di Benito Mussolini”, Firenze 1955, vol. XVI, pag 212
  5. Bruno Frullini, Squadrismo fiorentino, Firenze 1933, pag. 85
  6. Ibidem, pag. 80
  7. Andrea Giaconi, La fascistissima, il fascismo in Toscana dalla Marcia alla “Notte di San Bartolomeo”, Foligno 2019, pag. 6
  8. In: Roberto Cantagalli, cit., pag. 226
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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 17 Marzo 2021

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. Gianfranco Bilancini

    Non riesco a leggere il capitolo primo dell’era fascista. Dove posso trovarlo?
    Grazie.

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