I volti della decadenza, dodicesima parte – Fabio Calabrese

I volti della decadenza, dodicesima parte – Fabio Calabrese

Come sapete, io concepisco questi miei articoli come un dialogo con voi lettori che, attraverso le pagine di “Ereticamente” si protrae ormai da diversi anni, non ho quindi difficoltà a raccontarvi i retroscena della stesura di questi stessi articoli.

In particolare, per quanto riguarda quelli che formano questa serie, I volti della decadenza, c’è di mezzo una storia tormentata e fortunosa che vi ho già accennato, e adesso vi riassumo in breve.

Nel 2018 ricevetti una comunicazione dall’Istituto Scolastico Regionale di Trieste, secondo la quale sarei potuto andare in pensione nel settembre di quell’anno, ma qualche tempo dopo ne ricevetti un’altra in cui mi si spiegava che si erano sbagliati, e che il mio pensionamento sarebbe scattato l’anno successivo. La mia delusione fu fortissima: avevo iniziato la carriera d’insegnante con un grande entusiasmo che è andato via via scemando, sia perché nella scuola italiana dominata dalle sinistre, come ho potuto sperimentare sulla mia pelle, chi esprime idee diverse da quelle, si espone a guai a non finire, sia perché ho potuto constatare de visu la decadenza della cultura all’interno dell’istituzione scolastica, che sforna anno dopo anno diplomati sempre più ignoranti.

Un motivo accessorio di irritazione per questo ritardo, era questo: io negli anni avevo collezionato un’ampia serie di file di testi riguardanti la politica e non solo la politica, di cui mi proponevo di dedicarmi a una lettura approfondita una volta raggiunta la pensione, perché, diciamolo, leggere pagine e pagine a schermo, è una fatica considerevole. Decisi allora, dopo aver dato, come diceva un mio vecchio preside, “un’occhiata approfondita” a tutto questo materiale, di presentarvi una serie di articoli che ne presentasse il sunto, anche perché le tematiche si dimostravano a colpo d’occhio comuni, perché qualsiasi studio sociologico, politologico o altro, condotto con serietà su dati di fatto reali, non può non evidenziare un fatto fondamentale quanto spiacevole: quella che più o meno impropriamente chiamiamo “civiltà occidentale” è oggi in preda a una fortissima decadenza, assistiamo a quel Tramonto dell’Occidente che Oswald Spengler aveva in altri tempi pronosticato.

Naturalmente parliamo soprattutto della civiltà europea. Sull’altra sponda dell’Atlantico le cose sono un po’ diverse, come ha detto qualcuno: “Gli Stati Uniti presentano il caso unico di una “cultura” passata dalla barbarie alla decadenza senza aver conosciuto lo stadio intermedio della civiltà”.

Bene, a dicembre 2018 ho avuto una formattazione del computer, un bellissimo blue crash che ha portato alla cancellazione della memoria del computer e di tutti i testi che vi avevo archiviato.

La cosa, naturalmente, mi precipitò nello sconforto più nero, poi è successo che a quasi due anni di distanza ho ritrovato una parte di quei testi perduti su una penna USB, e sulla base di essi, ho redatto la nona, la decima e l’unidicesima parte de I volti della decadenza.

A questo punto il discorso è concluso e completo, almeno nella misura in cui lo consentono questi testi fortunosamente recuperati?

In realtà, no.

Chiariamo subito un concetto fondamentale: la decadenza dell’Europa non è un fenomeno storico spontaneo come lo fu, ad esempio la decadenza dell’impero romano, si tratta di una decadenza indotta per riplasmare il nostro continente secondo i voleri dell’oligarchia planetaria allo scopo di realizzare quello che è stato chiamato il Nuovo Ordine Mondiale (in sigla anglicizzante, NWO).

Poiché si tratta in sostanza di un attacco portato contro di noi all’insaputa dei più, esso, per essere efficace deve agire su due piani, quello esterno (In particolare la manipolazione delle strutture economiche e finanziarie, lo abbiamo visto nella decima parte), e su quello interno, annichilendo la consapevolezza e il senso critico delle persone.

Si tratta di un plagio che per essere efficace al massimo, deve cominciare da subito, con la (de)formazione della mente dei minori. Noi abbiamo visto a questo riguardo nella nona parte quel che ha scritto la compianta sociologa Ida Magli che adesso ricito brevemente:

Di fatto i governanti, provvedendo a educare tutti con le scuole di Stato, hanno dettato anche il tipo di insegnamento cui i sudditi debbono essere sottoposti, tipo d’insegnamento che possiamo riassumere nel dato che segue: gli studenti debbono studiare in modo da non imparare nulla, o quasi. Per prima cosa non debbono imparare a «pensare», a che cosa serva «pensare», a che cosa serva «conoscere»; di conseguenza, debbono imparare tutto senza imparare nulla su di sé, sulla propria vita, sul proprio ambiente, sul proprio gruppo, sulla propria storia, sulle istituzioni e sul potere che le regge. Sembra evidente che tutto questo sia stato programmato in vista dell’ideologia di chi comanda in Europa, o almeno di quello che si suppone sia questa ideologia: l’omogeneizzazione mondiale, la formazione di persone tutte uguali: i «cittadini del mondo». (…).

Una cosa, però, la si può dedurre con sicurezza da questi comportamenti: nella direzione di senso impressa all’Europa dal Laboratorio per la Distruzione l’uguaglianza finale non sarà soltanto quella delle idee, della lingua, della religione, della Patria, ma anche fisica. L’uguaglianza che si persegue, però, è il più possibile «indistinta», di cui il modello è il «trans». Quello che abbiamo davanti oggi, dunque, in Occidente, è il mondo della non-forma che pretende di diventare modello prevalente sulla forma. È ciò cui tende il Laboratorio per la Distruzione: nulla è più debole della non-forma(…).

Si tratta, dunque, di preparare i giovani a non appartenere a nulla, a non identificarsi in nulla, a non sapere orientarsi sessualmente ma anche geograficamente”.

Ida Magli: Distruggere ogni differenza, “Il Giornale” 23.11.2013.

A parte il degrado del sistema scolastico di cui ho avuto la ventura di essere direttamente testimone, noi sappiamo che ciò che oggi influisce maggiormente sulla formazione delle giovani generazioni, è il sistema mediatico, la televisione e i videogiochi.

Qui torna utile un’altra delle “Citazioni impresentabili” raccolte da Maurizio Blondet nell’omonimo articolo del 21 settembre 2013, una di cui non vi ho parlato nella decima parte: si tratta di una citazione tratta da TV Lobotomie – la vérité scientifique sur les effets de la télévision (2011) dello specialista di neuroscienze cognitive infantili Michel Desmurget:

«L’esposizione televisiva non rende i bambini visibilmente cretini o ritardati. Non li istupidisce apertamente. Solo, screma il campo delle loro esperienze, e di fatto l’universo delle loro possibilità. Se potevano avere un quoziente intellettivo 150, si contenteranno di 110. Avessero l’audacia letteraria di un Thomas Mann, si soddisferanno di una penna appena onesta».

Un’analisi più dettagliata degli effetti della televisione sulla mentalità infantile, è presentata da Antonella Randazzo sul sito “Disinformazione” (www.disinformazione.it) in un articolo del 27 dicembre 2006, Bambini psico-programmati, testo corredato da un sottotitolo molto rivelatore: Come manipolare l’esistenza senza farsene accorgere. Manipolare occultamente l’esistenza, infatti, è precisamente la strategia del NWO, in vista della costruzione di un nuovo ordine mondiale che somiglia sempre di più alle distopie di Orwell e Huxley.

Scrive la Randazzo:

Sempre più sociologi ed educatori si rendono conto del rischio di lasciare il bambino davanti al televisore per alcune ore al giorno. La Tv ha potere, anzi, ha molto potere.

Il problema è assai complesso, e dire “la Tv fa male al bambino, limitiamola a due ore al giorno” equivale a non averne capito la portata. Non è soltanto per quanto tempo il bambino guarda la Tv, ma cosa guarda e “come” guarda. Mentre durante la lettura il bambino è attivo, può elaborare mentalmente le immagini che il libro evoca, e può scegliere fra un panorama ampio e diversificato di temi, la tv esercita un effetto ipnotico sul cervello. La lettura, anche se viene fatta in solitudine, è creativa e stimola l’immaginazione, mentre lo schermo televisivo paralizza e blocca la creatività. Le produzioni Tv tendono ad assomigliarsi tutte, e quasi tutte offrono una trama di base analoga, con varianti che diversificano i personaggi e le storie.

Il bambino che guarda lo schermo televisivo per alcune ore al giorno, riduce l’attività motoria e cognitiva. È indotto ad alterare la propria percezione della realtà, in quanto egli non è ancora capace di considerare i programmi televisivi come pura finzione. La realtà virtuale dello schermo è per lui una pericolosa intrusione, da cui non sa difendersi. Come osserva lo scrittore Guido Ceronetti, “chi accende la televisione spegne il bambino”.

L’effetto della continua esposizione televisiva, infatti, è quello di bloccare nel bambino sia la capacità di relazioni interpersonali, sia di autocoscienza e crescita interiore:

“I programmi Tv catturano i bambini all’interno di un mondo illusorio, che stimola alcune caratteristiche della personalità, come l’egocentrismo, l’egoismo e il voler prevalere sugli altri. Rimanere ancorati a questo mondo falso per molte ore al giorno, può far insorgere una serie di difficoltà ad elaborare gli aspetti più inquietanti dell’esistenza, come la sofferenza.

La crescita emotiva del bambino dipende dalla sua capacità di accettare i limiti che la realtà impone e di conoscere le sue risorse sociali, intellettive e creative. Senza una crescita emotiva e affettiva il bambino non potrà sentire la soddisfazione interiore necessaria a sopportare e ad elaborare la sofferenza. I programmi Tv inducono il bambino a perdere il riferimento in se stesso e a dipendere da stimoli esterni. In tal modo, egli si troverà smarrito di fronte a qualsiasi problema che gli richieda di guardare dentro se stesso e cercherà in tutti i modi di fuggire dalla sua vera situazione interiore”.

Noi tuttavia non dobbiamo pensare che gli altri aspetti del sistema mediatico siano innocui: guardatevi un po’ attorno in un qualsiasi contesto, lavorativo, di svago, per strada, persino a tavola. Le persone sono fisicamente insieme, ma sempre più spesso non comunicano, non interagiscono se non in modo virtuale, tutte prese dai telefonini, dagli smartphone che hanno finito per creare una sorta di solipsismo di massa.

Lo ha evidenziato molto bene Maurizio Blondet in un articolo da lui pubblicato il 17 maggio 2014 sul suo sito EffeDiEffe: Le tecnologie intelligenti che ci rendono idioti:

“[Osserviamo] i milanesi in metrò: tutti a fissare il loro telefonino smart. Chi guarda video, chi fa videogiochi, chi risponde a mail e vi aggiunge figurine, chi compulsa foto ricevute, chi ascolta musica con l’auricolare. Non abbiamo più bisogno di leggere. Peggio: nemmeno di consultare una carta geografica (c’è il navigatore), chiedere una strada a un passante, ricavare una percentuale o fare una divisione, consultare un’enciclopedia, fare una ricerca in biblioteca (c’è o non c’è Wikipedia?) (…) E presto con lo smartphone chiameremo a noi la nostra auto «intelligente», dovunque sia andata (da sola) a parcheggiarsi (senza bisogno di noi al volante): e tutto gratis, s’intende, purché lasciamo che la pubblicità di tutti i ristoranti e i bar e i negozi davanti a cui passiamo, avvisata dal GPS del nostro passaggio, ci inondi di offerte speciali, mescolate alle «notizie istantanee» e liofilizzate, ai tweet, alle «amicizie» di fessbuk. …Tutta questa intelligenza elettronica rende noi più idioti. Meno capaci di acquisire competenze, di imparare, di concentrarci duramente nello studio, nel lavoro, sempre meno adatti ad usare le mani e le gambe. Nelle case, uffici, scuole, giacche e borsette italiane pulsano in cerca di wi-fi e cellule, milioni di apparecchi elettronici. Decine di milioni di computer, tablet, iPhone, Samsung. Ebbene: nessuno di questi oggetti è fabbricato in Italia, anzi nemmeno in Europa. Li importiamo tutti, dissanguandoci di valuta, fino all’ultimo, dall’Asia Estrema. Lì sanno come si fabbricano questi prodigi tecnici, lì avanzano le innovazioni nel digitale; lì crescono accanto alle gigantesche fabbriche le università specializzate. Laggiù si sviluppa il know-how di strumenti che sono stati magari inventati in Europa, ma non sappiamo più come fare. Non ci conviene più, così dice la dottrina ideologica del globalismo, «conviene» comprarli dai Paesi dove i salari sono più bassi: ottimo vantaggio che si traduce in arretramento delle nostre conoscenze, competenze, e dunque, alla lunga, della nostra ricchezza, e financo della nostra intelligenza. Si dice che se un cataclisma facesse affondare Taiwan, il mondo mancherebbe tragicamente di Sim e circuiti integrati, perché la punta tecnologica di questa industria è tutta concentrata nell’isola cinese. Una guerra, la mancanza di elettricità, lo spegnimento o l’esclusione da parte del nemico di alcuni satelliti da cui dipende la nostra prodigiosa capacità di «connessione», possono farci ricadere nel buio della preistoria, una preistoria in cui non sappiamo più nemmeno come procurarci il cibo, fabbricarci un arco, accendere un fuoco”.

Blondet sottolinea un punto importante, che dobbiamo tenere ben presente, la crescente fragilità e dipendenza da altre culture, del mondo cosiddetto occidentale, dell’Europa ormai deprivata della sua antica posizione di guida planetaria, dell’Italia, di un sistema “educativo” che diffonde fra i nostri giovani la paralisi e l’inettitudine. Come ha fatto recentemente notare un generale, abbiamo una generazione di giovani del tutto impreparata ad affrontare la drammaticità degli eventi internazionali: “Dopo aver allevato conigli, non possiamo aspettarci di vederli trasformati in leoni”.

Un quadro francamente sconsolante, tuttavia noi sappiamo che il primo passo per liberarsi da un’influenza, soprattutto quando questa è talmente massiccia e pervasiva da non essere più avvertita, è quello di esserne consapevoli.

Ci aspetta un compito immane ed estremamente duro, quello non soltanto di cercare di essere per prima cosa immuni noi stessi dalle influenze mediatiche, ma di riallacciare il dialogo coi nostri figli cui trasmettere conoscenze e valori. Ci potremo sentire in una situazione non molto diversa da quella degli antichi olandesi che cercavano di tappare con le dita i fori nelle dighe, ma non ci sono alternative: tenere la posizione anche quando sembra perduta per quanto umanamente possibile, essere, come insegnava qualcuno, uomini in piedi in mezzo alle rovine.

NOTA: Nell’illustrazione, giovani davanti a un edificio scolastico. Quale futuro li attende?

 

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Categorie: Società

Pubblicato da Fabio Calabrese il 15 Marzo 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    E’ certo che l’attuale sistema scolastico, per lo più in mano alla sinistra non solo è inadatto, ma sicuramente darà alla luce nei prossimi anni, ma addirittura già oggi, una massa di ignoranti incapaci di qualsiasi giudizio critico, che per nostra disgrazia formerà le future classi dirigenti. Al giorno d’oggi non si impara più nulla perché è stato stabilito che non si deve insegnare nulla, formare dei giovani che possiedono un giudizio critico o peggio ancora incentivarlo, non può andare d’accordo con i desiderata della grande finanza apolide giudaica. Il cittadino non deve porsi domande scomode per le elite, deve svolgere solo e particolarmente il suo ruolo di consumatore, anche di ciò che é inutile, l’importante é che consumi. Assistiamo giornalmente a ignobili trovate pubblicitarie che servono a stimolare desideri assolutamente inutili nella popolazione: il punto di partenza è un personaggio noto alla platea si da suscitare un sentimento di stampo comunista un sentimento sul quale per ottanta anni si é basata l’Ideologia comunista l’invidia sociale.
    Altra importante osservazione da fare é che lo sviluppo tecnologico ha prevalso nella gran parte della popolazione con l’uso di social media, tablet, computer utilizzati nel modo più inappropriato, un modo che sviluppa asocialità e fa vivere i giovani in un mondo irreale, la televisione in particolar modo quella di stato, fornisce gratuitamente la lobotomia prefrontale, aumentando il numero di “idioti” termine tecnico per indicare individui con Q.I. compreso fra 25 e 50. Questo non solo per una scuola che oggi mi sembra molto diversa dal gymnasium greco ( e non sempre per colpa degli insegnanti ), ma anche per una delle tare oserei dire più gravi del nostro sistema e cioè la cosi detta produttività: la scuola come gli ospedali, la sanità pubblica, non vende frutta e verdura o salumi. Avere un maggior numero di iscritti non serve a nulla se non formi cittadini. Il ruolo della scuola dovrebbe essere il più importante per una società, formare cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, cittadini consapevoli della loro importanza in una società complessa come quella attuale. L’uso di tastiere e consolle ha ridotto la capacità dei nostri giovani di leggere e capire un qualsiasi brano complesso, ma nel contempo li ha privati della capacità di scrivere e comporre. Quanti giovani leggono oggi un libro per di più cartaceo? Pochi, molto pochi. Io credo che il piacere di possedere e leggere un libro che si reputa interessante dia enorme soddisfazione a chi lo legge e lo possiede. Potrei rinunciare a qualsivoglia mezzo tecnologico, telefonino, etc ma non ai miei libri che custodisco gelosamente, perché fonte delle mie conoscenze e per le scelte che mi hanno portato a fare.
    I programmi televisivi funzionano più o meno come il famoso programma americano della CIA ( criminal intelligence agency ) mk ultra per il controllo mentale.
    Se i nostri giovani o i nostri bambini continueranno in questa corsa alla follia, avremo perso la possibilità di avere un futuro.
    Infine, la decadenza dell’Europa fu già pianificata alla fine della seconda guerra mondiale, i paesi europei, anche quelli annoverati fra i vincitori, uscirono distrutti, annientati. ha così inizio la colonizzazione dell’europa da parte del paese a stelle e strisce e in particolare del nostro che oltre ad essere un protettorato americano nel senso più infimo di questo termine, è considerato come paria nell’ambito europeo.
    Se un moto di orgoglio per la grandezza passata e per i tanti letterati poeti e geni cui il paese ha dato i natali, non assale i cuori e le menti dei nostri politici, continueremo a girare l’Europa con il cappello in mano e un piattino nell’altra.

  2. Fabio Calabrese

    Michele Simola: Ha delineato in modo perfetto il quadro della situazione.

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