Declivio – Livio Cadè

Declivio – Livio Cadè

Giunto a una certa età, dopo aver fatto sessanta o settanta giri intorno al Sole, ruotando come un derviscio, preso ora dall’estasi, ora dalla nausea, in questa vertigine di stagioni, di albe e tramonti, un uomo potrebbe chiedersi quale sia lo scopo o il senso di questo continuo girare. Alcuni dicono che la vita è un dono di Dio, ma questo è per me incomprensibile. Non si può donare l’esistenza a chi già esiste, e chi non esiste non può ricevere un dono. Prima d’esser concepito e cadere tra le ruote dentate del tempo v’era in me una quieta eternità. Ero ignoto a me stesso.

Elusivo eppur completo.

Anteriore a cielo e terra.

Silente e infinito.

Solitario e immutabile”.

È un vuoto indiviso, un sonno senza sogni che improvvisamente si desta, impigliato non sa come negli ingranaggi della vita. E non sa perché ora esiste, quale oscuro incantesimo lo abbia tolto dall’oceano del nulla per deporlo sulla spiaggia del mondo. Un profondo oblio cade su di lui, ma ogni tanto soffre di oscure nostalgie, come rimpiangendo l’antico non essere. Per questo ogni giorno, addormentandosi, oblitera il mondo.

L’Essere, come la puntura di un insetto, ha infettato il Nulla, gli ha trasmesso una malattia mortale, questa brama d’esistere simile a un tormentoso prurito. Nessuno può dire come sia accaduto o trovarvi rimedio. Dopo aver analizzato la vita e fatto le più meticolose diagnosi, questa infezione resta un mistero. E poco aiutano le nostre pozioni magico-religiose, le ricette filosofiche o scientifiche. Tutta la nostra conoscenza è in fondo un’ansiosa semeiotica, studio di sintomi che dimentica il malato, questo Vuoto che diventa Volto e Immagine. Mi tornano alla mente i versi di Stefan George:

Quello che ancora medito

e quel che ancora compongo,

quel che ancora amo

ha sempre lo stesso volto”.

Anch’ io ho avuto un viso di bimbo e di ragazzo, poi di uomo adulto e di anziano. Ma quando mi fisso allo specchio vedo un volto sempre uguale. Quel tizio incanutito, solcato da rughe profonde, è solo un’immagine che si frappone fra me e me stesso, come un velo che avvolge la mia vuota essenza. Me lo porto addosso da una vita e mi sembra un abito sgualcito, qua e là con qualche scucitura, qualche ferita malamente rammendata e macchie sbiadite, ma incancellabili, di vecchi peccati. Ne sento il respiro, il battito del cuore mentre gira intorno al Sole. Sembra così denso e reale!

La vita scorre tra febbri malinconiche e ribelli, soffre di confuse allucinazioni. Finché lentamente guarisce e torna in sé. Tutto in lei è caduco. Eterno è solo il vuoto luminoso dove i ricordi danzano, come pulviscolo in un raggio di sole. Lì scorrono i volti amati, si consumano nel tempo e svaniscono. In quella luce i destini sembrano incontrarsi per caso e dividersi per logica necessità. Restano solo i ricordi, come frammenti luminosi che si inabissano in un mare senza fondo, che non poggia su nulla.

A che ti reggi – questo tu non sai”.

L’Essere si regge sul Vuoto, e al vuoto non servono appoggi. Non posso vedere il fondamento del mio essere perché non v’è fondamento. Non poggio sulla terra che mi nutre, ma aderisco a lei, impregnato delle cose che mi danno un corpo e un’anima. Nascono così, per magia, sensazioni e pensieri che sembrano avere un nome, un’età. Ma se lo osservo da vicino, se cerco di afferrarlo, l’essere delle cose dilegua. Come quando in un bosco par di scorgere da lontano una sagoma umana ma è solo un intrico di rami nell’ombra.

Tuttavia, ho appreso che è necessario illudersi, come l’amare e il sognare. Chi cerca una verità senza illusioni e senza sogni non trova che il nulla. Per amarle occorre circondare le cose di illusioni protettive. Devi fermarti al velo che le copre, senza andare oltre, o le vedrai svanire. Ma svaniranno anche se ti allontani troppo. Devi trovare la giusta distanza da loro. È un arte del controllo e dell’abbandono, e non si impara sui libri.

Sentii un giorno un anziano filosofo, cautamente scettico, timidamente agnostico, chiuso nella camicia di forza della sua ragione, negare il valore della fede. Disse che era come buttarsi in un precipizio, senza sapere cosa ci fosse in fondo. Che inutile, insipida prudenza! Non c’è un fondo e non dipende da noi buttarsi. Nascendo cadiamo in una voragine misteriosa. Dobbiamo solo imparare a cader bene, come gatti, per istinto. La fede è questo istinto. Solo così potremo camminare sull’ampia e provvida terra, abitare solide case, bere alla fonte di semplici pensieri, paghi di coltivar fiori che appassiranno. Siamo il riflesso di qualcosa che non conosciamo, un’eco, un arcobaleno, creati da Forze insondabili. Eppure siamo liberi e padroni di noi stessi. Dobbiamo vivere come se dipendesse da noi, sapendo che non è così.

Non serve cercarvi una logica, la vita è un paradosso. Se le vuoi trovare un senso, appare il suo contrario e ti contraddice. Se dici che è assurda, si mostrerà assolutamente razionale. Se la credi una scuola di saggezza, ti insegnerà a esser folle. La vita rompe tutte le gabbie che i nostri concetti le alzano intorno. Se ci aggrappiamo a un’idea, per quanto elevata, ne facciamo una semplice ossessione. Leggiamo una parola sulla pagina di un libro immenso e pensiamo di conoscerlo per intero.

Io l’immagino come un sacro Mistero, un’antica rappresentazione teatrale. È sciocco esser riluttanti a recitare la nostra parte in questa commedia, rifiutare il personaggio che il Fato ci assegna. Forse dobbiam dire una sola parola, ma il nostro ruolo, che ci piaccia o no, serve all’economia generale della storia. Non possiamo cambiarlo, ma possiamo interpretarlo con espressione sincera. È questo il limite e la dignità dell’arte di vivere. E, giunti al naturale declivio, è giusto scender la china e uscir di scena senza rimpianti.

Agli attori più giovani, carichi di attese, indicheremo gli erti sentieri che salgono. Diremo che sulla cima, dopo una faticosa salita, troveranno l’amore, la bellezza, e tutte quelle cose senza cui la vita sarebbe una maledizione. Meglio tener per noi i nostri dubbi, e condividere con gli altri il coraggio e le speranze. A che serve lamentarsi che ogni cosa bella sfiorisce e che l’amore scava vaste ferite? Occorre nutrire la fede in quel fiume di latte e miele che forse scorre realmente in una terra promessa, credere nel Mistero che ci rende infiniti. Perché la fede è un fuoco sacro e chi lo spegne merita d’essere proscritto dalla vita.

Ma chi ha fatto tante rivoluzioni, disegnando lunghi circoli nel vuoto, può ricordare infine d’esser vuoto lui stesso. Fiorisce così un distacco che è un amore diverso per la vita, una compassione che rende erranti e solitari. Viene il tempo di perdersi, camminando soli, con paziente lentezza. Giriamo intorno a un Sole ora calante e ancora non sappiamo perché. Forse una corrente ci trascina, come gli atomi, le nuvole e le stelle. Ci condanna a un eterno periplo intorno al Nulla, a trarre sempre nuove parole dal suo grembo silenzioso. Tuttavia, quando scende la sera e le ombre dei ricordi si allungano, ci trapassano come lame, ci volgiamo indietro alle cose perdute, e vorremmo tornare. Ma non c’è, sul declivio, una strada che ritorna.

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Livio Cadè il 26 Marzo 2021

Commenti

  1. Guido Antonioli

    Cosa arcana e stupenda e’ la vita.

  2. Paola

    “…Tu chiedi se così tutto vanisce
    in questa poca nebbia di memorie;
    se nell’ora che torpe o nel sospiro
    del frangente si compie ogni destino.
    Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
    l’ora che passerai di là dal tempo;
    forse solo chi vuole s’infinita,
    e questo tu potrai, chissà, non io.
    Penso che per i più non sia salvezza,
    ma taluno sovverta ogni disegno,
    passi il varco, qual volle si ritrovi.
    Vorrei prima di cedere segnarti
    codesta via di fuga…”

  3. Livio Cadè Staff

    “La vita!… Che importa?… È il racconto d’un povero idiota!”

  4. Dafne

    Uno dei suoi pezzi più sentiti e sublimi Cade’, me lo stampo e incornicio, e sa perché?

    Perché dal giorno in cui sono venuta al mondo non amo vivere.
    Amo la vita che ho intorno, amo la Natura con i suoi cicli, e le creature viventi, ma non la mia stessa presenza in questo mondo.
    Non tediero’ sicuramente nessuno con la mia storia personale, mi limito a dire che nonostante la mia non più verde età fatico ancora, spesso maledettamente, a trovare un senso soddisfacente alla mia presenza all’interno del mistero profondo chiamato Vita.
    E me ne dolgo, perché so che questo ha inciso pesantemente su molte mie (pur belle) esperienze, e il mio percorso spirituale profondo che dura da…una vita, non è mai riuscito a placare il mio malcontento di esserci.

    Grazie per queste gemme così preziose Cade’, sono una vera oasi nel deserto.

    • Paola

      Buon pomeriggio, Dafne. Non è sola in questo sentire. Sempre provato. Con una nota di maggiore amarezza, da parte mia. Non amo quello che ho intorno. Il luogo, in particolar modo. Mai amato. E ora è veramente dura. Grazie. Un abbraccio.

      • Dafne

        Da anima ad anima,
        Io ringrazio Lei Paola,

        Per essere sempre così gentile ed empatica.
        Aiuta, in questo periodo così surreale e anti umano.

        Ricambio sentitamente l’abbraccio.

  5. Livio Cadè Staff

    Dafne, Paola…
    “Chi non ha mai mangiato in lacrime
    il suo pane, chi non ha mai passato
    le notti dell’angoscia in pianto sul suo letto,
    non vi conosce, potenze celesti!”
    (Clemens Brentano)

  6. lorenzo merlo

    Un’evoluzione vista in termini di interesse personale per sottrarsi al malessere, è dominato dall’io.

    Un processo di emancipazione dall’io tende a ridurre l’identificazione che abbiamo in lui.

    Emancipazione che a sua tende a implicare l’accettazione di ciò che è, e all’assunzione di responsabilità di ciò che viviamo.

    Una volta liberi dalle pretese egoiche, si apre la possibilità di gratitudine.

    • Livio Cadè Staff

      Il fatto è che questo processo di emancipazione dall’io non può essere condotto dall’io, con gli strumenti dell’io, come progetto dell’io.
      Se no facciamo come il Barone di Münchhausen, che voleva uscire dalla palude tirandosi per il codino.

  7. lorenzo merlo

    Certo, è compiuto attraverso l’accettazione e sottratto alle pretese.

    • Livio Cadè Staff

      Ottima sintesi.

    • Paola

      Sebbene la Sua sintesi paia ottima, vorrei che Lei fosse a conoscenza dei livelli di “accettazione” e delle “pretese” di taluni. Si renderebbe conto che alcune generalizzazioni, seppur colte ed espresse con parole alate, non vanno fatte. Non vanno proprio fatte. Mi stia bene.

  8. Paola

    * il commento era in risposta a L. Merlo.

    Paola

  9. Paola

    E conosco il significato di “egoico”, oltre a comprendere il livello della Sua riflessione. Nonostante ciò, in questo contesto di discussione, può apparire inopportuna. Sprezzantemente inopportuna.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile Paola, le generalizzazioni non vanno fatte, Lei ha perfettamente ragione. Tuttavia, la parola ‘accettare’ ha per me un’importanza cruciale nella maturazione dell’anima. Così, in senso contrario, il ‘pretendere’.
      Il commento del signor Merlo mi pare mostri questa polarità.
      Io non ne faccio questione teorica ma di un’esperienza che interroga sé stessa. E le esperienze, al contrario delle dottrine, sono difficilmente comunicabili.

    • Livio Cadè Staff

      Devo aggiungere che, in vita mia, non ho mai detto a nessuno “devi accettare” o “non devi pretendere”. Ma nemmeno “devi star calmo”, “devi amare”, “devi capire” ecc.
      L’ultima cosa che vorrei è mettermi a insegnare (e guarda il destino cinico e baro, lo devo far di mestiere). Ma sono un pessimo insegnante. E ai miei studenti non dico mai “dovete studiare”.

  10. lorenzo merlo

    Erano e sono considerazioni generate dall’osservazione che il nostro gradiente di benessere/malessere ci vede sempre attori protagonisti.

    Che un eventuale percorso di liberazione dalle pene passa necessariamente attraverso quella strettoia.

    Non so se chiamarle generalizzazioni sia opportuno.
    Ognuno potrà giustamente riconoscere quanto è stato indulgente con se stesso o quanto si è spinto a trovare come attraversare la strettoia.

    Dunque note d’ordine evolutivo, dovendo defnirle, non certo e mai meritocratiche.

  11. Paola

    Comprendo. Grazie a entrambi per i chiarimenti. Forse la mia è stanchezza. Forse corde troppo sensibili. Buona serata.

  12. Gentilissimo Livio Cadè, la ringrazio e mi riprometto di leggere altri suoi interventi. Qualche volta ho trovato luoghi nei quali l’io si assottiglia, diminuisce a tal punto da lasciar aperta la porta, facendo entrare l’immensità. Per qualche brevissimo attimo ho avvertito la nostalgia di quella che lei giustamente chiama “la quieta eternità”. Ma è così sfuggente nel mondo del tempo e dell’essere. E io sono così distratto… Per fortuna ci sono le buone letture e le guide che aiutano a trovare i sentieri…

    • Livio Cadè Staff

      Grazie a Lei per il commento, che trovo profondo e ispirato. Mi scuso per non averle risposto prima (anch’io sono distratto).
      Credo che quella ‘porta’ di cui Lei parla, sia proprio la nostra anima, che può chiudersi nello spazio ‘domestico’ dell’io (pieno delle sue cose) o aprirsi alla vuota immensità.

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