Cartago delenda est: il “virus irato” e il rito cruento del “Buon Pastore” – Dana Lloyd Thomas

Cartago delenda est: il “virus irato” e il rito cruento del “Buon Pastore” – Dana Lloyd Thomas

Chi leggerà queste righe nel 2025 si meraviglierà di aver vissuto lo straordinario periodo in cui, tra il 2020 e il 2021, miliardi di persone sane in tutto il mondo sono state sottoposte a misure restrittive, spesso caratterizzate da conseguenze nefaste, il tutto con la motivazione dichiarata di “sacrificarsi” per tutelare la propria salute. Nella narrazione mediatica, anche il personale medico assume le vesti archetipali di vittime sacrificali. Per gettare un po’ di luce su tali aspetti, ci rivolgiamo al mondo degli archetipi, in modo particolare quello sacrificale: nella fattispecie, il rito sacrificale del “Buon Pastore”. Ci possiamo interrogare, pertanto, sull’ipotesi che, almeno nelle intenzioni di taluni soggetti, ci possiamo trovare davanti ad un antico rito di sacrificio cruento.

Abbiamo già proposto in queste pagine la tesi della pandemia/pandemonia come nuovo culto ateo,in cui un grumo instabile di cellule assurge, nel discorso pubblico, a potentissimo dio irato che minaccerebbe di sterminare l’umanità intera. Egli punisce i disobbedienti, e viene propiziato attraverso una serie di misure, tra il risibile e il sinistro, di volta in volta indicate dal potere politico-finanziario che si presenta come forza salvifica, portatrice del verbo scientista. I mezzi vanno dai decreti autoritari alla manipolazione delle statistiche, dal predicozzo moralizzante (“proteggi te stesso e gli altri”) alla propaganda mediatica sapientemente architettata, attraverso elementi visivi e verbali, per incutere il terrore psicologico. Tali misure, oltre a stravolgere consolidate prassi mediche in tema di epidemie, sono caratterizzate da forti connotazioni simboliche, come nel caso del mascheramento del volto, dell’impedimento alle celebrazioni religiose tradizionali e del tentativo di limitare i contatti umani che non siano quelli di natura commerciale, magari mediati attraverso il “grande fratello” informatico.

Non è certo una novità il fatto che, in certi ambienti delle attuali classi dominanti “occidentali”, si prediligano pratiche e credenze di tipo esoterico e magico; lo studio a riguardo, avviato anni fa in Italia da autori come Giorgio Galli, Marco Dolcetta e altri ancora, sulla stregua di indagini anche di natura storica, si è ormai affermato nell’editoria, con l’aggiunta di altri studiosi di spessore, nonché di video conferenze in rete, la nuova forma di comunicazione che ha consentito alla fruizione ancora più vasta di conoscenze limitate in precedenza alle cerchie specialistiche (*).

Se in passato l’analisi dei simboli e dei riti adoperati dalle oligarchie veniva spesso relegata nella sfera del folklore o della psicologia del marketing – nonostante le ostentazioni palesi del simbolismo magico-religioso come nei casi della monarchia inglese e della Chiesa cattolica, che non sono proprio gli ultimi arrivati rispetto alla gestione oculata del potere – quelle stesse oligarchie, hanno ormai fatto il coming outin eurovisione, rivelando al mondo le proprie predilezioni quantomeno occultistiche (nel senso deteriore) attraverso grandi spettacoli rituali. Oltre all’ormai nota cerimonia di inaugurazione olimpionica tenutasi a Londra nel 2012, in cui figuravano tra l’altro le infermiere danzanti (tema, quest’ultimo, poi ritornato alla ribalta nella propaganda “covidista” inglese nel 2020), si ricorderà la bizzarra cerimonia dark per l’apertura della galleria del Gottardo nel 2016, e quella del centenario della Grande Guerra nel 2018, in cui capi di Stato e di governo hanno assistito ad una singolare coreografia tra le tombe di un immenso cimitero di guerra, dalle fosche tinte necromantiche.  Senza dimenticare ovviamente l’utilizzo del lessico magico-simbolico nel mondo dello spettacolo.

L’ipotesi che qualcuno si proponga di utilizzare i “riti di potenza” della tradizione magica, facendo leva sulle sofferenze altrui, non è affatto da escludere. L’area culturale di Oltralpe, nonostante la laicizzazione diffusa, risente ancora di una certa eredità vecchiotestamentaria in cui spicca il tema dio irato da propiziare anche con mezzi estremi. Nell’occultismo nordico alleggia inoltre l’antica figura del wickerman, il grande uomo di vimini al cui interno si sarebbero rinchiusi i prigionieri, per essere sacrificati al rogo per la “salute” della comunità.

In questa sede proseguiamo l’indagine sugli aspetti cultuali del “virusismo” attraverso il tema del sacrificio vicario collegato al rito del “sacrificio del Buon Pastore”. Innanzi tutto, il termine sacrificio può assumere più significati. Per etimologia significa azione sacra o rendere sacro, il sacer dei romani. Nella cultura cristiana, pur laicizzata, l’espressione “sacrificio della Messa” ricorda la presenza millenaria del tema sacrificale allegorico nella cultura occidentale. Per Gastone Ventura, nel Mistero del rito sacrificale, il significato più alto del sacrificio è da attribuirsi alla rinuncia, libera e volontaria, del frutto delle azioni, per elevare l’uomo verso il divino: tale rinuncia, come si afferma nella Baghavad Gita, può liberare l’individuo dalle conseguenze nefaste delle proprie azioni. Un altro tipo di rito superiore, prosegue Ventura, consiste nell’onore reso ai Patres nella famiglia patriarcale tradizionale, in cui l’uomo di ricollega al Nume.

Nell’accezione più comune, con il sacrificio si intende la rinuncia o l’eliminazione di qualcosa, allo scopo di ottenere un determinato risultato sul piano mondano. In questo caso non si è più nella sfera impersonale che tende all’ascesi, ma nel mondo del dualismo, per cui si introduce la duplice figura di carnefice e di vittima. La storia delle religioni è stracolma di esempi del sacrificio cruento di animali e di esseri umani, tale da suggerire che, agli occhi degli autori di tali pratiche, si tratti di una vera e propria “tecnologia” per la manipolazione delle forze della Natura a proprio beneficio. Come via di mezzo tra i due poli, si può citare invece l’offerta di sostanze vegetali, indicata dal neoplatonico Porfirio come elemento della religione egizia e l’unica lecita consentita al filosofo.

Il “Discorso sul Buon Pastore” rientra tra i testi analizzati da Arthur Edward Waite, autore di The Holy Kabbalah, pubblicato nel 1929 quando lo studioso aveva compiuto l’età “angelica” di 72 anni. Egli stesso osserva che il contenuto sembra essere di indirizzo più talmudico che kabbalistico, anche se viene tradizionalmente ricompreso nelle raccolte di testi più propriamente kabbalistici. Non si parla quindi di sephirot, di gerarchie angeliche, di lettere o di numeri. Tra l’altro, il libro di Waite, pur presentando elementi interessanti, non è certo la fonte ideale per gli studi kabbalistici veri e propri. Tuttavia, visto che, il culto del “dio irato” in esame sembra essersi irradiato principalmente da ambienti politico-culturali di area anglosassone, non è fuori luogo il riferimento ad un autore come Waite, già capo della Golden Dawn e creatore degli omonimi tarocchi, considerato da oltre un secolo come uno tra i maggiori punti di riferimento per gli appassionati di magia e di occultismo nel mondo anglofono e non solo.

Citiamo alcuni brani del testo del “Buon Pastore” (Discourse of the Faithful Shepherd), riportato da Waite:

“Quando i giusti sono afflitti dalla malattia o altre sofferenze per l’espiazione dei peccati del mondo, si stabilisce che tutti i peccatori della loro generazione possono essere redenti. Come si dimostra ciò? Attraverso gli arti del corpo fisico. Quando questi soffrono per qualche malattia malvagia, uno viene afflitto [ossia attraverso l’applicazione delle sanguisughe] affinché le altre possano guarire. Quale arto? Il braccio. Esso viene castigato con l’estrazione del sangue, tale da guarire tutti gli arti del corpo. Ciò avviene anche con i figli del mondo; le cui membra sono in relazioni tra di loro come quelle del corpo. Quando il Santo Santissimo desidera la salute del mondo, egli affligge un uomo giusto con il dolore e la malattia, e tramite lui guarisce gli altri. Come si dimostra ciò? E’ scritto: Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. (Isaia 53,5)(**). Per mezzo delle le ‘piaghe’ e degli ‘schiacciamenti’ [incisioni] inflitti per il sanguinamento del braccio, noi procuriamo la guarigione delle membra di un unico corpo”.

Il testo prosegue con la citazione di Giobbe e la parabola del Buon Pastore il quale, quando il lupo si avvicina al gregge, lascia che sia catturata la “pecora pilota” (bellwether in inglese), mette a riparo gli animali e va a liberare la pecora catturata: “Così fa il Santo Santissimo nel corso di una generazione; Egli consegna un uomo giusto nelle mani dell’accusatore per salvare, attraverso quest’ultimo, un’intera generazione”.

E’ del tutto evidente che ci possano essere più letture di questi testi, anche contradittorie, come osserva lo stesso Waite. Dal punto di vista morale, ad esempio, è pregevole l’espressione di solidarietà umana in cui una parte può concorrere al miglioramento della collettività; meno convincente invece il pastore che vada a togliere la pecora dalla bocca del lupo affamato, mentre è decisamente inquietante la possibilità che possa trattarsi di un riferimento al sacrificio umano. Trattandosi di allegorie, anche il concetto di salute potrebbe assumere molte sfumature: si va dalsalus, il sommo bene divino, al bagno di sangue adoperato dal famigerato “Comitato di salute pubblica” dei giacobini francesi.

E’ noto l’episodio biblico della mancata uccisione di Isacco da parte del padre Abramo, mentre in ambito cristiano, il Cristo, spesso chiamato “Buon Pastore”, si sarebbe prestato al sacrificio cruento del Golgota, per la redenzione dei “peccati del mondo”. In questi appunti non ci addentriamo oltre nel pur affascinante mondo del simbolismo biblico, kabbalistico e teologico, limitandoci a ricordare con Hyam Maccobyla tradizione esegetica del midrash secondo cui Isacco sarebbe stato effettivamente sacrificato, o con la morte o con il solo taglio per provocare la fuoriuscita del sangue: elemento, quest’ultimo, che richiama in qualche modo il testo di Waite. In ogni caso, le ferita rappresenta per analogia una “piccola morte”.

Nell’ambito del culto “virusista”, la figura del “Buon Pastore” si potrebbe individuare sia a livello collettivo, nella vasta platea delle persone sane, da schiacciare proprio in quanto “innocenti”, sia a livello individuale nella fattispecie del personale medico. Infatti, la categoria medica, come quella del poliziotto e di altre figure, rientra nell’archetipo del pastore avente la funzione di tutelare la società dalle forze del caos che irrompono nell’ordine sociale nella forma della malattia, del delitto e della violenza.

Come si è detto, viviamo in un momento senza precedenti storiche, in cui una parte significativa della popolazione terrestre viene sottoposta a svariate misure di segno tipicamente saturniano, dalla semi-prigionia alla sottrazione dei mezzi di sostentamento, passando per l’isolamento e la melancolia oltre alla cattiva salute provocata da tale situazione, oltre all’impedimento delle cure mediche ordinarie. Quindi, anche se gli aggravamenti o i decessi non siano procurati direttamente, essi si verificano lo stesso in maniera indiretta per colpa di protocolli, decreti e ordinanze imposti dall’autorità politica che hanno impedito alle strutture sanitarie di svolgere il ruolo ordinario preposto: quello di curare tutti i malati e non solo alcuni, in sede o a domicilio, nei limiti del possibile dal punto di vista tecnico ed organizzativo.

Nella propaganda mediatica operante a pieno ritmo in Italia e altrove, si è assistito alla vera e propria demonizzazione della popolazione “sana”, ossia quel 99.9 per cento non affetto dal noto “virus”: vengono additati come “asintomatici”, ossia persone potenzialmente portatori del contagio mortale e quindi oggetto di allarme, di misure restrittive, di pratiche diagnostiche invasive e dal dubbio valore oggettivo (“tamponi”), e infine di pressioni psicologiche volti a farle sottoporsi a trattamenti “preventivi” dall’esito incerto, venduti dalle multinazionali del farmaco. Nella propaganda mediatica che raffigura il “tamponamento” o l’utilizzo delle siringhe “salvifiche”, emerge chiaramente l’archetipo dell’oggetto fendente che penetra nel corpo dei malcapitati. Tale penetrazione provoca il dolore, una “piccola morte” che gli interessati sono chiamatia sopportare in nome del presunto bene collettivo. Peraltro, al momento attuale (marzo 2021) sono noti in tutto il mondo casi di esiti dannosi e nefasti in seguito alla somministrazione a persone sane di sostanze “immunizzanti”.

Inoltre, possiamo intravedere la figura classica del “Buon Pastore” nei sanitari, preposti alla protezione di quel “gregge” di pecore belanti, incapaci, secondo l’arroganza del potere, di gestire la propria salute, per cui toccava rinchiuderle nel “recinto”. Ma paradossalmente, nella semplificazione mediatica, il ruolo complesso e importante di medici e infermieri viene anch’esso ridotto ai minimi termini, spesso trasformandoli quasi a comparse rispetto ai nuovi “saggi”: i “televirologi” all’opera sui media per annunciare il verbo scientista a sostegno del potere politico-finanziario. Sempre secondo la narrazione mediatica, specialmente nella fase “acuta” del 2020, si lanciava il tema del personale medico che compiva il proprio dovere fino al supremo sacrificio per il bene di tutti. D’altra parte, si ha una scarsa coperturamediatica rispetto ai numerosissimi casi di valenti medici e infermieri che hanno curato con successo i c.d. “pazienti covid”, non necessariamente in conformità con i “protocolli” imposti d’ufficio.

Dovrà passare del tempo per consentirci di valutare se ci sia o no un fenomeno sacrificale in atto, e se la pandemia/pandemonia sia la causa scatenante del fenomeno, o solo il pretesto. Purtroppo, nella storia anche recente sono note degli eccidi immani compiuti anche senza apparenti motivazioni di logica e di geopolitica: citiamo un caso per tutti, quello del Ruanda.

In conclusione, possiamo constatare una maggiore attenzione per i punti e gli interrogativi sollevati in queste righe. Lo scettico potrebbe giustamente domandare quanti siano i personaggi, formalmente insediati nei posti di potere, che siano da mettere in relazione ai paradigmi analizzati in questa sede; tuttavia, la mancanza di elementi ulteriori a tale riguardo non impedisce di ragionare sulla natura degli eventi che si svolgono agli occhi di tutti.Anche per coloro i quali preferiscono restare nel paradigma del materialismo cartesiano per respingere il concetto dell’efficacia concreta dei riti sacrificali, sarebbe imprudente non tener conto dell’esistenza di alcuni settori delle oligarchie del potere, che sono invece convinti di tale efficacia per poi agire di conseguenza.

In fin dei conti, una maggiore diffusione della consapevolezza diffusa delle realtà sottili porta con sé effetti mitiganti anche in caso di operazioni di segno titanico che vorrebbe riportare in auge il culto di Moloch e il paradigma del sacrificio cruento. Nel quadro dei corsi e i ricorsi storici, risuonano le parole immortali di Catone: Cartago delenda est.

Note:

(*) Ci permettiamo di segnalare, oltre al canale di Ereticamente, anche le video conferenze di Border Nights e della Libreria Esoterica Cavour.

(**) Trad. it. Versione CEI.

Nota bibliografica:

Hyam Maccoby, The Sacred Executioner. Human Sacrifice and the Legacy of Guilt, Thames and Hudson, London 1982, p. 82.

Gastone Ventura, Il mistero del rito sacrificale, Atanor, Roma 1989.

Arthur Edward Waite, The Holy Kabbalah, University Books, Seacacus NJ, s.d., pp. 157-163.

 

Dana Lloyd Thomas

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Categorie: Pandemia

Pubblicato da Ereticamente il 11 Marzo 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Lupo nella Notte

    >un grumo instabile di cellule assurge, nel discorso pubblico, a potentissimo dio irato che minaccerebbe di sterminare l’umanità intera

    In realtà il virus è, per definizione della stessa scienza ufficiale (https://it.wikipedia.org/wiki/Cellula#cite_note-1; https://www.focus.it/scienza/salute/cosa-sono-i-virus), “privo di cellule” dal che consegue il non senso della sua da molti pretesa “vita” e natura di microrganismo “bisognoso” di riprodursi. Basterebbe questo per radere al suolo la terrifica costruzione fantastica del virus “vivo e cattivo” (e per molti persino “furbo”!, certo molto piú di loro…) ma la pandemenza in effetti, dilaga…

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