Biden, Putin e la geopolitica della rabbia – Daniele Perra

Biden, Putin e la geopolitica della rabbia – Daniele Perra

Il sette è un numero sacro nella quasi totalità delle tradizioni eurasiatiche. Sette sono i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimo; sette sono i peccati capitali ed i sigilli la cui rottura annuncerà la fine del mondo nell’Apocalisse di Giovanni; sette sono le braccia della menorah ebraica; sette sono gli attributi fondamentali di Allah, i cieli da lui creati, i versi della prima sura del Corano ed i gradi delle interpretazioni esoteriche del Libro. Sette erano i dormienti di Efeso; sette gli Imam della tradizione ismailita. Sette erano i Rishi (i “cantori ispirati” dei Veda) e sette erano i Saggi dell’Antica Grecia.

Uno di loro, Biante di Priene, affermò: “οἱ πλειστoι κακoί” (i più sono cattivi). Un’affermazione all’apparenza semplice ma che, al contrario, nasconde tutta la profondità di quel pensiero iniziale della Grecità capace di racchiudere in una sentenza ciò che nella Modernità necessita volumi interi di introspezione psicologico-filosofica sulla natura umana. Sette, di fatto, sono anche le Nazioni bombardate durante i due mandati dell’amministrazione Obama-Biden: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Siria, Yemen e Somalia. Nel solo 2016, gli Stati Uniti hanno sganciato 26.172 bombe tra questi sette Paesi. Nel 2015, alcune della bombe umanitarie del Premio Nobel per la Pace caddero sull’ospedale di Kunduz in Afghanistan uccidendo 42 civili. Bisogna riconoscere che in questa corsa al massacro, l’amministrazione Trump-Pence non è stata da meno. Senza considerare la totale distruzione della cittaà siriana di Raqqa nel 2017 (capitale del sedicente “Stato Islamico”), miliziani e civili compresi, il “Presidente che non ha iniziato nuove guerre” (sic!), nel solo 2019  ha sganciato più bombe su Afghanistan e Yemen dei suoi predecessori, con il picco di 7.423 ordigni nel solo Paese centroasiatico. Anche la nuova amministrazione Biden-Harris sembra aver iniziato con i migliori propositi. Negli ultimi giorni di febbraio, infatti, dopo aver affermato “America is back!” e “diplomacy is back!”, il nuovo Presidente USA ha ordinato un bombardamento “mirato” contro le postazioni di alcune milizie siriane colpevoli, a suo dire, di aver minacciato le truppe nordamericane che occupano (illegalmente) la parte nord-orientale del Paese, e che si dedicano attivamente al saccheggio delle risorse naturali ed alla distruzione dei campi di grano per allontanare ad infinitum ogni potenziale ricostruzione e pacificazione della Siria.

Ora, sorvolando per un istante sul fatto che un Presidente degli Stati Uniti d’America (una Nazione fondata sul genocidio), anche nel remoto caso in cui possa avere ragione, non può comunque dare dell’assassino a nessuno (il presunto cattolico Biden, in questo caso, sembra non vedere la trave nel proprio occhio), affermare “diplomacy is back!” e dopo qualche giorno accusare il Presidente della seconda potenza mondiale (in termini militari) di essere un “killer” non sembra esattamente una fine strategia diplomatica. Senza considerare che sembra essere in linea con le assai colorite espressioni utilizzate da Donald J. Trump per definire gli avversari a seconda del momento: dal “foe” (nemico) nei confronti dell’Europa, al “rocketman” (uomo razzo) per Kim Jong-un, fino al raffinato “son of a bitch” (la traduzione si lascia al lettore) per il Generale Martire iraniano Qassem Soleimani. Tuttavia, per chi sa leggere tra le righe, il messaggio (e soprattutto lo scopo) dell’uscita di Biden risulta essere più chiaro di quanto si possa immaginare.

Chi scrive ha spesso sostenuto la tesi della sostanziale continuità geopolitica tra le diverse amministrazioni nordamericane. Almeno dagli anni ’50 del XX secolo, quando la Cina, a seguito dell’intervento nella Guerra di Corea, è emersa come terza potenza tra i due principali competitori ideologici della Guerra Fredda, la strategia geopolitica nordamericana si è concentrata sulla ricerca di una sponda (o da parte sovietica o da parte cinese) per mettere all’angolo ed isolare alternativamente uno dei due rivali. Tale strategia ha funzionato sia in chiave anti-cinese tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60, sia in chiave anti-sovietica con la distensione sino-americana dei primi anni ’70. Questa distensione venne determinata dal fatto che in quel preciso momento storico, la Cina maoista, economicamente e tecnologicamente ancora debole, non rappresentava una particolare minaccia per gli Stati Uniti ben più interessati al contenimento dell’URSS ed alle risorse mediorientali. Non bisogna dimenticare, infatti, che la stessa Cina, anche prima della nascita della Repubblica popolare, veniva considerata dagli Stati Uniti (insieme all’India, magari non divisa dalla partizione) come un elemento fondamentale per fermare la proiezione geopolitica sovietica sul continente asiatico.

Oggi, la situazione sembra essersi capovolta. Il Medio Oriente non ricopre più un’importanza centrale nella strategia nordamericana essendo stato sostituito dall’area del Mare Cinese Meridionale, potenzialmente ricca di risorse naturali e divenuta centro del commercio globale nel XXI secolo. La Cina, tecnologicamente, economicamente e militarmente sempre più forte e capace di proiettare la propria influenza attraverso dinamiche che si pongono come alternativa rispetto ai modelli della globalizzazione neoliberale (dal rapporto istituzionale diretto tra i governi e non tra governi e corporazioni multinazionali alla non imposizione di riforme strutturali di stampo neoliberista agli Stati con i quali si stabiliscono rapporti commerciali), costituisce la più grave minaccia alla declinante egemonia globale degli Stati Uniti.

Alla luce di questo fatto, diversi (presunti) strateghi e analisti geopolitici nordamericani (più o meno accostabili ad entrambi gli schieramenti), ormai con una certa costanza da diversi anni, sostengono la necessita di un avvicinamento alla Russia in chiave anti-cinese. Tale avvicinamento, tuttavia, almeno secondo la corrente “democratica”, dovrebbe presupporre prima di tutto un allontanamento dal potere di Vladimir Putin. E tale allontanamento presuppone in primo luogo l’imposizione di una pressione costante nei confronti della Russia (volta anche alla destabilizzazione interna per mezzo di una “quinta colonna” composta da oligarchi, pseudoliberali ed agitatori di varia natura), soprattutto nel momento in cui questa, attraverso una sapiente “diplomazia vaccinale” (data anche dal fatto che lo Sputnik V, non sorprendentemente, sembra essere più efficace rispetto ai vaccini prodotti dalle multinazionali farmaceutiche “occidentali”), si sta riproponendo su scala globale e continentale rompendo la “nuova cortina di ferro” posta ai confini occidentali della Federazione.

L’ossessione “democratica” per Vladimir Putin non è di certo una novità ed in qualche modo fa da contraltare all’ossessione repubblicana per la Cina. Recentemente, a questo proposito, sarebbe stato prodotto un nuovo rapporto sulle presunte interferenze russe (volte a portare alla rielezione di Donald J. Trump) nelle recenti elezioni nordamericane. Allo stesso tempo, secondo il suddetto rapporto, l’Iran avrebbe interferito per far eleggere Biden, mentre la Cina avrebbe mantenuto una posizione di sostanziale non interferenza. Senza entrare nel merito di questi rapporti presentati alternativamente con scadenza elettorale da entrambi gli schieramenti politici nordamericani (e senza giudicare la presunzione e l’ipocrisia con la quale il Paese principe nell’interferenza esterna muove certe accuse), appare evidente che l’uscita piuttosto infelice di Joe Biden, oltre che dalla volontà di mettere in guardia la colonia Europa da eventuali ripercussioni per il “crimine” di fare affari con la Russia (il cappio sanzionatorio attorno alla costruzione del Nord Stream 2 è l’esempio emblematico), potrebbe essere stata determinata anche da questo fattore.

Dunque, se è vero che il messaggio, forte e chiaro, è rivolto in primo luogo a mantenere alto il sentimento russofobico tra le schiere dei collaborazionisti europei, è altrettanto vero che questo è rivolto anche all’ambito interno. La crisi pandemica, infatti, oltre a mettere in luce globalmente gli inganni del neoliberismo, ha ulteriormente ampliato le linee di faglia interne alla società nordamericana. Questa, profondamente divisa economicamente, razzialmente e geograficamente, viene mantenuta unita solo ed esclusivamente dall’idea del “destino manifesto” che viene declinata alternativamente in senso messianico evangelico o laico a seconda di chi occupa i vertici del potere.

L’individuazione di un nemico è sempre utile a rinvigorire il senso di presunta superiorità morale posto a fondamento del logos esistenziale statunitense, soprattutto in un momento in cui la rabbia per il  declino del suo status egemonico (per la fine dell’istante unipolare) sta rapidamente montando e gli stessi USA non riescono più ad imporre (se non ai più accondiscendenti) un modello strategico impostato sul mero utilizzo della forza per negoziare da posizioni di vantaggio. Meglio ancora se tale nemico si presta ad una criminalizzazione individuale che possa consentire l’utilizzo di schemi pseudo-umanitari (più o meno gli stessi che negli ultimi giorni hanno portato la Gran Bretagna, protagonista nella fornitura di sostegno logistico e militare ai tagliagole che hanno distrutto la Siria, ad accusare Asma al-Assad di crimini di guerra).

Di fronte ad una simile situazione, e preso atto che nel campo delle relazioni internazionali non ci sono santi (e che “i più sono cattivi” come affermò Biante di Priene), sembra comunque doveroso riportare alcuni passaggi della risposta di Vladimir Putin al Presidente nordamericano:

Voglio ricordare che gli Stati Uniti sono l’unico Stato al mondo che ha impiegato la bomba atomica contro un altro Stato, privo di questa arma, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki non vi era assolutamente nessun senso militare, si è trattato solo di puro sterminio diretto della popolazione civile. Noi sappiamo che gli Stati Uniti sono interessati ad avere con noi determinati rapporti e solo sulle questioni che a loro convengono e alle loro condizioni. Noi siamo diversi, noi abbiamo un altro codice genetico e un altro codice morale, tuttavia noi sappiamo difendere i nostri interessi e collaboreremo con gli Stati Uniti, ma solo in quei campi e alle condizioni che a noi convengono, dovranno fare i conti con questo, nonostante tutti i loro tentativi di fermare il nostro sviluppo, nonostante tutte le loro sanzioni e insulti”.

Daniele Perra

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Categorie: Geopolitica

Pubblicato da Ereticamente il 19 Marzo 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Michele Simola

    La storia degli USA é fatta di drammatiche esportazioni di democrazia sulla punta delle baionette, questo sin dalla loro origine. Considerando il fatto che nessuna nazione muove e mette il proprio esercito a rischio per salvare altre popolazioni, a meno che questo rischio non offra lauti vantaggi economici ( petrolio, gas naturali, rame, uranio o quant’altro), l’America non ha mai aiutato nessuno, ma ha semplicemente difeso i propri interessi sapientemente spacciati per aiuti contro un despota di turno. Non ho dubbi sul fatto che Biden sia solo un fantoccio della finanza internazionale apolide giudaica che governa gli USA, che sono il cane da guardia della potenza atomica che risponde al nome di Israele. E’ paradossale che gli ebrei parlino di genocidi a loro danno dall’inizio della storia e di questi presunti genocidi non si trovi traccia se non nella Bibbia, volume non storico, che non definirei falso, ma portatore di verità distorte. gli ebrei che si definiscono vittime di innumerevoli genocidi, sono coloro che ancor oggi ne fomentano.
    In questo momento storico in cui la superpotenza USA ha intrapreso una parabola discendente, la Russia di Putin fa paura. Putin non é stupido, conosce i meccanismi del suo paese avendo scalato la scala gerarchica partendo dal basso, e comunque in uno scacchiere in cui le varie rivoluzioni colorate fomentate dagli USA con continue prove muscolari di un occidente in declino ( leggi USA perché l’Europa é in declino dal 1945 ) é riuscito muovendosi con oculatezza a non avviare grosse guerre regionali, impedendo di fatto agli Stati Uniti di muoversi vicino casa sua.
    Il paese guidato da Putin dal 2000 ad oggi ha fatto grandi passi in avanti rispetto ai tempi della cortina di ferro e si muove come grande superpotenza perché ne ha le capacità. Non credo che sia inferiore per capacità militari agli Usa: se consideriamo i tempi di Eltsin, che non é preistoria, con la flotta quasi dismessa in rada nel Mar Nero, ci accorgiamo che la nuova Russia ha lanciato armi, dai carri armati agli aerei che mettono ambascia a quella considerata la prima superpotenza mondiale.
    Da sempre gli USA con il loro puritanesimo bigotto hanno interferito negli affari interni di altri popoli cercando di piegarli ai loro interessi. Se Putin lo avesse fatto riuscendoci, probabilmente é stato più in gamba di loro.
    Democratici o repubblicani in politica estera abbiamo visto che negli ultimi cinquanta anni gli USA hanno avuto la mano pesante con gli stati che gli si opponevano.
    Le alleanze, per essi, a parte qualcuna, non sono durature lo abbiamo visto con Saddam Hussein, spodestato con la falsa accusa delle armi di distruzione di massa che non possedeva. Con il suo assassinio hanno lasciato in Iraq una polveriera pronta a prendere fuoco in ogni momento.
    Oggi sappiamo che in un paese come l’Iraq il pugno di ferro di Saddam, laico e non avvelenato da fervente religiosità, era l’unico modo per trattare una popolazione dove odi e rancori tribali, dopo la sua fine, sono venuti a galla e imperversano nel paese.
    Biden farà sicuramente più danni di quanti ne possa aver fatto Trump, alienandosi la possibilità di una convivenza pacifica con Putin, aprendo
    alla Cina le porte per un’invasione su grande scala dell’occidente. La Cina oggi ha intrapreso una neocolonizzazione in Africa, fornendo aiuti per infrastrutture che giovano più per portare a termine il suo piano di mettere le mani sui grandi possedimenti petroliferi, d’oro e ricchezze varie del sottosuolo, che non ai bisogni dei popoli africani.

  2. Rita Remagnino

    Un’analisi lucida, complimenti. Non solo lo Sputnik V sembra essere più efficace rispetto ai vaccini prodotti dalle multinazionali occidentali, ma 1) non funziona a mRNA ma a vettore virale, che è meglio; 2) essendo a base di adenovirus presenta pochissimi effetti collaterali; 3) si conserva in un normale frigorifero; 4) in Russia solo poco più di 3mln. di persone si sono vaccinate, segno evidente che nella società non regna l’isteria di massa che c’è da noi. E “dopo” questo approccio al problema farà la differenza.

    Se in corso c’è una “guerra dei vaccini”, e non c’è dubbio che sia così, Putin ha già vinto il primo round. A Biden ha lanciato un benedicente augurio di “buona salute”, e subito dopo l’anziano veterano è caduto ripetutamente sulla scaletta dell’Air Force One. Ma per colpa del vento..

    Il nuovo presidente è una rappresentazione plastica dell’America di oggi.

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