Religione ed arte in Wagner – Giovanni Sessa

Religione ed arte in Wagner – Giovanni Sessa

(Pubblichiamo di seguito un estratto dalla prefazione di Giovanni Sessa alla nuova edizione del volume di Richard Wagner, Religione e arte, comparso nel catalogo di Iduna editrice, pp. 161, euro 18,00)

Pochi uomini di cultura dell’epoca moderna hanno svolto un’azione così profonda, pervicace, al punto che la loro opera possa essere considerata uno spartiacque epocale, come quella messa in atto da Richard Wagner. Herbert von Karajan, uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento: «ha una volta dichiarato di considerare Wagner “più grande” di Omero e “più completo”». L’affermazione è forte, apodittica e, pertanto, può essere criticata. Ha, comunque, il merito di introdurci nel cuore pulsante della musica del compositore tedesco, ma anche all’interno del suo mondo valoriale, testimoniato dagli scritti teorici. Le composizioni wagneriane mettono in luce l’origine di un conflitto storico che concerne il destino stesso dell’umanità, quel conflitto   esemplarmente testimoniato in filosofia dalla vita-pensiero di Friedrich Nietzsche, che vide, e vede tuttora contrapposte, la visione della vita sovrumanista e quella, attualmente trionfante, egualitaria che, nel corso del tempo, è stata declinata in termini esistenziali e storico-politici, secondo modalità disparate. Nelle note wagneriane si è manifestato: «il residuo di una tendenza pre-epocale, repressa dal cristianesimo egualitarista […] è un residuo pagano». In questo senso, la produzione musicale e teorica di Wagner, come testimonia il libro che ora il lettore ha tra le mani, è momento centrale della «rigenerazione» di un mito tacitato, ma mai silenziato del tutto, che torna a ripresentarsi nell’artista tedesco. Non si tratta di un ritorno del «passato», esperito in una prospettiva culturale meramente reazionaria, ma del ri-presentarsi dell’origine, vale a dire di ciò che, stando a Bachofen, è sempre, comunque, vigente nel tempo e nella storia, perché espressione incancellabile dell’animus dell’uomo europeo. Aver richiamato le idee di temporalità e di storicità ci consente di affermare che la contestualizzazione dell’esperienza wagneriana, anche degli scritti «filosofici», dei quali è momento conclusivo Religione e arte, richiede il rinvio a quella stagione del pensiero caratterizzata, secondo la lezione di Karl Löwith, dalla «dissoluzione dell’hegelismo». Tale posizionamento storico del wagnerismo, consente di comprendere la dipendenza originaria: «di Wagner dal pathos del decennio del 1840-50, e di Nietzsche dal pathos di Wagner».

Per il musicista, tale congerie speculativa, ebbe al centro il «sensualismo» ingenuo, umano troppo umano, di Feuerbach che, ben presto, egli si lasciò alle spalle, giungendo, per usare un’espressione nietzschiana, a predicare infine: «un’estatica castità». Questa nuova visione del mondo è testimoniata dallo scritto, fondamentalmente schopenhaueriano, che stiamo introducendo. In esso, a parere di chi scrive, il musicista testimonia che, dopo un’iniziale adesione ad una prospettiva di simbolica della storia durante la composizione del Tristano, in forza della opzione cristiana, sposò la filosofia della storia che, per definizione, è «futuro-centrica», quindi, non più fondata sulla concezione tridimensionale, classica, del tempo, esposta sul possibile Nuovo Inizio. Al contrario, essa è prossima alla visione segmentaria e vettoriale della temporalità, inaugurata dalla teologia cristiana.

   Pertanto, in queste nostre brevi note, pur apprezzando profondamente lo sforzo teoretico compiuto qualche decennio fa da Giorgio Locchi, e troppo presto dimenticato dalla critica, che lo condusse a valorizzare, quant’altri mai, l’esperienza wagneriana, non possiamo non rigettarne alcuni tratti. Concordiamo pienamente con lo studioso, nei primi anni Ottanta del secolo scorso vicino alla Nouvelle droite, in merito all’attribuzione a Wagner della primogenitura nella riproposizione della concezione della storia «aperta», nella quale è sempre possibile l’irruzione dell’ originario, ma riteniamo che, alla fine del suo percorso, Wagner sia venuto meno a tale presupposto iniziale. Ciò indusse Julius Evola, negli scritti sulla musica, a prendere le distanze dal wagnerismo. Il filosofo romano si occupò del grande musicista in due articoli, Wagner come distruttore e Il vascello fantasma. Nel primo, il pensatore dell’idealismo magico ritenne improprio l’utilizzo wagneriano delle forme tradizionali, in quanto egli le inserì nel contesto di una musica ormai dimentica del sacro e dei suoi riti. L’arte di Wagner, sarebbe stata espressione dell’ umanesimo romantico. Tale arte non spiritualizzava affatto l’umano, ma profanava, addirittura, il sacro. Nel secondo articolo, il filosofo discute il dramma wagneriano, L’olandese volante: «una adattazione romantica di leggende che, almeno nella loro forma occidentale, risalgono al periodo tra il Cinquecento e il Seicento». Mentre in tali racconti mitici, i protagonisti erano connotati da chiarezza interiore e ferma volontà di dominio, il dramma wagneriano, intriso dei temi di dannazione e sospeso nell’attesa della redenzione finale, risentiva: «del nebuloso ed equivoco romanticismo sentimentale che caratterizza una recente anima germanica».

   Inoltre, a differenza di quanto ricorda Locchi, a nostro giudizio, la concezione tridimensionale del tempo, rimase, fino alla fine, paradigma dell’orizzonte speculativo di Nietzsche. Alla luce di ciò, che valore assume un libro come Religione ed arte? Un valore di assoluto rilievo, in quanto le sue pagine consentono di comprendere quanto l’esperienza wagneriana non sia stata omogenea, ma al suo interno, connotata da diversi momenti. La lettura di questo testo che, come si dirà, rappresenta una sorta di ultimo lascito, di testamento spirituale del musicista del Parsifal, permette di rintracciarne anche, nonostante i limiti indicati, l’originalità speculativa del Maestro. […]

   Religione e arte è una silloge di scritti che Wagner compose nel medesimo periodo in cui era intento alla composizione del Parsifal. Più precisamente, i saggi che costituiscono questa raccolta sono sette, accompagnati dalla conclusive Annotazioni, nelle quali vengono presentati e commentati alcuni brani di colui che il musicista non si stancava di definire: «il nostro grande filosofo», Arthur Schopenhauer. Con questi scritti l’artista-pensatore si preoccupò, nell’ultimo periodo della sua esistenza terrena, di lasciare al mondo un messaggio positivo, relativo alla possibile Regenerationslehre, Rigenerazione spirituale e sociale, centrata sulla dottrina della Mitleid, della compassione schopenhaueriana. Si tratta del primo albeggiare, nella cultura tedesca, di un tema che per tutto il Novecento (in particolare nella sua prima metà) sarà al centro degli interessi della filosofia e dell’arte. Si pensi, tra i tanti possibili nomi da citare al riguardo, a Stefan Geroge, Ernst Jünger, Martin Heidegger, Moeller van den Bruck. O anche a chi lambì, sia pure in modo critico, l’annuncio di un possibile Nuovo Inizio dell’uomo europeo. Mi riferisco a Walter Benjamin che, richiamandosi a Karl Kraus, pensò, nelle sue Tesi di filosofia della storia, l’origine quale meta cui tendere .

 Nella pagine di Religione ed arte, come il lettore avrà modo di constatare, la Rigenerazione avrebbe dovuto realizzarsi sia in Germania che a livello internazionale, e fondarsi sulla critica della concezione utilitarista, economicista della vita che, allora, andava affermandosi attraverso il trionfo politico del liberalismo. Le tesi fondamentali di tale dottrina erano state presentate dal compositore solo al ristretto circolo dei suoi allievi e discepoli, animati da fedeltà indiscutibile verso la concezione della vita del Maestro e falangi di una radicale periagoghé, di un cambio di cuore, cui avrebbe dovuto far seguito una diversa visione del mondo che l’arte e, soprattutto, la musica, avrebbero annunciato al mondo. Religione e arte doveva, nelle intenzioni di Wagner, essere il manifesto programmatico del Nuovo Inizio. Egli, il 13 febbraio del 1883 era intento a comporre il quarto scritto della raccolta, nello studio di Pallazzo Vendramin-Calergi a Venezia, quando la morte lo colse. Ebbe il tempo di scrivere le ultime parole: Liebe-Tragik, Amore-Elemento tragico, in fondo i due poli tra i quali si era mossa l’intera sua esistenza. […] Lo scritto che dà il titolo al volume è quello inaugurale, Religione e arte. L’ incipit rappresenta la sintesi delle posizioni dell’artista: «Si potrebbe dire che, là dove la religione diviene artificiosa, sia riservato all’arte di salvarne il nucleo sostanziale». Da sempre l’arte autentica, mediante la rappresentazione ideale dell’immagine simbolica, ha contribuito: «alla comprensione della sua intima sostanza (della religione), cioè della verità divina inesprimibile»

Giovanni Sessa

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Categorie: Arte

Pubblicato da Giovanni Sessa il 18 Febbraio 2021

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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