Minervino Murge, 23 Febbraio: la morte di un contadino (seconda parte) – Giacinto Reale

Minervino Murge, 23 Febbraio: la morte di un contadino (seconda parte) – Giacinto Reale

“Non aveva per compagni che un fucile da guerra, il cavallo e il cane”.

 

Nelle settimane successive all’assassinio di Ferruccio Barletta, Minervino vive in un clima quasi preinsurrezionale. I grossi proprietari, confermando una tradizione di viltà che ha contribuito al degenerare della situazione, si trasferiscono nei centri vicini, e la Camera del Lavoro resta padrona assoluta del paese, al punto di procedere alla formazione di un nucleo di Guardie Rosse, con circa 250 aderenti, comunisti, socialisti ed anarchici, espressione attivistica del “Fronte Unico Rivoluzionario” costituito agli inizi dell’anno.

Solo con l’arrivo di nuovi, più energici, responsabili dell’ordine pubblico la tendenza sembra invertirsi, al punto che il 20 settembre, per la prima volta, sul balcone del Municipio viene esposto il tricolore, dopo anni nei quali spesso la sola bandiera rossa aveva adornato il palazzo comunale.

Proprio l’improvvida, successiva decisione di allontanare Carabinieri e Agenti, per sedare una rivolta scoppiata nella vicina Spinazzola, è però alla base degli incidenti che, tra il 22 e il 23 febbraio del 1921, costituiscono l’atto di nascita del Fascio paesano.

Il 23 di febbraio è una giornata destinata a restare nella storia del fascismo pugliese, per una serie di avvenimenti che, sia pure senza un diretto collegamento o un rapporto di causa-effetto tra loro, si sommano, e dimostrano che la tensione che ormai dura da più di due anni, è arrivata al culmine.

In poche ore si segna il punto di svolta, a premessa di una inversione di tendenza che segue quella avviata su tutto il territorio nazionale con i fatti di Bologna del 21 novembre dell’anno precedente.

Nel capoluogo, tutto inizia con l’apertura dei lavori del Congresso provinciale della Federterra, in un clima particolarmente teso, perché dall’una e dall’altra parte ci sono conti da regolare.

I comunisti non hanno mandato giù la vittoria dei loro avversari che, con una mobilitazione estesa all’occupazione della stazione ferroviaria, hanno impedito, come già accennato, il comizio di Bombacci, mentre i fascisti lamentano una serie di ferimenti di loro aderenti, portati a termine da squadre comuniste che proprio dalla città vecchia e dalla Camera del Lavoro ivi situata partono, per poi passare all’azione nelle vie del centro. Sono presi a bersaglio in special modo i giovanissimi aderenti al movimento mussoliniano, trovati isolati a spasso in quelle strade che credono di controllare. Sono gli stessi che Caradonna definirà “fanciulli sublimi”, e tra loro molti sono i colpiti, soprattutto a pugnalate, in agguati dai quali è difficile difendersi.

Per questo, con l’ausilio di squadre arrivate dai paesi della provincia, il 23 gli squadristi fanno una prova di forza, e vanno su e giù per le strade, cantando le loro canzoni. Alla fine si decidono anche a provare, ma senza fortuna per gli apprestamenti difensivi messi in opera dagli avversari, l’ingresso nella città vecchia, diretti alla Camera del Lavoro. E’ un’azione di poco conto pure sotto il profilo della provocazione, perché, contrariamente a quanto si continua a dire, il Congresso della Federterra non si svolge lì, ma presso la Camera Confederale del Lavoro, facente capo alla CGDL, che ha sede in centro, e quindi per loro, se avessero veramente voluto, sarebbe stato un obiettivo più facile da colpire.

Comunque, l’iniziativa dei neroteschiati è sufficiente perché sia proclamato lo sciopero generale in tutta la provincia.

Anche a Minervino, in verità, la situazione è già vicina al punto di rottura. La mobilitazione leghista, è pressocchè permanente, e rende difficile la vita dei pochi aderenti al Fascio. La sera del 22, l’uccisione di un fascista e il ferimento di altri due, sembrano i prodromi delle tante volte minacciata distruzione della sede dei mussoliniani che, attivi da non molto, si mostrano già pericolosi per la loro determinatezza in azione.

E infatti, quando il pericolo di un assalto si fa più concreto, essi si mobilitano a loro volta, e decidono di prevenire l’azione avversaria. Sul far della notte scendono nelle strade a fare a fucilate, e poi provano – senza riuscirci per l’intervento dei Carabinieri – ad incendiare la Camera del Lavoro.

È questa una provocazione troppo grave per chi si sentiva padrone del paese.

All’alba, dopo che è stato proclamato il consueto sciopero generale, la tensione cresce ancora, e grosse nubi sembrano addensarsi sulla sorte dei fascisti (o anche presunti tali) che vivono isolati nelle campagne, nelle masserie spesso trasformate in fortilizi. Gruppi di facinorosi, infatti, si riuniscono a 1 km dall’abitato, in contrada Lami, si dividono in squadre, e danno il via al rastrellamento, con l’ordine preciso di incendiare le fattorie degli avversari e avvelenare le acque dei piccoli corsi d’acqua, così da provocare la morte del bestiame.

Prima, un centinaio di uomini si armano con moschetti e bombe nascosti nelle grotte vicine al paese, e ascoltano le parole di incitamento dei capi: “Bisognava uccidere tutti i fascisti, scannarli, distruggerli, non lasciare traccia di essi”.

Alle parole seguono i fatti. Si alzano al cielo le fiamme prima della masseria dell’avv. Mario Limongelli, noto esponente mussoliniano, e poi di quella del canonico Borrelli, che erano state lasciate prudentemente deserte.

Riccardo Barbera, di quarantadue anni, ex combattente, decorato di Croce al Merito di Guerra, attivo nel Fascio minervinese, è rimasto invece nella sua, con il cane e il cavallo che, soli, gli fanno compagnia in un momento che si preannuncia drammatico. Quando vede la massa avvicinarsi minacciosa, esplode alcuni colpi attraverso le porte, e colpisce uno degli aggressori, che si sbandano.

I capi decidono allora di stanarlo con l’incendio della fattoria. Ma la legna raccolta è umida per le recenti piogge, e costringe gli assalitori a cambiare ancora tattica, cercando di penetrare all’interno calandosi dal tetto.

Infatti, alcuni si arrampicano, con picconi e pale rompono le volte, e chiedono ai compagni bombe a mano per stanare il tenace nemico. Quando, però, il primo si affaccia, un preciso colpo di fucile lo uccide, ad aumentare lo sbigottimento di quelli che sono con lui.

Mentre gli assalitori calano giù il corpo, Barbera apre la porta, monta a cavallo, e si precipita fuori, cercando di rompere il cerchio umano che circonda la casa. Ne nasce uno scambio di colpi che probabilmente spaventa il cavallo, così che, di fronte ad un basso muretto, rifiuta il salto.

Barbera scende, sempre imbracciando il fucile, oltrepassa l’ostacolo e prende la via dei campi, inseguito dalle furie urlanti, che ben presto lo raggiungono e lo bloccano, così che per sottrarsi alla presa è costretto ancora a sparare, abbattendo un altro inseguitore.

Dopo duecento metri, però, la sua corsa finisce. Gli sono addosso in tanti, e uno lo ferisce con una pallottola alla mano destra, così che non può più sparare. Non gli resta che la fuga, disperata, per la sopravvivenza, in direzione di Montemilone. Fuga che dura meno di un paio di chilometri, però, perché un colpo di fucile all’anca lo abbatte definitivamente.

Sul cadavere saranno riscontrate, oltre alle ferite da arma da fuoco, venti pugnalate, che pongono fine, alle ore 16,30, alla disperata lotta di Riccardo Barbera, contadino fascista, che è durata un’ora e mezza.

Gli assassini, dopo la conclusione della caccia, rinunceranno a proseguire l’azione contro altre masserie. Il corpo sarà recuperato dai cittadini di Montemilone, così che i compagni di fede del caduto, quando arriveranno, troveranno solo una pozza di sangue ad indicare il luogo del suo martirio.

Le modalità dell’episodio si prestano alla narrazione epica che è già nelle corde fasciste, e che infatti non manca.

Una pubblicazione edita dal PNF dieci anni dopo, in occasione dell’inaugurazione del “Faro votivo” dedicato, proprio a Minervino, a tutti i Caduti pugliesi, non si risparmierà, in un coinvolgente crescendo:

Egli vide la masnada che avanzava e fu visto. Poteva fuggire e mettersi in salvo, ma non volle: attese. Ai rossi sorrisero gli occhi iniettati di sangue; finalmente avevano trovato una preda.

Riccardo Barbera non aveva per compagni che un fucile da guerra, il cavallo ed il cane! Meditò un momento: un pensiero volò alla mamma, ai camerati, alla Patria, e si rassegnò al suo tragico destino. Imbracciò il fucile, fece fremere l’otturatore ed iniziò l’epica lotta.

Rincorso da cento tigri umane e da centinaia di pallottole, fu ben presto circondato. Ma non si piegò: sparò ancora ed un altro dei suoi carnefici fu colpito a morte; si aprì di nuovo il varco e si ritirò dirigendosi verso Montemilone, inseguito dal fuoco nutrito dei bruti.

Achille della classica leggenda non dovette lottare meglio! (1)

 

Qualche anno prima, quando il ricordo dei fatti era ancora vivo, una storia locale aveva narrato, nel dettaglio, il momento decisivo della vicenda:

Un piccone batteva forte sul tetto. Il fascista intuì il pericolo che passava. Avrebbero forato la volta e gli sarebbero stati addosso. Intuì il pericolo e si preparò alla difesa o alla morte.

Forse in quel momento le sue ginocchia cedettero e le sue mani si giunsero nell’atteggiamento della preghiera, mentre i suoi occhi fissi e la sua mente erano rivolti ai cari famigliari.

Il piccone si ripercoteva sempre più forte.

Nell’interno cominciarono a cadere i calcinacci, le pietre, i pezzi di tufo, finchè da un piccolo foro si fece spazio la luce del giorno morente.

Riccardo Barbera non si perdette di animo, egli doveva dimostrare che, se a Minervino esisteva gente senza pietà e senza alcuna coscienza, non mancavano degli uomini dotati di coraggio e di tutte le più bella qualità per dare delle buone lezioni ai primi; pur immolandosi, sicuri di difendere una giusta e santa causa

Fu praticato un foro, ed una voce stridula si fece sentire: “Ormai, brutta vipera, sei destinato a morire, vedi questa e…”

Un colpo secco di fucile tuonò nella stanza, e dal foro praticato si vide qualcosa di umano penzolare.

Era la testa di colui che aveva decretato la morte del prigioniero.

Non aveva pensato il disgraziato che si trovava di fronte ad un fascista? (2)

Giorgio Alberto Chiurco, a seguire, nella sua voluminosa “Storia della rivoluzione fascista”, non sarà da meno, sottolineando, in particolare, gli ultimi attimi di vita del martire:

Dopo qualche colpo ancora e qualche altro ferito tra gli aggressori, la mano destra era completamente inabile; la fasciò con un fazzoletto ed imboccò, correndo, la stradale di Montemilone.

Egli non sparava più, correva; percorse così altri due chilometri circa: i suoi nemici non gli erano più sotto; avevano paura di stragli da presso e lo inseguivano a fucilate: una palla di fucile militare mod. 91 lo colpì all’anca. Cadde per non rialzarsi più.

I suoi carnefici gli furono sopra e Riccardo Barbera sputò ad essi in viso: il suo corpo fu straziato da venti pugnalate.

I suoi assassini si dispersero fuggenti, per essere riuniti più tardi sulle porte della galera. (3)

In tutti i racconti viene sottolineato il ruolo del cavallo, non solo per la drammaticità che conferisce alla narrazione, ma anche perché l’animale è, nelle campagne meridionali dell’epoca, una presenza costante della vita del bracciante e non solo, al punto di dormire talora nella stessa casa.

Infatti, a Gioia del Colle, qualche mese prima della morte del Barbera, il 1° luglio del 1920, sono stati agrari a cavallo che, usciti al galoppo dalla masseria nella quale si erano asserragliati, aprono il fuoco sulla folla dei braccianti che li assedia, perché pretendendo il pagamento di una giornata di lavoro non concordata.

Scene di altri tempi si verificano così nelle campagne gioiesi, con uomini appiedati inseguiti da altri a cavallo, nell’alternarsi di spari e urla.

Aldilà degli specifici episodi, l’animale resta il modo migliore per spostarsi – nel modo più veloce – da un posto all’altro, anche laddove di vere e proprie strade non ce n’è.

E poiché lo spostamento rapido di numeri consistenti – o almeno della maggior forza possibile – è una necessità imposta ai fascisti dalla loro stessa minorità numerica, per esigenze di autodifesa, essi ben presto si decidono ad adottare con metodo questa contromisura.

 I pochi uomini in camicia nera si dividono tra il presidio della sede, che resta sempre, per i sovversivi, il primo obiettivo da colpire, e la perlustrazione dei dintorni. Nasce così la “cavalleria fascista”, composta da squadre che, in sella ai quadrupedi, armate di fucile, vanno, dove occorre, a prestare soccorso e disperdere i nemici, con un impiego che va ben oltre la previsione dell’originale ideatore:

L’idea si deve al marchese De Torres (che rappresentava, per l’acquisto di vino pugliese, l’omonima e celebre casa di vini spagnola), il quale, trovandosi nello stabilimento vinicolo di Caradonna, alla notizia dei moti sovversivi invitò il Capitano Caradonna ad usare i cavalli per soccorrere le stazioni dei Carabinieri e i municipi attaccati dai bolscevichi. (4)

 

Questi giustizieri a cavallo, nell’immaginazione popolare, assumono ben presto i caratteri della leggenda:

 

Cavalieri abbrunati della morte

come la notte cupa.

Scendete dalla pugna fraticida

al suon del passo del vostro cavallo

siccome una sfilata di fantasmi

sospinti dal destino.

Scendete mestamente nella notte

impugnando la briglia dentro il pugno

d’acciaio che si armò per la difesa

del più sacro diritto.

Lontano, Minervino si riveste

d’un tramonto d’opale come sangue

è sangue, fu versato, d’innocenti

dalla folla briaca.

Come la notte avete scuro il cuore,

cupo presagio! Luccica nel guardo

una lacrima ardente, pei fratelli

massacrati…morenti.

L’idra del bolscevismo, le piovre

assetate di sangue hanno compiuto

l’atto insano. Piangete, ma tempratevi

nel sacro giuramento di vendetta.

Cavalieri abbrunati della morte (5)

 

FOTO 3: Riccardo Barbera

FOTO 4: il cippo commemorativo

 

 

 

NOTE

  1. PNF, Federazione provinciale di Terra di Bari, I Caduti del fascismo di Puglia, Bari 1932, pag. 22
  2. Nicola Copertino, Feruccio Barletta, i martiri fascisti ed i moti di Minervino Murge bolscevica (1919-21), Bari 1924, pag. 86
  3. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929, vol. III, pag. 70
  4. Pierfranco Bruni, Giuseppe Caradonna e la Destra Nazionale, Roma 1996, pag. 44
  5. Nicola Copertino, cit., pag. 78

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 10 Febbraio 2021

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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