I «benandanti» di Carlo Ginzburg: torna un classico dell’etnologia – Giovanni Sessa

I «benandanti» di Carlo Ginzburg: torna un classico dell’etnologia –  Giovanni Sessa

Nel 1966, gli studi etnologico-antropologici subirono in Italia un’accelerazione stimolante, grazie alla pubblicazione di un volume di un giovane ricercatore torinese, Carlo Ginzburg, che fece subito discutere. Ci riferiamo ad un’opera diventata oramai un classico in argomento, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra ‘500 e ‘600, da poco nelle librerie in nuova edizione per i tipi dell’ Adelphi (pp. 311, euro 24,00). Il volume è arricchito da una Appendice dell’autore, mirata a contestualizzare l’opera nella cultura del tempo in cui fu scritta e pensata. In quel frangente storico, lo studioso assunse la decisione di dedicarsi allo studio storico della stregoneria, apparentemente senza uno specifico significato. In realtà, alle spalle di tale scelta, vi era, innanzitutto, la cultura sulla quale il giovane Ginzburg si era formato: i gramsciani Quaderni del carcere lo avevano indotto ad interessarsi alle culture espresse dalle classi subalterne, le pagine di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, gli avevano esplicitato il retaggio atavico della cultura contadina del nostro Meridione, mentre Il mondo magico di Ernesto De Martino, gli aveva chiarito in qual modo la magia fosse stata, per millenni, l’espediente con il quale i ceti subalterni facevano fronte alla «perdita della presenza», all’entropia della vita. Sotto il profilo inconscio, un ruolo non secondario rispetto all’interesse per la storia della stregoneria, in Ginzburg deve averlo giocato il suo essere ebreo ed aver assistito alla persecuzione nazista. L’ebreo, come la strega, ha incarnato nel processo storico europeo, il ruolo di capro espiatorio. Da uno dei suoi maestri, Delio Cantimori, il giovane fu indotto a studiare i processi dell’Inquisizione conservati presso l’Archivio di Stato di Modena. Si imbatté, così, nella figura di Chiara Signorini: «accusata di aver gettato un maleficio contro la padrona che l’aveva cacciata dal podere dove lavorava» (p. 285). Dalla documentazione riguardante tale processo, il giovane studioso colse la distanza che separava le effettive risposte della contadina dalle aspettative degli inquisitori. Tali documenti processuali contenevano una storia paradigmatica di embrionale lotta di classe. Nel 1962 Ginzburg rintracciò, nel fondo del Sant’Uffizio di Venezia, un documento riguardante un bovaro friulano di nome Menichino, denunciato come benandante (coloro che vanno, vagabondi). Questi aveva raccontato che tre o quattro volte all’anno (equinozi e solstizi) si recava in spirito al campo di Josafat assieme a numerosi benandanti come lui, armati di rami di finocchio, con i quali si battevano contro le schiere delle streghe, loro avversarie.

   Nell’Archivio arcivescovile di Udine, Ginzburg rinvenne la documentazione relativa a circa cinquanta processi contro i benandanti. Questi narravano di essere: «nati con la camicia (avvolti cioè nel cencio amniotico)» (p. 287) e, per questo, costretti alle contese con streghe o stregoni. Quando risultavano vincitori, i raccolti erano abbondanti, al contrario, quando venivano sconfitti dalle schiere del male, si sviluppava la carestia. Gli inquisitori, con la tortura e l’interrogatorio «suggestivo»: «cercarono di indurre i benandanti ad ammetter di essere stregoni […] ma solo dopo cinquant’anni […] questi finirono con l’ammettere […] il sabba diabolico» (p. 287). Nelle pagine del libro, luminose nella loro ingenuità ed innocenza, si stagliano le figure di Paolo Gasparutto, Battista Moduco, Maria Panzona, Anna La Rossa, Michele Soppe, per ricordarne alcune. L’autore ci presenta le loro voci in modo diretto, senza alcuna mediazione. Alcuni tra i critici hanno ravvisato nelle pagine di Ginzburg uno sbilanciamento a favore dei contadini, una scarsa attenzione nei confronti della voce ufficiali degli uomini dell’Inquisizione. In realtà, a nostro giudizio, lo studioso ricrea il giusto equilibrio esegetico, se è vero che, fino ad allora, l’unica voce ascoltata era stata quella ufficiale.

   Dai racconti dei contadini si evince: «uno strato profondo di cultura […]  a cui si era sovrapposto uno strato cristiano più superficiale» (p. 289). Ci riferiamo alla cultura della religione cosmica, dei culti agrari e femminili di fertilità, che riconoscevano nella potenza irradiante e creativa della physis, la sola trascendenza possibile. Quindi, per il Friuli, rileva l’autore, è possibile affermare che: «la stregoneria diabolica si diffuse come deformazione di un precedente culto agrario» (p. 289). Il  caso dei benandanti friulani va inserito in un contesto più vasto, relativo a varie regioni euroasiatiche, a conferma che il cristianesimo non rappresenta se non la patina superficiale dell’ethos europeo, sotto la quale, in modo evidente almeno fino al Seicento, sopravvivevano culti di origine «pagana». A tale tesi, Ginzburg perviene alla luce del metodo comparativo «più propriamente storiografico» (p. 290): sostiene, sia pur in modalità rapsodica, che lo stesso contesto valoriale colto a monte del fenomeno dei benandanti, fosse presente nello sciamanesimo.

Al centro di tale parallelismo, è posta la figura del baltico Thiess, di ottantasei anni, accusato nel 1691 di licantropia. L’estasi sciamanica ha svolto il medesimo ruolo, presso le comunità in cui è diffuso tale fenomeno spirituale, della magia: dare una spiegazione alla «perdita della presenza», alla malattia mortale che investe la vita, sotto specie di tendenza entropica alla dissoluzione, al disordine, alla fine. Lo sciamano e il benandante sono, nell’accezione di De Martino, «eroi culturali». Per le ragioni ora presentate, Mircea Eliade, insigne storico delle religioni romeno, si occupò dei benandanti nel volume Occultismo,stregoneria e mode culturali. Saggi di religioni comparate (Torino, 2018).

   Questo studio di Ginzburg confermò, sul finire degli anni Sessanta, le ricerche dell’egittologa Margaret Murray, allieva di Frazer, interessata alla magia dei primitivi. Fu la prima studiosa che, fondandosi su una documentazione prevalentemente inglese relativa ai processi di stregoneria, rivalutò: «l’attendibilità […] di quelle confessioni», estorte con la violenza. Dietro al sabba diabolico, si celavano i culti precristiani di fertilità, nei quali i giudici non sapevano vedere, invece, che perversione demoniaca. Tale posizione teorica fu confermata da Jean Marx e da Weiser-Aall che rilevò i tratti di prossimità tra stregoneria colta e popolare. Ecco, ciò che è vivo e conta davvero ne I benandanti, a circa cinquant’anni dalla prima edizione Einaudi, è l’l’attenzione posta sullo sfondo ancestrale della cultura europea. Lo schema esegetico fondato sulla lotta di classe, sulla individuazione della cultura degli oppressi, ci pare, al contrario, del tutto accessorio.

Giovanni Sessa

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Giovanni Sessa il 22 Febbraio 2021

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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