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Tempio e Persona – prima parte – Marco Migliorini

Tempio e Persona – prima parte – Marco Migliorini

L’archeologia non è semplicemente una scienza del passato; come ogni disciplina storica, finisce per interagire col presente, non fosse altro perché nasce, sul piano epistemologico, con le curiosità, le domande, i dubbi, il metodo proprio del ricercatore e cresce man mano che l’archeologo progredisce nell’indagine. Come lo storico, in realtà, studia la storia in funzione dell’attualità, anche se non ne è sempre consapevole, così, l’archeologo, attraverso la ricostruzione del passato, mira a indagare il momento presente, a cercare risposte alle domande del suo tempo, ad offrire squarci prospettici sul futuro. Tutto ciò spiega Göbleki Tepe, città turca al confine con la Siria. Individuata nel 1963, ha attirato negli ultimi anni un’attenzione crescente, impossibile da spiegare unicamente con i progressi compiuti nell’area di scavo. Il numero e le dimensioni dei monoliti, la quantità e tipologia delle incisioni, le indagini geomagnetiche (che arrivano a ipotizzare l’esistenza di altri 250 reperti in situ), i frammenti di teschi umani e di ossa animali, la presenza di ossidiana, il carattere artificiale della collina (un vero e proprio tell), il collegamento con un lontano e misterioso passato, forse nascosto tra le stelle (disastro metoritico?), il confronto suggestivo con Stonhenge ed il fenomeno del megalitismo: fattori, questi, tutti presenti, ma insufficienti a giustificare il clamore attorno ad evidenze archeologiche che hanno da tempo oltrepassato l’ambito specialistico di pertinenza. Göbleki Tepe, collocandosi tra i 10 e i 12 mila anni fa, molto prima delle piramidi, della scrittura, dell’agricoltura e della ruota, non solo costringe a rivedere le risultanze archeologiche che credevamo acquisite, ma ci interroga con una domanda insistente: perché gli uomini costruiscono templi? Quale è il significato della presenza, in un’area così anticamente occupata dall’uomo, di templi, costruiti ancora prima che la storia e la civiltà potessero dirsi tali? Quale, allora, se esiste, il segno distintivo della civiltà e della storia? Quando possiamo parlare di storia e civiltà? Quale la relazione tra attività templare e presenza umana, tra tempio e persona? Quale necessità, in un’epoca remota, di costruire un’area templare enorme, salvo poi abbandonarla, probabilmente in modo repentino? Domande, queste, che, oltre ad appassionare gli specialisti (1), hanno, più in generale, indotto uomini di cultura, attivi in ambiti disparati, a riflettere (2). Se è vero che il tempio è costruito dall’uomo, esso è, dunque, in grado di illuminarci sul rapporto tra tempio e persona, di offrire informazioni sugli uomini che hanno immaginato, costruito e vissuto il tempio.

Partendo da Roma antica, propongo qualche considerazione ad ampio spettro sul rapporto tra tempio e persona, al fine di dimostrare che il tempio in sé considerato, pur connotato da indiscutibili specificità storiche, architettoniche e spirituali, si colloca nella scia di una consolidata tradizione, anzi, della Tradizione Universale, contribuendo in modo determinante ad illuminarci sull’uomo, sul suo passato, ma, soprattutto, sul presente e futuro dello stesso. Come è noto, il termine tempio allude, anzitutto, ad una porzione dello spazio, destinata a designare in origine il settore celeste delimitato da un sacerdote romano, l’augure (o da una carica politico-magistratuale fornita di capacità auspicale, come il console), il quale, nella zona di cielo tracciata, si cimenta nell’osservazione dei fenomeni naturali (compreso il volo degli uccelli), da cui trae un responso (augurium), capace di produrre efficacia immediata nella vita e nelle istituzioni della città. Quando si insiste sulla effettività, occorre rammentare l’antropologia dell’uomo romano (e, più in generale, di quello antico), in cui il rito, il senso del sacro, la tradizione, l’individuo (inteso in senso etimologico, come essere non separato, cioè capace di essere al contempo soggetto autonomo e parte integrante di una comunità) e la res publica sono dinamicamente fusi in una dimensione superiore, affatto peculiare e spesso non perspicua per l’uomo moderno: parlare di valore simbolico di un atto, un rito o un procedimento, non significa ragionare in termini idealistici, astratti o teorici, ma, al contrario, esercitare un’attività concreta, in quanto costantemente rivolta a raccordare e riprodurre l’ordine superiore nella società e nella vita degli uomini. Il sacerdote o magistrato che officia un rito, oltre a creare l’effetto tipico, cioè corrispondente alla fattispecie tipizzata e posta in essere (se ed in quanto vi sia corrispondenza tra rito e atto), se ne assume la responsabilità, che non è, però, mera responsabilità personale, ma anche pubblica e collettiva, perché coinvolge il destino della comunità e su di essa si riflette. L’honos magistratuale diviene, così, una sorta di viaggio o cammino iniziatico, in cui l’assunzione della responsabilità personale (e l’impegno a dare prova del proprio valore) si salda con gli effetti degli atti, posti in essere nell’esercizio della carica, sul destino della comunità. La civitas che ha eletto il magistrato è la stessa di cui il magistrato si fa garante davanti agli Dei: l’esercizio di un potere augurale e fondativo suggella le competenze del singolo magistrato e si salda, così, con il rinnovo del favor cosmico in funzione del destino di Roma. Si consideri, inoltre, che dalla radice aug- derivano termini come Augusto o auctoritas, i quali rinviano rispettivamente sia al contatto diretto con gli Dei (se non di filiazione diretta, certamente di predilezione elettiva, aspetto su cui Augusto giocherà molto, anche in termini comunicativi, propagandistici e “mediatici”) sia al potere di integrare la mancanza di capacità di agire di un terzo (l’auctoritas del tutore rispetto al minore, del paterfamilias rispetto ai figli) o di un atto di produrre gli effetti tipici (l’auctoritas del senato come potere di ratifica o autorizzazione di una rogatio legislativa magistratuale).

L’attività augurale, dunque, si presenta come un concentrato di capacità di interrogare gli Dei, di riceverne facoltà e poteri destinati a completare attività umane rilevanti sul piano pratico, con particolare riguardo alla riproduzione in terra dell’ordine celeste: ciò elettivamente avviene attraverso l’attività costruttiva, in specie l’edificazione del tempio, spazio consacrato, cioè riservato al sacro e a chi lo pratica. Un potere sacrale, necessitato, rafforzativo o integrativo: in breve, un potere di natura edificatoria. La posta in palio è il destino di Roma. Ecco allora giustificata la metafora del pontifex, il pontefice, simbolo che collega cielo e terra: il pontefice è colui che è chiamato, destinato e scelto per costruire il ponte. Non a caso, il collegio pontificale è per lungo tempo titolare esclusivo dell’interpretatio iuris. Cicerone attribuisce al fondatore, Romolo, dotato di notevoli capacità augurali, l’operazione di dividere, per mezzo del lituo, in quattro parti prima lo spazio celeste (da cui discende l’osservazione del volo degli uccelli, che porta alla disputa e all’uccisione di Remo) e, successivamente, quello terrestre, attraverso la tracciatura del sulcus primigenius, che, identificando il perimetro, fonda la città, ne permette l’organizzazione e l’identificazione in piena corrispondenza con il kòsmos celeste. Conclusa la divisione celeste ad opera degli auguri, sono gli agrimensori a procedere alle delimitazioni e misurazioni con la groma. A tal scopo, è usato un cippo, recante il decussis, cioè le linee del cardo e del decumano a forma di croce, come base per il funzionamento della groma. Anche Augusto e Tiberio sono talvolta raffigurati con in mano il lituo. I Romani attribuivano tale pratica agli Etruschi, i quali, verosimilmente, l’avevano mutuata in Oriente. Essa è nota presso i Babilonesi e menzionata nella Bibbia (3). Per concludere, tale gesto liturgico, cioè effettuato con il lituo, porta alla rappresentazione, prima celeste e poi terrestre, di una croce (simbolo non esclusivamente cristiano ed in ogni caso precristiano dal punto di vista dell’utilizzo storicamente attestato), di cui, in termini di simbologia solare, lo svastica è un’anticipazione, ampiamente conosciuto nella Tradizione Universale, legato all’osservazione della rivoluzione dei corpi celesti e alla disposizione di galassie e ammassi stellari (4).

Recenti contributi di Felice Vinci e Arduino Maiuri (5) (così come dell’amico Luigi Angelino proprio su Ereticamente (6)) confermano, per Roma antica, il dato descritto. L’ammasso delle Pleiadi (il cui numero visibile varia da 6 a 12 a seconda delle condizioni e della capacità dell’osservatore), situato nella costellazione del Toro, è legato alla fondazione di Roma per l’aspetto calendariale e astronomico, per il dies natalis dell’Urbe ed il suo nome segreto, per il romuleo sulcus primigenius tracciato sul Palatino, per le celeberrime mura serviane tufacee, per la vocazione agricola e militare dell’uomo romano; in breve, la missione e il destino di Roma, suggerite dalla lettura celeste, sono state fedelmente riprodotte sui colli adiacenti il Tevere, attraverso un rito volto ad attualizzare l’eterno, a renderlo presente ed immanente e, quindi, efficace storicamente ed operativo sia cotidie che in prospettiva futura.

In seguito, il tempio diviene il luogo e l’edificio in cui si compie l’osservazione dei segni celesti per le suddette finalità. Il tempio come spazio, luogo ed edificio nasce, dunque, caratterizzato da valenze specifiche. La principale è l’idea di separazione, di delimitazione, di sacralizzazione di una superficie, prima celeste e poi terrestre, preventivamente circoscritta; intesa, questa sacralizzazione, in senso etimologico, come area, luogo o attività riservata e dedicata solo a specifiche persone e azioni umane o divine. E’ ampiamente nota l’etimologia di sacer e di sanctus, i cui significati, rigorosamente distinti ab initio, finiscono progressivamente per sovrapporsi e intrecciarsi tra loro, anche per l’interazione del termine religio, di origine incerta e passibile di acquisire nel tempo un ampio spettro semantico. Il tempio diviene luogo e concetto che sintetizza molteplici aspetti. L’idea di uno spazio riservato, dedicato (inizialmente alla divinità mediante un recinto), sottoposto a regole (anche giuridiche: a Roma, complice la precoce distinzione tra ius e fas, il ius sacrum, rivolto a disciplinare l’attività religiosa, dedicatoria e sacrificale svolta nel tempio, si differenzia presto dal ius civile) diverse da quelle ordinarie e, perciò, isolato e capace di offrire protezione (è la storia del diritto di asilo, conosciuta presso Ebrei, Egiziani, Greci e Romani e, dal medioevo in avanti, anche dalla Chiesa Cattolica); uno spazio destinato a rinsaldare i legami (re-ligio da ligare) tra uomo e divinità, oltre che tra gli stessi uomini che vivono e frequentano il tempio, anche attraverso la pronuncia selettiva di formule. Qui gioca la possibile seconda derivazione di religio, imparentata con il termine legere: lex, in origine, è una pronuncia vincolante. In ogni caso, il tempio presuppone la rigorosa adozione di rituali attentamente studiati per produrre l’effetto desiderato e, addirittura, la necessità di un abbigliamento adeguato, sia da parte del celebrante sia, talvolta, da parte della comunità che assiste e partecipa.

La sacralizzazione implica compresenza di umano e divino: con questo atto, il ponte, il collegamento diventa coesistenza e coabitazione, che integra un rapporto di analogia, cioè la concettualizzazione della corrispondenza tra alto e basso, cielo e terra, uomo e universo, macrocosmo e microcosmo. Lo scopo è evidente: replicare nelle cose umane, per quanto possibile, l’ordine, l’armonia, la ciclicità, la regolarità osservata in cielo. Per usare il linguaggio esoterico, siamo nel mondo di Ermete Trismegisto, del dio Thot e della Tavola di Smeraldo: “E’ vero, senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della cosa unica”. Un mondo, peraltro, riecheggiato anche nei vangeli apocrifi, ma già largamente annunciato nella cultura egizia e pitagorica, dove, con pur con accenti diversi, la vita umana (soprattutto e prima di tutto, quella del Faraone, almeno fino al 1500 a.C. circa) è sostanzialmente un viaggio iniziatico verso la reintegrazione dell’individuo nel Tutto, attraverso la riunificazione e ricomposizione da operare anzitutto dentro se stessi. Il Faraone, per lungo tempo, deve dimostrare di meritare il ruolo e il titolo, superando, all’atto dell’accettazione della carica, una serie di prove iniziatiche, sostenute nei grandi centri spirituali egizi, che, da un lato, legittimano la pretesa regale, la fondano e giustificano sia sul piano politico che su quello sacrale; dall’altro, conquistando, attraverso il superamento delle medesime, il proprio posto nel mondo e sul trono, il Faraone automaticamente reintegra l’Egitto nell’ordine cosmico universale. Il viaggio non è solo iniziatico: il Faraone deve fisicamente spostarsi e recarsi da una città all’altra per affrontare le varie prove.Il viaggio del Faraone ha una molteplice valenza, personale e collettiva, concreta e simbolica e diviene, così, un modello per tutti gli ordinamenti politici del mondo antico (e non solo), laddove la reintegrazione armonica del sé comporta l’esatta collocazione dell’intera società e civiltà rappresentata nell’ordine cosmico universale. Ed ha particolare significato perché, come sappiamo bene, simile concezione investe, nel mondo egizio, qualsiasi forma di vita: ogni cosa, animata o inanimata ha, nella cosmologia egizia, una collocazione e una funzione nel mondo. Il compito fondamentale del viaggio iniziatico del Faraone è proprio di rinnovare, riassumere e ricapitolare il particolare nell’universale, di cui si assume la responsabilità e di cui si fa garante. Il Faraone diviene così la ‘grande casa’ nella quale l’Egitto trova la propria coerente collocazione.

E’ nota, quanto al tempio, l’etimologia dal greco témenos (infinito témnein), che, nella cultura indoeuropea (lo stesso vale per il mandala), si associa ad un dato antropologico oggi smarrito persino nella memoria: la riproduzione, nella società umana, di quell’ordine cosmico che l’uomo antico intuisce e vede ripetersi a cicli regolari osservando il moto degli astri. Il tempio è, come la civitas, luogo di congiunzione tra cielo e terra, perché è edificio e spazio rivolto a riprodurre in terra il kósmos celeste. Il tempio implica contemporaneamente separazione e confine (il profano è colui che sta pro-fano, davanti al e fuori dal tempio), predica ed evoca identità, rinvia al limes individuale e collettivo. Senza tempio, sappiamo davvero chi siamo? La logica del tempio rinvia ad un meccanismo fisiologico nel mondo antico ed oggi contrastato dall’ideologia dominante in chiave globalista: la necessaria, preliminare e imprescindibile definizione della propria individualità e personalità (come soggetto e come comunità) prima di poter cominciare il dialogo con l’altro da sé. Solo se si è sicuri della storia e della tradizione di cui si è alfieri e portatori si può imbastire una trama comunicativa con gli altri. Il tempio dimostra la necessità di rispondere preliminarmente alle tre domande classiche (chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo) prima di provare a comunicare efficacemente col mondo esterno. In chiave culturale, la metafora e la simbolica del tempio sembra suggerire che, solo se prima si è sicuri di se stessi, della propria visione del (e posizione nel) mondo, è allora possibile uscire dal tempio per costruire la civitas. Ecco affiorare la ratio e l’estetica del limes, intesa nel senso predetto, cioè con valenza costruttiva: dobbiamo costruire templi, cioè muri, prima di costruire ponti. Dobbiamo costruire muri, cioè templi, prima di essere ragionevolmente certi che i successivi ponti non siano a rischio di crollo. Senza identità, non c’è né ci può essere dialogo o confronto. Viceversa, solo la consapevolezza di possedere una propria identità matura e strutturata permette di non temere l’apertura, ed, anzi, rende l’accoglienza e lo scambio possibile, fruttuoso e fecondo.

Simili considerazioni comportano conseguenze precise. Anzitutto, lo smascheramento dell’ipocrisia di ogni proposta di integrazione della diversità basata sui canoni dogmatici del politically correct. Prima, è indispensabile interiorizzare il valore etico ed estetico del limes. In secondo luogo, una politica di accoglienza, priva della mediazione fornita dall’identità, dalla storia personale e collettiva, dal retaggio ancestrale, dalla consapevolezza di se stessi come individui e come popolo, produce confusione e smarrimento, che, in alcuni casi, sembra programmato e preordinato per evidenti finalità politiche, sociali ed economiche. La sacralizzazione, la teoria e la pratica del limes, strumento per una identità matura e strutturata, viatico imprescindibile per un dialogo fruttuoso, corrisponde, sul piano esoterico ed iniziatico, alla logica del VITRIOL alchemico: l’isolamento è indispensabile per rinvenire la pietra filosofale, trovare l’oro sapienziale incorruttibile, realizzare la Grande Opera come trasmutazione interiore. Il tempio incarna perfettamente questo modello. Conseguentemente, centrale è la nascita di un linguaggio, di una ritualità, di un assetto comportamentale condiviso tra i membri come conseguenza della separazione: per capirsi (e poi, per farsi capire) è necessario strutturarsi e identificarsi attraverso riti, lingua, cultura, modo di vita. Dunque, la costruzione del tempio sembra ispirarsi ad una regola di razionalità e di buon senso, assai diffusa nelle varie culture, dove, al di là della specificità delle singole forme templari, torna spesso anche l’analogia tra il tempio della divinità e il corpo umano ovvero tra il tempio e l’atto cosmogonico originario.

Note:

1 – K. SCHMIDT, Sie bauten die ersten Temple. Das rätselhafte Heiligtum der Steinzeitjäger, München 2006;

2 – Si veda, ad esempio, AA.VV., Tempio e persona. Dall’analogia al sacramento (a cura di F.V. Tommasi), Verona 2013, che, inserendosi in una lunga e gloriosa tradizione di studi (religiosi, filosofici, architettonici, storici), esamina, anche alla luce dei dati offerti da Göbleki Tepe, il rapporto tra tempio e persona. Il quesito è stringente e attuale non solo perché gli scavi a Göbleki Tepe sono tuttora in corso, ma anche perché nella zona circostante stanno emergendo altre aree con caratteristiche analoghe: il fenomeno attestato a Göbleki Tepe, dunque, non sembra isolato;

3 –  Is., 47, 13-15, in tono dispregiativo, profetando l’imminente crollo di Babilonia: “Hai cercato fino a stancarti il consiglio degli indovini! Si presentino ora a salvarti quelli che osservano le stelle e consultano la mappa del cielo, per dirti ogni mese cosa accadrà. Essi sono come paglia: il fuoco li brucerà! Non scamperanno alle fiamme. Non resterà nemmeno un po’ di brace per cuocere il pane, o un semplice fuoco per sedersi accanto. Così diventeranno i tuoi consiglieri che ti preoccupi di consultare fin dalla tua giovinezza! Ognuno se ne andrà per i fatti suoi; non resterà nessuno a salvarti”. Tra i titoli del re assiro, vi è quello di “Re delle quattro regioni”, che allude alla divisione celeste e terrestre in quattro zone, effettuata mediante l’operazione liturgica;

4 – Per il significato di ciclo rivoluzionario eterno dello svastica, si veda C. BONDI-M. MORUCCI, Svastica. Simbolo sacro universale, Roma 2018. Lo svastica è simbolo indoeuropeo, il cui reperto più antico, trovato in Ucraina, risale al 10.000 a.C. Non siamo lontani, come si vede, dalla datazione di Göbleki Tepe;

5 – Si veda, in particolare e per tutti, A. MAIURI-F.VINCI, Mai dire Maia. Un’ipotesi sulla causa dell’esilio di Ovidio e e sul nome segreto di Roma (nel bimillenario della morte del poeta), in Appunti Romani di Filologia, 19, 2017, pp.19-30;

6 – L. ANGELINO, I miti della fondazione, il periodo arcaico ed il nome segreto di Roma, in Ereticamente 10/2019.

Marco Migliorini,

professore di Storia del Diritto Romano (Corso di Laurea di Giurisprudenza) e Storia Romana (Corso di Laurea in Scienze del Turismo) presso l’Università degli Studi dell’Insubria, sede di Como, dove in passato ha insegnato Diritto Greco Antico, Esegesi delle Fonti del Diritto Romano e tenuto seminari ed esercitazioni in Istituzioni di Diritto Romano.

(continua…)

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Categorie: Sapienza Arcaica

Pubblicato da Ereticamente il 9 Gennaio 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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