San Piero a Sieve, 10 Dicembre 1920: Il “Primo Omicidio” degli Squadristi – Pietro Cappellari

San Piero a Sieve, 10 Dicembre 1920: Il “Primo Omicidio” degli Squadristi – Pietro Cappellari

Al Dicembre 1920 si fanno risalire le prime spedizioni punitive squadriste, come istintiva reazione allo stato di disordine, caos e violenza del Biennio Rosso: il 7 Dicembre, a Castel San Piero dell’Emilia (Bologna), quattro autocarri di fascisti al comando di Gino Baroncini invasero improvvisamente il centro cittadino. Per rappresaglia alla precedente aggressione di un loro compagno, gli squadristi assalirono Municipio, Camera del Lavoro e Lega contadina, prelevando materiali di propaganda e documenti che verranno poi bruciati nella piazza centrale di Bologna. È quella che può essere indicata come prima spedizione punitiva dei fascisti.

Ovviamente, anche prima di questo episodio i fascisti si erano resi protagonisti di violenze in danno dei sovversivi, ma quello che si registrò nel Dicembre 1920 fu una novità di non poco conto: allo scontro di piazza, che da sempre aveva contraddistinto la lotta politica in Italia, ben prima della comparsa dei Fasci, si sostituì l’azione militare, una pianificazione militare, una strategia militare. Pochi fascisti, armati essenzialmente di rivoltelle e bastoni, muniti di autocarri, piombavano in paese ove si era registrata una “provocazione” sovversiva (una bandiera rossa issata su un Comune, uno sciopero, un comizio, ecc.) oppure una violenza contro un “nemico di classe” del socialismo (fosse un fascista, un proprietario terriero, un membro delle Forze dell’Ordine) e procedevano ad una “rappresaglia”. Essenzialmente, il più delle volte, ci si limitava a sottrarre il vessillo rosso che sventolava sul Municipio, sostituendolo con il tricolore. Ma tale “provocazione” fascista, di certo, non poteva passare inosservata e rimanere impunita da chi la bandiera rossa aveva issato e “dominava” il paese. Lo scontro fu inevitabile. E dalle legnate si passò consequenzialmente alle fucilate, alle sparatorie. Ovvio che, presto o tardi, il morto ci sarebbe “scappato”… Del resto, il Biennio Rosso, quando i fascisti ancora non c’erano, era stato costellato da una serie impressionanti di stragi proletarie e delitti di sangue sovversivi… e così sarebbe stato, fino alla rivoluzione “liberatrice”, quando le “vittime” di oggi si sarebbero trasformate in carnefici.

Il primo omicidio che si attribuisce agli squadristi si verificò a Pianvallico di San Piero a Sieve (Firenze) il 10 Dicembre 1920, quando i fascisti assassinarono il settanduenne Giovanni Sitrialli.

Così, oggi, viene ricostruito l’episodio:

 

Accade che i contadini entrano nel parco di Villa Schifanoia della Marchesa Cambray Digny per chiedere l’applicazione dei patti agrari. La Marchesa giudica l’iniziativa una vera aggressione politica, li diffida dal chiudere affari, ignorando i diritti padronali. Alla rottura di una vertenza, i contadini lanciano ciottoli contro le sue finestre e lei imbraccia una carabina. Il Segretario della Federazione Colonica Ottorino Orlandini rivendica il diritto di veder sventolare sul tetto della villa la bandiera bianca, simbolo di riscossa.

Da Firenze un camion di fascisti arriva a Pianvallico, dove un gruppo di contadini ha accolto l’invito di Orlandini, issando la bandiera bianca. Il colono 72enne Giovanni Sitrialli, detto Giannara, iscritto alle Leghe bianche, è freddato con un unico colpo di pistola in fronte[1].

 

Davanti a tale atto di barbarie altro non si può aggiungere. Sebbene il compito dello storico non sia quello di giudicare – in caso contrario si sarebbe prima di tutto dei moralisti -, la condanna di siffatte violenze non può che essere totalitaria e dobbiamo rimarcarla: i morti per noi sono tutti uguali e meritano tutti uguale pietas.

Un povero ed anziano contadino ucciso in spregio ad ogni senso umanità, da sicari al soldo dei “padroni”, per puro divertimento si direbbe. Un atto criminale.

Tuttavia, sembra che le cose non siano andate come una certa vulgata – sempre a caccia di crimini da attribuire al “male assoluto” e così poco attenta alla memoria delle vittime – le dipinge, pro domo sua, da diversi decenni.

Per prima cosa occorre inquadrare l’omicidio nel contesto storico, cosa che nessuno fa mai, perché questo inquadramento non risulta funzionale alle ricostruzioni di comodo. Ma questo inquadramento è imprescindibile se si vuole comprendere cosa accadde, perché costituisce il precedente.

In Toscana, come in Italia, l’ordine pubblico era stato compresso nel corso del 1919 da imponenti agitazioni contadine che, con la scusa della revisione dei patti agrari, avevano trasformato le campagne in veri e propri “feudi rossi”, dove spadroneggiavano le onnipresenti Guardie Rosse. Gli agrari, impossibilitati a reagire, in balia degli eventi, dovettero per forza di cosa scendere a patti con le Leghe protagoniste delle agitazioni, trattando – per la prima volta – in condizione di inferiorità davanti ai contadini in rivolta. In Toscana si giunse così ad un accordo con le Leghe rosse che sembrò soddisfare gli esponenti socialisti. Non fu così però con le Leghe bianche – in feroce concorrenza con quelle rosse – che respinsero l’accordo. Queste continuarono nell’agitazione abbandonandosi anche “ad atti di violenza oltreché a dolosa violazione dei patti a tal segno da rendersi responsabili di specifiche forme di reato”[2].

Nel Mugello oggetto delle violenze delle Leghe bianche fu anche la Marchesa Marianna de Cambray Digny, proprietaria di tenute agricole a San Piero a Sieve, un Comune ad una trentina di chilometri a Nord di Firenze, subita assurta a “nemico di classe” da combattere.

Fu così che il 6 Novembre 1920 e, poi, anche il 1° Dicembre successivo, che “schiere numerosi di mezzadri si presentarono davanti alla villa dell’anziana Contessa e, con il pretesto di ottenere la consegna dei libretti con i relativi saldi colonici, si abbandonarono ad atti di violenza, prendendo a sassate le finestre della villa, svellendo delle persiane e arrecando altri danni al fabbricato”[3].

La situazione nelle campagne durante il Biennio Rosso (1910-1920) era giunta al collasso. Un’agricoltura ancora per certi aspetti primitiva, la disoccupazione dilagante, gli ingiusti rapporti di lavoro, l’egoismo degli agrari, furono le premesse dell’esplosione delle agitazioni contadine guidate dalle Leghe rosse e bianche. Agitazioni costellate da una serie impressionante di violenze

Quando l’eco delle violenze esplose nel Mugello giunse a Firenze, il Fascio cittadino – che allora cominciava a muoversi verso lo scontro frontale col sovversivismo – organizzò una puntata nella regione. Dieci fascisti fiorentini, su un autocarro guidato da due amici, si apprestarono a “fare un giro” per le campagne in mano alle Leghe bianche.

Da quello che si evince dalla relazione dei Carabinieri sui fatti, si trattò di un’iniziativa spontanea, non ordinata da nessuno, tanto che si entrò nella “regione nemica” senza sapere dove andare. Una decina di fascisti – perché di molti di più non ve n’erano di certo a Firenze – magari con il “vestito della Domenica”, giacchetta, cravatta e cappello a falde. Probabilmente, si indossò anche un cappotto. Qualcuno, per difendersi, date le forze in campo e le violenze registrate, portò la sua rivoltella personale. Il rischio di venire sopraffatti era una concreta realtà.

Fu così che si partì alla volta del Mugello. La “svolta” avvenne quando su una villa di San Piero a Sieve, videro sventolare un tricolore. Certamente, pensarono, lì abitava una persona di sentimenti patriottici. Raggiunta l’abitazione, sorse un problema. Come farsi ricevere. Allora tre fascisti – probabilmente quelli che erano vestiti meglio – scesero dall’autocarro, si presentarono al cancello e dissero di essere rappresentanti dell’Agraria, sperando in questo modo di ottenere la benevolenza del proprietario. Ma questi era la Marchesa Marianna de Cambray Digny, che non si fece certo incantare dai nuovi venuti. Alla richiesta dei documenti, ai fascisti non restò altro da fare che presentarsi per quello che erano veramente, mostrando i distintivi del Fascio appuntati sulla giacca.

La donna li accolse nella sua villa – la famosa Villa Schifanoia – e raccontò loro quanto era avvenuto negli ultimi tempi, le violenze sovversive sofferte, i danni subiti. Concluso l’incontro, i tre fascisti tornarono in paese, dove gli attendevano gli altri sette compagni e i due amici che si erano uniti loro come conducenti. Nessuno in paese aveva più di tanto badato a loro. Forestieri certo, ma nessuno immaginava potessero essere fascisti. Di fascisti, in quelle zone, non se ne erano mai visti.

Decisero di andare a parlare subito con il locale Segretario del PPI, tale Alfredo Bartolini, mentre alcuni si distaccarono per conferire direttamente col Parroco Don Giuseppe Ciani, la cui influenza sul Partito Popolare era ovvia. I fascisti ingiunsero “ad entrambi di desistere dal fare propaganda tra i mezzadri e di fare opera di persuasione affinché cessasse l’agitazione in corso, affermando che la sola bandiera che potesse essere esposta era quella nazionale, mentre quelle banche issate sui pagliai e sulle case coloniche dovevano essere abbassate”[4].

Conclusa l’ammonizione, gli squadristi salirono sull’autocarro e si apprestarono a fare un giro per le campagne. In molti edifici rurali erano issate le bandiere bianche della Lega, simbolo dell’agitazione in atto: i mezzadri avevano occupato le aziende agricole, espropriando di fatto gli agrari. I fascisti non si fecero di certo impressionare e scesi dal mezzo imposero, anche mano armata, la rimozione del vessillo che svettava su alcune case. I mezzadri ottemperarono all’ordine, senza reagire.

Tolta la bandiera dal pagliaio di Fabiano Bastioni, in frazione Pianvallico, sulla strada che da San Piero a Sieve conduce nella vicina Scarperia, gli squadristi risalirono sull’autocarro considerando conclusa la loro spedizione, apprestandosi a rientrare a Firenze. Tuttavia, fatti appena 150 metri, avvenne il dramma.

Secondo la ricostruzione dei fatti della vulgata, i fascisti, non soddisfatti delle loro imposizioni, assassinarono un povero vecchio, tale Giovanni Sitrialli, concludendo con questa barbarie la loro violenta incursione.

Annotazione scarna, essenziale, terribile, ma soprattutto funzionale a destare raccapriccio, vergogna, dolore.

Come morì il povero Sitrialli? Perché venne ucciso? Domande senza senso. I fascisti agivano così, da barbari sicari… al soldo dei “padroni”. E il cerchio si chiude. Senza aggiungere altro.

Eppure, qualcos’altro si poteva, e forse si doveva, aggiungere, anche perché – come abbiamo visto – gli squadristi erano partiti per il Mugello “d’istinto”, dopo aver saputo delle violenze in atto, a quanto pare senza essere chiamati da qualcuno – tanto meno dall’Agraria -, muovendosi in territorio nemico, senza nessun appoggio e, soprattutto, senza sapere cosa effettivamente fare.

Ma questo è nulla se si entra nella ricostruzione dei fatti. Perché il castello della vulgata crolla come d’incanto. Infatti, la versione data dai familiari della vittima dipingeva il fatto come “accidentale” e non come una barbara esecuzione, tanto cara alla vulgata. Il figlio di Sitrialli sostenne che i fascisti, dopo aver imposto al colono vicino l’abbassamento della bandiera bianca, si erano diretti verso la propria casa gridando: «Fuori! Fuori!». Non avendo avuto soddisfazione, cercarono allora di abbattere la porta. I residenti fecero massa con il loro corpo per bloccare la porta, fino a che gli squadristi spararono contro di essa, finendo per colpire in piena fronte il povero Giovanni. Non essendo riusciti nella loro impresa, gli squadristi desistettero, risalirono sull’autocarro e fecero per andare via. Al che, Alfredo, il figlio dell’ucciso, prese un fucile e sparò contro gli assassini del padre. A detta dei famigliari, i fascisti nemmeno si erano accorti di aver ucciso qualcuno[5].

Questa versione dei fatti, già da sola, dipinge uno scenario molto diverso da quello che da decenni si tenta di accreditare come realtà storica di fatto e basterebbe probabilmente solo questa a chiarire cosa avvenne, mettendo a tacere tutti coloro che vogliono speculare politicamente sulla morte del povero Giovanni.

Potremmo, quindi, fermarci qui. Eppure… eppure le cose non andarono nemmeno come vennero raccontate dai famigliari, in quanto la Stazione dei Carabinieri Reali di Scarperia indagò subito sul caso, raccolse le testimonianze e relazionò tutto alla Magistratura, che contro i responsabili dell’omicidio istituì un regolare processo. Processo da sempre “occultato”, in quanto la risultanza processuale non poteva essere d’ausilio alle fantasiose visioni ideologizzate della vulgata.

Veniamo ai fatti, allora, come accertati dai Carabinieri e dalla Magistratura dopo un regolare processo.

Quel 10 Dicembre 1920, la scorribanda dei fascisti nei poderi dei leghisti bianchi non era di certo passata inosservata e, se tutti avevano ottemperato alle ingiunzioni dei fascisti di togliere le bandiere bianche e cessare l’agitazione in atto senza opporre la ben che minima resistenza, alcuni decisero di aspettare al varco gli squadristi e dar loro la lezione che si meritavano.

Prima precisazione. Chi erano i dieci militanti del Fascio di Firenze che presero parte alla spedizione: Manfredo Chiostri, Italo Capanni, Bruno Frullini, Luigi Zamboni, Mario Nerbini, Massimo Escard, Piero Rossi, Bruno Rosai, Carlo Nobili e Gerardo Meli. Questi erano accompagnati da Pasquale Lazzeri e Angelo Massai, proprietari dell’autocarro utilizzato nell’incursione. Alcuni di questi faranno una lunga carriera politica.

L’ultimo podere visitato, come abbiamo detto, era stato quello di Fabiano Bastioni. I fascisti, armati di rivoltella, pretesero la consegna della bandiera bianca che svettava sul fienile. Il contadino, dopo essere stato disarmato di un coltello da lavoro che aveva in mano, prese la scala ed eseguì senza far storie l’ordine. Poi, i fascisti sequestrarono in casa del colono un fucile da caccia, ma dopo le rimostranze del Bastioni – che faceva notare, tra l’altro, che il fucile era un vecchio avancarica – decisero di restituirlo al proprietario ed andare via, tornando a Firenze.

Tutto si sarebbe concluso così se, a circa 150 metri dal casale di Bastioni, qualcuno stava aspettando al varco i fascisti.

Presso l’aia del colono Sitrialli, infatti, si erano radunati “parecchi contadini armati di forconi e chi di randelli, decisi a reagire qualora i fascisti avessero ripetuta la stessa imposizione fatta agli altri coloni”[6].

La scena venne ben descritta non dai fascisti, sia chiaro, ma da alcuni operai – estranei alla contesa – che per caso si trovarono a passare su quella strada: “Nei pressi dell’aia dei Sitrialli vi scorsero sette o otto contadini armati di forconi e nell’atteggiamento di chi attende per compiere un’aggressione”[7].

Avvistato l’autocarro degli squadristi, Alfredo Sitrialli prese il fucile e sparò due colpi contro il mezzo. Gli stessi Carabinieri accertarono il fatto, smentendo lo sparatore, anche attraverso una perizia balistica che evidenziò come il mezzo dei fascisti fosse stato colpito nella parte anteriore mentre arrivava e non nella parte posteriore quando fuggiva via, come dalla ricostruzione del figlio della vittima.

Appena ricevuti i colpi, gli squadristi non fuggirono di certo. Scesero dall’autocarro, si posero dietro al mezzo e fecero fuoco contro gli aggressori con le loro pistole. Sebbene la distanza era tale da non poter prendere la mira con precisione, bastò la reazione fascista a far desistere gli aggressori da ulteriori atti di violenza.

Vennero sparati pochi colpi, se ne contarono solo undici, quindi, solo qualcuno sparò o, più semplicemente, solo qualcuno era armato.

Respinto l’agguato, gli squadristi risalirono sul mezzo per ritornare a Firenze, dirigendosi verso Scarperia.

Niente di grave, quindi. Ben altre erano state le violenze che stavano contraddistinguendo il Biennio Rosso. Senonché, durante la sparatoria, un colpo vagante aveva colpito in piena fronte l’anziano Giovanni Sitrialli, che stava osservando la scena da dietro le imposte chiuse dell’abitazione.

I fascisti seppero della disgrazia solo in serata e, come prima cosa, si diressero in Questura per raccontare la loro versione dei fatti: Zamboni, Chiostri e Capanni consegnarono oltretutto alle Autorità di PS le loro pistole.

Ma quale era la versione dei fascisti?

“Il fatto è noto. Un gruppo di fascisti, reduce Venerdì scorso attraverso il Mugello dove aveva tentato opera di pacificazione tra contadini e agrari, fu brutalmente aggredito sulla via del ritorno nei pressi di una casa colonica. L’aggressione era premeditata”[8].

“La Nazione” di Firenze – che non si può accusare di filo-fascismo – parlò chiaramente di “incidente” di “scambio di revolverate e di fucilate”[9].

La Magistratura sequestrò subito il mezzo usato dagli squadristi ed indagò i fascisti per violenza privata plurima ed omicidio. Alfredo Sitrialli e gli altri contadini – rimasti ignoti – che spararono contro gli squadristi furono indagati per mancato omicidio.

Nel Maggio 1921, però, Chiostri e Capanni vennero eletti al Parlamento. Fu così necessario ricorrere alla Camera dei Deputati per ottenere l’autorizzazione a procedere, cosa che – sia chiaro – venne concessa immediatamente.

Il Governo Bonomi, nell’Autunno 1921, fece approvare un Decreto di amnistia (R.D. n. 1414 del 5 Ottobre 1921) che condonava “i reati di violenza privata commessi in occasione di agitazione agrarie”. Fu così possibile procedere solo per omicidio contro i fascisti e per mancato omicidio contro Alfredo Sitrialli e compagni, essendo il reato di violenza privata rientrante tra quelli amnistiati.

I Giudici, ricostruendo attentamente l’accaduto, trovando riscontri oggettivi nel rapporto dei Carabinieri, nelle varie testimonianze e nelle perizie balistiche, assolsero i fascisti perché avevano agito in stato di legittima di difesa, convalidando la loro spontanea confessione fatta la sera stessa della spedizione.

Si aggravava così la posizione di Alfredo Sitrialli. Ma con lui i Giudici furono clementi. Interpretando i colpi sparati contro l’autocarro dei fascisti come non provanti una volontà di uccidere, derubricarono l’imputazione da mancato omicidio a minaccia a mano armata, fattispecie quest’ultima rientrante nell’ambito dell’amnistia già citata. Fu così che anche per lui fu disposto il non doversi a procedere.

 

Pietro Cappellari

 

NOTE

 

[1] F. Alidori, Nello, il Mugello e la Resistenza, “Patria Indipendente”, 5 Novembre 2015.

[2] Requisitoria Sezione Istruttoria, datata 20 Dicembre 1922, in ASFI, Tribunale di Firenze, Istruttoria, f. 1465/46.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Rapporto dei Carabinieri, datato 11 Dicembre 1920, in ASFI, Tribunale di Firenze, Istruttoria, f. 1465/46.

[6] Requisitoria Sezione Istruttoria, datata 20 Dicembre 1922, in ASFI, Tribunale di Firenze, Istruttoria, f. 1465/46.

[7] Ibidem.

[8] Sangue, “Sassaiola Fiorentina”, a. I, n. 8, 18 Dicembre 1920.

[9] Tragico incidente tra fascisti e coloni presso S. Piero a Sieve. Scambio di fucilate e di revolverate. Un vecchio colono ucciso. La prima versione del fatto, “La Nazione”, a. LXII, n. 297, 11 Dicembre 1920.

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Categorie: Controstoria, Storie italiane

Pubblicato da Ereticamente il 19 Gennaio 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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