Parole di potenza: come eliminare l’infovirus – Dana Lloyd Thomas

Parole di potenza: come eliminare l’infovirus – Dana Lloyd Thomas

Il linguaggio usato come clava, la finestra di Overton, le fallacie logiche, l’infovirus: anche coloro i quali, fino al 2020, non si sono occupati della natura della parola e della sua potenza nella creazione e nella distruzione della realtà, si trovano costretti dai fatti a farlo ora. In Parole di potenza: crea la tua realtà con la magia del linguaggio di Riccardo Tristano Tuis (Uno Editori 2019), troviamo molti spunti utili sull’utilizzo della parola, nella vita personale come in quella collettiva. Se l’argomento non è nuovo, ci sembra di vedere nell’uscita del libro in agosto 2019 la premonizione dell’urgenza di diffondere maggiori informazioni su un campo, quella della persuasione delle masse attraverso la comunicazione, con aspetti nuovi ma anche antichissimi.

Infatti, l’autore, seguendo un percorso già tracciato in pubblicazioni precedenti su come il linguaggio sia in grado di plasmare la realtà di ognuno, si rivolge ai campi di indagine moderni come la neurolinguistica e la propaganda mediatica, ma con una solida base nella retorica del mondo classico.

Per lunghi secoli lo studio della retorica, da Aristotele alla famosa Rhetorica ad Herennium, ha formato parte del percorso classico degli studi di ogni studente europeo in grado di leggere e di scrivere. Ma stranamente – o forse no – è scomparso dai programmi di studio, insieme a greco e al latino, in quanto ritenuta non inerente alla globalizzazione dell’economia e dei cervelli. Tuttavia, in realtà, la c.d. scienza della comunicazione, concepita soprattutto come tecnica ad uso di pubblicitari e politici per abbindolare le “masse incolte”, si è appropriato proprio dell’antica ars rhetorica.

Tra i molti aspetti sollevati, l’autore propone alcuni mezzi per riconoscere la presenza della manipolazione, nonché delle tecniche che possano consentire di riprendere in mano la potenza della parola ben conosciuta sin dalle civiltà più antiche.

Oggi le fallacie logiche – quelle verbali, induttive, di presupposizione etc. sono all’ordine del giorno, ma basta studiarle per sbugiardare molti discorsi falsi. Lo stesso vale per le notizie. Nel sentire o nel leggere una notizia, ci possiamo fare cinque domande: chi è che fa l’affermazione; come lo fa, ad esempio con o senza tecniche di pathos emotivo; dove si fa l’affermazione, se in un contesto dove il narratore trae un diretto beneficio; quando arriva la notizia, se in un contesto temporale favorevole a chi la veicola; il perché della notizia, per valutare il grado di fondatezza delle informazioni

Al livello di sviluppo individuale, l’autore propone alcune discipline base come il silenziamento del chiacchiericcio mentale e la coltivazione della parola e delle parole intese come in-canto, delle frequenze animate dal pensiero per dirigere le proprie azioni nella vita.

Anche l’alterazione dei significati delle parole per scopi di controllo ha ormai raggiunto livelli notevoli. Basti pensare alla parola “caso”. Fino a poco tempo fa, un “caso di morbillo” indicava una persona con tutti i sintomi della malattia, mentre oggi la propaganda mediatica, con i “casi” del noto “virus” registrati in base ad esami palesemente inefficaci, fa intendere che si tratti di persone malate; ciò attraverso dosi massicce di messaggi non verbali tipiche del mezzo televisivo, dall’ansia trasmessadal tono della voce alle immagini ripetitivi che noi spettatori, da bravi cani di Pavlov, abbiamo imparato ad associare al tema “emergenza”. Messo alle strette, qualche esperto ammetterà la fallacia dei “casi”, ma il danno è fatto grazie alla persuasione a colpi di tecniche manipolatorie delle emozioni.

Oggi le fallacie logiche e i messaggi propagandistici sono talmente diffusi, al punto che, se gli stessi organismi di controllo socioeconomico dovessero seguire i propri “consigli”, andrebbero a presto a rotoli; anzi, ci sono indicazioni che tale processo sia effettivamente in atto. Tocca ad ognuno di noi decidere se seguirequel percorso folle, oppure mantenere le facoltà noetiche, umane enel contempo divine, che sono il nostro patrimonio.

Dana Lloyd Thomas

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Ereticamente il 3 Gennaio 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. lorenzo merlo

    Se non intendo male, il libro è prevalentemente dedicato alla spinta delle parole che ascoltiamo.
    Da non tralasciare però che è soprattutto il nostro linguaggio a esprimere la nostra emancipazione nei confronti di quelle spinte.
    Avere consapevolezza della forza di creazione del mondo che queste hanno non basta se il nostro linguaggio a sua volta ne replica il modo di raccontarlo.
    Non a caso infatti l’emancipazione può proprio avviarsi anche attraverso l’attenzione nei confronti del nostro linguaggio. Ricrearlo, farlo nostro, sentirlo rappresentativo della nostra concezione e del nostro intento fornirà a noi e al prossimo spinte diverse da quelle che fino a prima subivamo e riproducevamo.

  2. Rita Remagnino

    Sinceramente non saprei dire se il mondo moderno sia più sensibile alle parole o alle immagini, ma propendo per la seconda che ho detto. Faccio un esempio-covid: la paura collettiva è nata dalle immagini dei camion militari che portavano via le bare a Bergamo, non dalla montagna di parole che da quei giorni lontani si susseguono incessantemente.

    Delle vere “parole di potenza” dovrebbero rispettare regole sonore ben precise, che noi abbiamo dimenticato da tempo. Può capitare una parola azzeccata, d’effetto o suggestiva, la sua vita durerà però come quella di una farfalla.

    Manca all’uomo contemporaneo l’esercizio dell’intelligenza propriamente detta, non c’è «cuore» in ciò che dice, o fa, né una subcoscienza capace di essere essa stessa «natura». E’ difficile andare in ufficio la mattina e pronunciare “parole potenti” la sera dopo cena. Una sbirciatina al libro comunque la darò volentieri, non si sa mai. Grazie dello spunto.

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