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L’esistenzialismo kierkegaardiano ed il progettualismo heideggeriano in Berserk – Simone Santamato

L’esistenzialismo kierkegaardiano ed il progettualismo heideggeriano in Berserk – Simone Santamato

Parlare di Berserk – e soprattutto parlarne filosoficamente, è un po’ come camminare su di un campo pieno zeppo di mine che esplodono al suono dei passi: non potrai mai uscirne illeso senza che qualcuno abbia, contestualmente, da ridire. Mi ripeterò successivamente: Berserk è una delle opere provenienti dall’oriente più complesse, intricate, difficili, crude e violente che siano mai state prodotte; pertanto, ognuno recepisce il proprio contenuto in modo assai differente. Inoltre, il fatto che – purtroppo e con grande angoscia, il manga (perché effettivamente la versione animata è indietro ed anche non gli rende minimamente onore) non sia ancora concluso (ed il primo numero risale al 1989[1]), certamente non chiarisce punti – soprattutto filosofico-narrativi, che altrimenti, lapalissianamente, sarebbero più chiari. Personalmente, credo, in modo quasi certo, che questo sia il lavoro più difficile che mai abbia presentato ed al quale mai abbia lavorato: le motivazioni non sono tanto derivanti dalla difficoltà insé dell’argomentazione in questione, quanto dal fatto che vi sia un’affezione fortissima nei confronti di quest’opera la quale, forse più di qualsiasi altra, è riuscita a portarmi ad una maturazione effettiva. Pertanto, sicuramente sarà un lavoro sentito e pregno di emozione, ma cionondimeno oggettivo e rigoroso, come sempre lo sono stati gli altri da me presentativi. “[…] e vergogna io non ho di dire il vero,/di confessare quanto tedio io senta/per questo viver mio pien di tormento” – Tibullo, Elegie (dal Corpus Tibullianum), Libro III, II[2] Ritengo davvero che questa terzina (nella sua trasposizione italiana) delinei perfettamente il contesto che stiamo accingendoci a trattare: Tibullo – o chi per lui, qui esprime, con impudicizia, sincerità e schiettezza, con grande senso del vero, quanto il vivere sia pieno di tormento, e quanto, di questo tormento, non si debba avere vergogna. Credo fortemente che, se vi fosse una parola la cui semantica allacci completamente, come un cappio, l’intero concetto dietro un’opera tanto complessa come quella di Berserk, sia proprio questa: tormento. L’intera narrativa berserkiana è sussumibile sotto la categoria del tormento e della disperazione: come canonico in senso kierkegaardiano, la disperazione porta con sé la necessita dell’io, porta con sé la necessità di essere-sé-stessi; i personaggi di Berserk , praticamente tutti, kierkegaardianamente disperano, e grazie a questa disperazione, a questo squassante struggimento interiore del proprio spirito, intuiscono la necessità del proprio io.

A differenza dello scorso pezzo che vi abbiamo proposto, il quale tendeva ad analizzare filosoficamente un’opera che è anche filosofica[3] – seppure fosse lo stesso autore che, in modo anche provocatorio, spesso e volentieri ne inseriva citazioni e rimandi – Berserk si configura in modo decisamente più manifesto ed evidente come opera di tipo filosofico. L’interezza della narrazione si basa su motivazioni ponderate meticolosamente e su riflessioni talmente tanto introspettive da essere alle volte nebulose non solo per il lettore, ma anche per lo stesso personaggio che riflette il quale, pur comprendendo il proprio obiettivo, non ne focalizza a fondo le pulsioni che lo animano[4]. Introdurre Berserk credo sia ben più difficile di introdurre qualsiasi altra opera nipponica: la mole di contenuti è abissale, la narrativa è molto complessa e si confà di più saghe le quali hanno sempre al centro un tema eterogeneo rispetto a quello precedente ed a quello succedente, ed ogni momento diegetico è scandito da una grande spannung costante, da un senso asfissiante e permanente presente di fiato sul collo e di pericolo; Berserk si legge costantemente col fiato sospeso: tecnicamente, potremmo dire che l’opera non abbia un climax vero e proprio perché l’interezza della narrazione è costituita da avvenimenti focali e centrali. Berserk è un climax. Conscio di questo, e conscio del fatto che la stragrande maggioranza dei lettori del presente non avrà potuto – fatelo se ne avete l’opportunità, godere dell’opera, vedremo questa sotto gli occhi della filosofia kierkegaardiana ed heideggeriana: queste due, considerate nella loro valenza esistenzialista rispetto alla prima, progettualista rispetto alla seconda, riescono a rendere una lettura di superficie – ed al contempo perimetrica, soddisfacente nella misura in cui faccia presentire l’enormità mancante e faccia, spero, venire la curiosità di scoprirla. Nello specifico, prenderemo in considerazione i due protagonisti dell’opera, Gatsu e Grifis[5], i quali costituiscono, assieme agli altri personaggi, la ruota che muove il carro narrativo. L’opera è cronologicamente inserita all’interno di un medioevo fittizio – che non manca di citazioni storiche, dove la guerra, la miseria, e la sottomissione, sono la convenzione: in Berserk non c’è spazio per momenti felici, e quei pochi che ci sono rasentano l’onirico per quanto estremamente brevi e caduchi, effimeri, essendo repentinamente succeduti da avvenimenti struggenti. In questo medioevo abbiamo un mercenario fuoriclasse, Gatsu, il quale non conosce vita che non abbia il suo senso nella spada e nell’uccidere per sopravvivere, e Grifis, anch’egli mercenario, che, al contrario di Gatsu che vive per uccidere, uccide per vivere e per realizzare un sogno tanto grande quanto apparentemente irrealizzabile: da mercenario qual è, vorrebbe un suo regno, vorrebbe ascendere le classi sociali fino ad acquisire tanto potere quanto gli basta; per fare questo, è pronto a tutto. A seguito di un duello, Gatsu diventa proprietà di Grifis[6], ed è costretto a seguirlo nel suo sogno, divenendo parte dell’Armata dei Falchi, gruppo mercenario di cui Grifis è il capo. Da qui in poi si aprono vari spiragli narrativi – alcuni prolissi, altri decisamente brevi – i quali, oltre ovviamente a far proseguire la narrazione in sé e per sé, delineano in modo preciso e determinato il tema filosofico al centro dell’opera, o quantomeno della prima parte dell’opera[7]: capire il proprio posto nel mondo, non accontentarsi di essere heideggerianamente gettati al mondo e, dandosi un progetto, inseguirlo con ogni mezzo, perché quello è il senso della vita, della propria vita, della vita di ogni singolo individuo in quanto egli, nella sua irripetibile singolarità, è la verità di sé stesso, e del mondo, in quanto quel mondo è sé stesso nella misura in cui ci vive e, quando muore, sparisce.

Il tema dei primi 26 volumetti italiani di Berserk è quindi il sogno, o, in modo decisamente più contestualmente heideggeriano, il progetto: il senso autenticizzante l’esistenza è il rendersi conto del proprio essere-per-la-morte, e proprio in virtù di questa consapevolezza ottenuta, comprendere la necessità di una verità che venga da dentro e che dia forma alla propria esistenza altrimenti inautentica. Grifis incarna perfettamente questa consapevolezza: si rende conto dell’essere-per-lamorte dell’uomo, comprende quanto la morte stessa sia dell’uomo l’ineluttabile fine, e gli pare così evidente la necessità di vivere seguendo un senso che possa non certo garantirgli l’immortalità, quanto rendergli l’esistenza nella sua autenticità più pura; avendo compreso la morte, ora deve comprendere la vita, la quale non è solamente in funzione della morte, se autentica. Se heideggerianamente ogni uomo comprende l’essenza dell’essere nella sua autenticità in virtù della morte, del niente, rivelandone i tratti individuali nel progettualismo, la riflessione berserkiana fa un passo in avanti, gettando questa riflessione metafisico-esistenzialista all’interno di un contesto etico ed interpersonale: inseguire il proprio progetto, il proprio sogno, significa calpestare quello dell’altro, inevitabilmente.

Ogni sogno, ogni progetto, prevede la resistenza del progetto o del sogno altrui, perché ogni uomo, anche flebilmente ed in modo velleitario, ha un sogno il quale, tanto più grande è, tanto più porterà a calpestare quello degli altri che si parano contro il proprio; ed anche nella sua potenziale infinita piccolezza, il sogno, il progetto, è sempre tendente all’esterno – anche se in virtù dell’interno, ed in quanto tale è sempre tangente uno altrui: dallo scontro, solamente un sogno, solamente un progetto, potrà vedere la luce[8], potrà continuare ad esistere. Parlando del sogno, infatti, Grifis sostiene che sia “qualcosa che non si fa per nessuno e che si realizza… si realizza solo per sé stessi. […] c’è chi sogna di dominare il mondo, chi dedica tutta la vita alla creazione di una spada, e se c’è un sogno a cui sacrificare tutto sé stessi… c’è anche un sogno che, simile ad una tempesta, spazza via migliaia di altri sogni. […] il sogno ci sostiene e ci fa soffrire, il sogno ci salva e ci uccide. E poi, dopo averci abbandonato, le sue ceneri rimangono sempre in fondo al cuore… fino alla morte… […] si nasce per caso, senza volerlo, e si trascorre una vita priva di significato… io non potrei mai sopportare un’esistenza simile.” (K. Miura, Berserk, n. 12, Marvel Manga, Modena, 1998). Introdotto in modo spero efficace, questo è il personaggio di Grifis: determinato e consapevole, insegue la vita dandole un senso avendo compreso il niente; viceversa, quello che poi sarebbe il reale protagonista dell’opera, Gatsu, non ha, come abbiamo visto, alcun progetto che non sia quello di uccidere per potersi guadagnare da vivere. Eppure, come facilmente intuibile, stare con Grifis, aprire il suo cuore all’Armata, lo muterà repentinamente: quella che era solo una sete di sangue si tramuterà in un desiderio di ricercare sé stesso che, poi, culminerà in una fase topica di cui – chiaramente, non vi parlerò per non rovinare la sorpresa. Se kierkegaardianamente Grifis potrebbe rappresentare l’eticità in quanto è colui il quale ha seriamente intrapreso una scelta che insegue e persegue nel tempo, Gatsu è ancora esteticamente intrappolato in una spirale di scelte non consapevolmente intraprese: insegue il piacere dell’uccisione, insegue il piacere del danaro – pur questo certamente servendogli per sostentarsi, e non ha altro scopo se non quello di vivere il momento, vivere nel momento, essendo il domani, poiché non progettato, indefinibile ed incerto. “[…] l’estetica nell’uomo è quello per cui egli spontaneamente è quello che è; l’etica è quello per cui diventa quello che diventa. […] Chi vive esteticamente non può dare della sua vita nessuna spiegazione soddisfacente, perché egli vive sempre solo nel momento, e ha una coscienza soltanto relativa e limitata di sé stesso” (S. Kierkegaard, Aut-Aut/Enten-Eller, Mondadori, Milano, 2016, pp. 27).

Proprio questa “coscienza soltanto relativa e limitata di sé stesso”, una volta rivelatasi in tutta la sua devastante crudezza, porterà Gatsu ad intraprendere un cammino che lo condurrà a cercare sé stesso; gli renderà manifesta, proprio come lo era per Grifis, la necessità di dare un senso alla sua esistenza, senso che non fosse quello di appoggiare un progetto, un sogno, altrui.[9] La caratterizzazione apparentemente superficiale del carattere di Gatsu sarà mano a mano approfondita fino a rivelarsi quasi più complessa – complice la crudissima dietrologia della sua vita, di quella dell’amico[10] Grifis: non bisogna assolutamente pensare, in modo del tutto fuorviante, quindi, che la personalità di Gatsu si esaurisca entro la semplice categoria del carnefice poi rinsavito; il ritmo dell’approfondimento psicologico è forse lento e scandito da una pesantezza narrativa, eppure anche il personaggio di Gatsu diventa estremamente caratterizzato, soprattutto non più pensando alle prime fasi narrative, quanto alle successive. “Cosa diavolo sto facendo… in un posto così schifoso? Per chi rischio la mia vita?” (K. Miura, Berserk, n. 13, Marvel Manga, Modena, 1998)[11] La consapevolezza ottenuta porterà Gatsu verso degli eventi che rivoluzioneranno non solamente la sua esistenza, ma anche lo stesso mondo nel quale egli è gettato: il suo porsi seriamente – eticamente, nella scelta, troverà, come anticipato, la resistenza del sogno altrui, del sogno di Grifis, per la realizzazione del quale egli, Gatsu, è un necessario tassello; scontro dal quale, purtroppo ma necessariamente, non potrà che uscirne solamente uno in grado di proseguire nel proprio progetto. Speriamo che questa tanto prolissa quanto auspicabilmente interessante disquisizione vi faccia venir voglia di scoprire quale.

 

NOTE:

1: L’opera risulta essere tanto longeva – o prolissa, non tanto per il fatto che abbia molto da narrare o che abbia un universo espanso gigantesco (anche), quanto per i vari iati che l’autore, per una motivazione o per l’altra, decide di prendersi.

2: Quest’elegia viene attribuita a Ligdamo, pseudonimo sotto il quale gli studiosi ritengono vi sia lo stesso Tibullo, o addirittura un giovane Ovidio.

3: Parliamo de “La Filosofia in Neon Genesis Evangelion, per una metafisica dell’anime”.

4: Questo è del tutto berserkianamente canonico, essendo il suo universo pervaso da una forza arcana, il fato, che tanto restituisce quella sensazione di Τύχη classica spesso e volentieri presente nel mondo poetico-letterario greco.

5: Data l’estrema facilità dell’opera – ed è lapalissiano io stia scherzando, anche sui nomi, molto spesso, vi sono incongruenze, non tanto dettate dall’opera in-sé quanto da una traslitterazione dal Giapponese alle volte fedele ed alle volte meno nelle varie traduzioni: in inglese, ad esempio, Gatsu verrà reso Guts, Grifis verrà traslitterato come Griffith, ed il medesimo discorso è applicabile a praticamente tutti i personaggi dell’opera dando, purtroppo, alle volte, un effetto spiazzante. Noi stiamo utilizzando la traslitterazione dal giapponese più fedele, ossia quella rinvenibile nella prima edizione originale del manga italiano.

6: “D’ora in poi sei mio!” (K. Miura, Berserk, n. 8, Marvel Manga, Modena, 1997); questo è quanto Grifis dice a Gatsu dopo averlo letteralmente sottomesso: ad oggi, anche per successivi avvenimenti narrativi decisamente contorti e complessi, il rapporto Gatsu-Grifis è oggetto di – molto spesso accese, disquisizioni circa la natura del sentimento – specialmente quello di Grifis nei confronti di Gatsu – che li anima. Alcuni sostengono un platonismo di fondo sublimante la sfera fisica abbracciando una ideale; altri vedono nel loro rapporto un rimando al sentimento filiaco presente nei poemi epici – pensare ad Achille e Patroclo nell’Iliade – classici; ancora, altri ci vedono una vera e propria omosessualità; altri ancora vedono solamente un utilitarismo mirante a coinvolgere emotivamente Gatsu nella realizzazione di intenti personali. Come ora deducibile evidentemente, l’opera è decisamente complessa e piena di sfaccettature.

7: La parte che stiamo analizzando, infatti, costituirebbe, tassonomicamente parlando, quella che viene definita “Golden Age”: narrativamente, essa è un’enorme analessi che ha il compito di contestualizzare l’incipit in medias res dei primi numeri.

8: Purtroppo per questioni di spazio, e di altrimenti prolissità insostenibile – e già la presente mi rendo conto sia pesante, non si può approfondire ulteriormente la questione; eppure non vorrei certamente peccare di incompletezza, pertanto, voglio comunque rendere evidente come, la seguente riflessione basantesi sullo scontro violento di due sogni, di due progetti, sia decisamente affine alla logica tanto eraclitea quanto soprattutto hegeliana: postasi la cosa, alla stessa sarà contrapposto un negativo dal quale inevitabile scontro si avrà un superamento (hegelianamente aufhebung) che ingloba in-sé quello stesso negativo.

9: In Berserk è evidente anche la posizione sveviana dell’inetto, ossia di colui il quale non sa comportarsi dinnanzi alla vita, di colui che non sa vivere: berserkianamente, colui che non sa trovare un senso al proprio esistere, si appoggia al progetto altrui divenendo metaforicamente come  un falò che tenta di alimentare una fiamma più grande e calda la quale, a sua volta, tiene in vita quella più fioca. (Cfr. n. 14, Marvel Manga edizioni)

10: Rendiamo in corsivo il termine “amico” poiché sarà soprattutto una riflessione sull’amicizia fatta da Grifis a far comprendere a Gatsu il valore del sogno, del progetto, e la necessità di dare un senso determinato alla propria esistenza (vedi n.12, Marvel Manga edizioni). Secondo altre interpretazioni, Gatsu, scegliendo di ricercare sé stesso, non vorrebbe fare altro che essere davvero amico di Grifis, essendo per quest’ultimo, amico, un suo pari; pari il quale non ha alcun tipo di timore o remore nel contrastare anche il sogno dell’amico (anzi, sarebbe proprio questo a fare l’amicizia), pur di vedere il proprio realizzato. Filosoficamente, vorrei evidenziare come una similissima riflessione sia scorgibile nella filosofia kierkegaardiana, dove l’amico è colui il quale condivide con un altro la medesima concezione di vita (cfr. S. Kierkegaard, Aut-Aut/Enten-Eller, Mondadori, Milano, 2016, pp. 187), e quindi, berserkianamente, qualcuno che reputiamo un nostro pari, poiché animato dalla nostra medesima intenzionalità.

11: Di questa citazione, tratta dal manga – di per sé rappresentante la massima canonicità, vorrei riportarne, poiché secondo me più determinatamente descrivente i pensieri di Gatsu nel momento, la controparte animata: “Che cosa ci faccio qui, conciato come un miserabile, a condurre una vita ignobile?” (Berserk, episodio 14, 1997).

Simone Santamato

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da simone santamato il 8 Gennaio 2021

simone santamato

Nato nel 2001, studia Filosofia in Bari; già scrittore di articoli di Filosofia e Psicologia, ha pubblicato presso varie riviste specializzate essendo molto attento a tematiche attuali e d'interesse filosofico spiccato: "Intellettuale Dissidente", "Psiche.org", "Sentieri della Ragione", "Pensiero Filosofico" e "Pillole di Ottimismo". Predilige lo studio della Filosofia Teoretica e simpatizza per autori quali Heidegger, Kant, Kierkegaard. Molto attento alla questione pandemica, ha pubblicato presso varie riviste e blog oltre ai su citati articoli che potessero dare uno sguardo innovativo alla spiacevole situazione sanitaria, con grande scaltrezza e schiettezza filosofica.

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