L’eredità degli antenati, quarantatreesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, quarantatreesima parte – Fabio Calabrese

Come da tradizione, come sempre, la fine di un anno è un momento di bilancio, è inevitabile chiedersi cosa ci abbia apportato l’annata appena trascorsa. Bene io credo che non si commetta alcuna esagerazione dicendo che questo 2020 non è stato un anno come gli altri, e di certo lo ricorderemo a lungo, e non soltanto per la pandemia di covid19 e i problemi che essa ha generato.

E’ stato un anno eccezionale, ma non soltanto in senso negativo. Dal nostro punto di vista dello studio dell’eredità ancestrale, è stato un anno estremamente ricco. Come avete visto, per non creare un gap eccessivo fra le varie informazioni che comparivano di volta in volta nelle varie sedi, ho dovuto cambiare la formula sulla quale avevo impostato da anni i miei articoli su “Ereticamente”, passando dall’alternare un articolo sull’eredità ancestrale a uno di argomento vario, a una formula due del primo tipo contro uno, e negli ultimi due mesi, a dedicarmi esclusivamente a L’eredità degli antenati, tuttavia neppure questo è bastato e, come è successo l’anno scorso, alcune “code” del 2020 compariranno prossimamente, anche se ho cercato di ridurle al minimo. Non è il modo ideale di procedere ma, considerata la valanga di nuove informazioni sull’eredità ancestrale da cui siamo stati sommersi e i tempi tecnici della nostra pubblicazione, direi che non ci sono alternative.

Proprio questo, per di più, rende difficile tracciare un consuntivo.

Cosa dunque ci ha insegnato quest’anno di veramente importante e fondamentale? Innanzi tutto il fatto che l’Out of Africa, la favola delle nostre origini africane, è appunto una favola senza nessuna validità, anche se continua a essere la versione sostenuta dalla “scienza” ufficiale. Abbiamo visto che gli uomini di Neanderthal e di Denisova si sono variamente accoppiati con gli uomini “anatomicamente moderni” dando luogo a una discendenza fertile, noi, e che erano senza dubbio molto più umani di quanto ci hanno finora raccontato, al punto che i neanderthaliani sono stati autori di alcune pitture rupestri troppo antiche per essere attribuite all’uomo di Cro Magnon e sapevano, come ha dimostrato il ritrovamento di Abri du Marais, intrecciare filamenti per fare corde o forse tessuti.

Ora pensateci un momento, discendenza fertile significa appartenenza alla stessa specie (cavalli e asini possono accoppiarsi, ma i loro discendenti, i muli, sono sterili), quindi neanderthaliani e denisoviani non erano specie ma varietà (io oserei dire la maledetta parola razze) umane estinte. Che senso ha venirci a dire che Homo sapiens è uscito dall’Africa subsahariana alcune decine di migliaia di anni fa, quando popolava l’Eurasia da centinaia di migliaia di anni?

La prova regina, la pistola fumante, tuttavia è di natura virologica, e possiamo dire con fierezza che si tratta di una ricerca italiana: Secondo quanto riferisce lescienze.it del 13 gennaio 2020, che riporta i risultati di una ricerca condotta dall’IRCCS Medea di Bosisio Parini (Lc) in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, i virus dell’Herpes Simplex di tipo 1 e tipo 2, diffusissimi nel continente africano e molto simili a quelli che infettano le grandi scimmie e presenti fra la popolazione subsahariana da qualcosa come 200.000 anni, si sarebbero diffusi fuori dall’Africa non prima del XVIII secolo, in coincidenza con la tratta degli schiavi. Se l’Out of Africa non fosse una bufala, la presenza di questi virus in Eurasia dovrebbe essere molto più antica.

Naturalmente possiamo essere sicuri che “Le scienze” non si sia resa conto di quanto questa scoperta contraddica l’Out of Africa, perché, non lo dobbiamo dimenticare, se la ricerca scientifica fosse davvero imparziale, facesse parlare i fatti, la favola out-of-africana sarebbe stata abbandonata da un pezzo, ma continuano a propinarcela per motivi ideologici, per creare un atteggiamento di accettazione dell’immigrazione e della creazione di un mondo meticcio.

Ma quella che possiamo definire la notizia più importante riguardo ai nostri più remoti antenati, è probabilmente un’altra. “Le Scienze” on line del 2 aprile riporta una notizia molto interessante, ripresa da “Nature”: un team di ricercatori dell’Università di Copenhagen guidato da Enrico Cappellini (probabilmente una delle tante eccellenze che buttiamo via perché in Italia non riescono a trovare un lavoro adeguato alle loro competenze) ha portato a termine un’analisi delle proteine dello smalto dentario dei resti di un Homo vissuto ad Atapuerca in Spagna tra 949 e 772.000 anni fa e conosciuto nella letteratura scientifica come Homo antecessor. I risultati sono, in una parola, sbalorditivi.

L’analisi, comparata con quella condotta sull’Homo erectus di Dmanisi (Georgia), ha rivelato una molto maggiore affinità con gli Homo successivi, compresi quelli moderni, noi. Antecessor, ammesso che lo si debba o possa considerare una specie diversa da sapiens sembra presentare proprio quelle caratteristiche che avrebbe dovuto avere la nostra specie prima della tripartizione nei tre rami di Cro Magnon, Neanderthal e Denisova. Questo antico uomo aveva già messo in imbarazzo i ricercatori per la forma globosa, “moderna” del cranio, che ha dimostrato che la famosa forma del cranio “a pagnotta” dell’uomo di Neanderthal, comparsa posteriormente, non è, come si era fin allora ritenuto, una forma più primitiva, ma una vera e propria caratteristica razziale dei neanderthaliani.

Ora basta ragionare un poco: se un uomo “anatomicamente moderno” come l’uomo di Atapuerca esisteva già quasi un milione di anni fa, non può essere derivato da Homo erectus di cui era all’incirca contemporaneo. A sua volta però l’Homo erectus ci si rivela essere diverso da noi, ma molto più umano di come ci è stato finora descritto. Lo studio compiuto dagli archeologi sugli utensili acheuleani rinvenuti nella grotta di Qesam in Palestina ha rivelato che l’erectus scaldava la selce per renderla più facilmente malleabile, e il ritrovamento di analoghi utensili acheuleani in una zona dell’isola di Creta chiamata Plakia, in un canyon denominato Preveli, fa pesare che per aver raggiunto l’isola, gli erectus dovevano già esercitare l’arte della navigazione, forse mediante zattere.

Non possiamo non sospettare che finora l’erectus che accudiva i genitori anziani (come dimostra il teschio edentulo di Dmanisi), che usava una tecnica sofisticata per produrre i suoi utensili, che era in possesso di una qualche tecnica di navigazione, ci sia stato dipinto come un bruto scimmiesco, esattamente come l’uomo di Neanderthal, perché l’uno e l’altro dovevano costituire per così dire i pioli di una scala che porta dalla scimmia all’uomo.

Noi abbiamo già visto gli anni scorsi che i famosi australopitechi africani, con un cervello delle dimensioni di una noce di cocco, una capacità cranica mediamente inferiore a quella di uno scimpanzé, non camminavano eretti, erano verosimilmente soltanto un genere di scimmie oggi estinto, questo è il parere di sir Solly Zuckermann, il maggior esperto vivente di anatomia comparata. In altre parole, noi non troviamo mai uomini-scimmia, ma solo scimmie con nessuna tendenza verso l’umanità e uomini compiutamente umani. A questo punto, non è più questione dell’Out of Africa, è la stessa teoria evoluzionista che può essere revocata in dubbio.

Il discorso sui nostri remoti predecessori però non finisce qui, infatti a metà anno una notizia è stata riportata da varie fonti: I ricercatori di due università americane, la Cornell e la Cold Spring Harbor hanno messo a punto un algoritmo per identificare le tracce nel DNA umano di materiale genetico di origine sconosciuta, si tratterebbe delle famose introgressioni, cioè delle tracce di accoppiamenti con ominidi più primitivi avvenute centinaia di migliaia di anni fa.

Sono stati messi a confronto i DNA di tre uomini di Neanderthal, di un uomo di Denisova e di due uomini “moderni” provenienti dall’Africa. In questo modo i ricercatori avrebbero identificato un DNA “super-arcaico” di origine sconosciuta. Tuttavia, il fatto sorprendente non è questo, sono le proporzioni di questo DNA “sconosciuto” nel genoma delle popolazioni interessate, esse sarebbero del 3% per i neanderthaliani, appena dell’1% nel denisoviano e costituirebbero ben il 15% del patrimonio genetico degli africani di oggi.

Si tratta, con ogni probabilità, sempre della famosa “specie fantasma” le cui tracce nel DNA africano sono state trovate nel 2017 dai ricercatori dell’università di Buffalo, ma di cui aveva già parlato la genetista Sarah Tishkoff nel 2012, e di cui abbiamo già parlato altre volte, messa in luce dai ricercatori con le metodologie più diverse, e che probabilmente non è altro che una varietà di Homo erectus. È un capitolo davvero curioso di sociologia della scienza, quello di questa scoperta fatta, dimenticata, riscoperta da almeno otto anni a questa parte, senza entrare mai nel patrimonio stabile delle conoscenze scientifiche, come se qualcuno battesse la mano sulla spalla ai ricercatori dicendo: “Hai fatto la tua ricerca, bravo, ti permettiamo anche di pubblicarla a patto che non se ne parli troppo, che non turbi il nostro disegno di presentare l’africano come il sapiens puro”.

Si noti l’implicito razzismo anti-bianco del discorso, infatti i ricercatori della Cornell e della Cold Harbor non hanno nemmeno preso in considerazione il DNA europeo moderno.

Su una scala temporale più vicina a noi, registriamo una serie di scoperte per quanto riguarda il mondo del megalitismo europeo, per noi importante perché dimostra che la civiltà europea è non soltanto considerevolmente più antica di quanto ammesso dalla “scienza” ufficiale, ma autoctona, nulla affatto debitrice a influssi da oriente.

In questo campo, le scoperte recenti sono state veramente tante, ma mi limiterò a ricordarne due che sono probabilmente le più importanti: la scoperta attorno a Durrington Wall (un vasto terrapieno circolare che si trova a 2 miglia – 3 chilometri da Stonehenge, e si suppone racchiudesse la “città dei vivi” laddove Stonehenge rappresentava la “città dei morti”), è stato recentemente scoperto un anello di pozzi ciascuno profondo 5 metri e con 10 metri di diametro. Finora ne è stata scoperta una ventina, ma gli archeologi sospettano che ce ne siano circa 50.

Questa struttura risalente al tardo neolitico (ma alcuni pozzi potrebbero essere più antichi), che è stata chiamata Durrington Shafts, con un diametro massimo di 2,31 chilometri, potrebbe essere la più vasta struttura preistorica mai scoperta non solo nelle Isole Britanniche ma in tutto il mondo.

E poi la scoperta sotto la collina di Navan Fort vicino ad Armagh, Irlanda del nord, di una struttura che potrebbe essere il più vasto tempio sotterraneo dell’Europa del nord. La scoperta è stata effettuata da ricercatori dell’università di Aberdeen (Scozia) che avrebbero mappato l’area con una tecnica di radiometria magnetica (cioè il georadar), rivelando il complesso sotterraneo senza spostare un ciottolo. Navan Fort era da tempo indicata dalle tradizioni locali come una delle cinque capitali cerimoniali dell’Irlanda preistorica.

Scoperte importanti non sono mancate neppure riguardo all’Italia, infatti, anche se i nostri connazionali, specialmente gli appartenenti alle generazioni più giovani in cui la scuola “democratica” pare aver appassionatamente coltivato l’ignoranza della storia, sembrano spesso dimenticarselo, la nostra Penisola è terra di antichissima civiltà.

Probabilmente sapete che uno degli oggetti più singolari dell’archeologia italiana è la cosiddetta piramide etrusca di Bomarzo (Vt), che in realtà sembra essere addirittura precedente alla civiltà etrusca, che presenta una somiglianza superficiale con le piramidi egizie del tipo a gradoni come quella di Saqqara, ma a differenza di quelle egizie, non si tratta di un monumento funebre, rientrerebbe nella tipologia di quelle che sono state chiamate le piramidi-altare, sulla cui sommità si svolgevano cerimonie, erano forse giganteschi podii da cui arringare le folle (la piramide di Bomarzo è nota anche come “masso del predicatore”) o forse venivano usate come punto sopraelevato per osservazioni astronomiche. Bene, già gli scorsi anni era stato individuato nel parco archeologico di Veio un masso intagliato con caratteristiche simili alla piramide di Bomarzo, inoltre parrebbe rientrare nella tipologia delle piramidi-altare anche la piramide sarda di Monte D’Accoddi.

Bene, quest’anno in località Selva di Malano, sempre nella zona del viterbese, sono stati individuati i ruderi di diversi monumenti fra cui due nuovi (o meglio, finora sconosciuti) “massi del predicatore”.

Le piramidi-altare, assieme alle statue-stele, anch’esse pre-etrusche (le più note sono quelle della Lunigiana, ma in realtà si trova di una tipologia che si ritrova in tutta l’Italia centro-settentrionale, in Sardegna, in Trentino, nel Canton Ticino) fanno pensare a un’antichissima civiltà italica che avrebbe preceduto il fiorire di quella etrusca.

Non è tutto, perché anche l’antichità romana, più vicina a noi, non cessa di essere fonte di nuove scoperte.

Infatti, a luglio, grazie all’uso del georadar che sta rivoluzionando la ricerca archeologica, a luglio sarebbe stata ritrovata nientemeno che un’antica città scomparsa alle porte di Roma. si tratterebbe dell’antica Falerii Novi, oggi diventata di fatto una sorta di Pompei sotterranea.

Sarebbero stati individuati, secondo quanto hanno raccontato Millet, capo del team che ha eseguito lo studio e Daniele Maras della soprintendenza di Roma responsabile del sito, “abitazioni, edifici pubblici, templi, terme e tubature per l’acqua”.

A lato di un bilancio consuntivo, in previsione di un nuovo anno, c’è la consuetudine di tracciarne uno preventivo in vista delle attività future. Io non sono, ovviamente, in grado di anticiparvi quali scoperte ci riserverà il 2021, però posso dirvi questo: l’esigenza di darvi conto della vera e propria esplosione di notizie riguardanti la nostra eredità ancestrale che si sono accavallate soprattutto nei mesi estivi, in tempo, non diciamo reale, ma comunque con un gap temporale non eccessivo, mi ha costretto a posticipare diverse cose fra cui alcune rientranti nella tematica archeostorica. Fra queste, una progettata ripresa della serie di articoli Ex Oriente lux, ma sarà poi vero? che ho intenzione per aggiornare il discorso sulle conferenze sul megalitismo britannico, europeo, italiano i cui testi avete già visto sulle nostre pagine, poi il testo (anche questo ripartito su più articoli) della conferenza sul Triveneto che ho tenuto nel 2020 al Triskell, e altro ancora.

La pandemia di covid19, purtroppo ha sconvolto anche i nostri progetti, facendo saltare i due cicli di conferenze, quello che avrei dovuto tenere al New Age Center e quello alla Casa del Combattente. Se ci saranno novità su questo fronte, vi terrò naturalmente aggiornati.

Come probabilmente sapete, nel 2020 ho avuto quanto meno la soddisfazione di vedere pubblicati in cartaceo una parte dei miei scritti nel testo, uscito dopo una lunghissima gestazione, Alla ricerca delle origini, pubblicato dalle edizioni Ritter. Sono tuttora in attesa della pubblicazione dell’altro mio testo Ma davvero veniamo dall’Africa, e altri saggi, a cura delle edizioni Aurora Boreale. Anche in questo caso, vi terrò puntualmente informati delle novità se e quando si presenteranno.

Il mio impegno e quello di “Ereticamente” a farvi conoscere sempre meglio L’eredità degli antenati, continuano.

NOTA: Nell’illustrazione, Il circolo megalitico di Stonehenge visto dall’interno, con l’allineamento solare all’alba del solstizio d’inverno: la luce del nuovo anno, conclusione e ricominciamento di un ciclo.

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Gennaio 2021

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. QUI Articolo mooolto interessante che ho trovato in rete e che posto per primo articolo dell’anno come augurio per il 2021
    https://thuletide.wordpress.com/2021/01/03/are-ashkenazi-jews-white-european/

    Recenti studi genetici hanno scoperto che gli ashkenaziti sono un mix di levantini dell’età del bronzo e dell’Europa meridionale, con qualche piccola mescolanza nordeuropea. Uno studio del 2017 ha stimato che gli ashkenaziti moderni fossero circa il 50% mediorientali, il 34% dell’Europa meridionale e il 16% dell’Europa settentrionale, variando tra est e ovest. Allo stesso modo, uno studio del 2020 ha rilevato che gli ashkenaziti moderni erano oltre il 50% levantini dell’età del bronzo e il 41% europei .

    Gli ashkenaziti NON sono khazari. Non hanno origini turche o dell’Asia centrale.

    Negli studi di analisi delle componenti principali, Ashkenazim forma un cluster genetico unico tra le razze mediorientali ed europee, con qualche piccola sovrapposizione tra le due. Per riferimento, Mizrahim e sefardita si raggruppano con i loro simili popoli del Medio Oriente e del Nord Africa.

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