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Intervista a Richard Leviathan degli Ostara (with english version) – Maurizio L’Episcopia

Intervista a Richard Leviathan degli Ostara (with english version) – Maurizio L’Episcopia

Abbiamo l’onore di ospitare su EreticaMente Richard Leviathan, la mente dietro il progetto musicale australiano Ostara. Richard ha gentilmente e con profondità risposto a numerose domande su temi come Politica, Religione, Geopolitica, Filosofia, Musica ecc. Dimostrando una complessità e sfaccettatura di opinioni davvero rara in un panorama, come quello odierno, in cui anche i commentatori politici cedono ad ultrasemplificazioni infantili. Gli cediamo subito la parola…

Per prima cosa, parlaci del tuo progetto precedente gli Ostara, gli Strenght ThroughJoy. Sono collegati? Perché si è interrotto? In cosa differivano?

Io e Timothy Jenn fondammo gli Strenght ThroughJoy nel 1992, con grande ispirazione ai Death in June. All’epoca eravamo di base in Australia e le prime volte in cui inviammo le registrazioni demo a Douglas Pearce non avevamo idea che stesse vivendo non così tanto lontano da noi. Fu una strana coincidenza che, assieme all’affinità musicale che avevamo con i Death in June fu l’inizio di ciò che divenne un’associazione critica. Avrei mantenuto Strenght ThroughJoy indipendentemente dalla direzione che abbiamo preso musicalmente, soprattutto quando abbiamo avuto due tour di successo con Boyd Rice e i Death in June nel 1996-7. Il cambiamento è avvenuto quando Timothy si è trasferito in Germania mentre io vivevo nel Regno Unito. Non si è mai sentito a suo agio con quelle che sentiva come sfide politicamente motivate alla scena neofolk, specialmente in Germania con i movimenti Antifascisti. Sono sempre stato disposto ad accettare quella sfida e ad affrontare la censura, che continua ancora oggi. Sono stato io a suggerire il nome alternativo Ostara, che non era nemmeno altrettanto politicamente corretto! Ma non sono mai stato disposto a cedere alla soppressione della libertà artistica, che indebolisce soltanto la volontà di essere originali e fedeli a sé stessi. L’ironia della sorte è che io e Timothy ci siamo separati quando stavamo registrando quello che divenne l’album di maggior successo degli Ostara, “Kingdom Gone” (2002). E’ stato allora che ho capito che non si trattava di davvero di una questione politica ma di impegno, quindi ho continuato senza di lui. STJ aveva uno stile più giovane e imitativo mentre è con Ostara che ho trovato il mio vero percorso di cantautore. La scena è cambiata molto dagli inizi è si è naturalmente frammentata nel tempo, ma chi ha insistito ha lasciato il segno e continua a farlo. Gli Spiritual Front sono molto più pop che folk e Rome è una sorta di ibrido tra folk, musica marziale e industrial. Va bene così, suonare sempre come i Death in June sarebbe derivativo e alla fine noioso. Sento che il mio stile cambia ad ogni nuovo album. Si tratta di trovare ciò che è giusto per me e questa è una lotta continua.

I tuoi testi sono spesso basati su un’Europa “spirituale”. Puoi dirci cosa rappresenta l’Europa per la tua visione della vita e del mondo e perché?       

 Non sono nato in Europa ma ne sono sempre stato attratto, spiritualmente, culturalmente ed emotivamente. E’ qualcosa che ho davvero nel sangue. Sono cresciuto in Sud Africa, in una doppia colonia di Gran Bretagna e Paesi Bassi, quindi è stato come vivere in una strana propaggine del mondo occidentale. Da bambino amavo la Storia medievale e moderna e gravitavo attorno ad un senso romantico dell’Europa come un paesaggio sempreverde pieno di castelli, cattedrali e battaglie epiche. Questo si è evoluto in un interesse per il Black Metal. Avevo 14 anni quando lasciai il Sud Africa per l’Inghilterra e così il sogno si è avverato. Ero come un esule che fosse tornato in un’Antica Patria, quella per cui sono nato. Ma è un’affinità molto spirituale, una connessione ad una cultura che ha radici molto profonde nel mondo antico e quello spirito è ciò che le conferisce il suo passato e il suo carattere perenne. Avere un orientamento spirituale verso un luogo significa essere collegati alla sua  memoria collettiva. Queste sono le cose che la musica, l’arte e la letturatura conservano e rinnovano. Naturalmente, il mondo è complesso e le società cambiano costantemente nel tempo. Tuttavia, il passato rimane e persiste nel presente, proprio come i morti persistono in una certa misura nei vivi. Non tutto ciò che scrivo riguarda specificamente l’Europa – sono anche affascinato dall’America e da parti del Vicino ed Estremo Oriente. Ma il cuore e l’anima della scrittura sono intrinsecamente occidentali. L’Europa non è solo un luogo, ma uno stato d’animo. Puoi lasciarlo, come ho fatto io per vivere in Australia nel 2006, ma non ti lascia mai veramente. Continua a crescere dentro di me come un grande albero con radici che si estendono fino ai confini della terra. Cosa pensi dell’Europa attuale? Ci sono soluzioni o possibilità di rinascita? Il destino dell’Europa è legato al destino dell’Occidente. L’America è stata sia una partner che una rivale nel rapporto tra il continente e l’impero anglo-americano. La sfera orientale che inizia dai Balcani e include la Russia è un’altra forma di rivalità, quel gigante eurasiatico amorfo che è sempre stato ai margini dell’Europa e ai confini dell’Oriente. La vera Europa è l’Europa centrale, l’antico Sacro Romano Impero che conteneva la ricca diversità di lingue, culture e popoli, mescolando le sfere greco-romane con le sfere nordiche. Questo ebbe fine con Napoleone e da allora si è disintegrata. L’Unione Europea è stata un tentativo di creare un nuovo tipo di unità, ma è nata in gran parte dall’economia e in una certa misura dall’etica – e queste due cose non sempre coincidono senza conflitto. Una cosa è creare un’unità pacifica ed epurare il continente dal razzismo e dal nazionalismo, ma quando i confini diventano deboli e le etnie antiche iniziano a sentirsi minacciate o destabilizzate, si ribellano come hanno fatto in molte parti d’Europa. Le guerre americane in Medio Oriente e il loro disprezzo per quella che considerano “la vecchia Europa” hanno solo peggiorato la situazione. Ammiro l’Europa per aver protestato contro la seconda guerra in Iraq, ma le conseguenze di quella stupida invasione hanno portato ovunque instabilità, probabilmente creando l’ISIS e contribuendo in modo esponenziale alla crisi dei rifugiati. Brexit e Trump sono sintomi negativi di quella catastrofe e, mentre la Cina diventa più potente, l’Europa è ancora una volta presa nel mezzo. Il COVID-19 è ora l’epicentro di quel cambiamento storico, ma ci sono voluti decenni, se non secoli, perché avvenisse. Laglobalizzazione in realtà è molto buona per il nazionalismo perché è sempre stata uno strumento per esso, britannico, francese, americano o cinese. Sono un paneuropeo e l’unico modo in cui l’Europa può rilanciare le sue fortune è rifiutare sia il globalismo che il nazionalismo come due facce della stessa medaglia. Nessun Paese esiste in isolamento, ma non può nemmeno essere sussunto in un unico stato. Il Sacro Romano Impero, sebbene mai in pace, fu tuttavia un sistema di fedeltà culturalmente unificato a un’Idea di Europa simile all’Impero Romano, ma più culturalmente e linguisticamente diversificato nella sua composizione. Sebbene non possiamo tornare a uno Stato così universale, l’eredità di quel principio unificatore dovrebbe essere ciò che informa il futuro dell’Unione. E quel senso di identità e fedeltà a una grande Europa dovrebbe essere alleato con gli Stati Uniti in contrapposizione alla Cina. Ma probabilmente siamo lontani anni da ciò, data l’attuale implosione americana e non sono ottimista. La lotta per l’anima dell’Europa è anche la sua cultura e anche lì ci sono sfide: l’ascesa dell’Islam radicale, la creazione di ghetti moderni e l’insicurezza finanziaria ed economica della regione, tutte cose che giocano a favore della Cina. Alla fine, si tratta della sopravvivenza dell’Europa come realtà geografica e culturale distinta. Il nemico non è solo alle porte, ma anche al loro interno, e quel nemico non è un altro anonimo straniero, ma a volte noi stessi, con questo intendo il tipo di scisma e divisione che affligge l’attuale discorso sociale, in gran parte in atto sui social media e in un isolamento paralizzante. So che hai origini ebraiche ma ho sempre letto che sei critico nei confronti delle politiche di Israele. E’ così? Perché? Esprimici il tuo pensiero, per favore. 

E’ corretto. È interessante notare che Israele è un pubblico fecondo per il Neofolk e la musica industriale, e c’è un piccolo ma solido seguito, specialmente a Tel Aviv. Non ho niente contro il popolo israeliano. La mia opinione è coerente con quella di Jean Genet, Pat Buchanan e di alcuni scrittori e attivisti ebrei e palestinesi, come Edward Said e Norman Finkelstein. Israele è un occupante, un insediamento europeo-americano all’interno della terra araba. La connessione ebraica con Gerusalemme è fondamentalmente spirituale e religiosa, una conseguenza dell’esilio babilonese e romano che definisce e domina la psiche ebraica. L’ebreo ortodosso sta ancora aspettando un Messia, mentre l’ebreo secolare medio è abbastanza lontano da Gerusalemme come regno biblico. Il Sionismo ha cercato di combinare ideali secolari e spirituali in uno stato unificato, ma le sue radici sono completamente europee. Probabilmente i sionisti furono i primi socialisti nazionalisti, e molti stavano cercando di ottenere ciò che volevano i nazionalisti tedeschi, una Nazione basata sul Popolo nata dal Sangue e dal Suolo. Il problema è che lo Stato israeliano è suolo arabo, così come considero la maggioranza degli ebrei europei, non persone del Medio Oriente. Penso anche che Israele, come alleato degli Stati Uniti, fornisca una comoda scusa per le guerre americane. Questo non significa che io non entri in empatia con l’esperienza ebraica della persecuzione e del desiderio di una patria sicura, ma se questo è a spese dei palestinesi indigeni, non posso esservi fedele. E questo non mi rende un antisemita o un ebreo che odia se stesso. Significa che, in quanto persona europea di discendenza ebraica, posso capire come si sente un palestinese quando vede il proprio paese occupato e demolito da un invasore straniero. È come se un esercito musulmano colonizzasse la Spagna, cosa che ovviamente è accaduta una volta, in Andalusia. Eppure gli andalusi assorbirono gran parte della cultura spagnola e addirittura la influenzarono. Gli israeliani hanno un’empatia limitata per le persone che stanno occupando, e così la tragedia continua senza soluzione.

Tu spesso utilizzi e ispiri te stesso e i tuoi testi a pensatori della destra radicale. Naturalmente, non voglio ridurre i tuoi sentimenti e il tuo pensiero a usuali e confortevoli etichette. Puoi dirci le tue influenze in Arte, Musica, Letteratura, Storia e perché?

 Dipende da cosa intendi per destra radicale. Ci sono sicuramente scrittori di destra che ammiro, inclusi Evola, Junger, Spengler e Heidegger, ma tutti erano outsider all’interno dei regimi fascisti a cui hanno partecipato. Forse sarebbe meglio vederli come pensatori radicalmente conservatori, ma in senso più ampio di attaccamento a una visione spirituale della Terra, dell’identità e della cultura che non può essere ridotta al razzismo biologico o alla demagogia semplificata della dittatura fascista. Non ho problemi a vedermi culturalmente a destra e politicamente più a sinistra. E questo perché la dicotomia tra destra e sinistra è completamente distorta. La sinistra è diventata una sorta di elitarismo culturale mentre la destra si è spostata verso un populismo grezzo. Vedete minoranze etniche e l’Alt-Right sostenere qualcuno come Trump e la sinistra che invece vuole limitare la libertà di espressione, che storicamente era una virtù liberale, e ora è appannaggio più dei conservatori. I più grandi scrittori non si definiscono per ideologia e hanno una visione e un paradigma che non è sistematico ma sfumato. Mishima è un ottimo esempio di questo. Da un lato è un samurai degli ultimi giorni in uniforme che protesta contro il declino del culto dell’imperatore giapponese, ma dall’altro ha un orientamento occidentale con un’affinità per la decadenza estetica. È tradizionale solo nella misura in cui è moderno e viceversa. Amo quel paradosso e senza di esso non ci sarebbe Arte perché l’Arte fiorisce attraverso conflitti interiori e contraddizioni.

Ti riconosci in qualche tipo di sentiero politico o religioso?

 Ho una certa empatia per il libertarismo e l’anarchismo, ma solo perché esprime l’idea dei pensatori più distaccati e individualisti come Max Stirner ed Ernst Junger, che pone l’individuo auto-risvegliato come separato dalla società. L’Occidente è diventato fondamentalmente una cultura egocentrica e questo ha radici più antiche dell’individualismo americano, originato dalla separazione medievale tra Chiesa e Stato ed evolutosi con l’emergere del cavaliere errante, la leggenda di Faust, il Rinascimento, il libertino e il culto del moderno outsider. Questo può avere qualche equivalenza in altre culture, ma è molto pronunciato in Occidente. Non credo che possiamo concepire un passato o un futuro in cui il sé è assente o secondario rispetto al collettivo. Ma questa equazione funziona anche al contrario: sacrificare il collettivo all’individuo è solo un’altra forma di collettivismo, sebbene di tipo atomizzato e frammentato. La verità sta nella tensione tra queste due cose, ed è qui che inizia e finisce la mia politica. Di religione, davvero non ne ho, almeno non in senso formale. Il percorso Ermetico è forse il più vicino, in quanto comprende una varietà di Tradizioni e articola il significato simbolico e psicologico di rito, mito, alchimia, magia e occulto.

Pensi che la musica possa essere veicolo di un pensiero profondo e di indirizzi politici (naturalmente, non sto parlando di politica in senso “basso” ma nel profondo senso del termine). Può la musica essere una sorta di “rivoluzione”, anche in una scena underground?

 La musica e l’arte in genere possono essere veicolo per temi politici senza sprofondare nell’ideologia o nel moralismo didattico. Non è mai un manifesto o un programma e dovrebbe sempre elevarsi al di sopra delle cause ed esprimere gli effetti della motivazione umana, gli aspetti tragici ed eroici della vita, che alla fine non possono essere separati. Viviamo in un’epoca politicamente tossica ed è difficile ignorarne l’impatto a livello culturale e spirituale. L’arte è una lotta contro il filisteismo e l’ignoranza, inclusa l’ignoranza sofisticata e il bigottismo nascosto di tipo “sveglio” e “liberale”. L’artista è un ribelle e un grande artista è un ribelle metafisico. Non si tratta di alzare il dito medio alla società in senso nichilista, ma di vedere i segni più profondi, leggere tra le righe ed evocare il vero genio che conosce il rapporto tra arroganza e nemesi. La scena underground è certamente un terreno fertile per questo tipo di ribellione spirituale poiché gran parte del mainstream riguarda la ricerca della fama e della celebrità piuttosto che le virtù classiche di bellezza, verità, eroismo e tragico senso della vita.

Com’è la situazione australiana? In senso politico e culturale. Ti senti collegato ad altri artisti, scrittori ecc.?

L’Australia è una nazione continentale ed è quindi isolata da gran parte del mondo, nonostante la sua cultura occidentale. È stata creata dall’impero britannico ma ha adottato alcune influenze americane mentre è diventata  socialmente più egualitaria in un modo paragonabile alla Scandinavia. Ha una sorta di identità sfocata che non abbraccia il tradizionale fasto dell’Inghilterra o la spacconata patriottica dell’America. È un paese intermedio e questo è ciò che lo rende unico. Ci sono sempre stati bravi artisti e scrittori, ma molti hanno dovuto lasciare il paese per avere un impatto internazionale. Pensa a Nick Cave o al romanziere Peter Carey. Ma ci sono sempre più artisti locali e regionali e, poiché le cose diventano più precarie negli Stati Uniti e in Europa, l’Australia è un posto molto stabile e sicuro dove stare. Gli australiani sono generalmente abbastanza conformi quando si tratta di crisi: il modo in cui è stato affrontato il COVID-19 è un esempio calzante. Pochissime persone erano in disaccordo con i blocchi e il contenimento: era visto come un modo per prevenire e ridurre le infezioni. La Nuova Zelanda è molto simile. Ma con il deterioramento delle relazioni con la Cina e la debolezza degli Stati Uniti, c’è molta incertezza e molto dipende dal nostro rapporto con l’emisfero occidentale. Alcuni australiani pensano che facciamo parte dell’Asia, ma questo è vero solo in parte. Le origini del paese, a parte l’antica presenza aborigena, sono fondamentalmente di carattere occidentale, che assorbe e racchiude abbastanza bene altre culture. Questo è il motivo per cui può essere geograficamente distante, ma culturalmente più vicino all’Europa, agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna che a Pechino, Singapore o Seoul.

Ci sono altri artisti nel mondo che consideri amici e ispirazioni per il tuo lavoro?

Ho avuto una lunga collaborazione con DouglasPearce dei Death in June e viviamo nella stessa città, anche se ci incontriamo solo raramente. Altre includono Boyd Rice, Erin e Katrin degliAwen, Jerome Reuter, Kim Larsen, Thomas Bojden, Ian Read, King Dude e altri in quella piccola ma ampia cerchia.

Cosa pensi del futuro? Pensi che sia più oscuro o che ci sia una qualche forma di speranza?

Il futuro è nebuloso, letteralmente una nebbia. L’età attuale può sembrare più cupa e instabile, ma ciò può essere dovuto al fatto che il presente esiste sempre tra i poli. Forse ci siamo svegliati dall’illusione che il nuovo millennio promettesse un futuro più luminoso e la storia rallentasse fino a raggiungere un prevedibile equilibrio sotto gli auspici del capitalismo liberale. Ma non è così che è fatta la storia. Il mondo è sia buono che cattivo e al di là del bene e del male. Senza conflitto, si bloccherebbe e ristagnerebbe, e ciò è in definitiva impossibile perché la legge naturale dell’esistenza è movimento, conflitto e mutamento senza fine. L’universo funziona attraverso di noi, non al di fuori di noi.

La Natura ha influenza sulla tua vita e la tua Arte?

Ho sempre scelto di vivere vicino sia alla città che alla natura. Sono molto contento di poter camminare verso un fiume, una foresta o il mare, di avere la natura selvaggia intorno a me senza essere completamente allo stato brado. Quello spirito selvaggio deve essere coltivato dall’interno, quindi torno sempre alla natura per attingere ad esso. Penso che la vita umana sia spesso in contrasto con la natura, ma non puoi mai togliere l’animale dall’umano. Essere veramente umani significa camminare sul sentiero dell’animale e imparare a vedere la natura è l’essenza dello spirito piuttosto che il contrario. La cultura è l’espressione naturale dell’esistenza umana e più questa viene separata dalla natura, meno diventa naturale e umana, motivo per cui gran parte della cultura contemporanea è robotica e simile a una macchina. Preferisco i ritmi organici di uno strumento e una voce reali al campionamento elettronico di un computer, ma ho ancora bisogno del computer per catturare il suono organico, quindi è una questione di equilibrio e di armonizzare biologia e tecnologia senza perdere entrambe.

In conclusione, di’ ai nostri lettori qualcosa che pensi sia davvero importante e non ti abbiamo chiesto

C’è stato così tanto da dire qui che dire altro sarebbe eccessivo! Grazie per le domande interessanti.

A cura di Maurizio L’Episcopia

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(english version)

We have the honor of hosting Richard Leviathan, the mastermind behind the Australian musical project Ostara, on EreticaMente. Richard kindly and deeply answered numerous questions on topics such as Politics, Religion, Geopolitics, Philosophy, Music etc. Demonstrating a complexity and facet of opinions that are truly rare in a panorama, like today’s one, in which even political commentators yield to childish ultra-simplifications. We immediately give him the floor …

First, talk us ‘bout your project before Ostara, Strength Through Joy. Are they connected? Why did you stop this? How did they differ?

Strength Through Joy was founded in 1992 by myself and Timothy Jenn and was very much inspired by Death in June. We were based in Australia at the time and when we sent the first demo recordings to Douglas Pearce, we had no idea that he was living not that far away from us. It was a strange coincidence that, along with the musical affinity we had with Di6, was thebeginning of what became a critical association. I would have kept Strength Through Joy going regardless of what direction we took musically, especially as we had two successful tours with Death in June and Boyd Rice in 1996-7. The shift came when Timothy moved to Germany while I was based in the UK. He was never very comfortable with what he felt were politically motivated challenges to the Neofolk scene, especially within Germany with the Antifa. I was always willing to take on that challenge and confront the censorship, which continues to this day. I was the one who suggested Ostara as an alternative name, which wasn’t exactly politically correct either! But I was never willing to give in to the suppression of artistic freedom, which only weakens the will to be original and true to oneself. The irony of the situation was that Timothy and I split when we were recording what became the most successful Ostara album, “Kingdom Gone” (2002). It was then that I realised that it was really a question of commitment, not politics, so I carried on without him. Musically, there are some differences. STJ was a more youthful and imitative style, whereas it was with Ostara that I found my true path as a songwriter. The scene has changed a lot since it started and naturally fragmented over time, but those who have persisted have left their mark and continue to do so. Spiritual Front is much more pop than folk and Rome is a kind of hybrid of folk, martial and industrial. This is all good,and to always sound like Death in June or Sol Invictus would be derivative and ultimately dull. I feel that my style changes with every new album. It’s about finding what is right for me and that is an ongoing struggle.

Your lyrics are often based on “Spiritual” Europe. Can you tell us how does Europe represent for your vision of life and world and why?

 I wasn’t born in Europe, but I have always been drawn to it, spiritually, culturally and emotionally. It really is in the blood. I grew up in South Africa, a dual colony of Britain and the Netherlands, so it was like living in a weird offshoot of the Western world. As a child, I loved medieval and modern history and gravitated to a romantic sense of Europe as an evergreen landscape filled with castles, cathedrals and epic battles. That evolved into an interest in black metal. I was fourteen-years-old when I left South Africa for England and so the dream had come true. I was like an exile that had returned to an ancient homeland, the one I was born for rather than in. But it is very much a spiritual affinity, a connection to a culture that has deep roots in the ancient world and that spirit is what gives it its past and its perennial character. To have a spiritual orientation to a place is to be connected with its collective memory. These are the things that art, music and literature preserve and renew. Of course, the world is complex and societies change constantly over time. Yet, the past remains and persists in the present, just as the dead persist to some extent in the living. Not everything I write is specifically about Europe – I am also fascinated with America and parts of the Near and Far East. But the heart and soul of the writing is inherently Occidental. Europe is not just a place, but a state of mind. You can leave it, as I did to live in Australia in 2006, but it never really leaves you. It continues to grow inside me like a great tree with roots stretching to the ends of the earth.

What do you think ‘bout actual Europe’s situation? Are there solutions or possibilities of “rebirth”?

Europe’s destiny is bound up with the fate of the West. America has been both a partner and a rival in the relationship between the continent and the Anglo-American empire. The Eastern sphere that begins in the Balkans and includes Russia is another form of rivalry, that amorphous Eurasian giant that has always been at the fringes of Europe and on the edge of the Orient. The true Europe is Middle Europe, the old Holy Roman Empire that contained the rich diversity of languages, cultures and peoples, blending the Graeco-Roman with the Nordic spheres. This came to an end with Napoleon and has been disintegrating ever since. The European Union was an attempt to create a new kind of unity, but it was born largely out of economics and to some extent out of ethics – and those two things don’t always coincide without conflict. It is one thing to create a peaceful unity and purge the continent of racism and nationalism, but when borders become weak and ancient ethnicities begin to feel threatened or destabilised, they revolt as they have in many parts of Europe. America’s wars in the Middle East and its contempt for what it sees as “Old Europe” has only worsened the situation. I admire Europe for protesting the second Iraq war, but the consequences of that foolish invasion have led to instability everywhere, arguably creating ISIS and contributing exponentially to the refugee crisis. Brexit and Trump are negative symptoms of that catastrophe and, as China grows more powerful, Europe is once again caught in the middle. COVID-19 is now the epicentre of that historical shift but it was decades, if not centuries, in the making. Globalisation is actually very good for Nationalism because it has always been an instrument for it, whether British, French, American or Chinese. I am a Pan-European and the only way Europe can revive its fortunes is to reject both globalism and nationalism as two sides of the same coin. No country exists in isolation, but it also cannot be subsumed in a single state. The Holy Roman Empire, while never at peace, was however a culturally unified system of fidelity to an Idea of Europe similar to the Roman imperium, but more culturally and linguistically diverse in its makeup. While we cannot return to such a universal state, the legacy of that unifying principle should be what informs the future of the Union. And that sense of identity and fidelity to a greater Europe should be allied with the US in counterpoint to China. But we are probably years away from that given America’s current implosion and I am not optimistic. The fight for the soul of Europe is also its culture and there are challenges there too – the rise of radical Islam, the creation of modern ghettoes and the financial and economic insecurity of the region, all of which play into China’s hands. In the end, it’s a question of the survival of Europe as a distinct geographical and cultural reality. The enemy is not just at the gates, but also within them, and that enemy is not some anonymous foreign Other, but sometimes ourselves, by which I mean the kind of schism and division that plagues the current social discourse, much of it taking place on social media and in paralysing isolation.

 

I know you have Jewish origins but I’ve ever read you’re critical toward Israel politics. Is really so? Why? Explain your thoughts, please

 This is correct. Interestingly Israel is a rich audience for Neofolk and industrial music, and there is a small but solid following, especially in Tel Aviv. I have nothing against the Israeli people. My view is consistent with that of Jean Genet, Pat Buchanan and certain Jewish and Palestinian writers and activists, such as Edward Said and Norman Finkelstein. Israel is an occupier, a European-American settlement inside of Arab land. The Jewish connection with Jerusalem is fundamentally a spiritual and religious one, a consequence of the Babylonian and Roman Exile that defines and dominates the Jewish psyche. The Orthodox Jew is still waiting for a Messiah, whereas the average secular Jew is quite far removed from Jerusalem as a Biblical kingdom. Zionism tried to combine secular and spiritual ideals into one unified state, but its roots are completely European. Arguably the Zionists were the first nationalist-socialists, and many were trying to achieve what German nationalists wanted, a folk-based nation born of blood and soil. The problem is that the Israeli state is Arab soil, just as I regard the majority of Jews as Europeans, not people from the Middle East. I also think that Israel, as an ally of the US, provides a convenient excuse for American wars. This doesn’t mean that I don’t empathise with the Jewish experience of persecution and of wanting a safe homeland, but if that is at the expense of indigenous Palestinians, I cannot be loyal to it. And that doesn’t make me an anti-Semite or a self-hating Jew. It means that, as a European person of Jewish descent, I can conceive what a Palestinian feels like when they see their country occupied and demolished by a foreign invader. It’s like having a Muslim army colonise Spain – which of course once happened, in Andalusia. Yet the Andalusians absorbed much of Spanish culture and even influenced it. Israelis have limited empathy for the people they are occupying, and so the tragedy continues without resolution.

You often use and inspire yourself and your lyrics to radical right’s thinkers. Of course, I don’t want to reduce your feelings and thought to usual and comfortable usual labels. Can you tell us your influences in art, music, literature, history and why?

 It depends by what you mean by radical Right. There are definitely writers on the Right I admire, including Evola, Juenger, Spengler and Heidegger, but all of them were outsiders within the fascist regimes they participated in. Perhaps it would be better to see them as radically conservative thinkers, but in a much broader sense of being attached to a spiritual vision of land, identity and culture that could not be reduced to biological racism or the simplified demagoguery of the fascist dictatorship. I have no problem seeing myself as culturally on the Right and politically more to the Left. And that’s because the dichotomy between right and left is completely distorted. The Left has become a kind of cultural elitism while the Right has moved towards crudepopulism. You see ethnic minorities and the Alt-Right supporting someone like Trump and leftists who want to shut down freedom of expression, which historically was a liberal virtue, and now is owned more by conservatives. The greatest writers don’t define themselves by ideology and have a vision and a paradigm that is not systematic but nuanced. Mishima is a great example of this. One the one hand he is a latter-day samurai in uniform protesting the decline of Japanese emperor worship, but on the other hand he has a Western orientation with an affinity for aesthetic decadence. He is traditional only to the extent that he is modern and vice versa. I love that paradox, and without it, there would be no art because art flourishes through inner conflict and contradiction.

Do you recognize yourself in some kind of political and religious path?

I have some empathy for Libertarianism and Anarchism, but only as it expresses the idea of the more detached and individualistic thinkers like Max Stirner and Ernst Juenger, whichplacesthe self-awakened individual apart from society. The West has become fundamentally an egocentric culture and this has older roots than American individualism, originatingin the medievalseparation of church and state and evolving with the emergence of the knight errant, the legend of Faust, the Renaissance,the libertine and the cult of themodern outsider. This may have some equivalence in other cultures, but it is very pronounced in the Occident. I don’t think we can conceive of a past or a future where the self is absent or secondary to the collective. But this equation also works in reverse – to sacrifice the collective to the individual is just another form ofcollectivism, albeit it of an atomised and fragmented kind. The truth lies in the tension between these two things, and that is where my politics begins and ends. Of religion, I really do not have any, at least not in a formal sense. The Hermetic path is perhaps the closest, as it encompasses a variety of traditions and articulates the symbolic and psychological meaning of ritual, myth, alchemy, magic and the occult.

Do you think music could be a vehicle for deep thought and politic issues (of course, I’m not talking ‘bout “low” way of politic but in the deep sense of the term). Can be music a sort of “revolution”, even in an underground scene?

 Music and art generally can be a vehicle for political themes without sinking into ideology or didactic moralism. It is never a manifesto or a programme and should always rise above causes and express the effects of human motivation, the tragic as well as heroic aspects of life, which cannot ultimately be separated. We live in a politically toxic age and it is hard to ignore the impact of that on a cultural and spiritual level. Art is a struggle against philistinism and ignorance,including thesophisticated ignorance and concealed bigotry of the “woke” and “liberal” kind. The artist is a rebel, and a great artist is a metaphysical rebel. It’s not about putting up the middle finger at society in a nihilistic sense, but of seeing the deeper signs, reading between the lines and evoking the true genius that knows the relationship between hubris and nemesis. The underground scene is certainly fertile ground for this kind of spiritual rebellion as so much of the mainstream is about the pursuit of fame and celebrity rather than the classical virtues of beauty, truth, heroism and the tragic sense of life.

How is Australian situation? In politics and cultural senses. Are you linked to other artists, or writers etc.?

Australia is a continental nation and is thus isolated from much of the world, despite its western culture. It was created by the British empire but adopted some American influences while becoming more socially egalitarian in a way that is comparable with Scandinavia. It has a kind of fuzzy identity that doesn’t embrace the traditional pomp of England or the patriotic bluster of America. It’s an in-between country and that’s what makes it unique. There have always been good artists and writers, but many had to leave the country to make an impact internationally. Think about Nick Cave or the novelist Peter Carey. But increasingly there are more local and regional artists and, as things become more volatile in the US and Europe, Australia is a very stable and secure place to be. Australians are generally fairly compliant when it comes to crises – the way COVID-19 was dealt with is a case in point. Very few people disagreed with lockdowns and containment – it was seen as a way to prevent and reduce infection. New Zealand is very similar. But with the deteriorating relationship with China and the weakness of the US, there is a lot of uncertainty, and so much depends on our relationship with the Western hemisphere. Some Australians think we are part of Asia, but that is only very partially true. The origins of the country, apart from the ancient aboriginal presence, are fundamentally of a Western character, which absorbs and contains other cultures quite well. This is why it may be geographically distant, but culturally closer to Europe, the US and Britain than to Beijing, Singapore or Seoul.

Are there some other artists in the world you consider friends and inspirations for your work?

I have had a long association with Douglas Pearce of Death in June and we live in the same city, although only meet rarely. Others include Boyd Rice, Erin and Katrin from Awen, Jerome Reuter, Kim Larsen, Thomas Bojden, Ian Read, King Dude and others in thatsmall but wide circle.

What do you think ‘bout the Future? Do you think it’s darker or is there some hope?

The future is nebulous, literally a fog. The current age may seem more bleak and unstable, but that may be because the present always exists between the poles. Perhaps we have woken up from the illusion that the new millennium would promise a brighter future and history would slow down to a predictable equilibrium under liberal capitalist auspices. But that’s not how history is made. The world is both good and evil and beyond good and evil. Without conflict, it would stall and stagnate, and that is ultimately impossible because the natural law of existence is movement, strife and endless mutation. The universe works through us, not outside of us.

Has Nature some influence in your life and art?

I’ve always chosen to live close to both the city and to nature. I am most content where I can walk to a river, a forest or the sea, to have the wilderness around me while not being completely in the wild. That spirit of wildness has to be cultivated from within, so I am always heading back to nature to tap into it. I think human life is often at odds with nature, but you can never take the animal out of the human. To be truly human is to walk in the path of the animal and learn to see nature is the essence of the spirit rather than the reverse. Culture is the natural expression of human existence and the more that becomes severed from nature, the less natural and human it becomes, which is why so much of contemporary culture is robotic and machine-like. I prefer the organic rhythms of a real instrument and voice to the electronic sampling of a computer, but I still need the computer to capture the organic sound, so it’s a question of balance and of harmonising biology and technology without losing both.

In the end, say to our readers some you think really important and I didn’t ask

 There was so much to say here that any more would be overkill! Thanks for the engaging questions.

Made by Maurizio L’Episcopia

 

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Categorie: Musica

Pubblicato da Ereticamente il 5 Gennaio 2021

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Primula Nera

    In effetti il primo disco degli Strenght through joy, “The force of truth and lies”,era molto vicino al suono dei Death in june,ma già il secondo”Salute to light”era molto più personale(con apice qualitativo in “The song of Amergin”). Gli Ostara però li ho sempre ritenuti meno interessanti,a volte, curiosamente, quasi pop(di per se non una cosa cattiva,ma i nostri mi sembrano più a loro agio con altri tipi di sonorità).
    In generale il neo folk(o folk apocalittico)è il genere musicale(insieme al Black metal) costituzionalmente meno sensibile alla propaganda del sistema e al”politicamente corretto”..Forse anche per questo gente come Richard Leviathan dice cose realmente interessanti,a differenza di musicisti di altre aree che sostanzialmente si limitano a snocciolare quelli che sono i dettami di regime(antifascismo pur in mancanza di esso,immigrazionismo,oikofobia,culto per le minoranze di ogni tipo,etc),tanto che le interviste dell’uno sono praticamente indistinguibili da quelle dell’altro(stile salotto di Fazio…).
    Non sono molto d’accordo solo con Leviathan solo con il giudizio negativo(condiviso anche da altri esponenti della scena come Douglas Pearce e Tony Wakeford) che dà della Brexit ; in realtà liberarsi dal carrozzone dell’UE(e tutte le corti e organi vari associati),può essere un primo passo(ovviamente non l’unico)per ritrovare una propria sovranità lontani dalle imposizioni di organismi sovranazionali che hanno come mira ben altri obiettivi che il benessere dei popoli.

  2. Gian

    Non li conosco, ma mi avete fatto venire voglia di ascoltarli. Sicuramente hanno una buona base culturale.

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