Il retaggio uomo-animale dalla società tradizionale contadina alla globalizzazione – Walter Venchiarutti

Il retaggio uomo-animale dalla società tradizionale contadina alla globalizzazione – Walter Venchiarutti

L’uomo è un animale, ma non è solo un animale

(Konrad Lorenz)

 

La diversa concezione di natura nel decorso storico

Analogie e differenze tra uomo e animale hanno da sempre suscitato l’interesse per la discussione tra le diverse partigianerie. Da una parte emergentisti e specisti, fautori della convinzione secondo cui la distinzione tra specie corrisponde ad un concetto invalicabile (1), dall’altra i riduzionisti, che equiparano materialmente e spiritualmente l’uomo all’animale. Tra questi ultimi fautori di una teoria gender riguardante uomo-animale gli studi di Yves Christen (2) considerano che tra i due soggetti esistono differenze ma non la differenza e tutti gli animali sono da considerare persone. Per contro c’è chi, come Giorgio Locchi (3), ritiene che ridurre l’essenza dell’uomo alla sfera biologica equivalga a spogliarlo della sua piena storicità. Se l’animale vive guidato da una programmazione istintiva, fornitagli dalla natura e dall’abitudine, l’essere umano ha dalla sua il lógos, la ragione, la consapevolezza, il pensiero con la forza dell’immaginazione. Entrambi sono accomunati dal soffio vitale chiamato anima che anche semanticamente si identifica nella radice del nome “animale”. Aristotele sosteneva che l’anima dell’uomo differisce perché può accedere al pensiero concettuale. Il cristianesimo ha derivato dalla biblistica la credenza per cui gli animali non possiedono un’anima mentre l’uomo è stato creato a immagine divina. Solo a lui compete la grazia, elemento individuale e immortale. Da ciò provengono ai figli di Adamo tutta una serie di attribuzioni:

– La dimensione storica o triplice completa consapevolezza di passato, presente, futuro. L’animale può avere idea della morte quando sta per morire, l’uomo, giorno dopo giorno, vive conscio della sua finitezza (4).

– È umano il libero arbitrio, la capacità nel saper programmare volontariamente scelte con la prospettiva di imparare sperimentando, con la possibilità di sbagliare. Se il regno minerale è inerte, l’animale è un povero abitatore del mondo, l’uomo resta l’unico in grado di plasmare con opzioni anche originali e meditate il proprio destino (5).

– La cultura non è solo bagaglio mnemonico, un magazzino di nozioni, ma capacità nel saper collegare, immaginare, fantasticare (teoria della mente) e trovare soluzioni innovative nei campi del sociale, politico, istituzionale, giuridico, normativo. A questo sarebbero da aggiungere i cambiamenti d’opinione, l’intenzione altruistica, il senso del dovere, ecc. L’attività sessuale nell’uomo non è unicamente un fatto naturale e istintivo poiché trova essenziale completamento nell’erotismo.

– Il linguaggio umano non costituisce una semplice struttura comunicativa ma diventa visione del mondo: letteraria, poetica, artistica.

Lungo il corso della storia il rapporto uomo-animale è stato caratterizzato dall’apparente contrasto derivante tra le due specie: dominante e subalterna. A questo antagonismo si è aggiunta l’ambiguità costituita nel saper proiettare simbolicamente nelle singole categorie zoologiche (6) le proprie prerogative positive e negative. Tali elementi sono passati attraverso un lungo processo di elaborazione mitica, connesso ai presupposti della forte ereditarietà totemica. Se il millenario vassallaggio ieri si è sviluppato grazie al predominante antropocentrismo, giustificato dalla volontà di predazione e da ragioni di sopravvivenza, oggi lo spettro del crescente impoverimento della diversità biologica porta alla ribalta tardivi ravvedimenti, timori favoriti dalla logica del destino comune. Tra le due categorie viventi, la teorizzata comune provenienza originaria ha permesso il sussistere di atteggiamenti solidali, fondati su relazioni non esclusivamente strumentali e utilitaristiche bensì suscitati da spontanei sentimenti affettivi. Come è noto l’essere umano ha da sempre esercitato, anche nei confronti dei suoi simili, comportamenti ambivalenti, improntati alla prepotenza, alla riduzione in schiavitù ma anche all’amore. Conseguentemente numerosi casi attestano che il passaggio all’addomesticamento animale abbia visto il sorgere di una spontanea alleanza, il nascere di una affezione reciproca non disgiunta dal sacrificio. Gli esempi sono disparati: il pastore e il suo cane, il cacciatore e il segugio, il nobile e il falcone, il mandriano e gli armenti, il mulo e il montanaro, la massaia e il pollame e così via. Specialmente oggi per combattere la solitudine esistenziale viene consigliata la terapeutica compagnia di amici-animali. Assistiamo giornalmente al propagarsi di nuove iniziative promosse da un associazionismo animalista che combatte con determinazione e reclama, anche in piazza, trattamenti meno crudeli e comprensivi da riservare a questi compagni di viaggio. Infatti qua e là permangono ancora forti sacche di resistenza favorite, più che da larvate forme di razzismo biologico, da un mai sopito prometeico egoismo e da un edonismo economico, non più giustificabili dall’ormai acquisito incontrastato predominio antropico esteso a tutto il pianeta. La malvagità gratuita dell’uomo non trova più attenuanti nella necessità biologica ma nei precedenti biblici, derivati dall’aggressività di Caino. Sebbene ogni comportamento di prepotenza gratuita verso il mondo animale vada condannato occorre altresì considerare che comprensione non significa equiparazione. La matrice comune che ha portato alla coabitazione non pregiudica il fatto che la natura e le esigenze prospettiche siano diverse. Alla stessa stregua non si ravvisa odio nel leone che sbrana la sua preda. Un tempo esistevano strette connessioni tra divinità e animale soggetto all’arte venatoria. Nelle società tradizionali (7), dal paleolitico fino quasi alla contemporaneità, il cacciatore non uccideva per piacere ma per difesa, per sfamarsi e in modo non superiore alle proprie necessità (8). In questo serbava coscienza d’aver compiuto un atto di bisogno al tempo stesso trasgressivo (9). Il sacrificio serviva a consolidare il rapporto con la divinità per l’animalicidio (10). Da qui la consuetudine di offrire agli Esseri Supremi un pezzo di ogni animale ucciso in quanto …i sacrifici cruenti, praticati sia dai coltivatori sia dai pastori, ripetono in fin dei conti l’uccisione della selvaggina da parte dei cacciatori (11). La finalità era quella di attutire il senso di colpa, potersi riconciliare con lo spirito della preda e riequilibrare la stabilità dell’ordine naturale che era stato infranto.

 

Le variazioni del panorama zoologico

Pur non avendo la pretesa di rimpiazzare esperti zoologi o etologi qualificati, ma solamente confrontando lo scenario animale odierno con quello faunistico che popolava la campagna al tempo della nostra prima infanzia, possiamo notare l’intervento di tutta una serie di sostanziali variazioni. In questi ultimi anni, le trasformazioni sono state favorite dallo sviluppo delle attività antropiche e dai cambiamenti climatici che hanno prodotto notevoli spostamenti della fauna selvatica. Tali mutamenti hanno comportato l’introduzione di nuove specie alloctone e il contemporaneo declino o la sparizione di altre autoctone. La percezione trova riscontro negli articoli della rivista di scienza e storia dell’ambiente padano che per quanto riguarda il Cremonese è documentata dalla rivista Pianura. Il fenomeno ha riguardato indistintamente vertebrati (caprioli, cinghiali, scoiattoli, ardeidi, rapaci, uccelli ecc.) e invertebrati (ragni, farfalle, insetti ecc.). Nel circondario alla sparizione del colubro liscio, all’estinzione dello saettone comune, derivati dalle alterazioni ambientali si è accompagnata la prima comparsa delle mantidi esotiche, del geco verrucoso e comune. Notevoli sconvolgimenti hanno prodotto nella fauna ittica l’introduzione di pesci siluro e di varietà estranee. Non meno problematiche sono state le sopraggiunte incursioni del visone americano e del gambero della Louisiana a cui ha fatto da contrappunto la quasi totale sparizione di rondini, faine, tassi, allocchi. Nei boschi superstiti lo scoiattolo rosso europeo sta scomparendo, soppiantato dall’avanzata di quello grigio americano. Da questa alternanza qualcuno non ha mancato di rimarcare una premonitrice sudditanza etnocentrica che apre ad un nuovo dominio culturale.

 

L’animale dalle tradizioni aristocratiche alle leggende popolari letterarie e locali

Nel passato dalla condizione zooantropica si traevano, in positivo o in negativo, i caratteri, le qualità comportamentali che hanno finito per diventare stabili archetipi: il leone esprimeva il coraggio, la volpe/ astuzia, l’aquila/ superiorità, il cerbiatto/ leggiadria, il gatto/ agilità, il cane/ fedeltà, il topo/ furbizia, la formica/ laboriosità, ecc. Per contro l’onagro è fatto segno di pigrizia, il toro ha rappresentato l’irruenza, il maiale/ la sporcizia, la cicala/ lo sperpero, il lupo/ la malvagità, la lumaca/ la lentezza, il coniglio/ la codardìa, ecc. L’animale poteva assumere le forme più mostruose che popolavano la fantasia (12) oppure diventare una rappresentazione teriomorfa nel ruolo di antenato mitico. Faceva allora bella mostra di sé, raffigurato sui blasoni di famiglia. Gli stemmi araldici riportano frequentemente sembianze di leoni ruggenti, cavalli rampanti, draghi volanti (13) a cui si facevano risalire le lontane origini caratteriali della propria stirpe e nell’onomastica gentilizia abbondavano le derivazioni tratte dai bestiari locali (14). Solitamente una coppia di animali, dall’alto delle colonne laterali fiancheggiava cancelli e portali delle dimore patrizie, con il compito di vigilare l’accesso. Spesso agguerrite fiere o mansueti animali erano riprodotti nei picchiotti. I battiporta in sembiante di solerti guardiani della soglia allertavano la presenza di visitatori (15). Lascito della classicità miti greci e romani proponevano ibridi, per metà uomini e per metà animali, che occupavano un pantheon variegato, fatto di centauri, tritoni, sirene, chimere, fauni, minotauri, cinocefali ecc. Per tutto il medioevo la vasta gamma della zoologia reale o immaginaria è stata rappresentata sulle guglie e facciate delle cattedrali; la tradizione religiosa imputava corrispondenze tra queste presenze e i vizi o le virtù dei fedeli. La simbologia iconografica ha conservato giudizi e pregiudizi dall’evo antico e che ancor oggi nutriamo nei confronti di serpenti, scorpioni, lupi, aquile, cavalli, capre ecc. Nella letteratura dei più conosciuti racconti fiabeschi raccolti dai Grimm, Basile e Collodi la zoologia degli saggi aiutanti magici si alterna a quella dei diavoli o bricconi dispettosi e crudeli (16). Le Avventure di Pinocchio propongono una categoria di animali che giocano un ruolo essenziale e interferiscono attivamente, nel bene e nel male, a determinare le prove iniziatiche incontrate dal burattino-bambino. Nei racconti popolari non si contano le quantità di coppie miste. La leggenda dello sposo/a bestia, maschio o femmina, costituisce un significativo esempio. Quasi sempre il ritorno alla normalità avviene allorquando il partner umano sventa il tremendo incantesimo. La letteratura fantastica (17) annovera una grande varietà di orsi, ranocchi, asini e porcospini che si trasformano in altrettanti bellissimi principi e giovani aitanti; dietro le sembianze di un cigno, cervo, pesce, uccello, lupo si possono celare leggiadre fanciulle o terribili streghe. Grazie all’intraprendenza e all’intelligenza il protagonista o la sua compagna riescono sempre a rompere il sortilegio e ripristinano lo sconvolto ordine naturale formando una coppia felice. Tali storie magiche, secondo l’interpretazione di V. Propp (18), potrebbero celare la realistica pretesa di interventi decisi a raffinare e ingentilire i comportamenti del compagno di turno. Nelle storie narrate durante i raduni invernali nelle stalle, i protagonisti della più importante

Racconto popolare cremasco sono due animali: la cagnolina e il lupo. Rispettivamente corrispondono agli archetipi della furbizia e dell’ingordigia. Sottolineano come questi personaggi identifichino il secolare dualismo sociale tra il contadino, impersonato dal lupo (grezzo, forte, ingenuo, ingordo, prepotente, goffo) e la cagnolina (furbastra, debole, schizzinosa, imbelle, astuta e falsa). Questa dicotomia ripropone il dualismo presente nella tradizione popolare ed è in stretto rapporto con le secolari dispute folcloriche tra gagèt e schitì, ovvero tra villici e cittadini (19). Ancor oggi nel carnevale cremasco, manifestazione che si è mantenuta ininterrottamente e sull’onda lunga della consuetudine veneziana, gli animali costituiscono una compagine affatto trascurabile dei soggetti mascherati. Nel mondo alla rovescia delle maschere i ruoli si invertono le identità si mischiano. L’uomo assume le sembianze dell’animale e l’animale quelle dell’uomo (20). L’umanitarismo animalista negli ultimi anni è intervenuto affinché le oche, inseparabili compagne del gagèt, fossero sostituite da finte sagome di cartapesta, ma non sono rari gli esempi di cani, gatti, somari, cavalli, compagni dell’uomo, che dal vivo ostentano beffardi oggetti e motteggiano comportamenti che sono una esclusiva prerogativa umana. Anche sui carri allegorici le rappresentazioni non trascurano ma passano in rassegna tutti i rappresentanti della fauna domestica ed esotica. Quest’ultima costituita da elefanti, scimmie,coccodrilli, pappagalli, serpenti, né mancano le inquietanti mitiche rappresentazioni di draghi che ricordano i tempi remoti in cui si riteneva che terribili sauri sguazzassero indisturbati lungo le rive del mitico mare Gerundo.

 

L’animale nella tradizione religiosa popolare e nella cultura folklorica

Gli animali allevati in cascina (equini, bovini, suini e avicoli) costituivano una rendita irrinunciabile alla sussistenza della famiglia contadina. I derivati alimentari e l’indispensabile aiuto offerto nel lavoro dei campi stavano alla base di questo sodalizio. Non deve quindi stupire se il cavallante nelle scuderie, il mungitore nelle stalle, la massaia nel cortile dialogassero amabilmente con essi. Prima ancora che i pedigree costituissero una regolare consuetudine il colono e la casalinga chiamavano per nome o con un vezzeggiativo ogni capo posseduto. A questi riservavano la precedenza e le solerti attenzioni riguardanti l’accudimento e l’alimentazione. Solo secondariamente venivano esaudite le esigenze parentali e quelle personali. A tali comportamenti non seguivano contrapposizioni nel considerare il sereno rapporto di convivenza con compagni con cui si divideva la quotidianità. Una esistenza ricca di gioie, speranze ma anche e soprattutto di privazioni e fatiche. Dal benessere di questi collaboratori dipendeva la sopravvivenza stessa dell’uomo e della famiglia. La salute dell’animale (da traino, da latte, da guerra) spesso era connessa con la vita dell’ambulante, del contadino, del cavaliere e conseguentemente la salute dell’intero gruppo familiare. La responsabilizzazione rendeva il padrone un alleato. Era invalso l’uso secondo cui la provvida regiùra (padrona di casa) chiamava con nomi di fantasia ogni gallina del pollaio. Allo stesso modo il mungitore e il cavallante battezzavano con famigliarità mucche e cavalli per i quali nutrivano sincero affetto. Questo sentimento era ben documentato negli ex-voto dei santuari locali (Pallavicina, Marzale, Misericordia, S. Maria della Croce, Ariadello, Caravaggio). Ancora intorno agli anni ’60 le pareti di questi templi periferici erano tappezzate dai quadretti votivi. La loro presenza testimoniava l’indiscussa bontà del santo patrono. Al soccorso celeste si ricorreva in casi estremi, quando le cure empiriche non sortivano più gli effetti sperati nella salvaguardia delle greggi e dei branchi decimati dal malrossino, dall’afta epizootica, dalla tubercolosi o da altre intossicazioni. Le gallerie delle pitture votive degli ex-voto costituiscono exempla alquanto emblematici. I mandriani sono raffigurati prostrati dal dolore, inginocchiati insieme ai loro armenti, anch’essi genuflessi nell’atto di sollecitare il provvido intervento divino. Manufatti semplici ma eloquenti, spie altamente significative e commoventi di atteggiamenti consuetudinari. Il numero di questi quadretti in cui sono rappresentati soggetti animali era rilevante. In base ad una indagine condotta dal Gruppo Antropologico Cremasco (21) costituivano un quarto dell’intera campionatura.

 

L’animale nella società dei mass media

L’animale non sarà mai uomo, anche se l’uomo non sempre agisce e si comporta utilizzando la razionale intelligenza ma riesce spesso, con rapacità, a mortificare le sue prerogative. Un eccesso inverso ma altrettanto dannoso è quello di equiparare con attenzioni maniacali e affettazioni l’amico dell’uomo, sottomettendolo a rituali soffocanti e umilianti (pettinature, profumazioni, corredini insieme a fiocchetti, cappottini, scarpette e corredini ultima moda) che anziché procurarne il benessere esasperano la sottomissione, limitano e ne ridicolizzano la libertà. Il continuo processo di industrializzazione ha comportato l’urbanizzazione e lo spopolamento delle campagne. A questo allontanamento dall’ordine naturale è conseguito l’estinguersi del rapporto di diretta convivenza. Il risultato è stato l’abbandono di una esperienza conoscitiva millenaria che assommava la tradizione alla pratica dell’esperienza. Si è perso un patrimonio sapienziale maturato faticosamente, che non comportava conoscenze teoriche ma era frutto della frequentazione quotidiana, sviluppato all’insegna del buon senso. I cacciatori nomadi e gli agricoltori stanziali del neolitico possedevano conoscenze intorno alle abitudini reali del mondo animale e vegetale che ai più restano oggi precluse o sono divenute retaggio di pochi. La pubblicità moderna fin da bambini, ha abituato il pubblico ad assimilare concetti surreali e spesso menzogneri. I mass media diffondono storie assurde e fiabe ingannevoli così, venendo meno la frequentazione diretta, i più piccoli con difficoltà possono distinguere le notizie vere dalle false.

– Nei caroselli più diffusi una rinomata marca di cioccolato presenta pascoli popolati da mucche dal manto viola.

– I cani di razza bassotto sono diventati araldi delle piccole e comode rate per ottenere mutuo bancario.

– Il tonno ha abbandonato il nuoto nei mari aperti e oggi nasce direttamente, già confezionato, in scatolette metalliche sott’olio.

– I pulcini neri cadendo nel mastello del bucato si lavano e ricompaiono bianchi.

– I segugi non si limitano ad aiutare il cacciatore, scovando la preda ma divenuti supereroi del

risparmio danno validi consigli per la spesa quotidiana.

– I topi dei cartoni animati sono intelligenti, amabili e sempre più furbi dei gatti.

– I galli di una nota marca di riso alimentare non cantano più al suono di “chicchirichì” ma di “chicchi-ricchi”.

Di fronte ad un disarmante panorama, così vasto e fatto di seducenti mistificazioni non dobbiamo meravigliarci che le ultime generazioni di giovanissimi crescano disorientate.

 

Un bestiario poetico nel vernacolo

Sorgono domande e riflessioni relative a calzanti paragoni diacronici così come vengono proposti nell’anteprima di un bestiario costituito da poesie dialettali (22). L’analisi considera le peggiorate condizioni ambientali, affronta le problematiche di una crescita illimitata fine a se stessa. L’inquinamento terrestre, la lenta e inesorabile scomparsa della biodiversità sono fenomeni attentamente vagliati insieme alle abitudini, all’aspetto e all’indole degli animali. Entra in gioco la dimestichezza che ha caratterizzato l’equilibrio naturale. Popoli tradizionali, come ad esempio i Pellerossa, in osservanza al Grande Spirito della natura, per millenni hanno calpestato la terra lasciandola come l’avevano trovata (23). Essere in sintonia con l’universo, grazie alla religiosità presente nella sapienza antica, è l’equilibrio, la misura che ha saputo conciliare l’umanizzazione dell’animale con l’animalizzazione dell’uomo. Un processo, che sta alla base dell’esperienza millenaria assimilata dalla ruralistica e ha trovato prova concreta nello sterminato numero di calzanti metafore verbali che accompagnavano il lessico quotidiano. Tale consuetudine ha assunto valore rafforzativo nei perentori modi di dire e nelle sentenze proverbiali (24). Gli esempi sono infiniti. Le nostre nonne frequentemente nel frasario quotidiano ripetevano:

A ès bu s’è bo, bufà gref tàm mè ‘na tenca, mȍt cumè an pès, ampadelent cumè ‘n ròi, fűrbo cumè al rat da culmègna, nigre tan mè an quarnàc, menagram cumè an sietù, scalcagnàda cumè la raböba, stűfù cumè ‘na sensala, ès cumè an ca rabius, ‘ngurd cumè an sat, curiùs mè le pole òrbe,strach cumè ‘n sumàr, fresùsa cumè ‘na gata,lȍstre cumè an panaròt, ecc. ecc..

Ogni elegia coglie in pieno non solo le qualità fisiche dell’animale, ma sottolinea le peculiarità primarie archetipiche che ne sintetizzano l’universalità totemica. I testi sono lontani dall’assecondare presunte pretese animaliste quanto dalla indifferente sete di sfruttamento, idealità care alle opposte tendenze che occupano il pensiero moderno. Indubbiamente tali campionature possono aiutarci a considerare approcci più adeguati, a rivedere le condizioni relazionali con questi coabitanti della superficie terrestre. Le barriere protettive, l’esasperante asetticità, la supremazia etnica, l’isolamento individualista professati dalla modernità sono servite a garantire l’umanità dalle ipotetiche aggressioni e dalle eccessive interferenze del mondo esterno, per contro l’hanno privata di una ricchezza di sentimenti, confidenze ed affetti. Sarebbe forse utile, grazie alle osservazioni poetiche, rivedere i futuri programmi. L’antitetica prospettiva potrebbe prefigurare un regno solitario, popolato dai superstiti di una vittoria che ci ha privato però di tante amicizie. Nei ritratti poetici scritti con immediatezza e precisione, dedicati ad un coleottero che quotidianamente ci affrettiamo a calpestare, ad un animale da cortile o ad una fiera, incontriamo la ricchezza espressiva di un mondo popolare che reca intatte doti di innata arguzia e genuina purezza, distanti anni luce dalle mode utilitariste e consumiste che spesso ipocritamente preoccupano la quotidianità. Dietro queste tracce scorgiamo la dote di chi ha saputo cogliere il vero significato della vita. Sono piccole immagini da salvaguardare, fissare nella memoria e se possibile trasmettere perché rappresentano la vera ricchezza di un grande lascito.

Note:

1 )A. De Benoist, Uomini e animali, Diana Ed., Bologna 2014, p. 47.

2) Y. Christen, L’animal est-il une personne?, Flammarion, Paris 2009, p. 352.

3)G. Locchi, Ethologie et sciences humaines, in Nouvelle Ecole, 33, 1979, p. 64.

4) A. Schopenhauer, Le monde comme volontè et comme representation, PUF, Paris 1966, p. 67.

5 )M. Heidegger, I concetti fondamentali della metafisica, Adelphi, Milano 2000.

6) Sul significato simbolico degli animali: A. Cattabiani, Bestiario. Dialoghi sugli animali simbolici, Editoriale Nuova, Novara 1984.

  1. Charbonneau-Lassay, Il bestiario del Cristo, Voll. I,II, Ed. Arkeios, Roma 2001.

7) Per il concetto di società tradizionale intendiamo quello espresso da René Guénon nella sua vasta e complessa opera.

8 )P. Galloni, Storia e cultura della caccia, Ed. Laterza, Bari 2000.

9) M. Centini, Animali Uomini Leggende, il bestiario del mito, Xenia, Milano 1990, p. 30.

10) M. Mauss, L’origine dei poteri magici, Newton Compton, Roma 1977, p.75.

11 )M. Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Vol. I, Sansoni, Firenze 1979, p. 48.

12) U. Aldrovandi, Mostri, draghi e serpenti, a cura di E. Caprotti, Ed. Mazzotta, Milano 1980.

13) M. Lunghi- W. Venchiarutti, Storie parallele. Uomo e animale in cammino dal totemismo universale

all’araldica cremasca, in Insula Fulcheria N°XIX. Leva Artigrafiche, Crema 1989, p. 87.

14) Alcuni esempi: Griffoni, Passerotti, Draghi, Codelupi, Quaglino, Lucini, Zurla (da zurlino= merlo),Marazzi (da Marrazzo=uccello da palude), ecc.

15) W. Venchiarutti, I guardiani della soglia, in Quaderni della Geradadda N.24, Grafiche GM, Spino d’Adda 2018, p. 217.

16) V. Propp, Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton Ed., Roma 1977.

17 )S. Thompson, La fiaba nella tradizione popolare, Il Saggiatore, Milano 1967

18) V. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, Ed. Boringhieri, Torino 1972.

19 )W. Venchiarutti, Longobardi e longobardismi, spunti e suggestioni antropologiche nelle consuetudini del Cremasco, in Insula Fulcheria N.

Walter  Venchiarutti

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Walter Venchiarutti il 14 Gennaio 2021

Walter Venchiarutti

Walter Venchiarutti Inizia nel 1978 attività di ricerca nel settore dell’antropologia locale partecipando alla fondazione del Gruppo Antropologico Cremasco. È stato Presidente della Commissione Museo di Crema dal 1991 al 1994 e consulente per l’allestimento della Casa Cremasca. Dal 2007 è Vicedirettore della rivista Insula Fulcheria e curatore della collana Quaderni di Antropologia Sociale. Collabora con articoli a riviste, blog locali e prende parte all’attività di gruppi culturali. In specifiche pubblicazioni ha trattato storia e tradizioni legate alle vicende del Cremasco e del Cremonese.

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