I topi – Livio Cadè

I topi – Livio Cadè

Il sole era tramontato. Le strade erano deserte e silenziose. Fino all’alba vigeva il coprifuoco. Dick correva. Non era più giovane, il fiato gli mancava. Le voci dei Sanificatori erano sempre più vicine. Ne sentiva i comandi rabbiosi, confusi con l’abbaiare dei cani. Fra poco lo avrebbero raggiunto. Non aveva più di due o tre minuti per raggiungere il rifugio, forse meno. Scivolò rapidamente  tra i muri grigi delle CAC, case anti contagio. Scuri alveari di cemento. A quell’ora era proibito accendere luci nelle abitazioni civili. L’edificio aveva subito da poco la quotidiana sanificazione e i muri emanavano l’acre odore del disinfettante. Dick pensò ai lussuosi palazzi in cui vivevano i Pantocrati, gli Arconti, i Contabili, i Sanitarchi, con i loro funzionari-maggiordomi. Si aprì una finestra. Nell’oscurità della sera una sagoma si sporse e lo fissò. La mascherina d’ordinanza le celava il volto. Il suono acuto di un fischietto lacerò l’aria. Poi “è qui! è qui!” urlò con voce vecchia e stridula una donna. Dick imboccò la strada che dai QUD, quartieri deviralizzati, portava nella zona proibita della città, tra le case evacuate. Era esausto, le gambe gli dolevano. L’abbaiare dei cani si faceva sempre più vicino. Non c’era più tempo. Doveva nascondersi.

Era stato imprudente spingersi così lontano. Ma aveva fame. Probabilmente qualcuno l’aveva visto frugare tra i rifiuti e aveva chiamato l’Ombra, la Polizia Sanitaria. Segnalare la presenza di un sospetto RAV, un renitente al vaccino, era il primo dovere di ogni buon cittadino. Inutile pensarci ora. Vide una villetta con un giardino ormai ricoperto di cespugli ed erbacce. Provò a immaginare come doveva essere un tempo, prima che tutti fossero obbligati a trasferirsi nei QUD. Forse vi abitava una famiglia, con dei bambini, un gatto, dei fiori. La porta di casa era scardinata. Dentro v’erano mobili rovesciati e vari oggetti sparsi sul pavimento. Qualcuno era già entrato. “Sciacalli” pensò Dick.

Il latrare eccitato dei cani e le urla dei Sanificatori lo fecero sobbalzare. Calcolò che al massimo entro due minuti avrebbero cominciato a ispezionare le case disabitate. Si guardò intorno, il cuore gli pulsava forte in gola. Scese rapidamente la scala che portava in cantina, chiudendosi la porta alle spalle. Si trovò in una camera piccola e buia. Avanzando urtò un enorme baule. Lo aprì. Conteneva libri. Ai ladri non interessava quella roba. A nessuno interessava più. Cercando di agire rapidamente Dick buttò i libri per terra e si accovacciò nel baule. Richiuse il coperchio sopra di sé e si sforzò di reprimere il respiro affannato. Dopo un paio di minuti sentì un rumore di passi nella casa. “Cerca, cerca!” urlava qualcuno. Un cane rispose abbaiando. Dick lo immaginò fiutare la pista. Avrebbe certo seguito la traccia che portava in cantina. “Quel bastardo deve essere qui da qualche parte!” urlò un sanificatore.

I CRI, cani per la ricerca degli infetti, erano attirati dal caratteristico odore umano che solo i RAV avevano conservato. Era in trappola. Cosa gli avrebbero fatto? L’avrebbero ultimato? Meglio morire che venir rinchiuso in un CRES, in un centro di rieducazione sanitario, a far da cavia. O l’avrebbero deviralizzato? Avrebbero innestato anche a lui il VU-29, il vaccino universale. Una sorta di parassita bio-elettronico che controllava il corpo e la mente. Aveva visto i vaccinati. Molti erano morti per anafilassi o avevano subito danni irreversibili al cervello. Gli altri erano ridotti a schiavi, automi passivi. Il sensore sottocutaneo registrava ogni loro azione, parola, movimento, forse anche i pensieri. Il Partito li costringeva a spossanti ritmi di lavoro. In cambio dava loro miseri SOS, sussidi ordinari di sussistenza. Secondo gli Arconti questo era l’unico modo per riparare i danni provocati dalla pandemia.

Il sistema sanitario mondiale dipendeva dal Mivir, Ministero del virus, e aveva come unico compito di prevenire nuovi contagi. I controlli erano continui e inflessibili. Ogni caso dubbio veniva posto in quarantena in apposite celle di isolamento. Tutti dovevano indossare le PAC, protezioni anti-contagio e rispettare la DAC, distanza anti-contagio. Nessuno poteva circolare senza l’AUT, autorizzazione di uscita temporanea rilasciata dalle autorità. Per lavorare, comprare del cibo o qualsiasi altra cosa, dovevano esibire l’AVE, l’attestato di vaccinazione elettronica, e i successivi RAP, richiami antivirali periodici. I Vigilanti e gli Ordinatori fermavano spesso i cittadini per strada e facevano improvvise irruzioni nelle case per controllare i documenti vaccinali. Le irregolarità erano punite con pene severissime. I recidivi rischiavano l’ultimazione.

La gente era stretta nella morsa di un doppio terrore: da una parte l’invisibile virus dall’altra la feroce sorveglianza poliziesca.  L’Arconte Generale aveva aumentato la paga agli Ordinatori e ai Vigilanti, per garantirsi la loro fedeltà. Anche l’OGI, ordine dei giornalisti indipendenti, era sul libro paga del PUS, Partito Unico per la Salute. Chiunque esprimesse critiche o dubbi era messo a tacere. Alcuni venivano corrotti, altri minacciati o più spicciamente eliminati. L’OS, l’Ordine dei Sanitarchi, forniva al Governo i pretesti scientifici per la sua politica di repressione e censura. Molti scienziati non allineati al Regime erano morti in circostanze misteriose. Alcuni erano stati internati nei famigerati CRES.

Le persone che resistevano alla dittatura sanitaria venivano detti ‘i divergenti’. Tipi asociali, con sindromi psicotiche, tendenze persecutorie e fantasie paranoiche, così erano descritti. Irresponsabili che rifiutavano di sottostare ai decreti arcontici, mettendo a repentaglio la vita degli altri. Diffondevano falsità anti-scientifiche, deliranti teorie di complotti. Erano meno dell’1% della popolazione, ma per il PUS rappresentavano un pericolo mortale. Secondo il Mivir, i RAV creavano nuovi focolai di virus mutanti, vanificando gli sforzi del Governo e dei Sanitarchi.

Per il Regime era colpa dei RAV se il virus riprendeva forza, se la gente ancora si ammalava e moriva, se il mondo rischiava la catastrofe. I divergenti erano nemici del popolo, dell’umanità. Perciò erano braccati come criminali e ogni giorno alcuni di loro cadevano nelle reti dei Sanificatori. Ogni ‘convergente’ si preoccupava di indicare agli Ordinatori tipi strani, di riferire frasi sospette. La gente si rallegrava quando leggeva sui giornali che qualcuno di questi folli ‘untori’ era stato stanato, sanificato o ultimato. I pochi divergenti rimasti si nascondevano in rifugi segreti, cercavano cibo nei cassonetti, vivevano scansando le trappole. La stampa li chiamava ‘i topi’. Si credevano dei ribelli ma anch’essi, senza volerlo, erano pedine nel gioco del Regime.

Dick lo sapeva. Era stato un biologo famoso. Aveva collaborato alla creazione del VU-29. Se la sua coscienza fosse stata più malleabile non si sarebbe trovato in un baule ma in una lussuosa residenza da Sanitarca. Lavorando al progetto VU-29 aveva capito che pandemia, contagi, vaccino, erano un iperbolico stratagemma per creare uno stato d’emergenza permanente. Gli Arconti se ne servivano per arrivare al GUM, governo unico mondiale, un regime totalitario in cui informazione, lavoro, salute, vita privata, tutto era controllato da potenti oligarchi.

Un giorno Dick se n’era andato sbattendo la porta. Aveva perso il lavoro. Proprietà confiscate, conti bancari bloccati, reputazione rovinata. Colleghi, familiari e amici avevano troncato i rapporti con lui. Aveva conosciuto altri divergenti e cercato di organizzare una resistenza, una rete di contro-informazione. Tutto inutile. Non potevano competere col potere dei media arcontici. E il PUS aveva occhi e orecchie dappertutto. Ufficialmente i divergenti andavano eliminati. Ma Dick sapeva bene che erano l’alibi per protrarre indefinitamente l’allarme sanitario. Il Governo aveva bisogno di una pestilenza. Quindi aveva bisogno di topi.

Chiuso nel baule si sentiva soffocare. Qualcuno entrò nella casa urlando ordini. “Voi due la cantina! Voi con me!” Dick trattenne il fiato, si rannicchiò, contraendo ogni muscolo. La porta della cantina si aprì. Sentì i passi pesanti sulle scale. Lo scricchiolio degli stivali si faceva sempre più vicino. Un cane fiutò il baule scodinzolando. Un Sanificatore illuminò con la torcia i libri sul pavimento. “Che roba è?”. Un altro si chinò, ne raccolse un paio. “Don Chisciotte … Guerra e pace. Solo libri di merda”.  Il cane continuava ad annusare il baule. Ne usciva quell’odore di umanità che tanto gli aveva scaldato il cuore, in altri tempi. “Che c’è lì?”. L’agente dell’Ombra stava per aprire il baule quando al piano di sopra si scatenò un improvviso putiferio. “L’abbiamo preso! Il topo è qui!”. I due uomini risalirono di corsa le scale. Il cane prima esitò, poi si rassegnò e li seguì.

Per alcuni minuti ci fu un vociare concitato, colpi, imprecazioni. Dick non capiva. Forse un altro divergente si era nascosto in quella casa. O un vagabondo. Ascoltò le voci che si allontanavano. Quando si fece assoluto silenzio provò a muoversi, ma era come paralizzato. Restò così per alcuni minuti. Poi, sforzandosi, riuscì a sollevare il coperchio del baule e a uscire. Non c’era nessuno. Cautamente guardò fuori, in giardino. Il cielo s’era incupito e vi luccicavano le stelle. Nel giardino vicino un grande albero frusciava mosso dalla brezza notturna. “Credevo li avessero tagliati tutti”, pensò. Decise che avrebbe dormito lì. Era stremato, affamato, ma era ancora un uomo libero.

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Categorie: Narrativa

Pubblicato da Livio Cadè il 24 Gennaio 2021

Commenti

  1. Buongiorno sig.Livio Cade’.
    La seguo da un po’ di tempo, più o meno da quando è iniziata questa follia collettiva. Alcuni suoi articoli li sottoscrivo in toto, altri con qualche riserva…
    Questo è uno di questi ultimi. Pur descrivendo con la massima esasperazione quello che sta succedendo, ventilando una possibile futura escalation, lo trovo deprimente in un momento in cui occorrerebbe dare speranza agli esseri umani, molti dei quali completamente succubi del delirio mediatico che li rende paurosi cronici. Credo fermamente che in questo momento storico dovremmo con i nostri atti, scritti o verbali, recuperare gli indecisi e non spaventarli ulteriormente prospettando lo sviluppo distopico del nostro futuro prossimo come fa questo breve racconto.
    Credo sarebbe più opportuno ribadire che noi, prima che corpi, siamo anime immortali crrate da Dio e non evolutesi per caso da forme di vita più semplici.
    Le bugie che riversano su di noi per farci schiavi, dalla pandemia presunta, all’evoluzionismo, all’eliocentrismo, sono tutte strategie volte a togliere l’uomo dal centro della creazione e sostituite Dio con il caso.
    In altri commenti Lei mi ha risposto che è difficile dare un nome e cognome ai nostri oppressori, ma io ribadisco che ce l’hanno e occorre individuarli e farli conoscere.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile signor Claudio, fare il giornalista non è il mio mestiere. La Rete è ricca di inchieste e di articoli dove si fanno nomi e cognomi. Da un anno non si parla che di quello, fino alla nausea. Io scrivo per diletto, per qualche amico, e non ho la pretesa di fare informazione.
      Per altro, questo non è come Lei pensa un pezzo distopico. È solo un’iperbole del presente.
      Personalmente, comunque, non ho molte speranze per il prossimo futuro. Ho molte speranze invece per il futuro lontano. L’ho ho scritto nel mio pezzo sulla Natura: passata questa crisi distruttiva rifioriranno le forze spirituali, le energie creative e demoniche, sconfiggendo le forze ‘diaboliche’, divisive, che ne sono l’antitesi.
      Ma per ora dobbiamo prepararci al peggio.
      Non sono un profeta, è solo un mio convincimento interiore.

  2. Luca Lucà

    Grazie come sempre Prof. Cadè per i suoi articoli e racconti.
    Mi sono preso nota degli acronimi per impararli a memoria 🙂 , ma il termine Sanitarchi li supera tutti!
    I molti, per paura di morire, hanno scelto (o preferito) il non vivere; ma i pochi come Dick che non temono la morte, continuano a vivere e faranno la differenza.

  3. Paola

    Le pedine ultime (oppressori visibili) hanno sì nome e cognome…ma anche evocando – e sarebbe giusto – Norimberga, verrebbero sostitute con uno schiocco di dita. Chi muove l’orrore, temo, non ci dirà il suo nome…Certo, si può cominciare dal basso, purché si cominci.
    Ma perchè nutrire altruisticamente di speranza i collaborazionisti germofobi ? Perché continuino a fiancheggiare, parzialmente rasserenati, gli esecutori criminali? Non mi pare saggio. Facciamo vedere loro il futuro. Ho detto FUTURO, NON DISTOPIA.
    Pezzo da rileggere. E far leggere. Sino a far crollare i fragili nervi dei collaborazionisti.

    Grazie a L.C.

    Paola. UN TOPO.

    • Livio Cadè Staff

      “Quelli che muovono l’orrore” sono i ‘Pantocrati’, di cui non sapremo mai i nomi.
      Sappiamo invece i nomi di Arconti, Contabili, Sanitarchi e dei loro funzionari-maggiordomi.
      Chi vuole sa dove trovarli.

  4. Paola

    ERRATA CORRIGE: “…non ci dirà il proprio nome” (non il “suo”).

  5. Splendido e terribile.
    Bisognerebbe, per non cadere tutti nella buca della menzogna elevata a Sistema:
    a) usare il televisore solo per vedere vecchie cassette VHS e staccare del tutto ilo cavo antenna.
    b) non acquistare più giornali e riviste
    c) girare nel coprifuoco notturno in tuta nera e passamontagna del medesimo non-colore per strade strette e vicoli bui. Rinforza lo Spirito.
    Che quanto da Lei raccontato, sig. Cadè, sia il nostro futuro prossimo lo stanno a confermare i bandi per arruolamento nelle FF. OO.che sorgono uno dopo l’ altro a guisa di funghi sui tronchi marciti di una società che vende la propria libertà per una (assai poco garantita) blanda speranza di non ammalarsi di un… brutto raffreddore! Le misure restrittive fanno ridere i polli, mutanda faccialoe e distanziamento incluso. Ma ci sarà di peggio: il vaccino ricombinante!
    La faccenda cominciavo a subodorarla già 1/4 di secolo fa, annusando fra le carte dell’ AIDS, ma non Le nascondo che speravo di morire (nel corpo) prima che si avverasse l’ attuale fase (che fa morire nell’ anima). A prescindere, se c’ è il coprifuoco, vuol dire che siamo in guerra, ma pare che nessuno capisca ancora chi sia il vero nemico e quali i loro vassalli, fra gli ex nostri politici infingradi.
    2000 anni fa un pastore analfabeta, un bracciante o un pescatore povero, ne avrebbero capito di più, sì, proprio al tempo in cui Giovanni avrebbe scritto i suoi Vangeli e l’ Apocalisse, citando il tempo della Grande Tribolazione.
    Corro a stampare l’ articolo e a farlo circolare.
    Grazie di cuore
    Bruno

    • Livio Cadè Staff

      Gentile signor Bruno, la ringrazio del commento. È poco elegante citarsi, però mi viene naturale segnalarLe il mio modesto articolo “Manualetto dell’antisfascista”, apparso qui tempo addietro e in cui, credo, troverà una certa sintonia con quanto Lei scrive.
      Cordiali saluti

  6. Bruno Fanton

    …chiedo venia per gli errori dattilo, di cui solo ora mi accorgo…
    Tastiera nera, vecchia e consunta…
    Una buona serata
    Bruno

  7. Mi sovviene l’attuale questione degli algoritmi che ha portato a far uscire la Lombardia dalla zona rossa. Cioè l’azione segnalata dagli uffici dell’assessorato al Welfare della Regione e condivisa con Roma ella Regione Lombardia («condivisa» con l’Iss), resasi necessaria a fronte di un’anomalia dell’algoritmo utilizzato dall’Iss per l’estrazione dei dati per il calcolo dell’R(t).
    In parallelo in questo racconto hanno un ruolo importante i vari CAC, QUD, CRI, CRES, ecc. ecc. una sorta di codici di un immaginario algoritmo nelle mani del Mivir, il ministero del virus. Al disopra di questa curiosa macchina cibernetica è come se fossero di fronte due realtà, un gruppo di persone i Pantocrati, gli Arconti, i Contabili, i Sanitarchi, con i loro funzionari-maggiordomi, e poi i topi da perseguire.
    Per capirci qualcosa sembra una simbolica visione traslata al mondo dell’alchimia in cui il topo è il miste che fa l’esperienza della morte iniziatica.
    Persino l’ultimo atto del racconto si allinea con la simulazioine della riuscita della prima opera, quella della Nigredo.

    [Dick] «Poi, sforzandosi, riuscì a sollevare il coperchio del baule e a uscire. Non c’era nessuno. Cautamente guardò fuori, in giardino. Il cielo s’era incupito e vi luccicavano le stelle. Nel giardino vicino un grande albero frusciava mosso dalla brezza notturna. “Credevo li avessero tagliati tutti”, pensò. Decise che avrebbe dormito lì. Era stremato, affamato, ma era ancora un uomo libero.»

    Come a ripetere il verso dantesco «E quindi uscimmo a riveder le stelle» (Inferno XXXIV, 139).
    In fatto di topi sarebbe interessante valutare la favola esoterica “Il pifferaio di Hameln”, una fiaba tradizionale tedesca, trascritta, fra gli altri, dai fratelli Grimm. È anche nota come Il Pifferaio Magico o con altri titoli simili.
    La storia si svolge nel 1284 ad Hameln, in Bassa Sassonia. Un uomo con un piffero si presenta in città e propone di disinfestarla dai ratti; il borgomastro acconsente promettendo all’uomo un adeguato pagamento. Non appena il Pifferaio inizia a suonare, i ratti, incantati dalla sua musica, si mettono a seguirlo, lasciandosi condurre fino al fiume Weser, dove annegano.
    La gente di Hamelin, ormai liberata dai ratti, decide incautamente di non pagare il Pifferaio. Questi, per vendetta, riprende a suonare mentre gli adulti sono in chiesa, attirando dietro di sé tutti i bambini della città. Centotrenta bambini lo seguono in campagna e vengono rinchiusi dal Pifferaio in una caverna. Nella maggior parte delle versioni, non sopravvive nessun bambino, oppure se ne salva uno che, zoppo, non era riuscito a tenere il passo dei compagni. Varianti più recenti della fiaba introducono un lieto fine in cui un bambino di Hameln, sfuggito al rapimento da parte del Pifferaio, riesce a liberare i propri compagni. Una variante dice che i bambini entrano in questa caverna seguendo il pifferaio magico e fuoriescono da un’altra caverna, la grotta di Almaş in Transilvania. Questa era una delle leggende che spiegava l’arrivo dei sassoni in Transilvania, che così sarebbero appunto i bambini portati dal pifferaio magico di Hameln.
    Il più antico riferimento a questa fiaba si trovava in una vetrata della chiesa della città di Hameln e risalente circa al 1300 (illustr. 2). Della vetrata si trovano descrizioni su diversi documenti del XIV e XVII secolo, ma pare che essa sia andata distrutta. Sulla base delle descrizioni, Hans Dobbertin ha tentato di ricostruirla in tempi recenti. L’immagine mostra il Pifferaio Magico e numerosi bambini vestiti di bianco.
    Si pensa che questa finestra sia stata creata in ricordo di un tragico evento effettivamente accaduto nella città. Esisterebbe tuttora una legge non scritta che vieta di cantare o suonare musica in una particolare strada di Hameln, per rispetto nei confronti delle vittime. Nonostante le numerose ricerche, tuttavia, non si è ancora fatta luce sulla natura di questa tragedia. In ogni caso, è stato appurato che la parte iniziale della vicenda, relativa ai ratti, è un’aggiunta del XVI secolo; sembra dunque che la misteriosa vicenda di Hameln avesse a che vedere solo con i bambini. (Paradossalmente, l’immagine del Pifferaio seguito da un esercito di topi è quella che la maggior parte delle persone associa a questa fiaba, magari senza ricordare nient’altro della vicenda).
    Nel passato del mito ricorre la questione dei “ratti” in una delle fatiche di Ercole, la sesta, che è quella di ripulire in un giorno le stalle di Augia, e anche questi, guarda coincidenza con la favola di Hameln, si rifiuta di rispettare il patto con Ercole per la sua ricompensa.
    Questo rifiuto, che ricorre immancabilmente ogni volta, lascia pensare a qualcosa che non si può rispettare.
    Il ratto in alchimia rappresenta la materia da lavorare dal color nero attribuito a Saturno, che, in spagiria, divenne il geroglifico del piombo, in astrologia un pianeta malefico, nella scienza ermetica il drago nero o Piombo dei Filosofi, in magia la Gallina nera, ecc. I bambini sono quell’oro alchemico che poi viene soggetto a nuove operazioni alchemiche oltre quella del Nigredo che si riferisce all’azione dell’antimonio di Hameln nel pifferaio. Tant’è che il pifferaio viene rappresentato con un vestito multicolore a ragione dei Sette Regimi di Cottura alchemica.

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