TIBERINALIA – Giuseppe Barbera

TIBERINALIA – Giuseppe Barbera

“Tiberine Pater te sancte precor”

Tito Livio Lib. II

 

La data dell’8 dicembre, nell’antica Roma, corrisponde alla festa del Dio Tevere, l’intelligenza divina connessa al corso dell’omonimo fiume attraversante l’Urbe eterna.

Con questa giornata si aprono le feste del ciclo dicembrino, oggi definite natalizie, che culminano al 25 dicembre con la festa dedicata alla nascita del Sole Invitto.

Durante i Tiberinalia (così era chiamato questo giorno di festa) la popolazione si recava presso il fiume Tevere per onorare questo “antico padre” che salvò Romolo e Remo e che perennemente, con le sue acque, portava vita e salubrità alla città. All’alba, dopo i primi riti propiziatori, i pescatori uscivano con le barche per pescare il pesce con cui si sarebbe consumato il banchetto per entrare in comunione con questo Dio, elargitore di prosperità. Nel frattempo altre chiatte salivano a monte a ricercare alberi e rami sempreverdi da condurre in città. Si preparavano ghirlande che venivano imbarcate da sacerdoti e sacerdotesse su piccoli navigli decorati di stoffe, nastri e fiori. Da queste barche venivano disposte le ghirlande sui cippi collocati ai lati del fiume e svariate offerte venivano direttamente versate nel fiume.

Rientrate le imbarcazioni venivano distribuiti gli alberi per collocarli in prossimità dei crocicchi, adornati di nastri, oscilla (gli antenati delle nostre palle dell’albero di Natale) e dolci che poi venivano staccati e mangiati nelle feste compitali tra il 5 ed il 6 gennaio. Lo scopo di queste decorazioni era ritualmente legato al fine di ottenere prosperità dagli spiriti delle piante che non perdono le foglie in inverno, affinchè analogicamente neppure gli uomini patissero il freddo e superassero l’inverno evitando fame e carestie. Parimenti i fruscelli dei sempreverdi appesi sulle porte di casa erano un ulteriore auspicio di prosperità per la famiglia.

In questo periodo il giungere del freddo ed il prolungarsi delle nottate a discapito delle ore di luce rievocava ancestrali immagini di buio e terrore, di forze fauniche e silvestri affamate e portatrici di morte. Tutto ciò veniva esorcizzato con il festeggiare le forze della Natura portatrici di benessere e prosperità e con le preghiere al Sole affinchè rinasca e riporti la Luce ed il calore agli uomini. Il ciclo delle feste solari si accrescerà ulteriormente dall’11 dicembre (festa del Sole Indigete) fino al 25 dicembre (festa del Sole Invitto), momento in cui le giornate ricominceranno a crescere a discapito delle nottate.

Le decorazioni di questo periodo, ancora oggi utilizzate, richiamavano i colori del Sole (l’oro ed il rosso) e la vitalità perennemente trasmessa dall’astro divino (rappresentata dai folti rami verdi).

La richiesta di Luce, in lotta contro l’avanzare del buio, era ribadita alla sera di questo dies di apertura delle feste, con una fiaccolata durante la quale si disponevano torce in prossimità del fiume, dove i sacerdoti purificavano con lustrazioni le barche e le reti dei pescatori.

Al termine di questa giornata rituale il fiume e l’intera città erano addobbati a festa e le fiaccole, simboli delle preghiere e delle speranze degli uomini, erano affidate alle acque del Tevere, simbolo del perenne scorrere della vita e del cosmo.

Ancora ai nostri tempi attuali, la Tradizione popolare ha serbato l’uso di avviare le decorazioni natalizie nel giorno dell’8 dicembre e quelli che prima erano riti di offerte agli spiriti degli alberi, con fumigazioni d’incenso ed offerte di dolci, oggi sono il porre dolci (tra cui panettoni e pandori) e doni sotto l’albero, che poi a Natale vengono distribuiti ad amici e parenti, così come facevano gli antichi nei medesimi giorni con le strenne, distribuite tra il 21 ed il 25 dicembre.

La Tradizione è immortale, la coscienza sopisce ma prima o poi si risveglia ed intende; così come il Sole è sempre destinato a risorgere ed a mantenere la promessa di una nuova primavera.

Per chi è interessato a rivivere e praticare culti e le feste dell’antica Roma, si rende noto che presso i templi della Pietas è possibile ricevere i riti da appositi sacerdoti preposti alla distribuzione di essi. Per maggiori informazioni scrivere a info@tradizioneromana.org o consultare il sito www.tradizioneromana.org 

(N.B.:  Tutti i diritti sono riservati. E’ concessa la condivisione parziale o completa del presente articolo purchè si menzionino AUTORE, TITOLO DELL’ARTICOLO E SITO DAL QUALE VIENE ESTRATTO)

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Categorie: Archeostoria, Barbera, Classicismo, Dei di Roma, Esoterismo, Paganesimo, Religione, Tradizione, Tradizione Classica, Tradizione Romana, Tradizione Romana

Pubblicato da Giuseppe Barbera il 8 Dicembre 2020

Giuseppe Barbera

Archeologo, scrittore, artista, presidente dell'Associazione Tradizionale Pietas e rettore del Tempio di Giove a Roma. Laureatosi e specializzatosi alla Sapienza di Roma con il massimo dei voti, pratica le professioni di storico ed archeologo dal 2007. Ha scritto numerosi saggi sulle Tradizioni Antiche e condotto convegni internazionali nelle Università della Sapienza di Roma e presso il consorzio universitario di Crotone. Si forma inoltre nella bottega di arte e restauro di suo padre Gianfranco Barbera, docente di restauro presso il consorzio universitario di Crotone. Nel 2005 partecipa alla fondazione dell'Associazione Tradizionale Pietas, della quale è subito eletto presidente. Avvia il processo di riedificazione dei templi e di ricostruzione del culto gentile in Italia. Nel settore spirituale della Associazione Tradizionale Pietas gli è affidata la massima carica spirituale.

Commenti

  1. Paolo

    Un articolo molto interessante per illustrare la mitistoria dei riti decembrini, che spero avrà seguito in coincidenza delle prossime festività romane di questo mese.
    Mi permetto di aggiungere che lo stesso giorno 8 Dicembre cadeva la festività dedicata a Gaia, senza ulteriori appellativi, forse Gaia Cecilia, cioè Tanaquilla moglie di Tarquinio Prisco ma più probabilmente Gaia Fufezia, la Vestale che aveva donato al popolo di Roma l’Ager tiberinus o Campo marzio (così Aulo Gellio in Noct Att VII, 7, 4), il che la mette in connessione con Tiberinus Pater.
    Valete omnes.

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