L’eredità degli antenati, trentanovesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, trentanovesima parte – Fabio Calabrese

C’è veramente di che rimanere stupiti. Gli ultimi giorni di agosto e la prima settimana di settembre, in un’estate già particolarmente “calda” dal nostro punto di vista, si sono rivelati “bollenti”, come avrete constatato leggendo la trentottesima parte, e la ciliegina sulla torta è stata rappresentata proprio dalla notizia data da una pubblicazione non certo amica della nostra visione del mondo, “La repubblica” circa un’insegnante universitaria ebrea americana, Jessica Krug, che per decenni si è spacciata per nera, e non pare sia nemmeno il primo caso di questo genere. Ora un qualsiasi lettore la cui mente non sia stata del tutto ottenebrata dalla grancassa mediatica, si può chiedere: se davvero ancora oggi esistesse negli USA quel razzismo il cui fantasma viene evocato per giustificare la violenza dei “Black Lives Matter” e l’attacco iconoclasta ai simboli di tutto ciò che è bianco, quale convenienza vi sarebbe a spacciarsi per afroamericani?

Bene, ve n’era già abbastanza per concludere questa settimana soddisfatti e sogghignanti, quando, andando a fare il solito giro di controllo sui siti che si occupano di archeologia, capita di imbattersi in qualcosa che eccezionale è dir poco, di trovare su “Ancient Origins” un articolo dove sono tranquillamente illustrati una serie di fatti che non solo demoliscono completamente l’ortodossia “scientifica” out-of-africana, ma pongono seriamente in dubbio lo stesso paradigma evoluzionista.

In realtà, quello che ha riguadagnato (in base a quali meccanismi, non è noto) la home page di “Ancient Origins” è un articolo “ripescato” del 26 dicembre 2018, e l’autore è J. P. Robinson, ma il suo contenuto è poco definirlo esplosivo. Se, infatti, l’umanità, un’umanità simile a quella attuale, è molto più antica di quanto generalmente non si pensi, e di quanto sostenuto dall’ortodossia “scientifica”, allora è la stessa concezione evoluzionista a entrare inevitabilmente in crisi, perché tutta la serie di ominidi che sono stati proposti come pioli di una scala che porterebbe dalla scimmia all’uomo, non possono essere nostri antenati, ma tuttalpiù rami collaterali degenerati.

(Una degenerazione, vorrei ricordare, che riguarda l’aspetto fisico, non necessariamente l’intelligenza o le capacità morali, ad esempio, tra i resti umani rivenuti a Dmanisi, Georgia, c’è il cranio di un uomo molto anziano completamente edentulo, che aveva perso in vita l’intera dentatura, e non sarebbe potuto sopravvivere senza l’aiuto dei membri del suo gruppo, verosimilmente i figli o i nipoti, evidentemente, gli uomini di Dmanisi la capacità di prendersi cura dei propri genitori anziani ce l’avevano, mentre sembra desolatamente mancare a molti nostri contemporanei).

Il titolo dell’articolo di Robinson è (tradotto in italiano) Antichi scheletri umani anomali, l’umanità potrebbe essere molto più vecchia di quanto non si pensi. Il termine “anomali” non si riferisce ad anormalità fisiche, ma all’ “anomala” antichità di questi ritrovamenti che rende impossibile collocarli nell’albero genealogico evoluzionista, ragion per cui sono stati semplicemente censurati dalla “scienza” ufficiale.

L’articolo stesso è un estratto del capitolo Bones and Stones (Ossa e pietre) del libro dello stesso Robinson The Myth of Man, hidden History and ancient Origins of Humankind (Il mito dell’uomo, storia nascosta e antiche origini dell’umanità), di cui non mi risulta esistano traduzioni in italiano.

L’elenco dei ritrovamenti di cui semplicemente non si parla, che mettono in imbarazzo archeologi e paleontologi che Robinson fornisce nel suo articolo, è piuttosto impressionante, e davvero lascia l’impressione che questi “scienziati” siano dediti non tanto a rivelarci, ma piuttosto a nasconderci le nostre origini, e comincia citando quello che è probabilmente il più eclatante, il ritrovamento negli Stati Uniti, nella contea di Macoupin, Illinois, nel dicembre 1862, di ossa umane in un deposito di carbone risalente appunto all’età carbonifera, il che farebbe supporre un’antichità praticamente inimmaginabile.

Si parla poi di una mascella umana moderna ritrovata nel 1855 a Foxhall in Inghilterra, e che sarebbe datata ad almeno 2,5 milioni di anni. Una calotta cranica assolutamente moderna, del tutto priva di torus sopraorbitario risalente a un periodo compreso fra 1 e 1,5 milioni di anni fa, è stata ritrovata a Buenos Aires, Argentina. Parti di un teschio e di uno scheletro umani “moderni” risalenti a 330.000 anni fa furono rinvenute a Parigi in una cava sita in avenue de Clichy nel 1868. Uno scheletro anatomicamente moderno, ma risalente a 400.000 anni fa fu trovato nel 1911 a Ipswick in Inghilterra.

Le scoperte più eclatanti e per conseguenza il caso più imbarazzante di censura “scientifica” riguardano però l’Italia. A Castenedolo, località delle Prealpi in provincia di Brescia, tra il 1860 e il 1880 il ricercatore Giuseppe Regazzoni ritrovò numerosi resti umani “moderni” fra cui uno scheletro completo che apparivano di considerevole antichità. Questi ritrovamenti furono studiati nel 1883 dal professor Giuseppe Sergi dell’Università di Roma, uno dei più reputati anatomisti dell’epoca, che concluse che appartenevano al periodo pleistocenico, dai 3 ai 4 milioni di anni fa.

La scoperta, ça va sans dire, fu accolta dalla comunità “scientifica” con totale ostilità. Sergi ha parlato al riguardo di “un pregiudizio scientifico dispotico”, e Robinson ci parla di una “scienza” che nasconde le scoperte che non quadrano con i suoi schemi come polvere sotto il tappeto.

Noi sappiamo che è dalla metà del XIX secolo che i ricercatori nascondono o dileggiano (dichiarandole false senza nessun esame preventivo) le scoperte che contrastano con il dogma evoluzionista (ora potremmo anche tralasciare il fatto che questo evoluzionismo è una falsificazione degli esiti delle ricerche di Darwin per accordarle con il dogma politico progressista, il grande naturalista inglese non si era mai sognato di applicare alla trasformazione delle specie nel tempo un giudizio di valore che esorbita da ciò che la scienza può dire, trasformandola in uno sviluppo necessariamente ascendente, e in compenso la teoria di Darwin è stata amputata di alcuni aspetti essenziali: la lotta per la sopravvivenza, la selezione naturale, la tendenza di ogni vivente a trasmettere alle generazioni future la propria eredità, non quella di chissà chi, in modo da trasformarla, appunto, in una “pappa” progressista).

Tutto questo lo sappiamo da gran tempo, ma oggi la situazione appare peggiorata rispetto a un passato anche recente. Scrive infatti Robinson:

“Sembrerebbe che il filtro della conoscenza sia in vigore da qualche tempo, a scapito dell’umanità e della nostra ricerca per illuminare il nostro passato antico nebbioso e misterioso”.

Più che di “filtro” io parlerei di censura, un vero muro di gomma posto a difesa dell’ideologia evoluzionista/progressista e della favola delle origini africane della nostra specie.

L’8 settembre un sito che finora non conoscevo. “Gaia News” (gaianews.it) riporta quella che definirei una non-notizia con un titolo davvero accattivante: Riportati alla luce i resti di un cerchio megalitico vicino a Stonehenge. Una notizia che non può non procurare un sobbalzo, sebbene la piana di Salisbury nel Wiltshire che circonda quello che è probabilmente il più celebre monumento preistorico, ci abbia da anni abituati alle sorprese, ma alla lettura l’articolo si rivela meno eclatante del previsto, infatti non si tratta di un nuovo circolo megalitico, ma del cerchio di pozzi scoperti attorno a Durrington Walls, scoperta non recentissima di cui, se vi ricordate, vi ho già parlato tempo addietro. Tuttavia, l’articolo è notevole perlomeno come testimonianza del fascino che Stonehenge continua a emanare. In più, un altro sito da tenere d’occhio d’ora in poi, ma non preoccupatevi, il sottoscritto ha le spalle abbastanza robuste.

Tuttavia, la preistoria delle Isole Britanniche non smette di sorprenderci. Sempre l’8 settembre “Ancient Origins” riporta la notizia del ritrovamento di una lapide (una pietra piatta che verosimilmente esercitava tale funzione), che presenta una serie di incisioni circolari, e di una rara urna funeraria dell’Età del Bronzo (circa 4.000 anni fa) contenente resti umani cremati, che è stata rinvenuta a Ballyshannon nell’Irlanda nord-occidentale. La scoperta è avvenuta durante lo scavo delle fondamenta per la costruzione di un ospedale.

Una volta tanto, a occuparsi di preistoria è “Il primato nazionale” con un articolo di Alessandro Della Guglia sempre dell’8 settembre (è incredibile che questa data che ci richiama alla mente uno degli episodi più tristi e vergognosi della nostra storia, quest’anno ci presenti un vero concentrato di eventi “preistorici”), un articolo che ci racconta: Neandertal, scoperto il più antico DNA dell’Europa centro-orientale: è di 80.000 anni.

Una piccola osservazione a margine: da molto tempo per indicare questi nostri remoti predecessori è invalsa la grafia “Neanderthal” (con l’acca), ed è quella che di solito uso anch’io, ma il nome della località dove furono ritrovati i primi resti dell’individuo che ha dato il nome alla specie (o sottospecie, o varietà) è precisamente Neandertal (senza acca), cioè Valle del Neander, quindi quello di Della Guglia non può essere considerato un errore.

L’articolo ci parla di una ricerca compiuta da ricercatori italiani dell’Università di Bologna e di tedeschi del Max Planck Institute di antropologia evolutiva di Lipsia, su di un molare neanderthaliano ritrovato nella grotta di Stajnia in Polonia, che ha appunto permesso una tale datazione. La Polonia sembra essere stata un fondamentale crocevia per permettere di capire le relazioni fra i neanderthaliani dell’Europa occidentale e quelli della Russia. In più, la datazione di questo molare fa di esso uno dei più antichi resti umani ritrovati nell’Europa orientale, il più antico di cui si sia potuto analizzare il DNA.

Della Polonia in questo periodo si è occupata anche “The Archaeology News Network”. I ricercatori dell’Istituto di Archeologia dell’Università Jagellone di Cracovia hanno ritrovato nel cimitero vicino al villaggio di Bejsce presso il fiume Vistola nella Polonia centro-meridionale una spada dell’Età del Ferro in uno stato di conservazione eccezionalmente buono, nonché punte di freccia, spille e aghi risalenti allo stesso periodo. La cosa davvero sorprendente, tuttavia, è forse proprio il fatto che il cimitero di Bejsce sia stato un luogo di sepoltura ininterrottamente dalla preistoria fino a oggi.

Bene, pare che questo sia proprio il periodo in cui è la Polonia, quanto meno la preistoria polacca a essere sotto i riflettori, infatti “The Archaeology Magazine” del 9 settembre riferisce di una ricerca compiuta da un team di ricercatori dell’Università di Exeter (Inghilterra) capeggiati da Alexander Pryor in un sito del paleolitico superiore, Cracovia Spadizista che si trova nella Polonia meridionale (nelle vicinanze di Cracovia, suppongo).

I ricercatori hanno analizzato i resti, soprattutto denti e mascelle di 29 volpi artiche che questi antichi polacchi cacciavano per il grasso e per le pellicce, risalenti a 27.500 anni fa, dunque in piena età glaciale in cui finora si riteneva che la regione, stretta in una morsa di gelo perenne, fosse disabitata, invece questi antichi uomini avevano trovato il modo di sopravvivervi.

Bisogna dire che l’Europa dell’est, ma anche la Russia e la Siberia si stanno rivelando un inaspettato scrigno di sorprese inaspettate circa le tracce di sé lasciate dai nostri più remoti predecessori, un po’ perché lo scioglimento del permafrost causato dal cambiamento climatico si sta rivelando ricco di sorprese, ma soprattutto perché fino a tempi non lontani, quando esisteva l’impero comunista sovietico e i regimi a esso satelliti questo genere di ricerche era proibito. Per i comunisti presi dall’utopia di costruire “l’uomo nuovo”, già la storia documentata doveva essere un notevole impiccio, immaginarsi addentrarsi nello scandaglio di tempi ben più remoti!

Per quanto riguarda la Polonia in particolare, abbiamo visto a suo tempo che proprio qui si trovano quelle strutture circolari di terrapieni che sono state chiamate “roundel” e sono forse gli antenati dei circoli megalitici, e come struttura di transizione fra una tipologia e l’altra, si può indicare l’antichissimo circolo megalitico di Gosek in Germania. Naturalmente, a questo riguardo parliamo dell’età neolitica, cioè di un’epoca molto più tarda rispetto ai ritrovamenti di Cracovia Spadizista.

Bene, e per quello che riguarda la nostra Italia, stavolta non c’è proprio da dire nulla? Abbiamo visto che J. P. Robinson su “Ancient Origins” ci ha parlato dei ritrovamenti avvenuti nella nostra Penisola, a Castenedolo (Brescia), e sono fra quelli che se non fossero stati ignorati e censurati dalla “scienza” ufficiale avrebbero permesso di retrodatare considerevolmente l’antichità dell’uomo, e francamente c’è una curiosità che mi brucia non poco: che fine hanno fatto quei reperti? Sono stati fatti “provvidenzialmente” sparire? Non sarebbe mica la prima volta.

Ma veniamo, per fortuna, a qualcosa di più recente.

Sapevate che in Sardegna, a Laconi in provincia di Oristano, abbiamo un museo dei menhir, anzi per essere più precisi, un Menhir Museum (magari un’anglicizzazione in più che ci si poteva risparmiare), dedicato ovviamente non ai megaliti delle Isole Britanniche e della costa atlantica del nostro continente, ma a quelli della Sardegna, e la nostra grande isola non ne è certo sprovvista, in buona parte si tratta delle famose statue-stele di cui anch’io mi sono occupato a suo tempo (sempre su “Ereticamente”, L’Italia megalitica, seconda parte).

Bene, il 4 settembre è avvenuta presso il Menhir Museum (Palazzo Aymerich) di Laconi la presentazione dell’articolo speciale sul numero di settembre di “Archeologia Viva”, opera di Giorgio Murru, direttore dello stesso Menhir Museum, sulla Sardegna preistorica, nelle epoche che precedettero la fioritura della civiltà nuragica.

Mai come questa volta, io penso, ci siamo mossi in una doppia direzione. Da un lato l’articolo di J. P. Robinson ci ha spinti a scandagliare l’antichità dell’uomo, al punto da gettare qualcosa di più di un’ombra di dubbio su tutta la costruzione evoluzionista. Dall’altro abbiamo sempre nuove testimonianze della grandezza, della ricchezza, dell’antichità della civiltà costruita dai nostri antenati europei.

NOTA: Nell’illustrazione a sinistra la spada dell’Età del Ferro ritrovata nel cimitero di Bejsce in Polonia, al centro il libro di J. P. Robinson The Myth of Man, hidden History and ancient Origins of Humankind, a destra il numero di settembre di “Archeologia viva” contenente l’articolo di Giorgio Murru sulla Sardegna pre-nuragica.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Dicembre 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Ruzzai

    Complimenti, ottimo articolo.
    Sullo specifico tema dell’estrema antichità di Homo Sapiens, per chi fosse interessato ricordo che in lingua italiana è già disponibile qualcosa, in particolare:
    – MIchael A. Cremo, Richard L. Thompson, “Archeologia proibita. Storia segreta della razza umana”, Newton Compton Editori, ristampato 2020
    – MIchael A. Cremo, “Le origini segrete della razza umana”, OM Editore, 2008 (acquistabile anche in formato ebook)

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