L’eredità degli antenati, quarantunesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, quarantunesima parte – Fabio Calabrese

Riprendo il nostro discorso sull’eredità ancestrale con un certo imbarazzo. Come avete visto, la quarantesima parte della nostra trattazione l’ho interamente dedicata alle due conferenze da me tenute quest’anno al festival celtico Triskell. Ora mi toccherà parlare di nuovo di qualcosa che mi riguarda personalmente. Non vorrei che pensaste che mi sono “montato la testa” dopo la pubblicazione del mio libro Alla ricerca delle origini presso le edizioni Ritter, e che di conseguenza vi voglia ormai parlare solo di me stesso. Vi assicuro che non è così, ancora una volta si tratta di fatti oggettivi.

Dopo Alla ricerca delle origini, ho messo in cantiere, come credo di avervi già raccontato, un altro testo per le Edizioni Aurora Boreale, Ma davvero veniamo dall’Africa? e altri saggi. A differenza di Alla ricerca delle origini, la struttura è quella di una silloge di scritti diversi, ma la tematica è sempre quella di un’esplorazione delle nostre origini, cominciando per prima cosa con un’indagine che raccoglie gli elementi che confutano la “teoria” dell’origine africana.

Il nostro amico Eugenio Barraco mi ha fatto il piacere e l’onore di stendere una prefazione a questo mio lavoro, una prefazione che aggiunge valore all’opera. In essa Eugenio fa ripetutamente cenno a Julius Evola e alla dottrina tradizionale delle quattro età, il che va benissimo, a patto però di non interpretarla come un confronto tra me ed Evola, confronto da cui non potrebbe risultare altro che la differenza di statura. Julius Evola è stato un Maestro, un Maestro che ha ispirato in vario grado tutti noi. Io sono solo un raccoglitore di sparsi frammenti di verità.

Poiché c’è sempre da fare i conti con uno scarto temporale fra il momento in cui scrivo queste note e quello in cui esse compaiono sulle pagine di “Ereticamente”, potrebbe essere, ma non è detto, che al momento della pubblicazione di questo articolo, il mio secondo libro sia già stato editato.

Vediamo ora cosa ci riserva questo inizio d’autunno.

Proprio la giornata dell’equinozio, mercoledì 23 settembre abbiamo una sorpresa. Immagino che diversi fra voi avranno sentito parlare di “Popoular Mechanics”, la rivista di divulgazione scientifica e tecnologica creata negli anni ’20 del XX secolo da Hugo Gernsback, colui che nel 1926 doveva dare vita anche ad “Amazing Stories”, la prima rivista di fantascienza e quella che avrebbe in qualche modo dato inizio al genere fantascientifico. Ebbene, non soltanto “Popular Mechanics” esiste ancora oggi, ma ultimamente si è occupata di argomenti paleoantropologici, infatti il 23 settembre ha pubblicato un articolo di Caroline Delbert che ci informa che: Gli archeologi hanno trovato impronte umane di 115.000 anni fa dove non dovrebbero essere (e questa è anche la traduzione italiana del titolo dell’articolo, che nel sottotitolo precisa che potrebbero semplicemente riscrivere la storia della migrazione umana).

Di che si tratta? In una zona dell’Arabia Saudita nota come Deserto del Nefud sono state trovate nel 2017 centinaia di impronte di animali risalenti a 115.000 anni fa. All’epoca, la Penisola arabica aveva un clima molto diverso da quello attuale, e la zona era un letto lacustre fangoso dove numerosi animali hanno lasciato le loro impronte, poi il fango si è seccato e le pronte si sono conservate allo stato fossile. La zona è nota ai beduini come “La Traccia”.

In mezzo a queste impronte di animali, i ricercatori hanno individuato sette impronte umane “che non dovrebbero esserci”. Non ci dovrebbero essere perché siamo in un periodo notevolmente precedente la presunta uscita umana dall’Africa subsahariana.

Notate che l’autrice dell’articolo scrive che esse “potrebbero semplicemente riscrivere la storia della migrazione umana”, in altre parole, cerca di salvare la capra di questa nuova scoperta e i cavoli dell’Out of Africa semplicemente retrodatando la presunta uscita dei nostri presunti antenati dal continente africano, ma le cose non funzionano così. In primo luogo, tante più tracce dell’umanità scopriamo fuori dall’Africa in un’epoca anteriore a, diciamo, 100.000 anni fa, tanto più la “teoria” (o per essere più precisi il dogma) dell’origine africana diventa traballante e meno credibile, e queste impronte arabiche non sono che l’ultimo indizio che si aggiunge a una sfilza già lunga e impressionante, in secondo luogo, in tal modo salta l’abbinamento con la famosa eruzione del vulcano Toba, datata al massimo a 70.000 anni fa a cui i sostenitori dell’ortodossia democratica sulle nostre origini hanno voluto dare il significato di una catastrofe planetaria che avrebbe lasciato solo un pugno di superstiti africani, in modo da giustificare l’asserita somiglianza genetica di tutti gli esseri umani e l’affermazione che l’umanità, a differenza di tutte le altre specie animali e vegetali, non sarebbe distinta in razze.

Insomma, l’ortodossia democratica sulle nostre origini è una rigida catena di menzogne: se salta un anello, si spezza tutta la catena.

Mentre la favola dell’origine africana della nostra specie traballa sempre di più, non è che quella della luce da oriente, l’ “ex oriente lux” se la passi tanto meglio. Il 16 settembre “The Archaeology News Network” ha pubblicato un articolo con la firma collettiva della American Association for the Advancement of Sciences che ci spiega che (traduzione italiana del titolo dell’articolo), I cavalli domestici probabilmente non hanno avuto origine in Anatolia.

Finora si è supposto che l’addomesticamento del cavallo, e il suo utilizzo nei trasporti e in guerra, cosa che ha certamente avuto un’influenza profonda sulle comunità umane, fossero avvenuti in Anatolia (perché proprio lì? La solita tendenza degli archeologi a privilegiare tutto ciò che è orientale). Per accertarlo, un team di ricercatori guidato da Silvia Guimaraes ha studiato per dieci anni oltre 100 resti di equini provenienti da 14 siti dell’Anatolia e del Caucaso, rappresentativi di un periodo che va dal Neolitico all’Età del Ferro (dal 9.000 al 500 a. C.), esaminando il DNA mitocondriale, il DNA del cromosoma Y, i marcatori del DNA relativi al colore del mantello.

La conclusione è stata chiara: il cavallo domestico compare improvvisamente in Anatolia attorno al 2.000 a. C., laddove il suo addomesticamento risalirebbe a 5.500 anni fa, e si tratta di esemplari già notevolmente differenziati, ad esempio per il colore del mantello, il che porta a escludere la discendenza da un progenitore selvatico addomesticato in loco, si trattava di cavalli importati. Da dove? Per quanto non lo si possa stabilire con certezza, tutto indicherebbe i territori stepposi a nord del Caucaso, la Russia meridionale, una regione che coinciderebbe con quella della cultura Yamna, considerata proto-indoeuropea.

Non solo l’allevamento bovino, come indica la tolleranza al lattosio, ma anche la domesticazione dei cavalli parrebbe avvenuta su suolo europeo. Un altro duro colpo per i sostenitori dell’ex Oriente Lux, che si unisce ai molti che ha ricevuto l’Out of Africa, e scardina sempre di più la “verità ufficiale” che ci viene raccontata sulle nostre origini.

Una notizia che viene dall’Italia, anche se questa volta a darcela è “The Archaeology News Network” con un articolo anch’esso del 16 settembre con la firma collettiva dell’Università La Sapienza di Roma, che ci informa che sono stati: Scoperti i più antichi manufatti europei in pietra acheuleana nel sud Italia.

Si tratta del sito di Notarchirico che si trova nei pressi di Venosa in Basilicata. Qui sono stati condotti scavi archeologici per decenni, e negli ultimi quattro anni se n’è occupato un team di ricerca internazionale guidato da Marie-Hélène Moncel del Département Homme et Environnement del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi.

Qui sono stati rinvenuti molti manufatti litici acheuleani, tra cui un gran numero di bifacciali “a mandorla”, si tratta dell’industria litica tipica di Homo erectus, ma il dato più sorprendente è la datazione di questi reperti, che li colloca fra i 695 e i 670.000 anni, facendone fra i più antichi mai scoperti in Europa.

Ma non è tutto: sentite cosa riferiscono i ricercatori de La Sapienza:

“La grande variabilità delle attività svolte dagli ominidi di Notarchirico grazie all’industria litica – dice Cristina Lemorini del Dipartimento di Studi del Mondo Antico – dimostra un’umanità molto adattabile in grado di sfruttare in modo molto diversificato l’ambiente in cui si trovava”. L’intervallo di tempo individuato dagli studiosi corrisponde a un periodo caratterizzato da condizioni climatiche precarie, compresi episodi glaciali e interglaciali. Durante le intense fasi glaciali, queste popolazioni probabilmente costruite, in quei luoghi e lungo le strade che si muovevano lungo, una delle cosiddette “aree di rifugio”.

Il dato più sorprendente è verosimilmente questo: scopriamo che questi nostri remoti progenitori separati da noi da un intervallo temporale di quasi 700.000 anni erano molto più adattabili, ingegnosi, umani di quanto finora abbiamo verosimilmente supposto, capaci di sopravvivere nelle difficili condizioni climatiche dei periodi glaciali. E’ un punto sul quale occorre attentamente riflettere: sappiamo che l’uomo di Neanderthal era molto più umano di quanto a lungo si è raffigurato, al punto che si è ripetutamente incrociato con gli uomini di Cro Magnon dando luogo a una discendenza fertile che arriva fino a noi, era cioè un membro della nostra stessa specie, un sapiens, uno di noi. Ora anche questi uomini più antichi, gli erectus, ci appaiono nettamente più umani di quanto ci hanno sempre raccontato. Non sarà che a tutti costoro si sono volute attribuire caratteristiche scimmiesche per avvalorare la teoria della nostra derivazione dalla scimmia, teoria che a conti fatti non appare poi così tanto solida?

Sempre “The Archaeology News Network” presenta in data 22 settembre un articolo (non firmato) che ci dà la notizia del ritrovamento della tomba di una coppia di guerrieri nella Siberia meridionale.

La sepoltura si trova a Khakassia ed è stata trovata da una delle squadre della spedizione archeologica Askiz dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia Arkhgeoprioekt. Si pensa che questa particolare sepoltura fosse parte della cultura Tagar che fiorì tra l’VIII e il II secolo a.C.

Assieme ai resti dell’uomo e della donna, entrambi sulla trentina, sono stati trovati i resti di un bambino di 14 mesi, probabilmente figlio della coppia, e quelli di una donna di circa sessant’anni che era stata sepolta ai piedi dei due, e per questo motivo si pensa fosse una schiava della coppia. Nessuno degli scheletri ritrovati presenta segni di ferite, e perciò si pensa a un nucleo familiare rimasto vittima di qualche malattia epidemica.

La cosa più notevole, però, è il corredo funebre, rappresentato per l’uomo da un’ascia e due spade, mentre alla donna sono associate, oltre a un oggetto tipicamente femminile, uno specchio di bronzo, un’ascia e una spada corta. Erano forse entrambi guerrieri.

Ora, guarda caso, la Russia meridionale, il Chersoneso, è precisamente la regione che la tradizione indica come sede delle Amazzoni, le donne guerriere dell’antichità. Un mito, quello delle Amazzoni, ne abbiamo parlato altre volte, che alla luce degli ultimi ritrovamenti, sembra assumere sempre maggiore consistenza storica.

 Domenica 27 settembre “American Journal of Physical Anthropology” ha pubblicato un articolo (firmato da otto autori, di cui vi risparmio i nomi tipicamente giapponesi), che riferisce di una ricerca genetica che è stata condotta sugli Jomon di Hokkaido. Questa popolazione, di cui è stato analizzato il DNA mitocondriale sarebbe strettamente imparentata con le popolazioni della Siberia orientale e con quelle che un tempo abitavano il bordo meridionale dell’area oggi scomparsa della Beringia che si trovava là dove oggi c’è lo stretto di Bering, e che da qui si sarebbero poi diffuse nelle Americhe (come abbiamo visto altre volte, gli amerindi nativi, a prescindere da recenti incroci, hanno circa un terzo del DNA che risale al tipo “eurasiatico settentrionale” che ha popolato l’Europa nel paleolitico e costituisce ancora l’85% del patrimonio genetico degli Europei attuali). La fonte della componente europide degli Amerindi potrebbe (perché non escludiamo neppure un’antica migrazione attraverso l’Atlantico) derivare proprio da popoli siberiani affini agli Jomon.

Tuttavia, l’elemento interessante di questo articolo è forse un altro: il fatto che la popolazione europide di Hokkaido, che conosciamo perlopiù come Ainu, è qui chiamata esplicitamente Jomon. Questo è un punto che non è stato finora oggetto di poche controversie. Secondo la versione storica avvalorata dall’archeologia “ufficiale”, “Jomon” è semplicemente il nome dato alla fase culturale più antica delle Isole nipponiche, senza nessun riferimento a una sostituzione di popolazioni.

Altri, tra cui il sottoscritto, hanno un’idea diversa al riguardo: gli Jomon erano un popolo diverso dagli attuali Giapponesi mongolizzati, che questi ultimi avrebbero man mano assorbito e respinto verso nord, e di cui gli attuali Ainu di Hokkaido sarebbero appunto l’ultimo residuo.

E’ un discorso importante che ci rimanda a una questione più ampia: noi ci imbattiamo nelle tracce di un antico popolamento caucasico dell’Asia orientale che l’espansione delle genti mongoliche avrebbe poi sommerso, nascosto se non cancellato.

C’è probabilmente un elemento caucasico alle basi delle civiltà estremo-orientali e anche di quelle dell’America precolombiana: dove esso non è ipotizzabile, come nell’Africa subsahariana, nell’Australia aborigena, nella Nuova Guinea, vediamo che le popolazioni native non si sono schiodate di un millimetro dal paleolitico.

Sabato 26 e domenica 27 settembre sono stati gli European Heritage Days, le Giornate Europee del Patrimonio Culturale con svariati eventi riguardanti il nostro passato in tutta Europa. Per quanto riguarda l’Italia, è stata l’occasione per la Società Storica e Antropologica di Valle Camonica, di rilasciare la “Valcamonica Rock App”, una applicazione gratuita che consente una visita multimediale alle incisioni rupestri della Valle Camonica, questa finestra sul nostro passato che, ricordiamolo, è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.

Si tratta di un’iniziativa più che lodevole, ma si potrebbe ricordare, ad esempio, che in Veneto, sull’altipiano di Asiago, si trova una valle, la Val d’Assa, che presenta incisioni rupestri simili a quelle della Val Camonica e che finora i ricercatori hanno del tutto trascurato, ne abbiamo parlato nella quarantesima parte in cui vi ho raccontato delle conferenze che ho tenuto quest’anno al Triskell, il festival celtico triestino, vi ho raccontato anche dei castellieri veneti della Lessinia (la zona dei Monti Lessini tra Verona e Vicenza), uno dei quali distrutto nel 1973 per aprire una cava, e stiamo parlando del 1973, non chissà quando, ma di un’epoca in cui ci sarebbe dovuta essere consapevolezza dell’importanza del nostro patrimonio archeologico, delle testimonianze della nostra storia più remota.

L’abbiamo visto forse ancora meglio all’inizio di quest’anno quando, ripartito in più articoli, ho pubblicato su “Ereticamente” il testo della conferenza su L’Italia megalitica, da me tenuta al Triskell nel 2019. L’Italia ha un patrimonio archeologico vastissimo, ma che i nostri connazionali perlopiù ignorano, e che rimane spesso abbandonato all’incuria.

Ciò non è accettabile, perché esso ha un valore non soltanto di per sé, ma in quanto testimonianza della continuità storica con in nostri remoti antenati, e dunque in definitiva della nostra identità, un’identità da difendere a tutti i costi, e il primo passo per difenderla, è appunto quello di conoscerla.

NOTA: Nell’illustrazione: a sinistra l’Irminsul, albero sacro degli antichi Germani, è l’immagine di copertina del mio libro Alla ricerca delle origini, testo che sarà probabilmente presto affiancato da un secondo, Ma davvero veniamo dall’Africa, e altri saggi, pubblicato dalle Edizioni Aurora Boreale. Al centro, ricostruzione di uno Jomon dell’antico Giappone: si notino i lineamenti prettamente caucasici. A destra, locandina della “Valcamonica Rock App”.

Fabio Calabrese

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Dicembre 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    Caro professore io, posso anche sbagliarmi ma ne dubito, non credo proprio che l’uomo discenda dalla scimmia, sebbene le due specie condividano qualche parte di DNA, non possiamo discendere da essa, per varie ragioni : la mano umana pare sia il prodotto di millenni se non milioni di anni di evoluzione, pertanto é una mano “finita”, a termine di un percorso evolutivo che ci ha portato alle abilità che oggi mostriamo. Di contro la “mano” della scimmia é un arto in evoluzione che pertanto fra qualche migliaio di anni potrà mostrare nuove capacità attualmente non possedute.
    Che le due specie possano condividere parti di DNA non mi sembra strano alla fine appartengono entrambe ai mammiferi e mostrano segni della loro appartenenza comune.
    Neanderthal, homo erectus, cro-magnon e sapiens credo siano stati compagni di viaggio nell’epoca preistorica, non necessariamente in contrapposizione, successivamente vuoi per mutate condizioni ambientali climatiche e altro, alcune siano andate incontro all’estinzione altre affinando sempre più le proprie abilità e capacità siano sopravvissute evolvendosi verso forme di vita più “civili”, che hanno poi portato allo sviluppo delle prime grandi civilltà.
    In ogni caso non credo per nulla al dogma “dell’out of africa” che viene da tanto tempo predicato come una certezza ed oggi perché da molti imbecilli ritenuto politicamente corretto, sono al contrario convinto che l’evoluzione umana sia proceduta in un cammino che va da nord verso sud, non per razzismo o supposte convinzioni che vi fossero razze “superiori o inferiori”, ma probabilmente perché le condizioni ambientali e climatiche fossero più idonee per permettere le capacità evolutive dell’uomo. Tutto il resto sembrano solo favole che non troveranno mai come non é finora stato trovato il fatidico anello di congiunzione.
    Inoltre in africa, se parliamo di out of africa, perché non si è mai evoluta una civiltà autoctona che abbia raggiunto livelli elevati?
    Inutile parlare di civiltà egizia o similari mi pare assodato che la classe dirigente egizia, faraoni, grandi sacerdoti elite guerriera, fossero bianchi caucasici e non popolazioni semitiche o comunque autoctone.
    E poi perché un essere proveniente dall’africa continente peraltro ricco di corsi d’acqua, foreste lussureggianti, specie animali che potevano garantire la caccia e quindi l’approvvigionamento del cibo, molto più che nel nostro continente, una volta uscito dal suo ambiente primigenio abbia avuto la capacità di un’evoluzione mirabolante?
    No, tutto ciò é poco convincente.
    Se ci fossero più scienziati, archeologi, paleontologi, antropologi di buon senso che volessero indagare in maniera onesta e seria forse si troverebbero le vestigia della nostra origine, senza postulare credenze improbabili.
    Colgo l’occasione per augurarle buone feste: sappiamo bene che già nell’antica Roma questo periodo dell’anno era dedicato ai saturnali, fra i Celti si festeggiava la rinascita della luce, in ogni caso si trattava di un periodo dell’anno magico che ha sempre stimolato l’essere umano.

  2. Fabio V. Calabrese

    Caro Simola. Colgo l’occasione per ricambiarle gli auguri di buone feste, che estendo alla sua famiglia. Per il resto, non commento le sue affermazioni che mi trovano pressoché completamente d’accordo.

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