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Le Armi, le Connivenze, le Vittime: non ce la raccontano giusta… – Giacinto Reale

Le Armi, le Connivenze, le Vittime: non ce la raccontano giusta… – Giacinto Reale

PREMESSA

Alcuni giorni fa, cercando su Google un articolo di Alessandra Staderini sulla “Marcia dei Martiri” fiorentina, mi sono imbattuto in un link che fissava in 3.000 il numero delle vittime del fascismo nel periodo 1919-22.

Si trattava di una tale astrusità che mi è venuta voglia di fare un approfondimento, e, visto che c’ero, dedicare anche un po’ di tempo ai temi (collaterali, perché alla base di un così grande numero di vittime) della asserita superiorità dell’armamento fascista e della sostenuta tolleranza – quando non connivenza vera e propria – delle Autorità verso i mussoliniani.

Nasce così questo articolo, che esclude per motivi di spazio, e perché già trattato altrove – ogni accenno alla violenza (quantità, qualità e diverse caratteristiche nell’impiego da parte dei due contendenti della guerra civile), sulla quale possono bastare qui le ammissioni di due Autori certo non sospetti di “simpatie” fasciste.

Scrive Mimmo Franzinelli, notoriamente “schieratissimo”:

 

Il fenomeno squadrista è più complesso e sfaccettato di quanto non lo si sia rappresentato. E porta con sé alcuni miti da sfatare. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde alla realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola. I “sovversivi” si difesero e agirono con puntate offensive, per quanto tecniche e condizioni lo consentissero. È infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all’attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi dei franchi tiratori. (1)

E, precedentemente, il sasso nello stagno lo aveva gettato già Giordano Bruno Guerri, nel suo periodo migliore, quello degli inizi:

Uno studio realistico sulla violenza in Italia durante quegli anni non è stato ancora fatto, ma, generalmente, si tende a ipervalutare la violenza fascista. Già allora i fascisti avevano il massimo interesse a gonfiare a dismisura il numero delle loro azioni, la durezza dei loro attacchi, la quantità dei nemici feriti.

Allo stesso modo, i socialisti sconfitti avevano un eguale interesse a far apparire l’avversario più attivo, forte e cattivo di quanto fosse in realtà. Insomma: se un socialista riceveva un graffio da un fascista, entrambi hanno tramandato alla storia una ferita lacero-contusa, e il ribaltamento di due vecchie scrivanie in una Lega diventava per entrambi una distruzione totale. (2)

Va infine detto che, intorno alla storia del Fascismo, nei suoi tre momenti, della Rivoluzione, del Regime e della RSI, si sono incrostate una serie di mezze verità – quando non di falsità vere e proprie – con una forza tale da rendere ormai, ad un secolo di distanza da quando tutto iniziò, sempre più difficile ogni ricerca e tentativo di ricostruzione “altra”.

Vi è poi una particolarità, e cioè che il periodo della vigilia, dal 1919 al 1922, è stato oggetto di un duplice travisamento.

Prima, fino al 1945, da parte fascista, si è spinto su una versione eroicizzata dei fatti e si è accreditata l’immagine di un Mussolini Capo assoluto ed ascoltato del movimento, che aveva fin dall’inizio chiaro l’obiettivo e il modo per conseguirlo.

Dopo, con il successo dell’antifascismo, si è imposta l’immagine di un movimento fin dalle origini agli ordini di agrari e industriali, popolato di sadici e sradicati, incline alle forme di malvagità più esasperata, affidato alla truculenta guida di “ras” locali peggiori dei propri seguaci.

In ambedue i casi, ed è facile capirlo, le esagerazioni non mancano…

Ciò premesso, passiamo – come si dice – al “merito”.

 

LE ARMI E LE CONNIVENZE

Sulla questione degli armamenti, senza provare qui un’indagine approfondita (che, peraltro, non è mai stata fatta, ed ha ceduto il passo ai luoghi comuni), due sole osservazioni.

Per tutto il 1919 e il 1920 l’inferiorità dei fascisti (là dove c’erano) è un dato costante. A settembre il segretario amm.vo del Fascio fiorentino, descrivendo una realtà che è simile ovunque nel resto d’Italia, così scrive disperato a Milano:

Qua ci temono perché credono che si abbia un arsenale bell’e buono… e invece siamo sprovvisti di tutto.

Mussolini promise al nostro Galardini, quando venne a Milano, che le armi doveva in parte sussidiarle il CC. Quanto potete inviare sarà ben accolto: con una rivoltella di numero che ci avete inviato ci si può appena suicidare…Io credo che la questione di quegli affarini sia vitale per noi. E specialmente per Firenze, dove si può armare circa 80 soci, ma con che?

…Capirà bene, mica tutti i fascisti possono sobbarcarsi una spesa di 100 e più lire! (3)

 

Di contro, nello stesso periodo, in coincidenza cioè con la fine dell’occupazione delle fabbriche, a Torino ingentissimi quantitativi di armi escono dagli stabilimenti e vanno a rifornire le Guardie Rosse del circondario. Una recente pubblicazione ce ne offre un quadro parziale:

…le Guardie Rosse mettevano comunque al sicuro le loro armi organizzando rischiose spedizioni fuori Torino, verso Poirino, Fossano, Mondovì, Grugliasco e Chieri.

[…]

Il 24 aprile del 1921, probabilmente per delazione i Carabinieri scoprivano il deposito (organizzato sempre a settembre del 1920 a Fossano ndr) sequestrando 14 mitragliatrici, una pistola mitragliatrice, parecchi ferri di sicurezza, diversi elmetti militari e due bombe SIPE scariche

[…]

Un’altra spedizioni di armi era partita, ancora dalla “FIAT Centro” la sera tra il 22 e il 25 settembre, quando Giuseppe Ruocco e l’autista Giovanni Poesio avevano caricato su un camion “circa 10 q.li di armi e munizioni, contenute in varie cassette dirigendosi verso Chieri. (4)

Molte armi, inoltre, andranno oltre i confini regionali e si disperderanno in tutta Italia, così che, nel Valdarno, un po’ di tempo dopo, sarà effettuato un ritrovamento – poi detto “arsenale del Comitato segreto”, composto da:

Una quantità imprecisata di bombe fabbricate artigianalmente con rottami di Ferriera ed esplosivo delle miniere, una mitragliatrice FIAT nuova di zecca (già piazzata sul muro di cinta dell’ILVA all’epoca dell’occupazione della fabbrica), una cassa di rivoltelle e fucili a ripetizione Mauser “giunta da Torino”, decine di bombe SIPE, fucili da caccia, moschetti e pugnali. (5)

 

Di contro, la situazione, per i fascisti, migliorerà leggermente solo con la partenza dei legionari da Fiume e l’arrivo di qualche bastimento “amico” con poche casse di armi, che non cambieranno molto le cose. Anche qui un esempio può bastare.

In occasione della sfortunata spedizione su Foiano dell’aprile del ’21, il Capitano Giuseppe Fegino, in forza al 70° Fanteria del Presidio di Arezzo che ha il comando, oltre alla sua pistola di ordinanza, a fronte della scarsa dotazione di armi disponibili, in previsione di un’azione che si sa rischiosa, porterà con sé – “in comodato d’uso a tempo”, potremmo dire – due moschetti che ha sottratto all’armeria del Reparto, ma che deve rimettere al loro posto al primo pomeriggio se vuole evitare che qualcuno se ne accorga.

Gli avversari sanno quanto sia limitata – in campo nazionale – la disponibilità di armi dei fascisti, ma hanno tutto l’interesse ad accreditare, per giustificare la loro sconfitta sul campo, una realtà che non esiste. A meno che tale non si voglia considerare l’abituale ricorso al “bluff” da parte degli squadristi.

Si può ben dire che iniziatore e “maestro” di tale ricorso al “trucco” è Italo Balbo, come testimoniato da più parti. Ecco qualche esempio:

– fa fare, a tarda notte, alle sue prime squadre, giri a ripetizione nel centro cittadino, sempre nello stesso senso, così da far apparire moltiplicato il numero e amplificare l’effetto complessivo facendo sbattere le mani sulle cosce agli uomini;

– arma, in mancanza di meglio, i suoi uomini con le gambe delle sedie trovate in sede e ci ride su, con un richiamo alla vecchia passione locale, l’opera lirica: “come facevano i bohemiens: “sacrifichiam le sedie!”

– fornisce gli squadristi, a dicembre del 1920, per aggirare il divieto governativo di “portar fuori” manganelli e bastoni, di stoccafissi (spesso “predati” alle cooperative socialiste) che fanno magnificamente alla bisogna e poi finiscono sulle tavole imbandite di cene “cameratesche”;

– utilizza al meglio i camion, la vera “arma” che possiede: “Quando i suoi uomini, ammassati su grossi camion BL 18, irrompevano in una piccola città per una missione, Balbo ordinava ai conducenti di fare scoppiettare il motore per simulare colpi di pistola. A volte, una prova di forza ben organizzata… era sufficiente a terrorizzare e demoralizzare gli avversari”.

1. LA MITRAGLIATRICE DI PEPPINO AMBROSI

Naturalmente, si tratta di aneddotica. Essa, però, ha effettivo riscontro in una realtà nella quale, per esempio, suscita meraviglia in città, quando arriva, l’unica mitragliatrice in dotazione al Fascio bolognese, la Schwarzlose di “Peppino” Ambrogi (foto 1) e si merita un affettuoso ricordo quella (anzi, quelle, perché sono due, ancorchè dall’incerto funzionamento) della “Disperata” fiorentina (foto 2):

Sentii salire un’ondata di orgoglio. Avevamo ora una mitragliatrice, anzi due, ed erano proprio belle, seppure un po’ scorticate nella vernice, con qualche molla che non recuperava più a tempo. Forse una non avrebbe neanche sparato, lo diceva il Sergente fiumano che erra stato nei mitraglieri, ma erano belle, o almeno ci apparivano tali.

[…]

Ma questa volta avevamo una mitraglia in testa che, se funzionava un colpo alla volta, la sua figura la faceva bene… e in coda l’ultima mitraglia, che battezzammo amorosamente col nome di “Gaetana” (6)

Contro la realtà, non ha timore di sfidare il ridicolo, Antonio Gramsci quando detta la linea della menzogna, scrivendo su “Ordine Nuovo” dell’11 giugno 1921, senza fornire alcun elemento di supporto:

I fascisti posseggono, disseminati in tutto il territorio nazionale, depositi di armi e munizioni in quantità tale da essere almeno sufficienti per costituire un’Armata di mezzo milione di uomini. (7)

2. LA MITRAGLIATRICE DELLA DISPERATA

E, a premessa di ciò, si sbilancerà anche in un’affermazione temeraria (“I fascisti hanno potuto svolgere la loro attività solo perché decine di migliaia di funzionari dello Stato, specialmente dei Corpi di Pubblica Sicurezza… e della Magistratura sono diventati i loro complici morali e materiali”) che ci facilita il passaggio all’altro argomento oggetto di questa disamina: la cosiddetta “tolleranza”.

Anche in questo caso lo spulcio dei documenti prova una realtà diversa da quella poi accreditata.

Quando essa c’è, si tratta, in effetti, di una umana reazione – diffusa soprattutto tra la bassa forza e gli Ufficiali di grado inferiore – alla insostenibile situazione creatasi fino ad allora. L’Ispettore generale di PS inviato da Giolitti a Firenze a marzo del ’21 testimonierà infatti che certo favore verso i fascisti:

… viene, dai responsabili, che non fanno mistero dei loro sentimenti, giustificato come reazione alle continue violenze verbali e materiali, e alla propaganda di disprezzo e di odio dei sovversivi e della loro stampa. Essi, fra l’altro, ricordano ancora con indignazione due articoli comparsi nello scorso dicembre sul giornale “Avanti”, con uno dei quali si faceva appello ai negozianti di boicottare i componenti la forza pubblica e le loro famiglie, e con l’altro si diceva doversi considerare e trattare come “puttane” le donne, mogli e figlie di Carabinieri, Agenti e Guardie. (8)

 

A voler approfondire, va poi detto piuttosto che, nei confronti dei Carabinieri come tutori dell’ordine e della disciplina tra gli uomini al fronte, c’è, da parte dei molti squadristi ex Arditi una vecchia “antipatia” (“Carabinieri, voi non conoscete ancora i fascisti!” sarà scritto sui muri di Novara occupata dalle camicie nere nell’estate del 1922), così come non buoni sono i rapporti con la Guardia Regia, voluta dall’odiatissimo Nitti quasi come sua “guardia personale”, e che, infatti, sarà sciolta con uno dei primi atti del Governo insediatosi dopo il 28 ottobre.

E proprio Carabinieri e Guardie Regie saranno i responsabili degli episodi con più vittime squadriste tutte insieme. A Sarzana, il 21 luglio del 1921, il dissennato comportamento del Capitano Guido Jurgens è all’origine della strage di fascisti (nel totale, 15 morti e varie decine di feriti), e a Modena, il successivo 26 settembre, è il commissario Guido Cammeo ad ordinare il fuoco contro la folla di manifestanti in camicia nera, tumultuanti ma disarmati, e a provocare così 8 morti e una ventina di feriti.

Anche per il comportamento della Magistratura le cose non vanno esattamente come sarà poi raccontato. La conferma verrà, anni dopo, da una fonte assolutamente non sospettabile, il “duro” comunista triestino Vittorio Vidali, all’epoca attivissimo e violento pluriprocessato militante:

I giudici e le giurie, quando potevano, assolvevano tutti, comunisti e fascisti. Avevano paura: appartenevano tutti alla piccola e media borghesia e amavano il quieto vivere”. (9)

Perché i Magistrati questo sono: “uomini d’ordine”, intimamente pavidi, forse anche sentimentalmente dalla parte di quei giovani coraggiosi che, in nome di alte idealità osano (e vincono) la sfida con i prepotenti di ieri, negatori della Patria, ma, comunque, mai disposti ad andare, nemmeno con loro, contra legem.

La prova è nei numeri che De Felice fornisce, sulla base dei documenti del Ministero degli Interni, nel secondo volume della sua monumentale biografia mussoliniana.

396 fascisti arrestati e 878 denunciati alla data dell’8 maggio 1921 contro 1421 antifascisti arrestati e 617 denunciati nello stesso periodo; 899 fascisti arrestati e 3288 denunciati, contro 959 antifascisti arrestati e 1052 denunciati tra marzo e luglio dell’anno seguente.

Numeri, come si vede, che nel “complessivo” si avvicinano sensibilmente (un totale di 5461 fascisti contro 5049 antifascisti) e che non possono non indicare una linea di tendenza che è addirittura sbilanciata a sfavore dei primi, soprattutto se si considerano la disparità numerica delle forze in campo (alle elezioni del 1921: 246 Deputati socialisti, popolari e comunisti contro i 35 mussoliniani) e i diversi metodi di azione.

La rapidità e sorpresa delle “spedizioni punitive” rendono infatti praticamente impossibile, nella repressione dei fascisti, l’arresto in flagranza, così come il ricorso a spostamenti di uomini in luoghi lontani da quelli di provenienza ostacola la denuncia a posteriori, sulla base del personale riconoscimento da parte dei tutori dell’ordine del luogo, impotenti, anche per inferiorità numerica, ad intervenire durante i fatti.

E, a riprova, nelle cronache dell’epoca non manca la notizia di qualche investigatore di paese appostato per più giorni sotto la sede del Fascio di città, nel tentativo di riconoscere, tra chi vi accede, il responsabile di episodi di violenza dalle sue parti.

Anche su tipologia e frequenza degli arresti, ci sarebbe da approfondire il discorso. Chiurco, per esempio, riporta non infrequenti casi di squadristi, spesso detenuti in “preventivo” per lunghissimi periodi (“Nell’aprile del ’21 sorge il Fascio a San Severo, ed è segretario politico il Tenente Enrico De Biasi, volontario di guerra e decorato al valore, e poi, per reati politici, carcerato dal luglio del 1921 all’ottobre del 1922”), e Reichardt con riferimento alla sola provincia di Bologna, ci informa che:

Emilio Marchesini, per esempio, caposquadra della piccola città di Budrio, fu arrestato dalla polizia dodici volte, e risulta di conseguenza, su un campione di 1.190 squadristi, quello finito più spesso in prigione. Lo segue in graduatoria Francesco Forlani, il caposquadra di Molinella, arrestato dieci volte. Al terzo posto troviamo ancorta un caposquadra, Augusto Regazzi, della cittadina di Minerbio, il quale fu preso dalla polizia nove volte. (10)

Insomma, si può ben dire che non sono pochi i fascisti che assaggiano il tavolaccio, al punto che, al 28 ottobre, in quasi tutte le città, uno dei primi pensieri sarà la liberazione dei carcerati ai quali pure era stato dedicato un apposito scudetto da indossare sulla camicia nera (foto 3)

Non resta, a questo punto, che affrontare la triste contabilità dei Caduti delle due parti, per completare – nel freddo e macabro confronto dei numeri – il quadro, aldilà delle ricostruzioni di comodo.

3. SCUDETTO PER I CARCERATI FASCISTI

 

LE VITTIME

Per ciò che riguarda il problema dell’uso della violenza da parte dei fascisti, senza stare qui a fare la storia dell’abituale ricorso che ad essa si fece, da parte sovversiva, durante il “biennio rosso” può bastare il giudizio di Roberto Vivarelli:

Del resto, sono molti i casi nei quali questa violenza (quella fascista ndr) aveva il carattere di una rappresaglia, la risposta per un’offesa subita… Anche se la disparità delle forze faceva sì che… il numero delle vittime fosse maggiore tra i socialisti che non tra i fascisti, non corrisponde al vero che i socialisti fossero alieni dalla violenza. E si deve ugualmente tener presente che molte delle spedizioni fasciste incontravano una resistenza armata, e numerose furono le occasioni nelle quali gli squadristi subirono la violenza degli avversari.

Anche quando si esercitava come rappresaglia, la violenza fascista non era mai fine a sé stessa. E, poiché si mirava ad abbattere le strutture del potere socialista più che a colpir le persone… di massima non ci si proponeva di uccidere… le uccisioni volontarie, cioè frutto di azioni mirate sono più l’eccezione che la regola

Contro le persone, la principale arma della reazione fascista è l’intimidazione: sia verbale, sia… intimidazioni fisiche. (11)

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, per la drammaticità e rilevanza dei fatti, che costano morti e feriti, non è, comunque, facilissimo il calcolo dei Caduti delle due parti durante il quadriennio.

Sgombro subito il campo dalla sciocchezza più grossa in materia, attribuibile – anche questa come quella sull’armamento – ad Antonio Gramsci, che ha prodotto effetti mistificatori nel tempo, fino a quel link su Google dal quale ero partito.

Il politico sardo, in un articolo apparso su “L’Ordine nuovo” del 23 luglio del ’21, fa da cassa di risonanza ad un precedente errore de “L’Almanacco socialista” del 1921 che sommava come “uccisi” i 1734 feriti e i 616 morti delle violenze – non tutte “fasciste”, chè spesso si trattavi di scontri tra sovversivi e forze dell’ordine – del 1920, e afferma:

Nei 365 giorni dell’anno 1920, 2500 italiani (uomini, donne, bambini e vecchi) hanno trovato la morte nelle vie e nelle piazze sotto il piombo della pubblica sicurezza e del fascismo. Nei trascorsi 200 giorni di questo barbarico 1921, circa 1500 italiani sono stati uccisi dal piombo, dal pugnale, dalla mazza ferrata del fascista, circa 40.000 liberi cittadini della democratica Italia sono stati bastonati, storpiati, feriti(12)

Si tratta, come ormai riconosciuto da tutti gli storici, di dati assolutamente capotici, inventati e falsi, dei quali lo stesso Gramsci farà ammenda, a margine del processo per l’uccisione di Scimula e Sonzini, quando, in un articolo del 3 marzo 1922, prima parlerà di “616 operai caduti nelle vie e sulle piazze del nostro Paese” nel 1920, e poi genericamente di “centinaia e centinaia di morti” nel 1921, indistintamente, senza far più cenno a “piombo, pugnale, e mazza ferrata fascista”.

Dati comunque ben lontani dai 4.000 “uccisi” originariamente indicati già alla data del 23 luglio dell’anno prima.

Venendo ai numeri “veri” (o, almeno, più attendibili), va detto che per i fascisti si può ragionevolmente fare riferimento alle cifre fornite, alla fine del 1923, dalle Autorità di PS al Governo, che indicano un totale di 433 caduti fra il 1919 e il 1923 (13).

Per gli antifascisti, in assenza di una statistica “ufficiale”, possono valere le cifre fornite da Salvemini, tratte dalla minuziosa verifica del Corriere della Sera: 109 morti tra giugno 1919 e settembre 1920 (di cui solo 22 “attribuibili” ai fascisti) e 406 da ottobre 1920 a ottobre 1922. (14)

Cifre inferiori a quanto normalmente creduto, e, anche in questo caso – come per gli arresti e denunce – sostanzialmente in (tragica) parità, con un costo percentualmente più gravoso per i mussoliniani, a fronte del loro molto minor numero.

Per quanto riguarda la parte fascista, solo per completezza, e per dare un’idea di quanto scivolosa resti la materia, fornisco, infine, alcune cifre disponibili su fonti documentarie e saggistiche:

  1. I “Panorami di realizzazione del fascismo” (foto 4), pubblicati nel 1942, sotto l’egida del PNF, forniscono il dato nominativo e diviso cronologicamente di 464 Caduti tra il 1919 e il 1922;
  2. Un elenco dattiloscritto reperito tra i materiali della Mostra della Rivoluzione fascista, e probabilmente destinato all’aggiornamento dei dati, comprende 881 nominativi, alcuni dei quali, però, di fascisti deceduti anche molto dopo il 28 ottobre (perfino negli anni trenta) sia pure con l’indicazione del luogo e della data del ferimento al quale viene attribuita la morte.

4. I PANORAMI DI REALIZZAZIONI DEL FASCISMO

Più difficile il calcolo per i Caduti sovversivi, per l’accennata indisponibilità di una fonte riepilogativa “ufficiale”, e per la inaffidabilità di memorialistica e ricostruzioni post 25 aprile.

Informazioni tristi, ma che andavano date, e che ancora sono incomplete, come già notato da Guerri nell’affermazione sopra riportata, almeno per un minimo di chiarezza.

A tanti anni di distanza, alle vittime dell’una e dell’altra parte può riferirsi, ora che le passioni sono attenuate, la frase mussoliniana, che pure all’epoca era rivolta solo ai “propri”:

È triste, ma quale Idea trionfò mai nel mondo senza che i suoi confessori fossero pronti a donarle la vita? E non è forse preferibile morire di schianto in un assalto, piuttosto che soggiacere al disfacimento di una banale malattia qualunque? Ma coloro che caddero per il fascismo non si perdono nell’anonimato comune delle morti innumeri nel succedersi fatale delle generazioni, bensì vivono negli anni e nei secoli, perchè noi ne portiamo nei cuori il nome, l’evento, il ricordo perenne: perché tale nome e tale ricordo si tramandano negli anni e nei secoli. (15)

 

Molti di quelli che caddero, da entrambi i lati, fecero coscientemente l’estremo sacrificio della vita. I loro eredi ideali ne serbino, giustamente “il nome, l’evento, il ricordo perenne: perché tale nome e tale ricordo si tramandano negli anni e nei secoli”. Ma rispettino la verità.

 

NOTE

 

  1. Mimmo Franzinelli, Squadristi protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-22, Milano 2003 pag 6
  2. Giordano Bruno Guerri, Italo Balbo, Milano 1984 pag 77
  3. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino 1919-1925, Firenze 1972, pag. 112
  4. Roberto Gremmo, Il momento buono, in: Storia ribelle nr. 53/2020 pag. 5058
  5. Giorgio Sacchetti, Camicie nere in Valdarno, Pisa 1996, pag. 30
  6. Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano, Roma 1980, pag. 144
  7. Antonio Gramsci, Socialismo e fascismo, l’Ordine nuovo 1921-1922, Torino 1978, pag. 186
  8. Renzo De Felice, Mussolini il fascista, vol. I, La conquista del potere, Einaudi 1966, pag. 28
  9. Vittorio Vidali, Orizzonti di libertà, Milano 1980, pag. 131
  10. Sven Reichardt, Camicie nere, camicie brune, milizie fasciste in Italia e Germania, Bologna 2009, pag. 285
  11. Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, vol 3° Bologna 2012 pag 176
  12. Antonio Gramsci, cit. pag. 248
  13. Paolo Fabbri, “Le origini della guerra civile”, Torino 2009, pag 617
  14. Gaetano Salvemini, “Scritti sul fascismo”, Milano 1961, vol I pag 64
  15. Introduzione a: Cesare Bocconi, Pattuglia eroica, Parma 1931, pag. 3

 

 

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 2 Dicembre 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. Nebel

    Davvero molto interessante, gradevole lo stile pacato e oggettivo.

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