La buona volontà – Livio Cadè

La buona volontà – Livio Cadè

“Pace in terra agli uomini di buona volontà” è probabilmente un refuso. La pace può forse nascere dalla volontà? Ne dubito. Anzi, sono convinto del contrario. Più una persona vuole, anche se vuole il bene, più il suo cuore è agitato. La pace è assenza di paura, libertà dalla schiavitù delle passioni, e questa pace non si raggiunge con atti volontari.

Chi non ama la pace? Anche l’incessante movimento centrifugo che sembra disperdere la mente e le sue energie in mille cose – progetti, studi, lavori, relazioni umane – alla fine, paradossalmente, è la ricerca di un luogo in cui riposare e trovar pace. Questo luogo si trova in noi ma proprio la nostra volontà, che ci esteriorizza, ce ne allontana.

Di fatto, il testo latino, bonae voluntatis, traduce il termine greco “eudokìa”, parola che a sua volta si sforza di rendere un concetto ebraico che esprime “la benevolenza di Dio”. Nei testi di Qumran troviamo una parola simile (eudokìas) a indicare la grazia divina. Quindi potremmo leggere: “pace agli uomini amati da Dio (o dalla grazia divina)”. È dunque una pace che nasce non dall’impegno dell’uomo ma dall’amore di Dio.

È una questione di genitivi. Con “l’amore di Dio” si intende il nostro amore per Lui o il Suo amore per noi? Dipende dalla funzione oggettiva o soggettiva del genitivo. Così “gli uomini di buona volontà” non sono quelli che hanno buona volontà ma coloro che ne sono posseduti, ovvero la patiscono. Questo contraddice secoli di volonterosa moralità. Confuta l’idea che la pace sia il frutto di azioni benintenzionate. Dissolve questa illusione morale, tipica del senso comune, che riduce Dio a una sorta di Legge universale, un Grande Notaio che resta sullo sfondo delle vicende terrene assicurando a ognuno premi o sanzioni secondo un semplice calcolo retributivo.

Ma possiamo accettare che la pace sia una grazia, un bene inaccessibile ai nostri conati volitivi? Tema delicato, che urta una certa sensibilità, soprattutto moderna, che vorrebbe un Dio meritocratico. Se optiamo per una traduzione più filologica del passo citato e leggiamo: “pace in terra agli uomini che Dio ama” (o “amati dal Signore”), ci potremmo chiedere per quale ragione Dio dovrebbe amare solo qualcuno. Ci sembra poco etico, da parte Sua, fare preferenze. Qualcuno ha così pensato di risolvere il problema aggiungendo una virgola: “pace in terra agli uomini, che Dio ama”. È meraviglioso che basti cambiar la punteggiatura per far sì che l’amore di Dio abbracci tutti gli uomini indifferentemente.

A questo punto però non si capisce perché la pace non sia un bene comune. Perché ancora tanta violenza e disperazione nel mondo? Risposta: Dio la dona a tutti ma non tutti la possono ricevere, perché in loro manca la buona volontà. Questo permette di riportare la pace a una dimensione etica, fatta di colpe e di meriti. I moralisti son contenti, i volontaristi gongolano.

In realtà, per “gli uomini di buona volontà” è più difficile che per altri trovar pace. Difatti, la volontà implica sempre una lotta con sé stessi, trascina con sé qualcosa di violento e mortificante. Il nostro cuore seguirebbe i corsi naturali della vita se non ci fosse la volontà a legarlo e a tirarlo rudemente qua e là. Questo sembra appunto il suo scopo, impedirci di fare ciò che desideriamo o, viceversa, obbligarci a fare quello che non abbiamo voglia di fare. Chi agisce per volontà lo fa sempre contro voglia.

“Io voglio” è la comune radice del problema. Dal volere nascono infatti due figlie. Una è ragazza casta e virtuosa, l’altra di facili costumi. Seria, studiosa e laboriosa la prima, la seconda interessata solo a godersi la vita. Quest’ultima è in realtà la più vecchia, ma conserva nei suoi modi un’immaturità quasi infantile, si dimostra spesso irresponsabile. L’altra è più giovane ma ha l’aspetto di una donna attempata, grigia e contegnosa. Si chiama Volontà, e il padre ne è orgoglioso. L’altra, Voglia, smuove in lui sentimenti contrastanti, a volte di intima complicità, a volte di riprovazione.

Così, voglioso e volonteroso indicano entrambi un certo volere, ma tra loro c’è un abisso. La volontà si può esibire in pubblico, la voglia va nascosta nelle pieghe del privato. In una v’è dignità di carattere, lodevoli intenzioni, nell’altra dissolutezza e volgare sensualità. Per questo le attività di volontariato attirano su di sé immancabili encomi. Un’associazione di ‘vogliariato’ provocherebbe un’unanime condanna.

La volontà evoca nobili fatiche e rinunce, la voglia sembra scivolare nell’accondiscendenza al piacere, nella morbida indolenza. Il tipo volitivo ha lo sguardo teso verso obiettivi lontani, l’occhio voglioso affonda nel presente, ricettacolo di immagini seducenti come donne di Ingres. ‘Io voglio’ sembra così poterci condurre alle sublimi altezze dell’autocontrollo, o nei bassifondi fangosi della voglia. Se l’Alfieri esclama “volli, sempre volli, fortissimamente volli”, nessuno dubita che nella sua mente si agiti la nobile sferza della volontà. Perciò lo ammiriamo, senza neppure chiederci quale sia l’oggetto del suo volere. Ma chi di noi ammirerebbe qualcuno che dice:  “ho voglia, sempre voglia, una fortissima voglia”?

E perché nessuno dice: ‘ho volontà di mangiare, di dormire, di far sesso’? Perché non occorre volontà per far ciò che ci è naturale. Per converso, non esiste una voglia di potenza, ma una volontà di potenza, ovvero l’intenzione di accrescere un potere di cui non abbiamo alcun bisogno e in cui hanno radici le nostre nevrosi. La volontà si pone come antagonista alla natura. Vive di astrazioni e di arroganti pretese. Pretende di forgiare il nostro carattere, arricchirci, elevarci. Si inerpica su sentieri di montagna, scala le rocce, sfida la gravità per raggiungere le vette.

La voglia si lascia invece trasportare, come un fiume che scende nella valle, correndo verso il mare che lo attira. V’è, in questo lasciarsi andare della voglia, anche della cattiva voglia, un che di umile e realistico. La volontà ci fa grandi promesse che non mantiene mai, addita un orizzonte inafferrabile. La voglia, nel suo modesto proposito, si accontenta di quello che c’è. Non vuole renderci migliori e trova che il mondo sia sufficiente a soddisfare le sue esigenze. La volontà al contrario lo vuol cambiare, renderlo più perfetto di quanto già non sia. In ciò ci fa sentire simili a Dei. Infatti alludiamo spesso alla volontà di Dio, mai a una sua voglia.

La nostra società ci impone di educare le voglie secondo i valori dello sforzo volontario. Anche i sentimenti devono loro malgrado andare alla scuola della buona volontà. La passione erotica può cavalcare l’onda volubile della voglia. Ma l’amore coniugale, spenti i primi ardori, deve camminare sulle stampelle della volontà. Per questo il matrimonio ispira rispetto. Il libertinaggio, al massimo, invidia. Ci piace credere che l’uomo possa sottrarsi con la forza della volontà alle proprie inclinazioni naturali e fare quello che deve, non quello che desidera, rispettando gli ideali etici e sociali più che gli istinti. Seguire la voglia porterebbe, ne siamo sicuri, alla corruzione e al disfacimento della società.

Ovviamente a questa idea ne è sottesa un’altra, ovvero che le nostre inclinazioni siano cattive. Non diceva Pitagora che l’unica cosa sicura al mondo era la malvagità degli uomini? Ma i vari codici morali che lungo la storia han cercato di curare questa intrinseca malvagità, con le loro norme tutte basate sulla volontà, non l’hanno certo guarita. Anzi, è lecito supporre che gran parte del male nel mondo nasca proprio dalla nostra volontà di migliorarlo.

La volontà è infatti una guerra che non mena a nessuna pace duratura. È la madre di ogni conflitto, delle più assurde ambizioni e, paradossalmente, delle più feroci concupiscenze. È più facile trovar pace nella voglia. Infatti la voglia si accontenta e, appagata si riposa. La volontà è insaziabile, è un appetito metafisico che, sempre inappagato dall’essere, gli impone un forzato, faticoso divenire.

La volontà rende l’uomo duro. Lo priva così di una delle virtù più essenziali, la cedevolezza. Il morbido salice si piega sotto il peso della neve e la fa scivolare per terra. L’inflessibile quercia si spezza. Ma se l’uomo può cedere alla voglia, la volontà si impegna a non cedere, a portare pesi sempre più gravi, si rinforza con l’esercizio come un muscolo. Cedere, nella percezione comune, ha qualcosa di femminile e passivo. La voglia diventa perciò l’ammiccante desiderio cui bisogna resistere o cui ci si abbandona colpevolmente.

La voglia, assecondata nella sua naturalezza, è come la lama di quel macellaio taoista, che manteneva il suo filo anche dopo anni: “Seguendo i filamenti della carne, il coltello scivola attraverso le fessure nascoste, scorre attraverso le cavità del corpo, trova la via che già c’è. Non taglio legamenti né tendini, per non parlare di ossa o giunture … La lama si muove appena, delicatamente, ed ecco che la carne si apre e cade come una zolla di terra”. Al contrario, lo spirito sottoposto alla tensione della volontà si usura e perde il filo per l’attrito con la sua stessa natura. 

La volontà esce dagli interstizi, dagli spazi sottili che la vita spontaneamente le offre, si apre a forza altre strade. In questo processo volitivo l’uomo proietta il suo Io attivo e razionale, quella parte mascolina di sé che prende decisioni. È in questa volontà di fare, di capire, di essere, che si rispecchia. La voglia gli appare allora come una presenza oscura, impersonale, che invade la sua coscienza e lo spinge a fare cose di cui forse gode ma che razionalmente disapprova. Video meliora proboque deteriora sequor, è il lamento della volontà di fronte alla voglia e alla sua forza d’attrazione.

Nessuno ci insegna ad aver voglia. Per converso, ci viene insegnato a sviluppare la volontà, la forza di carattere che servirà a reprimer quelle voglie in cui sembra palesarsi una nostra debolezza. Nella volontà si depositano le istanze della ragione, i suoi progetti di conquista e di auto-affermazione. Nella voglia siamo dominati ma nella volontà ci sentiamo dominatori. E il dominare, la volontà di potere, è il nostro fondamentale anelito, il teorema su cui si regge la nostra civiltà.

La volontà vuol sottomettere i démoni della natura e sostituirli con quelli dell’orgoglio. Cadiamo così dalla superficiale padella di peccati carnali – che hanno un limite fisico –  nella brace di hybris. Le tentazioni della voglia sono poche, quelle della volontà, infinite. Per questo il Saggio “indebolisce la volontà degli uomini e ne rinforza le ossa”, ovvero li libera dalle loro manie di controllo e ne nutre il midollo, l’essenza vitale. Non si tratta di distinguere tra una buona o una cattiva volontà. L’uomo infatti non potrà mai avere una buona volontà. Essa rappresenta un centro da cui l’ego, radice d’ogni male, ramificandosi infetta il mondo intorno.

La volontà può servire a far soldi, ad acquisire conoscenze, a farsi una posizione nella società, ma certo non a trovar pace. C’è sempre, nella volontà, un appropriarsi di qualcosa, un capitalizzare per sé, anche nella volontà di donare, di aiutare gli altri o in quella di rinunciare al mondo e mortificare sé stessi. Tutte le intenzioni volontarie sono malvagie, non perché contraddicono qualche sistema etico ma perché presuppongono un potere autosufficiente dell’io. Tutta la nostra etica è volontaria, quindi malvagia. Dal semplice imporsi alcune regole di buona condotta, fino alla diabolica volontà di farsi santi. D’altro canto, convincersi di questo e opporsi volontariamente alla volontà, sarebbe strangolarsi con un doppio nodo.

Dunque, non resta che sperare nella Grazia. Non posso esimermi dal vivere in un mondo basato sulle cause e gli effetti. Continuerò a raccogliere quel che ho seminato. Questa vita è infatti intrecciata con la Necessità, e una dose di volontà le è necessaria. Nello stesso tempo però, senza uscire da questo mondo, posso respirare la libertà dello spirito e la sua pace.

Non dipende dai nostri sforzi morali o intellettuali, ma da una trascendenza che liberamente si manifesta. Nessuno sforzo cosciente può produrre questa epifania, come non si può far crescere l’erba tirandola. È una pace che si risveglia in noi proprio quando la volontà personale ci lascia. Quando dal profondo del cuore esce quel ‘fiat’ che non è rassegnarsi al destino ma come l’affidarsi a una madre. Si manifesta allora quella naturale santità dell’uomo che non consiste nel flagello di un ascetismo volontario ma è una semplice voglia di Dio.

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Livio Cadè il 26 Dicembre 2020

Commenti

  1. Dafne

    Ed ecco un altro regalo di Natale, uno scritto dove l’onestà intellettuale e oserei dire spirituale di Cade’ rifulgono in tutto il loro splendore.

    Perché tutto ciò che ha scritto è vero, piaccia o meno.

    Solo quando lasciamo andare tutte, ma proprio tutte le nostre volontà, la prima delle quali quella di “cambiare il mondo”, frase che nella vita mi ha indotto più volte a scappare a gambe levate da qualunque forma di religione, filosofia, pensiero spacciato per spirituale ed elevato, troviamo la nostra pace interiore.
    Cambiare il mondo, volere la pace nel mondo?
    Ma se non riusciamo nemmeno a far pace col nostro inconscio e ad allineare mente cuore e spirito! Ma non scherziamo.

    Noi dobbiamo imparare ad osservare noi stessi e il mondo che creiamo in silenzio e in assoluta mancanza di velleità di giudizio, cambiamento, emozione disarmonica.
    Dobbiamo lasciar andare tutto provando un senso di abbondanza, pace e benessere, indipendentemente dalle circostanze esterne (che non esistono, le creiamo appunto noi con le nostre disarmonie interiori).
    Solo allora comunichiamo a livello profondo con la creazione, perché il linguaggio della creazione non prevede volontà di cambiamento conseguente a inquietudine e paura, ma la calma stabile del marinaio che conosce la rotta e che sa dove andare a dispetto di qualunque tempesta (illusoria).

    Noi siamo la nostra bussola sempre, comunque e ovunque; la pace è la prefazione, non l’epilogo della nostra storia, solo non ne siamo consapevoli, che se lo fossimo che bisogno avremmo di incarnarci qui e ricominciare ogni volta daccapo?

    Grazie Cade’ per il coraggio, non da tutti specie in questo momento storico, di spostare sempre l’asse del discorso su territori aspri, poco battuti, lontani da un pensiero unico che è solo finta melassa ma che si rivela in ultimo solo veleno e trappola mortale.

    Auguri sinceri di buone feste.

    • Livio Cadè Staff

      “Allineare mente cuore spirito” (e io ci metterei anche il nostro umile corpo) mi pare qui la chiave di volta. Molti vivono su un piano puramente ideologico, dove la loro volontà insegue fantasmi. Chiusi in questo piano, elaborano una congerie di concetti e di fantasie in cui amano rispecchiarsi. A volte chiamano questo ‘spiritualità’. Ma il loro corpo, il cuore, lo spirito, camminano su altri piani, spesso in conflitto tra loro. Le uniche parole di un qualche valore nascono solo quando c’è l’allineamento cui Lei accenna. Se no son chiacchiere. La ringrazio.

  2. Kami

    Bellissima riflessione che condivido. Hai citato il macellaio di Chuang Tzu, una storia così potente, a cui stavo pensando in giornata. Quel coltello mai arrotato, che passa tra gli interstizi, nel vuoto. Mi colpì così tanto quando la lessi la prima volta. Nel concetto del wu wei si concentra un po’ tutto il nocciolo della questione. Non agire sulla base della volontà, ma seguire il flusso della Vita, che è Verità e Bellezza, indipendentemente dai colori che assume, a volte luminosi, altre volte foschi. Per esperienza personale, posso dire che la voglia, anche viziosa per così dire, non mi ha mai portato tanto fuoristrada come la volontà, specialmente se era una volontà di far del bene e di migliorarmi. Migliorarsi, dico io? Che stupidaggine. Disimparare, forse. Abbandonare le pretese di sapere cosa è giusto e cosa non lo è, forse apprendere l’umiltà ed accettare che siamo già perfetti come creature (e sempre e solo come creature)? Che siamo amati così come siamo? Mi viene sempre in mente la storia di Marta e Maria. Già, a volte ci viene richiesto solo di godersi il Viaggio, senza pensare a cosa cambiare e a cosa ELIMINARE (?!), fare meno ed essere di più. Non agire, fluire. Essere come bambini, fidarsi della vita, non aver paura di niente. 🙂 invece noi, sempre indaffarati a compiacere e compiacerci non vediamo che il tesoro è, ed è sempre stato, già dentro di noi. Che la Pace sia con tutti voi e che la Luce discenda su di voi in questo speciale periodo dell’anno. Un saluto! Kami

    • Livio Cadè Staff

      Lei riconosce il wu-wei come nocciolo della questione. Ha ragione. Purtroppo, è un concetto quasi sempre incompreso. Quindi mi fa piacere che Lei lo abbia colto.

      • Kami

        Ci si prova a coglierlo. Ammetto di aver interpretato il wu wei per molto tempo come inerzia e non azione, senso di non fare niente, assecondando la voglia di pigrizia. Poi l’ho iniziato a cogliere nel senso di una foglia che naviga in un fiume. Probabile che si scontri con delle rocce, gli ostacoli del cammino, che devono essere affrontati quando si presentano, non prima o dopo, e che non possono essere previsti. Affrontati poi conoscendoli e cercando la via naturale per circumnavigarli (non fargli la guerra). Come un fiume, anche la vita è fatta di momenti di super attività, tipo rapide, salti spaventosi, le cascate, ma sopratutto di lunghissimi periodi di simil-stasi, in cui si avanza con una debole corrente. Queste lunghe “bonacce” fluviali, sono quei periodi in cui la tentazione del fare si sente più forte, almeno per me, in cui si inizia a pensare che se non si fa qualcosa la situazione non cambierà mai. Nonostante ciò, una foglia non avrà mai bisogno di remare per continuare il suo percorso lungo il fiume, perchè la corrente, per quanto debole, sarà sempre presente. Il miglior piano è nessun piano, lessi una volta scritto su un palo della luce, e da quel giorno ci ho meditato su, scoprendo che, quando si supera la paura e l’ideologia del fare, non è un pensiero così sconsiderato. Certo, la mente, se allineata con la Volontà del Creatore, può e deve pianificare come muoversi una volta che il passo successivo è mostrato, organizzarsi in modo da poterlo portare a compimento. L’unico atto di volontà propriamente detto, è forse quello di decidere di abbandonare la nostra volontà (salto della fede)? Un atto di volontà suicida? Mi ha aiutato molto anche la filologia, per quel poco che ne so, e scoprire come semanticamente l’otium latino precede il negotium, che lo nega e lo abbruttisce. In tal senso, affannarsi a fare per ottenere risultati, ci fa perdere un sacco di energie e ci allontana dalla nostra Essenza. Ci fa fare le scelte “sbagliate” (che ci allontanano da quella Pace che già è con noi). Il fiume continuerà però a scorrere, inesorabilmente, e potremmo perderci nell’illusione di essere una foglia e di non essere il fiume stesso. 🙂 Kami

  3. upa

    Eppure un po’ di “volontà” ci vuole..
    Non per affermare se stessa in veste egoica…ma per porre un limite alla “voglia”..che..come tutte le cose..tende a perpetuarsi indefinitivamente..in quanto si collega al naturale desiderio e lo trasforma in bramosia..in mentale attaccamento..fino a modificare il corpo e la mente..
    Fare a meno della volontà sarebbe una bella cosa..ma in genere ne sopprimiamo gli aspetti consci per nasconderla nell’inconscio..in quanto ..a differenza degli animali..l’uomo è dotato di un pensiero progettuale..e per realizzare qualsiasi cosa superiore a un istinto immediato..è necessario usarla..
    Vogliamo mangiare una buona cena..ma dovremo usare la volontà per alzarci dalla poltrona e cucinarla..oppure uscire al freddo per raggiungere il ristorante..operazione questa ai nostri tempi impossibile e.. quindi.. dovremo telefonare per farcela recapitare ..con un atto di volontà..di dubbio gusto..va detto..
    Come la mettiamo dobbiamo tirare sempre in ballo la volontà..e dal momento che la usiamo per le faccende più semplici..non vedo perché dovremmo trascurarla nella faccende interiori..che sono ben più importanti..almeno dal punto di vista che esula dalle incombenze puramente fisiologiche..
    La volontà è come un servo..e può mettersi al servizio dell’ego o al servizio del Sé..
    Il Sé e l’ego non hanno braccia e gambe..e senza la volontà si disincarnerebbero dal supporto corporale che li contiene..in quanto lo lascerebbero morire di fame nell’incoscienza..perché anche la Consapevolezza va esercitata..con un iniziale atto di volontà..
    Naturalmente chi è illuminato non ha bisogno di usare la volontà..perché ha risolto la pigrizia che nasce dal desiderio di rimanere come siamo o raggiungere qualcosa..in quanto disidentificato dal corpo..e lo può comandare.. senza che venga posta quella resistenza che richiama la volontà per essere superata..
    “Pace in terra agli uomini di buona volontà”..dovrebbe significare pace a coloro che hanno legato la volontà al servizio dell’Essere e non dell’azione..
    Ma dal momento che questo significato sfugge allo spirito dei tempi..ecco la modifica..che per me è un vero obbrobrio concettuale..soprattutto con la virgola..
    “Pace in terra a tutti gli uomini che Dio ama”..potrebbe ancora andare bene..perché divinizzando l’Essere potremo pensare che è per il suo amore che ci si rivela..e chi troppo sordo a questa rivelazione è chiaro che rinuncia all'”amore” dell’Essere..
    Con la virgola siamo nel diritto democratico a possedere rivelazioni senza nessuna qualificazione che ce lo renda possibile..
    L’Essere viene antropomorfizzato completamente ..e ama chiunque..a prescindere..e la Pace non è più il risultato della buona volontà..o del riconosciuto amore di Dio..ma un semplice augurio di buona educazione che facciamo a tutti..
    Insomma..esistono due volontà..
    Quella comune è foriera di guai..mentre quella superiore è lo sforzo o sadhana per ottenere un risultato spirituale..
    Ambedue portano ad identificare l’ego con un oggetto..ma solo se l’oggetto è il Sé l’ego trova la sua morte e la volontà si annulla..mentre se l’oggetto è un bene mondano..l’ego lo divora e ne crea un altro in un processo indefinito di frustrazione..

    • Livio Cadè Staff

      Non esistono, secondo me, due volontà, una volta al bene, l’altra al male. Esiste una volontà legata ai bisogni della vita (“Questa vita è infatti intrecciata con la Necessità, e una dose di volontà le è necessaria” ho scritto qui sopra). Questa volontà a volte si ipertrofizza e crea un delirio di potenza. Ma non esiste una volontà che ha come oggetto il Sé. Se la volontà si pone come oggetto il Sé sta inseguendo un sogno. Credo che gli sforzi in tal senso servano solo a farci capire che non serve sforzarsi. Allora si desiste.

      • upa

        Più che altro ci vuole volontà a non seguire il Non Sé..
        Il destino è una forza d’inerzia immodificabile se la volontà..come forza contrastante non si aziona..su ispirazione della Provvidenza..che poi è la libertà..
        E’ chiaro che la volontà non può applicarsi al Sé..ma solo a ciò che lo ostacola..
        E ovviamente non è operazione facile..se non siamo sorretti dal Superiore..che è Intuizione dell’Essere..e oltre..

  4. Rosario

    Molto bello il pezzo Maestro Cadè ma non le nascondo che ho letto con ansia sino alla conclusione con mio sollievo nell’unico modo possibile. Considerato che Adamo ed Eva erano in pienezza di Grazia di Dio ma caddero lo stesso, gli unici figli di uomo di buona volontà non possono che essere Maria Santissima e quelli lavati nel Preziosissimo Sangue dell’Agnello. La buona volontà consiste nel saper indossare il vestito della festa, un minimo di compartecipazione alle nozze dello Sposo. La conclusione mi sembra questa anche se incrostata da strati e secoli di costruzioni mentali che richiamano molto il Sacrificio di Tarkovskij. Potrei sbagliarmi ma mi auguro di aver compreso tutta la riflessione. Auguri di buon anno.

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