I contagi e l’immortalità dell’anima – Livio Cadè

I contagi e l’immortalità dell’anima – Livio Cadè

Non capisco perché oggi la gente parli tanto di contagi e quasi mai dell’immortalità dell’anima. Come se un virus fosse più importante della vita eterna. Ma la nostra società, nella sua concretezza mal posta, dà eccessiva importanza ai fatti, ossia ai fenomeni e alle apparenze. I contagi son fatti e in quanto tali ci ricordano che siamo mortali. Potrebbero essere fatti immaginari. Tuttavia, ogni fatto ci ricorda la nostra caducità, sia esso una vecchia sedia, un sogno o un lampo nella notte.

I fatti sono oggetti evanescenti e labili, mentre l’anima è concreta e immortale. E i fatti resterebbero avvolti da una tenebra perenne se l’anima non li illuminasse dando loro un senso e un valore. L’uomo è dunque sospeso tra due mondi, quello dei fatti e quello dell’anima, tra le percezioni incostanti e le essenze immortali, tra il destino precario della carne e la libertà delle idee. E guai alle idee che in lui diventan fatti, concetti induriti dal rigor mortis della saccenza e dell’erudizione.

Dato che la sua natura partecipa tanto dei fatti quanto delle idee, l’uomo è dunque in parte mortale e in parte immortale. Da un lato è soggetto alla necessità dei fatti, dall’altro ne è sciolto. Non potrebbe sapere di essere effimero se non vi fosse in lui qualcosa di eterno. E se può vedere qualcosa della sua natura finita, è solo perché questa poggia sullo sfondo del suo essere infinito. A rigore, si dovrebbe parlare anche di innatalità dell’anima, perché ciò che non può morire neppure può nascere. Nascita e morte sono semplici porte attraverso le quali l’anima entra ed esce dal mondo.

Ovviamente nessuno potrà mai portare prove scientifiche di una realtà che trascende i fatti. La scienza si muove tra fatti e tempo, spazio e causalità. E l’anima non è un cosa o un dove, un quando o un perché. Contiene tutto senza esserne contenuta. Forse solo ai limiti della materia, per paradossi, la scienza ne intuisce le invisibili orme. Ma non solo l’anima è inattingibile alla scienza. Gli stessi fatti le sfuggono, è incapace di spiegarli, perché il più semplice fatto implica un’infinità di nessi e presupposti.

Nonostante le sue molteplici e sommarie descrizioni del mondo, nessuna conoscenza scientifica sarà mai adeguata alla realtà. Le stesse parole, in quanto riflessi di fatti o di relazioni tra fatti, non potranno mai esaurire il significato del reale. Solo l’anima coglie in sé stessa il senso di una totalità e dei suoi valori. Così l’uomo può avere un’intuizione di quello che sta oltre e dietro i fatti. È ciò che chiamiamo, impropriamente, fede.

Purtroppo, la fede nell’immortalità sembra averci abbandonato. Al suo posto nutriamo una fede profonda nei contagi e nella morte. Ci infettiamo così con pensieri e immagini che deturpano il nostro volto originario e offendono la dignità senza tempo dell’anima, il cui scopo è creare bellezza. Il pensiero dell’uomo, i suoi ricordi e la sua coscienza sono la musica dell’anima, e il corpo è come un flauto in cui l’anima soffia. Nascono così opere sublimi, in cui l’anima ama rispecchiarsi e deporre un seme di immortalità.

Ma per la scienza anche le nostre idee più elevate, i nostri sentimenti più profondi, sono mere secrezioni di un sistema nervoso. Come potrebbero scientificamente sopravvivere alla distruzione del corpo? Se il morire ci appare la fine d’ogni cosa è solo perché un mondo abitato non da anime ma dai disegni casuali di atomi e molecole sembra condannarci al nulla. La vita è ridotta a un mandala tracciato sulla sabbia e subito disfatto. Nostro padre è il tempo, quel Saturno che divora i suoi figli, nostra madre è la storia, ovvero una catena di fatti mortali. La morte dell’uomo moderno segna così il trionfo del finito sull’infinito, dell’effimero sull’eterno.

In realtà, la morte ha poteri limitati. Dissolve l’esistenza dei fatti come neve al sole. Ma non può interrompere la vita delle Idee, che sono eterne, e non può cancellare ciò che hanno impresso nel cuore dell’uomo. Gli uomini un tempo  possedevano l’istinto dell’immortalità, che mostrava loro le cose sub specie aeternitatis. Millenni di guerre, carestie e pestilenze non hanno mai tolto all’uomo la certezza della sua eternità. Poche generazioni di positivismo scientifico sono bastate invece per creare in lui un’aridità disperata. Oggi, mentre con ansia e avidità consuma la sua vita come una riserva di fatti esauribile e non rinnovabile,  l’uomo si sente egli stesso consumare dal suo nulla. Avendo perso lo sguardo dell’anima, vede ogni cosa sub specie temporis.

L’anima e la sua immortalità divengono miti, retaggi antropologici da lasciare a quelle discipline umanistiche e vaghe, come la filosofia o la religione, che diffondono una debole luce su certi  oscuri campi del vissuto, surrogati di una vera conoscenza, in attesa che la scienza abolisca ogni mistero. Nell’opinione comune, infatti, solo le teorie scientifiche si fondano su affidabili criteri di verità. Solo loro possono disperdere la notte dell’ignoranza. Così la società attuale non vede che l’insonnia della ragione l’ha resa folle, le ha fatto partorire mostri più orrendi di ogni antica superstizione. La scienza, assimilata al senso comune, a una visione del mondo, ha atrofizzato il senso del divino nell’uomo. Persino le Idee, persa ogni dignità metafisica e poetica, sembrano oggi epifenomeni di natura fisica o chimica, fatti come altri.

Siamo stregati dalle rappresentazioni esteriori e oggettive del mondo. Crediamo solo nei fatti e nella loro effettività. Siam giunti così a fondare una religione e un culto dei fatti, una fede che si rifugia nel finito e cerca la propria salvezza nei numeri e nelle cose. La stessa psiche diventa un fatto da scomporre e misurare. Inseguiamo il miraggio di una rappresentazione scientifica del mondo, di una teoria che ne descriva esattamente le dinamiche. Così, in questa illusione di concretezza, in cui riduciamo la vita ai fatti, ci perdiamo nelle nostre astrazioni.

Non riconosciamo più quella Presenza a sé stessi, quel nucleo interiore in cui la caducità dei fatti e delle esperienze si fonde col mondo eterno delle idee, condividendone la natura immortale; l’anima che ricompone la parzialità delle cose nell’unità del tutto, riconcilia l’essere col divenire. L’angustia spirituale della modernità ha eroso l’antica saggezza degli uomini, ha chiuso la mente a ogni trascendenza. Così l’uomo guarda nella propria morte come in uno specchio nero, una superficie opaca che non riflette più la sua immagine eterna. Per questo il suo narcisismo, ridotto alla contemplazione dei fatti e delle loro ombre, è diventato una malattia mortale.

Occorre una forza fuori del comune, o una non comune stupidità, per osservare questa vuota voragine senza cadere nella disperazione o nella follia. La società moderna ha ingenuamente pensato di poter combattere questo virus nichilistico, che infetta la nostra cultura, rimuovendo il pensiero della morte. Tutta la nostra società si è impegnata a evacuarne la presenza, a celarla o mistificarla. Questa immensa rimozione ha sepolto e incatenato il pensiero della morte nelle profondità remote della mente, come un Titano impotente. L’ha trasformato in un mostro degli abissi, bloccato ai ceppi di una cultura superficiale, ai suoi dogmi edonisti e mercantili.

In tal modo sembrava che il Nulla non potesse nuocere. E di fatto il Titano giace, sedato dalle formule della scienza e dalle favole dei media. Non si ricorda della morte, non vi pensa mai seriamente, non l’ha mai meditata. Abbiamo fatto della morte l’eterna assente, il convitato di pietra che non accetterà mai l’invito. Ma ciò che a forza si reprime prima o poi ritorna a galla. Così, quando ha sentito vicino a sé uno strascico di passi mortali, il Titano ha sollevato le pesanti palpebre, ruotato d’intorno gli occhi turbati. Come un possente leviatano, si è scrollato di dosso le catene, ha scatenato intorno a sé onde e gorghi di paura, sollevato flutti di isteria. Dai pori gli sono usciti fiumi di purulenta angoscia, come un’infezione a lungo nascosta e accumulata sotto la pelle.

Forse entità infere si nutrono di questa grassa paura e ne banchettano in orge di potere. Perché chi controlla la paura degli uomini diventa loro padrone. Infatti, l’uomo impaurito è naturalmente sottomesso, pronto a far qualsiasi cosa, per quanto stupida o malvagia, se gli si promette in cambio protezione. Non vuole l’amore, non vuole la libertà o la felicità, vuol essere  difeso. Sopporta fatiche, pene e umiliazioni, per garantirsi l’illusione della sicurezza. È pronto a rinunciare alla vita pur di non correre rischi. Infine, muore per paura di morire.

Così oggi, per dominare gli uomini, è bastato liberare il pensiero della morte, che giaceva assopito nei fondali della coscienza collettiva. Le trombe della propaganda mediatica e del terrorismo pseudo-scientifico l’hanno destato dal suo sonno ottuso e sognante, sciolto dalle catene del tabù. Un’umanità distratta ha visto all’improvviso emergere dalle profondità marine il Titano risvegliato. Di colpo il miraggio di una vita tranquilla e sicura si è dissolto tra le spire del mostro; tra immagini di bare e di orrori, tra lugubri campane e sirene ululanti.

Un’intera società, impietrita, ha soffocato ogni vita spirituale, spento in sé ogni ardore di giovinezza per difendere un mondo di fatti consunti e malati; si è avvinghiata alla decrepita carne per non cadere nel vuoto che i profeti del nulla le hanno aperto sotto i piedi. Sotto la maschera sorridente del progresso si è visto il vero volto della società moderna, questi occhi percorsi da una fredda angoscia, agitati da una crudele follia. Perché la nostra civiltà non solo teme la morte, ma ne è morbosamente affascinata. Nei suoi spasimi si mescolano spettri necrofobi ed estasi necrofile.

La morte si stupirebbe di tanta virulenta passione. Ha tenuto la solita ordinaria amministrazione della vita. Leggi e decreti non possono certo vietarle di fare il suo lavoro. La morte si può solo nascondere, come la canizie dell’età. Adesso invece, chissà perché, la esibiscono a ogni ora del giorno e della notte. Te la mostrano lì dove mai l’avresti immaginata, nell’abbraccio di un amico, nel bacio di un figlio, nell’aria che respiri; ne diffondono ovunque l’odore per spaventarti, ti snocciolano senza pudore la sua quotidiana contabilità.

Evocato, il Titano risale in superficie e arrotola i suoi tentacoli intorno alla società civile, la vuol trascinare negli abissi; ora sembra che allenti la presa, ora stringerla sino a spezzarla; la flagella con le spumeggianti ondate dei contagi. Forse sono onde della fantasia. Ma una paura immaginaria è assai più potente di un timore reale. Ingranaggi fobici e visionari costringono la società a mulinare su sé stessa, in un moto perpetuo e inarrestabile, nella morsa di mostri immaginari, prossimi al naufragio, lanciando accorati SOS verso immaginari soccorsi.

E il Potere soffia sul fuoco, attizza le fiamme che bruciano nel petto del Titano, di questo gigante puerile che si lascia tirare qua e là come un pupo dai fili del puparo. Il suo cuore immaturo trascolora, dal giallo impallidito, al corrusco arancione, fino al rosso infernale. La Sibilla della scienza gli rivela ogni giorno l’incombente minaccia. Lo sgomenta con divinazioni di lutti e contagi che ricordano le previsioni del tempo: tra una settimana pioveranno tanti morti e tra un mese cadranno a frotte come fiocchi di neve.

La nostra vita dipende da modelli matematici che strologano il futuro come antichi vaticini. Misteriosi fattori R, algoritmi ambigui decidono che la paura della gente verrà tarata sullo 0,8 o sull’1,2, e che la sua libertà sarà ridotta in proporzione. E già all’orizzonte appare Colui che ci donerà la salvezza, se prostrandoci lo adoreremo. Il Dio Farmaco che incatenerà ancora il Titano nel fondo del mare, chiudendolo tra sbarre di cui Lui solo avrà la chiave.

Alcuni sperano di uscire da tale follia grazie a congiunzioni planetarie favorevoli, interventi militari o un’epifania di salvatori da altri pianeti. È l’antica abitudine di demandare ad altri la soluzione dei nostri problemi. A me pare invece che, se la paura ci ha fatto cadere in questa trappola, debba essere il coraggio a tirarci fuori. Se è stata l’immaginazione a creare questo incubo, è necessario svegliarsi. E in fondo, se abbiamo bisogno di credere in qualcosa, è meglio credere nell’anima che in un virus. È certo che moriremo prima o poi. Non sarà un virus a deciderlo, ma il nostro destino. Che importa? L’anima conosce la morte quanto il Sole conosce la notte. Lasciamo dunque perdere i contagi e pensiamo all’immortalità dell’anima.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 13 Dicembre 2020

Commenti

  1. Paola

    Sublime. Grazie.

    P.S. Per Livio Cadè vale la pena archiviare i sollazzi intellettuali e parzialmente criptici, nonché vagamente derisori e trasudanti spocchia vs alcuni di noi, lettori non iniziati, da parte della Redazione, cui auguro una splendida, superiore, giornata…Ubi maior…

  2. Concordo.
    Ma, a prescindere, è innegabile che sia stato posto in essere un progetto di sottomissione globale con relativo sterminio, quello che il Grande Vangelo di Giovanni / Apocalisse / chiama
    “La Grande Tribolazione”! Tutto il piano si sta dipanando dietro il mefitico sipario dei Padroni del Mondo, ma sembra proprio che l’ Italia sia stata scelta come laboratorio e gabbia di cavie “Guinea Pigs” con ben 60 milioni di esemplari ormai sprofondati nella più nera paranoia/ipocondria e che – alla faccia della sedicente democrazia – l’ opposizione politica sia… evaporata via, al pari della velenosa e maleodorante amuchina dalle mani “igienizzate” dei “volonterosi sottomessi”. Chi Le scrive non ha paura della morte nè poco nè punto, essendoci già passato attraverso e (forse inopinatamente) ritornato in vita, ma la consapevolezza di poter essere calpestato ed umiliato ad ogni piè sospinto dagli sciacquapalle di un regime nazi-maoista non mi si confà proprio, nè mi va a genio l’ idea di essere in balìa delle delazioni del vicino della porta accanto ad ogni minimo colpo di tosse! E’ vero o no che nel giro di 11 mesi siamo caduti in basso al pari dei sudditi di Nabucodonosor, nome che, tradotto dal babilonese Ne bouch Kadne zcae suona più o meno come “All’ infuori di me,. il re,. non c’è altro dio”? E l’ intelletto e il senso critico dove sono andati a finire? Nel labirinto delle “verità della televisione”? Qui se la situazione non si inverte saremo tutti condannati al gulag sanitario, tanto per cominciare!
    Cordiali saluti
    Bruno Fanton
    Treviso

  3. Carlo Piredda

    Ottimo articolo che,vista la crescente sensibilità, ho già provveduto a stampare su carta.

    Cordialità.

  4. Dafne

    Egregio Cade’,

    Ma dico, vuole scherzare??
    L’immortalità dell’anima e l’impermanenza della vita a fronte della NUDA VITA biologica di cui ogni giorno viene fatta l’apologia da un governo di burattini inanimati e in nome della quale ci hanno sequestrato e tolto ogni diritto fondamentale sine die??

    Un giorno sarei felice se un qualche credente religioso occidentale mi spiegasse con argomentazione logica ed articolata come concilia la sua “fede religiosa” con la cieca fiducia nella scienza e nei vaccini, che cozzano decisamente con ogni singolo principio religioso di cui il credente stesso ama riempirsi la bocca ogni due per tre.
    O forse non attenderò fino a quel giorno in quanto so già da sola che non esistono argomentazioni con queste persone totalmente secolarizzate, globalizzate, scientizzate e anestetizzate, ma una grande totale e sconfortante desolazione cerebrale, logica ed etica.

    Lei è io Cade’ sappiamo che per imparare a vivere bisogna prima imparare a morire, ogni singolo giorno, e tutte le filosofie e religioni tranne le tre monoteiste lo insegnano da tempo immemore.
    La base della vita è la morte e la base della morte è la vita, ma guai a ricordarlo a individui talmente asettici, igienizzati e terrorizzati dalla morte da accettare di far ricoverare i loro cari positivi a tamponi farlocchi senza più vederli e degnati di un conforto in vita da che entrano in ospedale.

    Morirò con una felicità nel cuore: la consapevolezza che nemmeno un milione di virus avranno avuto un secondo della mia attenzione, della mia paura e mi avranno bloccato la vita per un secondo.

    Agli inconsapevoli lascio tutto il resto.

    Last but not least, pezzo sublime.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile Dafne, il Covid è evidentemente un’arma con la quale si combatte un nuovo tipo di guerra – non batteriologica ma psicologica – che avrà effetti devastanti sul nostro Paese, e non solo. Nel corso di questa guerra, che dura ormai da dieci mesi, sono stati commessi dei veri crimini contro l’umanità. E temo se ne preparino di peggiori. Lo strumento più usato è l’ipnosi di massa. Milioni di persone sono in trance, ed è inutile cercare un dialogo con persone che dormono. Si muovono e parlano come sonnambuli, ripetono meccanicamente concetti che hanno sentito migliaia di volte. Non pensano, non hanno spirito critico, ‘credono’ quello che il ‘Mago’ dice loro. E la Chiesa è collusa col Mago non meno dei politici e di tanti ‘scienziati’.
      Lei ha ragione, bisogna imparare a morire. Tuttavia,ammetto sia comune aver paura della morte. Ma trovo veramente folle, indegna, umiliante, questa paura di un’influenza, come bambini spaventati da una storia di streghe. Paura da idioti, da imbelli, di cui resterà vergognosa memoria nella storia.

      • upa

        Bè…visto che la società futura sarà legittimata per contrastare una nuova possibile epidemia sulle ceneri di quella presente..perché non si ripeta più,,,mi sembra ovvio che la narrazione ufficiale non si discosterà da quella presente..e chi lo metterà in dubbio sarà condannato con l’accusa di negazionismo..
        In fin dei conti non sarà difficile ..visto che anche oggi le cifre ufficiali vengono piegate alla bisogna o dimenticate in qualche cassetto…patrimonio dei negazionisti futuri..
        Abbiamo sotto gli occhi le fasi della creazione di un mito per legittimare le leggi di un impero…e certamente non è la prima volta che succede..

        • Livio Cadè Staff

          Dipende da chi vincerà questa guerra. Se, come è gà successo in tempi recenti, vinceranno le forze del male, naturalmente adatteranno le narrazioni storiche a loro vantaggio e continueranno a falsificare i dati, i documenti e a censurare la verità. Mi scuso per questo tono manicheo. È tanto per intenderci.

          • upa

            Bè..alla fine vincerà il bene..ma nel mezzo ci dovrà essere il regno della malvagità…almeno così sembra.. e viene detto con sadica certezza..
            In fin dei conti le forze benigne non mi sembrano così messe bene da contrastare l’iniquità…quindi ci dobbiamo rassegnare a salire in montagna in attesa di tempi più propizi ..
            Ma se questo è il programma dei lavori..non è chiaro il tempo che ci vorrà per lo sviluppo finale..
            Dire che dipende da noi è riduttivo per quantizzare una data che risente di partecipazioni cosmiche..astrali..cicliche..o quant’altro di misterioso possa parteciparvi..
            In attesa mettiamoci comodi e operiamo dove ci è concesso..che sarebbe la gestione di noi stessi..e il lavoro non manca..prescindendo dalle necessità celesti..che possono solo aiutare ma non sostituirci..

  5. upa

    E una volta che pensiamo all’anima..ci rendiamo conto di non possederla..
    E come potremmo possedere qualcosa che ci è superiore ? Sarebbe come uno specchio che volesse possedere il volto che ha davanti..
    Ma l’anima è entrata nello specchio..e l’immagine non è solo un riflesso..ma è viva..!
    Noi siamo immagine e “presenza” nello stesso tempo..ma l’immagine vuole farsi eterna invece di rifugiarsi nella “presenza” che lo è già..mancando di visione interiore..
    Cercava l’eternità e già la possedeva.. come il vecchio che cercava la pipa avendola in bocca…
    Il problema è che il nostro corpo vive in mezzo agli altri..tante immagini gonfiate dal desiderio di vivere che ci trascinano carnalmente nei luoghi bui delle false sicurezze spacciate per salvezza..che per destino karmico della nostra presenza qui ed ora ..dobbiamo sopportare senza irritarci troppo…che se diventiamo guasti ..anche la “presenza” ci lascerà cercando spazi meno angoscianti..
    Lo sforzo per rimanere imperturbabili è titanico..il vero virus che dovremo affrontare..di cui quello nel mondo è una pallida ombra..
    Se la gente comune ha paura di perdere il corpo..c’è chi ha paura di perdere l’anima.. perché troppo occupato a salvarsi da chi pretende di salvarlo con qualche intruglio..o coercizione..
    Se la pazienza è la virtù dei santi e come dice S.Francesco ..che è da lei la perfetta letizia..non ci rimane altro da fare se non prendere rifugio nella pazienza…ma…la nostra anima sarà capace di affrontare questa immane sfida..?
    Non bastavano le passioni del corpo e le illusioni della mente ..?
    Il virus ci ha chiuso nel baule con i nostri nemici..il campo si è ristretto..
    La battaglia finale è comiciata…e alla fine non rimase nessuno..speriamo..solo la letizia..

  6. Paola

    A DAFNE.

    Gentile Dafne, ho già avuto modo di apprezzare un Suo commento, di recente. Questa nota solo per ringraziare anche Lei che, quando interviene, ci offre momenti di profonda riflessione e grande intelligenza. Grazie di cuore. Per la Sua personalità e la Sua autonomia di pensiero.

  7. Livio Cadè Staff

    Rispondo a upa.
    L’esito di questa guerra non dipende da noi. Ma dobbiamo pensare ‘come se’ dipendesse da noi.
    Mi viene in mente quella vecchia storiella. Un tizio vede un passerotto sdraiato a pancia in sù.
    “Che fai?” gli chiede
    “Ho sentito che deve cascare il cielo, quindi cerco di tenerlo sù”
    “Con quelle ridicole zampette?”
    “Si fa quel che si può”

    • upa

      Rispondo a Cadè..
      Mah..io capovolgo la sua affermazione..:
      L’esito di questa guerra dipende da noi..ma dobbiamo comportarci “come se” non dipendesse da noi..
      La ragione è che altrimenti introdurremmo un modo di pensare “morale” e non “rituale”
      La ricerca del benessere proprio ..quando non è mero interesse venale..ma ricerca di una pienezza sia fisica che metafisica da raggiungersi isolando e rafforzando ciò che non muore..è l’azione “libera dal risultato”..e se la mia azione è volta a cambiare il mondo..mettiamo il macigno del desiderio tra noi e l’Essere…e la purezza dell’esistere senza scopo è sacrificata all’esistere per una causa..trascinando l’Essere nelle finalità proprie dei desideri..corrompendolo..almeno alla nostra percezione..perché l’Essere o il Sé non può corrompersi..
      In parole povere..il mondo può anche andare alla malora..ma se io mi sono ritrovato..aiuto anche il mondo a ritrovarsi..
      Ma per “ritrovarmi” il mondo deve sparire..
      In questo ritorno verso la completa nudità interiore..non possiamo portare nulla..neppure la speranza di fare qualcosa di buono..perché sarebbe caricarci ancora di zavorra…

  8. Francesco Colucci

    Concordo con lo splendido articolo.

    L’immagine del mandala sulla sabbia però è fuorviante: attraverso il rituale del mandala il Buddhismo non vuole infatti alludere alla vuota caducità della vita ma piuttosto alla legge suprema dell’impermanenza, del perenne e sublime divenire, che regola l’esistenza terrena e ultraterrena di tutti gli esseri, umani, non umani, divini. Secondo l’insegnamento buddhista, non esiste un’anima in senso stretto, e cioè una monade destinata all’immortalità come nella concezione sprituale e filosofica occidentale, e neppure un’entità che migra da un corpo all’altro, come di solito erronamente s’intende il fenomento della reincarnazione, bensì un continuum energetico “mentale” (nella accezione più ampia del termine: eterico, sensoriale, emozionale, sprituale, intellettivo) sottoposto ad una serie di trasformazioni incessanti attraverso la concatenazione delle cause e degli effetti (il karma).L’origine di tutte le sofferenze dell’uomo risiederebbe quindi nell’ignoranza, e di conseguenza nella negazione, della legge del divenire: tale ignoranza genera l’attaccamento al sè, ovvero l’illusione che il nostro essere sia dotato di una propria ontologica sostanza e di una specifica, immutabile singolarità. Quest’illusione cozza in maniera stridente con l’evidenza stessa della realtà, come ad esempio nel caso del nostro involucro corporeo, nel quale i miliardi di cellule che lo costituiscono nascono, vivono, muoiono e si rigenerano in maniera incessante, senza che noi ci si accorga di tutto ciò. Chi scrive in questo preciso istante non è più la stessa persona che scriveva un minuto fa, egli è già un altro individuo, costituito di nuova energia e di nuova materia, e questo fenomeno, che è all’origine della vita stessa, non ha avuto un inizio nè avrà mai una fine, neppure dopo che i legami funzionali che tengono insieme l’organismo saranno stati sciolti in conseguenza della dissoluzione della carne.

    In una società che si è spostata sempre di più, e in maniera sempre più ottusa e folle, verso il materialismo estremo, rinnegando qualsiasi dimensione spirituale, religiosa e metafisica (senza comunque dimenticare che in passato, specialmente per mezzo delle grandi religioni monoteistiche e dei poteri politici che da esse traevano giustificazione, la stessa idea dell’immortalità dell’anima è stata utilizzata come brutale strumento di assoggettamento sulla vita e sulla coscienza degli uomini) è ovvio che l’atteggiamento di rifiuto della morte, così come il suo opposto, la pervasività della morte, si spieghi in maniera molto efficace con l’ignoranza, in questo caso oserei dire fatale, della legge dell’impermanenza. Se ci si illude di essere immortali, anche la morte lo è. L’attaccamento ai beni, l’attaccamento agli affetti, l’attaccamento alla salute, l’attaccamento alla vita, l’attaccamento al piccolo mondo di vizi e di abitudini che ci circonda, ci rende tutti inesorabilmente schiavi del terrore che tutto ciò ci venga un giorno portato via, e vittime quindi di uno strazio continuo e indicibile. E’ naturale che per difendersi almeno in parte da questa atroce sofferenza ci si affidi ciecamente al primo che passa: sia esso un prete con il suo Vangelo, un dittatore con la sua oratoria, uno scienziato con la sua sapienza, un vaccino che ci protegga contro un nemico invisibile e misterioso.

    In verità, non occorerebbe altro che arrenderci all’evidenza del divenire, alla sua sublime, gioiosa, possente e per certi versi anche terribile forza distruttrice e rigeneratrice di mondi, alla danza dionisiaca che regola ogni pulsazione vitale delle cose animate e inanimate, come lo sciamare delle particelle all’interno di un atomo, per scrollarci di dosso in un solo attimo montagne di angoscia e di schiavitù. Allora, forse, davvero la nostra “anima”, qualunque cosa significhi questa parola, potrebbe elevarsi verso l’autentica, raggiante bellezza che compete alla sua natura, o, addirittura, rinunciare a se stessa in un gesto di liberazione estatica e definitiva.

    • Livio Cadè Staff

      La ringrazio per le preziose precisazioni. Tuttavia non era mia intenzione alludere alla filosofia buddhista. Il mandala qui è solo metafora di qualcosa di effimero, senza radici.
      Per quel che riguarda i temi del non-io e dell’impermanenza, come anche della reincarnazione, in un’ottica buddhista, la loro definizione è assai problematica e mi pare abbia creato una grossa mole di malintesi.
      La dottrina del karma, del Risveglio o della Liberazione conduce a paradossi che non si possono liquidare razionalmente, con logica consequenzialità. Dire che non esiste un sé è sbagliato quanto dire che esiste. Bisogna uscire dai limiti del terzo escluso.

    • upa

      Risposta a Francesco Colucci..
      Se dico “alto” significa che esiste il “basso”..se dico “grasso” significa che esiste il “magro” e se dico “impermanenza” significa che esiste la “permanenza”..perché chi.. altrimenti.. dovrebbe percepire l'”impermanenza” se non qualcosa che “permane”..?
      Ovviamente ciò che permane è il Sé..che io identifico con il Puro Essere..
      Ma anche questo Sé..se è permanente rispetto all’aggregato che chiamiamo “noi stessi”..è impermanente di fronte al Vuoto..che poi è l’Infinito..
      Questo per dire che ci poniamo da punti di vista diversi essendo uguale il “soggetto”..che è l’Infinito al quale ci rapportiamo..illusoriamente beninteso..
      Personalmente.. l’esistenza del Sé come gradino prodotto dal Vuoto …la considero utile per fissare qualcosa di percepibile..un aggrapparsi a qualcosa di permanente rispetto allo scorrere dell’esperienza..e privarmene..renderebbe il raggiungimento del Vuoto più difficile..perché mancherebbe una “stazione mediana”..col rischio di fare il passo più lungo della gamba e ritrovarsi psichicamente frantumati e non “risvegliati”
      Forse dipende dalla struttura mentale indoeuropea differente da quella estremorientale..con l’eccezione del Buddha Storico che era indiano..ma che ha trovato diffusione più a Oriente..come dire che mentalmente non apparteneva al luogo di nascita..

      • Francesco Colucci

        Molti degli aspetti della dottrina buddhista, specialmente quando si entra nei dettagli degli insegnamenti sviluppati in infinite varianti tra le varie scuole e lignaggi, appaiono effettivamente paradossali ai nostri occhi. Ma il Buddhismo avverte anche di stare in guardia dalle tentazioni della speculazione filosofica fine a se stessa, e di ricondurre quindi sempre e in ogni occasione l’insegnamento teorico nell’alveo della pratica quotidiana. La meditazione intellettuale, perciò, costiutisce solo una parte dell”addestramento mentale” che si è chiamati a perfezionare giorno dopo giorno. Il paradosso, usato in maniera così sottile anche nelle discipline zen, serve proprio ad avvisare che si è giunti a toccare con mano la limitatezza della logica. I concetti di vacuità dell’io, di risveglio, di nirvana, sono perciò equiparabili a puri limiti analitico-matematici ai quali tendere l’asintoto dell’esistenza. L’obiettivo più semplice, ovviamente in senso relativo, che definirei “di prima soglia”, è quello della liberazione dalla sofferenza e dell’astensione dal recare danno agli esseri senzienti. Non è questo certo il luogo per esaminare questi aspetti, quindi non mi dilungo oltre. Il fascino della filosofia buddista, in ogni modo, consiste poco nell’unire un livello di astrazione concettuale elevatissimo, al limite dell’incomprensibilità, con la pragmaticità di un programma di azioni concrete per il miglioramento della propria condizione personale e universale, partendo unicamente dal rimodellamento dei propri schemi mentali. Un aspetto questo, che addirittura è stato puntualmente verificato a livello di neuroscienze.

        • Livio Cadè Staff

          Signor Colucci, credo che Lei abbia espresso in modo molto chiaro il rapporto tra speculazione e prassi nel buddhismo.
          Mi permetto solo di dissentire sulla Sua affermazione secondo cui le neuroscienze possano puntualmente verificare gli effetti della pratica buddhista sulla mente. Conosco piuttosto bene questo genere di studi (su onde cerebrali, conduttanza elettrica della pelle ecc.) e me ne dissocio.
          La dottrina del risveglio non può essere testata mediante elettrodi o risonanze magnetiche.
          Del resto, si potrebbero indurre tracciati encefalici simili mediante l’uso di sostanze chimiche o l’ipnosi. Questo non ci dice nulla sulla comprensione di sé e delle verità buddhiste.

  9. Livio Cadè Staff

    A upa, sulla questione del ‘dipende da me?’. So che non dipende da me, quindi posso agire senza intenzione e senza presumere di migliorare il mondo.
    Mi comporto solo ‘come se’ dipendesse da me, sapendo che non è così, perciò libero dall’idea di dover raggiungere un risultato (non ci si può esimere dal ‘fare’).
    Se al contrario sapessi che dipende da me non potrei essere libero dall’idea che le mie azioni possono o devono cambiare il mondo.
    E se poi mi comportassi solo ‘come se’ non dipendesse da me, mancherei di sincerità verso me stesso e forse a un mio dovere.

    • upa

      A Cadè…
      La mia..confesso..è una posizione radicale..quasi fanatica..
      Se sono nato con la missione di cambiare me stesso..di disidentificarmi dall’apparenza..il primo dovere che ho è quello di non distrarmi in altri ambiti..e se succede bisogna stare molto attenti che ciò non si trasformi in debolezza..che ci lega alle cose..idee comprese..
      Quindi tutto è lecito per fortificarci in questo intento..e tutto può essere utile allo scopo..morali e doveri compresi..ma arriva il momento di lasciarli.. che sarebbero un peso..perché erano solo strumenti per liberarci..in quanto noi stessi siamo un Universo..solo più piccoli dell’Universo fuori..ma non con minore dignità..
      ll corpo ci è dato come un confine che delimita uno spazio dove siamo padroni e Re..e se non ci riusciamo..quale battaglia può essere per noi più importante..?
      In realtà siamo nati per questo..per riconsegnare il corpo domato a chi ce lo ha dato..e se non ci riusciamo..quale scusa potremo accampare..?
      Che volevamo cambiare il mondo e per questo non siamo riusciti a cambiare noi stessi..?
      Se riusciamo a muoverci secondo le leggi che l’Universo ha scritto nella nostra anima l’Universo ne trarrà giovamento..quindi ci comportiamo cercando di ubbidire alle sue leggi..
      l nostro corpo e la nostra mente sono come un Regno da pacificare..e possiamo dare aiuto e riceverlo sempre con questo fine..e mai dimenticarlo..perché è il più importante..
      E il rapporto col mondo è stabilire ciò che ci giova da ciò che ci danneggia..prescindendo dal fatto che ciò aiuti o danneggi il mondo..in quanto non ci è dato di saperlo fuori di noi ma lo sappiamo dentro di noi..
      E’ questa la strada del cercatore interiore..sempre in pericolo di sbagliare..perché la cosa buona oggi può essere cattiva domani..
      Comunque..tutto è giusto e tutto è sbagliato..solo il Silenzio è la vetta del saggio….perché in certi ambiti..le parole dette da chi non sa contano poco..

      • Livio Cadè Staff

        L’idea di cambiare sé stessi o di cambiare il mondo non è nella sostanza diversa. Quando io dico “non dipende da me” prescindo da ogni volontà di cambiare l’uno o l’altro.
        Anche l’idea di ‘cercare’ è secondo me legata sempre a uno scopo personale. Liberarsi del ‘cercatore’ è l’impresa più difficile.

        • upa

          Liberarsi dal “cercatore” è l’impresa più difficile..e quindi richiede strumenti idonei..
          Da momento che non ce ne liberiamo mettendolo sotto al tappeto..in quanto farebbe una gobba vistosa..consiglio di farne indigestione..in modo talmente imponente da provocare un doveroso e naturale rigetto da indigestione concettuale..
          Anche la mente è pur sempre un organo dotato di buonsenso..e se vomitiamo ciò che la molesta..ci sentiremo come liberati da un parassita immondo..che svanirà non appena toccherà l’aria..se non trova qualcuno a cui attaccarsi..da qui la solitudine come isolamento precauzionale..
          Una volta alleggeriti sarà obbligatorio rafforzare questa sensazione per bruciare i germi della bestia che cercano di riprodursi..ed è questa l’operazione più difficile..perché richiede la nostra partecipazione attiva e contemplativa..che basta qualche pensiero inessenziale per dare cibo al mostro che tornerebbe a tormentarci..
          Un tempo arrivai a questo risultato..ma l’inesperienza mi riportò indietro alla cattività del demone..ancora più avvinghiato alla mente e dominatore della mia povera anima oppressa..
          Adesso..come un carcerato sonnacchioso ma vigile ..osservo i movimenti del carceriere..pronto a balzare fuori dalla cella in un attimo di disattenzione..
          L’attesa è lunga..e bisogna fingere di essere domati..per non destare sospetti..ma al momento propizio scattare..e ritrovarsi fuori dai lacci..
          La chiamo “la via dello schiavo servizievole” buono e docile all’apparenza ..ma pronto a colpire quando meno te lo aspetti..
          Il segreto della mossa è non addormentarsi assieme al carnefice..(hahaha)

  10. Lupo nella Notte

    Analisi giustamente spietata e di rara incisività. Direi che un’ulteriore degenerazione si è però prodotta da quando la grottesca vicenda pandemenziale si è diffusa globalmente; pur condividendo la sostanziale illusorietà dei “fatti” di cui vi è al giorno d’oggi un vero e proprio culto, come opportunamente si afferma nell’articolo, mi pare di poter dire che dalla dittatura dei fatti si è ormai passati a quella dei “non fatti”. Già da tempo si poteva senza difficoltà parlare di una commistione sempre piú crescente fra reale e virtuale – fermo restando che dall’ottica superiore nella quale ci si pone, che è quella dell'”anima” – comunemente intendendo comunque con essa ciò che nell’Uomo è al di là della corruzione della sostanza biologica immersa nel tritacarne temporale – entrambi gli elementi di questa apparente dicotomia si riducono ad essere in pratica la stessa cosa, permeati cioè dalla medesima illusorietà ormai allo stesso grado – con il dilagare di questa farsa mondiale si è a quanto pare sfondata anche quest’ultima barriera: vale a dire che il virtuale non è piú passibile di confusione con il reale ma è diventato esso stesso “reale”, perlomeno per come viene percepito dalle masse su indottrinamento mediatico. Se “in realtà” – cioè pur nella limitatezza delle regole vigenti in questo mondo “denso” – non vi sono prove della teoria del contagio batterico-virale, ormai essa è diventata dogma impressa sulla pelle della mente e del cuore di pressoché ogni suo abitante. A nulla varrà scomodare prove, argomentazioni, stringenti quanto “eleganti” sillogismi o altri espedienti logico-dialettici improntati alla piú cogente rigorosità; il contagio e la pura astrazione post-pasteuriana del virus “vivo e cattivo” è diventata realtà tangibile, ed agente concretamente nel mondo, piú di quanto già non fosse in precedenza. E lo è comunque, non fosse altro che per la sua capacità di atterrire miliardi di persone come un feticcio agitato da uno stregone vudú (e il paragone non è cosí “gratuito” e approssimativo come potrebbe sembrare).

    Mi sembre molto significativo che il concetto stesso di virus è stato realmente realizzato non dalla Natura – che non avrebbe mai potuto concepire microrganismi talmente inarginabili che avrebbero già dovuto estinguere da un pezzo tutte le forme viventi superiori – ma dalla mente umana attraverso l’informatica. Solo i cosiddetti “virus” informatici – e quindi “virtuali”, secondo l’ormai superata differenziazione di cui sopra – possono realmente agire come si dice che facciano quelli biologici. È stato forse il primo caso in cui l’uomo ha realizzato compiutamente quello che inizialmente non era che un concetto erroneo e distorto nato nella sua mente cerebralizzata fino al parossismo. Ma sfortunatamente non era che il primo passo per la sua traslazione nel mondo “reale” della pseudobiologia di cui stiamo facendo tutti le spese.

    Sono convinto che questo sia stato possibile solo perché l’umanità si è non semplicemente “allontanata” ma “alterizzata”, se mi è consentito il non felicissimo neologismo, rispetto alle leggi naturali. Si è infatti talmente resa alternativa alla Natura e alle sue pur dure costrizioni, da non rientrare piú in alcun modo nel suo alveo, se non per l’inevitabile – e infatti negato con tutte le forze – esito finale della morte. A parte quest’ultima, i “fatti” naturali sono per l’essere umano ormai molto meno effettivi di quelli che si è costruito con le sue mani. Il problema è che non sembra piú in grado, appunto, di cogliere la differenza fra gli uni e gli altri, scambiando quella che è una sua invenzione – il virus horribilis… – per un crudele nemico “naturale”.

    Direi che il punto nevralgico della disamina è però questa frase: “Forse entità infere si nutrono di questa grassa paura e ne banchettano in orge di potere”

    Mi viene di dire che in questi frangenti è quasi possibile udire il baccano del banchetto – peraltro sempre attuale – che ha iniziato la sua fase apicale da circa dieci mesi a questa parte.

    Non sono purtroppo altrettanto ottimista sulla presunta “immortalità dell’anima”, che troppe tradizioni ci indicano come talmente legata al complesso biopsichico da doverne seguire, sebbene in fasi diverse e successive alla morte fisica, il fondamentale destino dissolutivo. Sono però certo dell’immortalità dell’Essere, da cui probabilmente deriva quel “quid” che ci fa percepire e concepire l’immortalità anche fra le pastoie terrene, che però per individui finiti e persi nel gorgo del Samsara come tutti noi siamo, è conseguimento quantomai arduo e utopistico. Ma mai perdere la luce della lanterna che guida verso casa, comunque.

    • Livio Cadè Staff

      D’accordo sui fatti-non fatti, ossia fatti illusori, inventati, falsificati ecc. Ne siamo sommersi e la gente vi sta annegando.
      Su ciò che sopravvive e ciò che immortale, sull’anima e l’Essere, sul destino della nostra struttura psichica dopo la morte, preferisco non aprire un dibattito che richiederebbe più tempo di quanto ci è concesso in questa vita.

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