Faust e Mefistofele: Goethe e la letteratura esoterica tedesca – Luigi Angelino

Faust e Mefistofele: Goethe e la letteratura esoterica tedesca – Luigi Angelino

Come è noto, il Faust è l’opera più nota del grande Goethe, composta tra la fine del diciottesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo. Tuttavia, la tradizione del dottor Faust ha un’origine ben più antica, risalendo al contesto narrativo tedesco sviluppatosi nel sedicesimo secolo, ma con radici popolari anche anteriori (1). Il primo testo ampiamente diffuso sul tema (volksbuch) fu pubblicato in maniera anonima a Francoforte nel 1587. In esso era descritta la vicenda di uno studioso che stringeva un patto con il diavolo, allo scopo di ricevere un tipo di conoscenza e di potere che trascendessero le consuete possibilità umane. Si tratta di un motivo abbastanza ricorrente nella filosofia e nella letteratura, tra la fine del Medio-Evo e l’inizio dell’epoca moderna, nell’ambito soprattutto delle dottrine alchemiche, che trova un illustre compendio nella figura di Simon Mago (2). Dal punto di vista culturale, ci troviamo in una zona grigia, una sorta di linea di confine, in cui si comincia a manifestare un convinto dissenso nei confronti del dogmatismo cristiano, attraverso discipline occulte ed alternative, solo in apparenza astruse e fantastiche, ma in realtà costituenti ottimi trampolini di lancio per la creazione della scienza epistemologica moderna. In tale contesto si può dire, pertanto, che il personaggio del Faust rappresenta il contraddittorio emblema della sua epoca: da un lato evidenzia un’insaziabile sete di conoscenza, cercando di conquistare il dominio sulla natura, dall’altro avverte la responsabilità di scalare una vetta così elevata, quasi impossibile per l’essere umano, tanto da demonizzarne il risultato, mediante l’espediente della “cessione” della propria anima e della conseguente rinuncia alla “salvezza eterna”. Il patto di Faust non è altro che un vero e proprio baratto ideologico, in quanto si scelgono i beni terreni, come il potere, il successo ed il sesso, in cambio della parte “divina” della nostra essenza, chiamata appunto “anima”.

Il libro pubblicato nel 1587 sul Faust, denominato Historia von D. Johann Fausten (3), è proprio il frutto di questa epoca di transizione, contrapponendo lo spauracchio medioevale del demonio alla ricerca dei piaceri mondani, con un’interpretazione del patto diabolico come tradimento di Dio ed implicante la sicura condanna eterna. Nei secoli successivi, grazie anche al contributo illuminista ed alla trasfigurazione in chiave romantica, una simile interpretazione conoscerà una graduale evoluzione, in quanto il patto con il demonio sarà considerato soprattutto alla luce delle motivazioni che lo determinano, piuttosto che sugli effetti prodotti, rivelandosi in alcuni casi perfino un sodalizio positivo. E’ interessante notare come l’anonimo autore, probabilmente un luterano piuttosto bigotto, intendendo lanciare un monito contro i pericoli in cui incorrono coloro che disprezzano la religione, in pratica cade nella stessa tentazione del suo protagonista. Faust, infatti, non è spinto dalla ricerca dei piaceri materiali fine a sé stessi ma, come si è già detto, dal desiderio di dominare la natura. L’autore, pur condannando la curiosità di conoscenza di Faust, riempie il suo scritto di nozioni di ogni tipo, anche all’avanguardia per quell’epoca, rivelando di essere lui stesso vittima del fascino del sapere. Tra l’altro, molti uomini religiosi del tempo, come Erasmo da Rotterdam o Paracelso, cercarono con tutti i metodi cognitivi a disposizione di coniugare lo spirito della Riforma Protestante con l’impronta culturale umanistica, conservando connotazioni tipicamente metafisiche. La tradizione relativa al personaggio del dottor Faust conosce una svolta significativa, quando il volksbuch originario approda in Inghilterra e si trasforma nell’opera drammatica affidata alla genialità di Marlowe (4). Il monologo iniziale dell’interpretazione inglese, con il rifiuto dell’erudizione tradizionale a favore della magia, introduce subito il tema del “titanismo” attribuito dall’autore al protagonista, spingendo il lettore/spettatore a provare sentimenti contrastanti nei confronti del “prometeico” Faust: da un lato la condanna per la sua spregiudicatezza, dall’altro l’ammirazione per il suo coraggio indomito. Il desiderio di emulare Dio, tuttavia, con alcune connotazioni perfino farsesche, non potrà che portare Faust alla rovina.

E’ opportuno ricordare che numerosi sogggetti dediti all’arte divinatoria ed alla negromanzia, verso la fine del quindicesimo secolo, assunsero il nome d’arte di Faustus, facendo riferimento all’aggettivo latino traducibile come “favorito” o “di buon auspicio”. Della tragedia di Marlowe esistono due versioni principali: la prima stampata nel 1604 e rieditata nel 1609; la seconda pubblicata nel 1616 che ha poi avuto numerose ristampe negli anni successivi, sino alla fine del diciassettesimo secolo(5). La seconda versione risulta più lunga di circa un terzo rispetto alla precedente, mostrando apparenti cambiamenti soltanto sintattici che, in realtà, attribuiscono una diversa chiave di lettura ad alcuni passi del testo. Tra queste modifiche è celebre il Never too late, if Faustus will repent (mai troppo tardì, se Faustus VORRA’ pentirsi al posto del Never too late, if Faustus can repent (mai troppo tardi, se Faustus POTRA’ pentirsi) che indica come Marlowe abbia cambiato, nel corso del tempo, la propria convinzione sulla contrapposizione dualista tra determinismo e libero arbitrio. I critici ritengono che l’opera pubblicata nel 1604 (la prima) sia più fedele a quella rappresentata durante la vita di Marlowe, mentre la seconda sia risultata, con ogni ragionevole probabilità, un riadattamento postumo da parte di soggetti terzi. In particolare, gli intermezzi comici sono stati considerati elementi aggiunti da altri scrittori, anche se ultimamente l’orientamento prevalente ne attribuisce un certo numero allo stesso Marlowe. L’interlocutore di Faust è Mefistofele, un demonio inviato da Lucifero, dietro sua stessa invocazione. La figura dell’erudito, animato da un’insaziabile sete di conoscenza, non poteva poi non fare breccia nell’immaginario del pensiero illuminista, per il quale il problema gnoseologico diventa centrale ed irrinunciabile. In tale contesto, è famosa la rielaborazione della figura del dottor Faust a cura del Lessing (6), secondo il quale: “troppa sete di conoscenza è un errore; e da un errore possono nascere tutti i vizi, se si perde la misura nell’abbandonarvisi”. Faust diventa, pertanto, l’emblema dello scontro tra Dio ed il diavolo, anche se il desiderio di conoscenza non viene considerato negativo di per sé, ma in quanto sintomo di orgoglio che può condurre alla sterilità interiore, a fronte della graduale acquisizione del potere di dominare la realtà, sminuendo il reale valore dell’esistenza umana. Il desiderio di conoscere e di migliorarsi rimane un istinto pregevole dell’essere umano, ma il patto con il diavolo mitizza l’ossessione della ricerca della perfezione, che tende a trascendere la condizione umana ed a superare la consapevolezza creaturale di essere inferiori a Dio.

Come detto in apertura, il Faust è l’opera che consacrò Johan Wolfang Goethe (7) come uno dei più grandi autori in lingua tedesca. L’autore costruì l’epica vicenda in tre momenti successivi, partendo dall’Urfaust composto tra il 1773 ed il 1775, fortemente influenzato dalle rappresentazioni del Faust di Marlowe, a cui lo scrittore da giovane aveva assistito sotto di forma di teatro delle marionette. L’Urfaust fu pubblicato nel 1790 con progressive modifiche, con il titolo Faust. Ein Fragment, rientrando nella corrente letteraria tedesca chiamata dello Sturm und Drang (8). La revisione posteriore fu ultimata e pubblicata nel 1808, seguendo schemi tipici della corrente del classicismo, con il titolo Faust. Erster Teìl” (Faust. Prima Parte). In questa versione, tra le modifiche più importanti apportate, Goethe aggiunge l’impareggiabile Prologo in cielo. Nel 1832 l’opera vede la sua conclusione con Faust. Zweilter Teil (Faust. Seconda Parte), dove si assiste all’esaltazione del mondo classico, mediante l’espediente dell’unione tra il dottor Faust ed Elena di Troia (9). L’opera di Goethe, nel suo complesso, si compone di ben 12.111 versi, riscuotendo fin dalle prime pubblicazioni un enorme successo, grazie alla sapiente interpretazione del pensiero illuminista ormai maturo e messo in discussione, alla luce degli innovativi ideali del periodo del Romanticismo. Prima di affrontare la complessa simbologia dell’opera, è opportuno riassumere i punti salienti della relativa trama (10). Il poema ha due prologhi, ciascuno con una funzione teleologica diversa. Il primo di essi, quello sul “teatro”, ha uno scopo principalmente didascalico, inscenando il dialogo che un impresario intrattiene con un attore e con un anziano poeta. L’attore sostiene che per ottenere successo, una rappresentazione teatrale deve mirare ad assecondare le aspettative del pubblico, mentre il secondo sottolinea l’importanza dell’ispirazione e della vena artistica, pensiero ragionevolmente condiviso dall’autore. Nel secondo, il cosidetto “prologo in cielo”, Mefistofele critica la Mente divina, in quanto, a suo dire, tormenterebbe l’animo umano intento ad usare la ragione, ma scoprendosi “più bestia di ogni bestia”. La creatura demoniaca, non paga, propone una scommessa a Dio sul fatto che riuscirà a portare alla perdizione il dott. Faust. Dio non accetta la scommessa (in questo Goethe è fedele alla concezione teologica classica), ma consente a Mefistofele di tormentare l’erudito medico-teologo. Nella parte finale del prologo, emerge la fiducia dell’Onnipotente nei confronti del genere umano ed il rispetto nei confronti del libero arbitrio ad esso concesso: “finchè vive sulla terra, ciò non ti sarà vietato; erra l’uomo finchè cerca”.

Nella prima parte del dramma, Goethe, in linea con la tradizione precedente sul dottor Faust, lo presenta come deluso dalla vita e dai suoi studi su quasi tutto lo scibile umano: dalla filosofia all’alchimia, dal diritto alla medicina, dalla scienza alla teologia. Faust arriva alla conclusione di essere diventato un “finto sapiente” e di saperne quanto prima, in fondo dice “nulla ci è dato di sapere”. Affranto dalla delusione, si rivolge alla “magia”, con la speranza che qualche spirito lo possa aiutare. Il suo proposito si rafforza quando scorge in un libro il pentagramma, simbolo del macrocosmo, rimanendone profondamente affascinato e cadendo in una sorta di visione estatica. Nonostante l’ottimismo del suo assistente Wagner, lo sfortunato medico decide di suicidarsi, desistendo dal proposito di bere la coppa avvelenata, soltanto quando ode suonare le campane che annunciano la Pasqua che gli riportano alla mente soavi ricordi della propria infanzia. L’autore descrive in maniera magistrale l’ambientazione storica del dramma, presentando personaggi di ogni estrazione sociale, fino al punto in cui il dottor Faust riceve elogi per aver curato il popolo durante molte epidemie insieme a suo padre, anche se in realtà, come confessa a Wagner, avevano contribuito a diffondere nei vari territori alcune “pozioni infernali”. Emblematica è la riflessione sul prologo teologico-filosofico del Vangelo di Giovanni, in principio era il verbo (11), a cui il tormentato studioso attribuisce il significato dinamico di “azione”, piuttosto che statico di “parola”. La vicenda si avvicina al punto fatale, quando le meditazioni di Faust sono disturbate dal ringhio innaturale del suo cane, seguito dalla comparsa di Mefistofele (12), nelle sembianze di un “chierico vagante”. Lo spirito demoniaco si presenta come “colui che nega”, opponendosi al ciclo della nascita e della vita. Egli desidera lasciare il luogo dell’incontro velocemente, ma viene trattenuto perchè sulla soglia è disegnato il pentagramma, inteso come sigillo di Salomone e simbolo del Cristo. Dopo aver indotto un topo a rosicchiarlo, Mefistofele riesce a partire, per tornare nella scena successiva e proporre a Faust la sperimentazione della leggerezza e della libertà della vita. Il dottore prima rifiuta con una certa convizione, poi si lascia persuadere dallo spirito demoniaco a stringere un patto “temporaneo”, al termine del quale soltanto se avesse vissuto un momento così bello, da desiderare di fermarlo in eterno, gli avrebbe ceduto l’anima per la dannazione eterna. Mefistofele, allora, gli fa firmare il patto scellerato con il “sangue”, invitandolo finalmente a godere delle gioie della vita.

Sembra che Mefistofele mantenga le sue promesse: avvalendsoi di una strega fuoriuscita da un pentolone, fa somministrare a Faust una pozione magica che lo ringiovanisce. L’erudito, divenuto un giovane cavaliere, cerca di sedurre una bella fanciulla, Margherita (13), sulla quale il diavolo non ha nessun potere, in quanto di specchiata innocenza. Tuttavia, Mefistofele ricorre ad una serie di sotterfugi e di espedienti astuti, fino a quando Faust riesce a concretizzare il suo desiderio sessuale con la giovane Margherita. A seguito della relazione, la ragazza rimane incinta e si avvia verso una fine tragica. La sua vita ne risulta disonorata, mentre sua madre muore a causa di un sonnifero somministratole da Mefistofele. Il dottor Faust ingaggia un duello con il fratello della ragazza che la maledice in punto di morte. Margherita impazzisce ed affoga il neonato figlioletto, subendo una condanna a morte, ma guadagnandosi la salvezza eterna, quando sinceramente pentitasi invoca il perdono di Dio, prima di esalare l’ultimo respiro. Nella seconda parte, il dottor Faust conosce i piaceri del potere, della ricchezza e della gloria terrena, ma non riesce ancora a trovare un appagamento totale. Ed ecco che Goethe immerge il protagonista nel mondo classico, attraverso l’unione con Elena di Troia, con la quale genera un figlio, Euforione (14), sfortunato in quanto destinato ad una morte prematura. Nel prosieguo, dopo altri atti direttamente ed indirettamente nefandi, Faust si rifugia sulla costa, preso dal rimorso e dall’Angoscia, denominata anche Cura, ed impersonata da un altro spirito demoniaco che incarna la depressione e che continua a tormentare il dottore. Faust non si abbatte neanche quando perde la vista, immaginando un futuro radioso con un popolo libero che avrebbe realizzato importanti opere per ottenere la felicità. Il dottore arriva ad affermare che se fosse vissuto tanto da vederlo, avrebbe desiderato che quell’attimo si fermasse. Questa affermazione inganna Mefistofele che fa morire Faust, credendo di aver vinto la scommessa e reclamando l’anima del dottore. La discesa nel labirinto delle “Madri” indica la continua ricerca da parte del protagonista del riscatto interiore, attraverso la ricerca dell’Eterno femminino. Alla fine Mefistofele, che sbeffeggia tutti, rimane egli stesso beffato, non ottenendo l’anima del dottore. Questi sale in cielo ed un angelo spiega il motivo della salvezza di Faust, la sua costante aspirazione verso l’infinito.

Le chiavi di lettura dell’opera di Goethe sono molteplici e diversificate, ma condivido l’idea che si debba partire dal significato dello spirito dell’uomo occidentale, sempre proteso alla ricerca della conoscenza ed alla conquista del bene, come la stessa grazia divina riconoscerà al Faust nel finale della tragedia. Goethe vuole dimostrare un’idea a lui molto cara, come cioè l’errore sia una condizione indispensabile per aspirare alla verità (l’uomo erra, finchè aspira), scardinando le convinzioni dogmatiche religiose che avevano predominato nel mondo occidentale fino all’avvento della rivoluzione scientifica. Indimenticabile è, a tale proposito, il saggio di Thomas Mann sul Faust (15), secondo cui il protagonista rappresenta lo spirito dell’umanità europea ed occidentale che, fin dallo sviluppo della filosofia greca, tende a perfezionare il legame inscindibile tra scienza (episteme), tecnica (techne), sapienza (sofia) e saggezza pratica (fronesis), arrivando alla rivoluzione scientifica ed alla diffusione del processo gnoseologico del “dubbio cartesiano”. Sotto questo profilo, il carattere “demoniaco” dell’opera di Goethe non consiste semplicemente nell’evoluzione della medioevale contrapposizione tra il “bene” ed il “male”, ma deve intendersi in senso “socratico” e “pagano”, come vero e proprio elemento di caratterizzazione dell’essere umano, nato per “tendere all’infinito”. La continuità tra il mondo classico e l’ideale culturale dell’epoca moderna è espressa in maniera allegoricamente incisiva nella simbolica unione tra Faust ed Elena di Troia, tra ispirazione classica ed ispirazione romantica, solo in apparenza contrapposte, ma in realtà espressione di un ininterrotto percorso di ricerca dell’animo umano.

L’opera di Goethe è anche un grande compendio di simbologia alchemica che si esprime attraverso un intenso desiderio di intraprendere cammini iniziatici e spirituali. La consapevolezza del dottor Faust di non poter raggiungere l’appagamento mediante lo studio di tutte le discipline umane, lo spinge alla”magia”, nel miglior senso del termine, non intesa come vuota esaltazione dei giochi di prestigio, ma nella sua “accezione alchemica” di dominio sulla natura. Ed uno dei temi più importanti dell’opera è proprio l’insufficienza del linguaggio umano, l’impossibilità di comunicare se non si riesce ad elevare la condizione dello spirito, così come culminerà nel non-dialogo tra Margherita imprigionata in carcere ed il suo amante, non ancora permeato dalla “scintilla” o dalla “grazia” divina, a seconda che si voglia seguire un’interpretazione iniziatica laica o religiosa. Il paradosso dell’opera goethiana si impone quale espressione diretta del parodosso della vita umana e si incentra proprio sul “nichilismo cosmico” di Mefistofele che, con la sua irresistibile autoironia, pur mostrando tutto il disprezzo per il creato e per la luce, riesce a scuotere Faust dal suo stato di depressione, invitandolo a sperimentare le gioie dell’esistenza. Molto significativa è l’affermazione dello spirito demoniaco: “sono una parte di quella forza che vuole sempre il Male ed opera sempre il Bene”. Anche Mefistofele si adegua all’ineluttabilità del divenire eracliteo, sublimato e trasfigurato nella concezione cristiana della “volontà/grazia divina”.

Con la discesa verso “le Madri”, divinità sotterranee e tenebrse, Goethe vuole ridare dignità alla natura pagana repressa. Per Faust rappresenta una tappa importante nelle ricerca del principio dell’Eterno Femminino che, alla fine del dramma, gli farà guadagnare la salvezza eterna. La dimensione oscura della “Dea” è presente in molte culture, come ad esempio la Lilith (16) ebraica o la “Papessa” dei tarocchi (17), imitazione perpetua della sacerdotessa enigmatica del culto di Iside. Il regno oscuro delle “Madri” è l’emblema del regno del binario e della distinzione, offrendo al tormentato dottor Faust una insperata via di fuga. La discesa verso le “Madri”, così come delineata da Goethe, presenta una profonda similitudine con alcuni passi della Commedia di Dante. Nel Paradiso, infatti, l’opera si chiude con la preghiera alla Vergine Maria, considerata ianua coeli (porta del cielo), mentre il Faust di Goethe celebra il trionfo delle “Madri”, sebbene in un’atmosfera più oscura e plasticamente teatrale, con un’accorata preghiera alla “Signora del mondo”, definita “Madre, Vergine ed Onoranda” (18). La grandezza della simbologia di Goethe sta soprattutto nella diversificazione articolata del principio dell’Eterno Femminino, perchè accanto alla Mater gloriosa, vengono individuate anche altre tre incarnazioni di esso, la Magna Peccatrix, la Mulier Samaritana e la Maria Aegyptiaca, a cui si aggiunge la travagliata anima di Margherita. La grande opera goethiana, con i suoi profondi significati psicologici, trascende la tradizionale dicotomia di significato tra il “demoniaco” ed il “diabolico”, se al primo aggettivo vogliamo attribuire il significato metaforico e didascalico di rappresentare i sentimenti malvagi presenti nell’animo umano, mentre con il secondo termine indichiamo una “persona” che persegue il male, molto spesso facendo finta di compiere azioni benefiche. Il personaggio “farsesco” di Mefistofele, che in maniera sapiente Goethe evita di chiamare Lucifero o Satana, per rendere più umano il suo dramma, ben incarna il rovescio della medaglia delle aspirazioni insaziabili del dottor Faust. Con la scelta di rielaborare una leggenda sviluppatasi tra il tardo Medio-Evo ed il Rinascimento, Goethe affronta anche il tema della “magia” e degli aspetti irrazionali dell’esistenza umana, così messi da parte dal pensiero illuminista.

Eppure, come abbiamo già detto, erano state proprio le discipline “magiche” ed “alchemiche” ad erodere i principi del pensiero dogmatico religioso e a costituire i presupposti fondamentali per lo sviluppo della scienza e dell’epistemologia moderna. L’elaborazione romantica goethiana, cui si ispira soprattutto la seconda parte del Faust, è impregnata della sincretica, ma non per questo superficiale, dottrina della “simpatia cosmica”, secondo cui in tutto il mondo naturale, perfino in quello minerale, esisterebbe una sorta di “affinità” tra i vari elementi che tenderebbero ad attrarsi o a respingersi. Non a caso, una delle opere più importanti di Goethe è il romanzo “Le affinità elettive”, un titolo ispirato soltanto in apparenza ad una formula chimica estensivamente adattata all’essere umano, ma che abbraccia anche l’affascinante mondo della “magia”.

Note:

(1) Cfr. John Henry Jones, The English Faust Book, a critical edition, University Press, Cambridge 1994;

(2) Secondo la tradizione, Simon Mago è considerato il primo degli eretici ed uno dei fondatori di una setta gnostica. E’ menzionato nel libro degli Atti degli Apostoli, inserito nel Nuovo Testamento;

(3) Anche se l’autore tedesco rimase anonimo, si sa che il libro fu pubblicato a Francoforte sul Meno nel 1587 da parte di Johann Spies;

(4) Cristopher Marlowe (1564-1593), soprannominato Kit, affinò il cosiddetto blank verse, rappresentando quasi un precursore di William Shakespeare;

(5) Cfr. Cristopher Marlowe, Il Dottor Faust, a cura di Nemi D’Agostino, con un saggio di Thomas Stearns Eliot, Ed. Mondadori, Milano 1983;

(6) Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) è considerato uno dei più importanti esponenti dell’Illuminismo letterario e filosofico dell’area germanica;

(7) Johann Wolfang Goethe (1749-1832) è considerato uno dei più eclettici uomini di cultura del panorama europeo, avendo influenzato molteplici discipline come la letteratura, nelle diverse forme della poesia e del dramma, la filosofia, la teologia e le scienze, non trascuramdo neanche la pittura e la musica;

(8) Il movimento denominato Sturm und Drang (tempesta ed impeto) è collocato per convenzione tra il 1765 ed il 1785, prendendo il nome dal dramma Wirrwarr (caos) pubblicato nel 1776 da Maximilian Klinger ed alla relativa espressione omonima spregiativa attribuita da un conoscente svizzero;

(9) Cfr. Roberto Mussapi, Il Faust di Wolfang Goethe, Jaca Book, Milano 2009;

(10) Cfr. Johann Wolfang Goethe, Faust, traduzione e note di Andrea Casalegno, Edizioni Le Lettere, Firenze 1997;

(11) Il prologo del Vangelo di Giovanni costituisce uno dei capisaldi della teologia del cristianesimo primitivo. Molto probabilmente si tratta di una rielaborazione di un precedente “inno al logos”, tendente a coniugare il monoteismo ebraico con la cultura ellenistica;

(12) La figura di Mefistofele è ricorrente nella cultura popolare tedesca per indicare il demonio. A differenza di Satana si presenta con fattezze “più umane” ed è abitualmente vestito di nero. Il teologo Rudolf Steiner lo identifica con Arimane, di origine iranica, piuttosto che con il Lucifero cristiano;

(13) Il nome di Margherita, forse ispirandosi a Goethe, sarà utilizzato anche da Bulgalov nel suo romanzo-capolavoro, Il maestro e Margherita (nell’Unione Sovietica atea degli anni Trenta, entra come improbabile protagonista il diavolo);

(14) Nel mito classico Euforione è figlio di Elena e di Achille;

(15) Cfr. Thomas Mann, Goethe impolitico, prefazione di Riccardo De Benedetti, Ed. Medusa, Napoli 2017;

(16) Per gli Ebrei, Lilith sarebbe stata la prima moglie di Adamo, ripudiata perchè avrebbe preteso di godere degli stessi privilegi del marito. Il mito si basa su un’antica divinità mesopotamica, ritenuta portatrice di tempeste, morte, distruzione e malattie;

(17) La papessa non a caso è la carta nr. 2 dei tarocchi, per esprimere il dualismo del mondo materiale e di quello soprannaturale;

(18) A similitudine della Beatrice di dantesca memoria, Margherita accompagna Faust nella sua ascesa al cielo.

Luigi Angelino

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Categorie: Letteratura esoterica

Pubblicato da Ereticamente il 12 Dicembre 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Andrea Franco

    Urca!! Non sapevo che Rudolf Steiner fosse stato un “teologo”,,e di grazia presso quale cattolica o protestante istituzione???

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