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Uomini e animali – Livio Cadè

Uomini e animali – Livio Cadè

“Noi non abbiamo due cuori – uno per gli animali, l’altro per gli umani.
Nella crudeltà verso gli uni e gli altri, l’unica differenza è la vittima”.

(Alphonse de Lamartine)

 

Il vecchio capro, saggio e barbuto, è amato da tutta la famiglia. Ma quando giunge il momento Isak, fattore temprato dall’asperità di plaghe deserte e fredde, tiene l’animale con una mano e lo scanna con l’altra. I due figli guardano con timore e  pietà, piangono. «Povero vecchio capro!» esclama uno. Finito di sgozzare l’animale, il padre li rimprovera. Non si deve mai dire dire: «povera bestia!» e aver pietà quando si ammazza un animale, altrimenti si pena di più ad ammazzarlo. In questa scena, tratta da “Il risveglio della terra” di Hamsun, la pietà e la dura necessità si fondono. Il nesso che le lega è il dolore.

Non ci porremmo da sempre tante domande sulla natura del male se il dolore non ci spingesse a farlo. Male e dolore sembrano coincidere. Noi diciamo infatti: «sento male», quando  qualcosa ci duole. Tutte le religioni, le utopie sociali, le farmacopee del corpo e dell’anima, cercano soluzioni al problema del dolore. Soffrire è un’esperienza che accomuna ogni essere vivente. O almeno, questa è la conclusione che sembra suggerirci il senso naturale, l’osservazione dei fatti.

In realtà, io conosco il mio dolore fisico o morale per esperienza diretta, ma mi è impossibile conoscere il dolore degli altri. Lo deduco arbitrariamente, per via analogica. O lo colgo per empatia. Posso immaginarlo, ma non posso esser certo che un altro essere, per quanto mi somigli, provi le mie stesse pene. Tra esseri umani possiamo comunicarci esperienze attraverso i simboli del linguaggio, ma l’affinità che ci par così di riconoscere può essere ingannevole. Potrei persino pensare di essere l’unico a percepire il dolore in mezzo a tanti automi insensibili.

È noto che Cartesio immaginò qualcosa del genere a proposito degli animali. Se voi cavate un occhio a un gatto quello urlerà e si dimenerà. Queste, per i cartesiani, sono reazioni meccaniche, nient’altro che riflessi automatici. In realtà il gatto non soffre. I suoi versi strazianti sono i cigolii di un ingranaggio. Più tardi Malebranche precisò teologicamente il problema e dimostrò che gli animali non potevano soffrire.  La ragione di ciò è semplice: il dolore è la conseguenza del peccato originale. Poiché questa colpa riguarda solo l’uomo, Dio sarebbe ingiusto se facesse soffrire anche gli animali. Vien da chiedersi perché mai gli animali, pur senza disobbedire a Dio, abbiano dovuto anch’essi abbandonare il giardino dell’Eden e condividere il destino dell’uomo. Forse perché essenzialmente simili a lui.

Curzio Malaparte racconta che una sera il suo amato cane Febo non tornò a casa. Dopo penose ricerche lo ritrovò in una clinica universitaria, insieme ad altri cani, tutti legati su tavoli operatori. Con un’espressione che alle anime pie suonerà blasfema, Malaparte scrive che quei cani gli sembrarono tanti Cristi crocifissi. Ma in quel luogo orrendo v’era un silenzio irreale, che provocava un’angoscia ancora più profonda. Perché quei corpi martoriati, che sussultavano, tremavano e lo guardavano con occhi terrorizzati, non emettevano alcun gemito? V’era un silenzio innaturale. Prima di procedere con la vivisezione, gli rispose il medico, gli tagliamo le corde vocali. Questo uomo, che frugava nelle viscere di esseri coscienti, impotenti e ammutoliti dal bisturi, era ancora umano? Forse era un uomo logico, cartesiano, ben educato, ma conservava solo una buccia d’umanità. La sua polpa era ormai disumana.

Quei cani non erano meno consapevoli, né meno sensibili al dolore di un bambino. E quale mostro potrebbe sottoporre dei bambini a quell’agonia? Perché infliggiamo a esseri senzienti e intelligenti quello che ci parrebbe una mostruosità se dovessimo subirlo noi stessi? C’è una deliziosa e feroce satira di Swift , “Una modesta proposta”, in cui l’autore suggerisce di mangiare i bambini poveri e mostra i vantaggi sociali ed economici di questa pratica, la sua innegabile razionalità. Il cannibalismo dei ricchi nei confronti della classe più debole diventa caricatura di una logica spietata, basata sul profitto e sul diritto del più forte. Lo possiamo prendere come metafora delle nostre relazioni con gli animali.

Ciò che giustifica il divorare gli altri, letteralmente o simbolicamente, più che la fame  è il paradigma del dominio. Altri paradigmi sarebbero possibili. Ma i paradigmi dell’amore o della libertà, proprio perché rifiutano la logica del dominio, non potranno mai diventare ‘pensiero dominante’. Il dominio, che si nutre di violenza e di sopraffazione, è la loro antitesi. Il nostro sistema di leggi, che pure cerca di porre un argine agli effetti di questo paradigma, non estende agli animali i benefici di alcune garanzie fondamentali come la libertà, la salute, la vita. Ogni anno destiniamo 300 milioni di animali a esperimenti atroci e insensati. Un calvario che dura a volte settimane, mesi, anni. E si calcola siano circa 170 miliardi gli animali che l’uomo ogni anno uccide a scopo alimentare, spesso dopo inenarrabili sofferenze. Questa strage è conciliabile con sentimenti umani, con principi etici?

Stuart Mill risolve il dilemma con un’elegante equazione. In sostanza dice che se il dolore che causo a un animale è superiore al piacere che ne ricavo, compio un atto immorale. Nel caso contrario è invece un atto legittimo. È un ragionamento curioso. In pratica, se metto sul piatto della bilancia l’orribile vita di un maiale d’allevamento e la sua barbara macellazione, ho una certa quantità di dolore. Se sull’altro piatto metto il mio piacere nel mangiare il prosciutto, ho una certa quantità di godimento. Ora devo metterli a confronto e vedere quale dei due pesa di più. Questo mi dirà se sottoporre il maiale a quelle sofferenze è stato un atto morale.

Ma come posso pesare il dolore e il piacere? Potrei sostenere che il dolore del maiale, per quanto intenso e prolungato, non può pareggiare il piacere di mangiarmi una braciola. Un maniaco potrebbe fare lo stesso tipo di ragionamento e concludere che stuprare donne è un atto pienamente etico. Jack lo squartatore probabilmente ragionava come Stuart Mill e, dopo aver fatto due conti, trovava illogico rinunciare al piacere di uccidere e smembrare le sue vittime. Se invece del piacere calcolassimo il profitto, stabilendo una proporzione etica tra il guadagno dell’uomo e il danno dell’animale, temo che il risultato non cambierebbe. Per quanti siano gli animali che soffrono e per quanto grave sia il danno che subiscono, il loro peso su quella ipotetica bilancia sarebbe sempre zero in confronto ai vantaggi che l’uomo presume di trarne.

La storia ci ha abituati a essere disumani. Gli antichi romani avevano usanze che noi oggi diremmo orrende, come crocifiggere la gente o sollazzarsi con spettacoli sanguinari. Ma i romani erano bestie feroci, dice Diderot. Un tempo gli omosessuali venivano arrostiti sulla graticola. I briganti erano squartati, maciullati sulle ruote, e gli interrogatori giudiziari si avvalevano di torture ordinarie e straordinarie. Era il boia a incaricarsi dell’esecuzione materiale dei supplizi. Ma intorno a lui v’era il consenso di persone umane e civili, forse anche di buon cuore, che accorrevano a godersi lo spettacolo. Così, vi è chi sevizia e uccide gli animali solo per soddisfare i nostri appetiti o capricci alimentari. L’abitudine rende accettabili le cose più terribili. “Se i mattatoi avessero le pareti di vetro”, diceva Tolstoj, “saremmo tutti vegetariani”. Eppure, nel ‘700, gli agnelli macellati agonizzavano nel loro sangue in mezzo alla strada mentre i ragazzi si divertivano a sbeffeggiarli.

Millenni di filosofia e di teologia antropocentrica hanno atrofizzato la nostra sensibilità verso gli animali. Il Dio biblico, dopo averli creati, affida all’uomo il compito di soggiogarli. Alcuni esegeti traducono il termine dominio usato nel Genesi come custodia, cura paterna. Ma è difficile dimostrare che la storia nell’insieme conforti questa interpretazione. Aristotele e gli stoici negano loro ogni dignità e diritto. Il cristianesimo, nel momento in cui si pone come sintesi di ebraismo, aristotelismo e stoicismo, garantisce solide basi metafisiche agli allevamenti intesivi, ai mattatoi e alla vivisezione. Agostino, molto prima di Cartesio, immagina gli animali come macchine, e definisce delirante chi si fa scrupolo di ammazzarli. La loro vita e la loro morte sono secondo lui subordinate alla nostra utilità. Nell’infinita varietà delle forme viventi, solo l’uomo è degno di rispetto e gli animali esistono per soddisfare i suoi bisogni.

L’idea è ripresa e corroborata da Tommaso e da tutta la scolastica. Essendo l’apice del creato, l’uomo non ha doveri verso gli esseri inferiori, dei quali può disporre liberamente. In un simile contesto, l’amore per una creatura non umana appare una morbosità deplorevole. Tommaso non approva la crudeltà verso gli animali solo in quanto può indurire l’animo umano, rendendolo crudele anche verso i suoi simili. In questo segue l’antico argomento secondo cui la violenza sugli animali è propedeutica alla violenza sugli uomini. Ma non v’è cenno di compassione per l’animale che subisce quella crudeltà. E se Tommaso depreca chi danneggia un animale che appartiene ad altri è solo perché questo cagiona un danno alla proprietà privata.

Solo eccezionalmente l’uomo occidentale intravede l’identità metafisica che lo unisce alle altre creature. “Una sorte medesima tocca agli uomini come alle bestie… ambedue hanno lo stesso alito di vita e nessuna superiorità ha l’uomo sulla bestia, perché tutto è vanità”, dice l’Ecclesiaste. Questa idea, che salda la frattura ontologica tra uomo e animale, non ha sortito però alcun effetto sulla condotta morale dell’uomo occidentale. Nell’ambito della filosofia medievale una notevole eccezione è rappresentata da Giovanni Scoto Eriugena, filosofo neoplatonico del nono secolo, il quale, ponendosi in conflitto con la tradizione, vorrebbe riconoscere un’anima immortale anche agli animali: “Ma per quanto riguarda l’anima di tutti gli animali irrazionali sono turbato non poco dall’interrogativo che mi pongo, per quale ragione molti dei santi Padri affermano che essa muore insieme con i corpi, e non può sopravvivere oltre”.

Nel XIV secolo Meister Eckhart dirà che il verme, l’uomo e l’angelo sono uguali di fronte a Dio. Sono uguali perché sono un nulla. La coscienza di una medesima vanità, di questo comune nulla, dovrebbe generare in noi un senso di compassione e solidarietà verso ogni essere vivente. Ci potremmo chiedere, con Giovanni Scoto: “Per quale ragione periranno tutte le specie, mentre una sola, quella dell’uomo, è destinata a permanere? Se tutte le specie costituiscono un’unità, come si può concepire che questa unità è destinata in parte a perire, in parte a permanere?”

Nelle dottrine egizie, orfiche, pitagoriche, e in genere nelle filosofie orientali, uomini e animali sono sottomessi ai medesimi cicli di nascita, morte e rinascita. Le loro anime passano da un’esistenza all’altra secondo un’unica Legge. Azioni, pensieri, desideri, trascinano tutti nel vortice della metempsicosi, e ognuno raccoglie i frutti di ciò che ha seminato. L’uomo può rinascere animale e viceversa. Simbolica o reale che sia, questa concezione esprime un’essenziale continuità tra uomo e animale. Nel pensiero occidentale, al contrario, solo all’uomo si apre la via della redenzione e della salvezza. Il resto della creazione sembra destinato al nulla, a sparire nel momento un cui l’uomo non ne avrà più bisogno.

V’è nel nostro pensiero filosofico e scientifico una oggettivazione e reificazione della natura. Solo l’uomo è soggetto, persona. Gli animali sono semplicemente cose, parte del lascito di un Dio antropofilo che si cura unicamente dell’uomo, dei suoi bisogni, e sembra non aver alcun interesse o amore per le altre sue creature. Solo l’uomo pare essere figlio di Dio; dunque gli animali non sono nostri fratelli. Le bestie non possono, come noi, aspirare al bene, alla verità, non hanno dimensione metafisica. Non possono quindi venir comprese nella dignità o nell’amore del prossimo.

Nel medioevo praticare un vegetarianismo etico, cioè provare pietà per gli animali, significava essere eretici. Anche la teologia moderna, tranne poche eccezioni, conserva una visione del rapporto uomo-animale basata sull’opportunismo e l’utilità. Essendo l’animale privo di ragione, l’idea di un Dio-Logos lo esclude da ogni partecipazione alla vita divina. La sua esistenza, in questa prospettiva, ha senso e valore solo in quanto funzionale agli scopi umani. Certi di godere di uno statuto metafisico superiore, abbiamo alimentato per secoli questa idea arrogante, sospesa tra rivelazione, filosofia e senso comune. Ma se anche esistesse una gerarchia di esseri e l’uomo ne fosse il vertice, questo non gli darebbe il diritto di esercitare la sua signoria attraverso soprusi e assassini.

L’uomo ha lanciato sul mondo una maledizione, imponendo alla natura la logica del padrone e dello schiavo, del dominante e del dominato. Uccidere, torturare, sottomettere, significano per lui esibire un potere. L’uomo, questo animale senza zanne e senza artigli, simile per natura a un pacifico erbivoro, si è trasformato nel più esiziale predatore della Terra, nel flagello del pianeta. Gli altri animali sono una popolazione sconfitta, asservita e trattata dal vincitore con inumana crudeltà.

L’astenersi dall’uccidere e sfruttare gli animali mette in discussione il suo dominio sul mondo e frustra la sua volontà di potenza. Mostrare tenerezza verso di loro gli sembra una corruzione di quei radicati modelli virili – il cacciatore, il guerriero – che vengono definiti dallo spargimento di sangue e dalla violenza, e che soli sembrano garantire l’esistenza della nostra civiltà. Ma cosa, se non un sadico piacere, può giustificare oggi la caccia? Sant’Uberto rinunciò per sempre alla caccia e allo sterminio di animali dopo aver visto il crocifisso tra i palchi di un cervo. È all’intercessione di questo Santo che dovremmo affidare gli animali. Ma la Chiesa ha fatto di lui il protettore dei cacciatori!

Il carnivoro proietta sul  vegetariano l’ombra della femminilità, della debolezza, e ne esorcizza il fantasma con il sarcasmo o un vago disprezzo. Ma vi sono altre ragioni che spiegano l’ostilità, seppur latente o dissimulata, che la società nutre nei suoi confronti. Superficialmente, il carnivoro potrebbe contestare il limite che il vegetarianismo impone al suo gusto, al piacere del palato. In modo meno banale, potrebbe addurre la difesa di una tradizione e di una cultura. Ma in realtà l’olocausto animale ha in lui radici più sotterranee, affonda nei melmosi sedimenti della sua psiche.

Per tempi immemorabili abbiamo celebrato sacrifici di esseri viventi, anche umani, per ingraziarci gli Dei. Col tempo tale prassi è stata limitata ai sacrifici animali, conservando la rituale spartizione delle carni immolate. Quando Gesù entra nel Tempio di Gerusalemme, dove in occasione della Pasqua migliaia di animali venivano sgozzati, non trattiene la sua indignazione: “avete trasformato una casa di preghiera in una spelonca di assassini!”.

La collera di Cristo pare qui in conflitto con una tradizione indiscussa. Abolire i sacrifici cruenti significava infatti rompere un contratto tra l’uomo e Dio, o almeno quel Dio che apprezza il sacrificio cruento di Abele e rifiuta l’offerta incruenta di Caino. È vero che più volte i profeti avevano riferito il ripensamento di Dio e il suo disgusto per tali abominazioni sanguinarie. Ma i profeti vengono ascoltati solo quando le loro parole riflettono i nostri pregiudizi o desideri.

Anche nel mondo classico si usava sacrificare capi di bestiame. I buoi venivano condotti all’altare, sgozzati e mangiati. Era l’ecatombe. Quanto più un cittadino era ricco, tanto più numerosi erano i capi sacrificati. Il rito garantiva la protezione degli Dei, assicurava stabilità e prosperità. Non parteciparvi voleva dire infrangere un sacro dovere. Per questo il vegetariano è guardato da molti con sospetto. Ricusare il sacrificio animale e il rituale banchetto di carne rappresenta la trasgressione di un ordine sociale e metafisico custodito nelle pieghe di una memoria collettiva.

E se potessimo scendere in recessi ancor più segreti della mente vi vedremmo agitarsi il magma di oscuri tormenti, il rimorso di quell’atavico peccato che fu appunto l’uccidere, il rompere l’amicizia con la natura. Attraverso il sacrificio noi chiediamo a Dio di essere assolti, giustificati. A pagare però è ancora l’essere più debole, che offriamo come oblazione e costringiamo a morire per noi. L’animale è la vittima vicaria e predestinata di questo rito espiatorio. Astenersi dall’ucciderlo e mangiarlo impedisce la rimozione e il magico transfert della colpa.

Ancora oggi, quando razionalmente avalliamo una tecnologica catena di smontaggio della vita animale e giustifichiamo un’industria della morte che non ha più nulla di nobile o sacro, sono inconsci moventi a guidarci. Con argomenti fisiologici, storici o filosofici, cerchiamo di coprire le radici oscure della nostra violenza. Escludere l’animale dalla dimensione del nostro prossimo e restare indifferenti al suo dolore è un atto colpevole. Non v’è modo di giustificarne moralmente il massacro. Questa è la semplice verità che non vogliamo vedere.

“Spelonca d’assassini” non è solo il Tempio-Mercato di Gerusalemme, col suo commercio di esseri viventi, ma la nostra intera società. Giordano Bruno diceva che il macellaio è figura più vile del boia. Ancor più vili son coloro che non si sporcano le mani di sangue ma ne hanno lorda la coscienza. Quelli che tengono in grembo i loro graziosi cuccioli domestici e li vezzeggiano come bambole ma intanto chiedono al beccaio di sgozzare l’agnello. O quegli individui dal cuore inflessibile, che trovano dolciastro e sentimentale preoccuparsi della sofferenza animale, forti di questa cristiana o stoica capacità di sopportare il dolore degli altri.

Venticinque secoli fa Confucio distillò il succo della morale e ne trasse la regola aurea, secondo cui non bisogna fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. È una norma semplice e potente, cui si dovrebbe derogare solo in casi estremi. Alcune circostanze, una reale necessità, possono giustificare l’uccidere, pur senza cancellarne la colpa. Ma io dubito che oggi sia necessario mangiare animali. È solo una scelta legata al piacere, all’abitudine o a problemi di identità culturale e psicologica. In altri tempi certe popolazioni non avrebbero potuto sopravvivere senza cibarsi di animali. Tuttavia, costretti a ucciderne uno, chiedevano perdono al suo spirito. Non era solo rispetto della vita. Quei popoli più primitivi – e quindi più evoluti di noi – sapevano che prima di essere animali o uomini siamo anime di questo infinito universo, e insieme condividiamo il peso del soffrire e del morire.

Non si tratta di amare gli animali. Io non amo nessuno per la sua specie, né animali né esseri umani. L’amore è un sentimento elettivo e riservato a poche anime nel corso di una vita. Se non uccido la pacifica mucca, se non tengo il vitellino immobilizzato per mesi in una gabbia angusta quanto una bara, non è per amore ma perché ho pietà di loro. La compassione è universale e dovrebbe essere per l’uomo un istinto. Che se ne faccia una questione morale è segno della nostra caduta. Non sono l’intelligenza, la cultura, la ricchezza o il potere a definire il valore di un uomo. Tutto questo può renderlo meno che umano, se gli manca la compassione. Perciò ai bambini, prima che a leggere, a scrivere o a far di conto, bisognerebbe insegnare la compassione.

Una sola immagine sarebbe molto più efficace di tante parole. Basterebbero quelle orride iconografie dell’inferno cristiano o buddista, dove i dannati vengono scorticati vivi, buttati in pentoloni di olio bollente, torturati secondo le più perverse fantasie della mente umana. Ma al posto dei dannati dovremmo mettere maiali, pecore, cani ecc., e sostituire i volti dei demoni coi nostri volti. Forse capiremmo che dipende da noi fermare quest’orgia di brutalità o lasciare che continui.

Non potremo cancellare il male del mondo. Tutto l’universo porta il peso del dolore: “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto”. L’uomo può però lenire il dolore del creato. Tutta la creazione, non solo l’uomo, nutre la speranza  di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione”. Io credo che gli animali siano uniti a noi in un disegno di salvezza. Come noi, anch’essi aspirano alla vita, alla libertà e all’amore, ognuno secondo la sua natura. Dice Schweitzer: “la mia volontà di vivere limitata si identifica con la volontà di vivere illimitata, nella quale tutte le vite sono una cosa unica. … L’etica del rispetto della vita è l’etica di Gesù estesa a forma cosmica”. Se imparassimo a vedere in uomini e animali il riflesso della nostra anima, di un’unica Anima, sarebbe forse possibile donare un po’ di pace a questa tormentata terra.

 

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Livio Cadè il 29 Novembre 2020

Commenti

  1. Giovanni Bassoli

    Ringraziando dell’interessante articolo porto anche io il mio pensiero al riguardo. A mio parere il punto sta nel considerare l’animale come parte dell’Uno di cui anche noi facciamo parte. Anche io ritengo che la vivisezione sia un crimine mostruoso che rende i cosiddetti “scienziati” delle funzioni senz’anima di una macchina infame. Secondo me si può sacrificare o macellare l’animale più che “chiedendo scusa” ringraziando perché la sua vita da continuità alla nostra, del resto anche l’insalata non credo sia contenta di essere recisa perché noi la si mangi ma noi non abbiamo la sensibilità di sentirla gridare.

    • Livio Cadè Staff

      Ringraziare l’animale perché la sua vita alimenta la nostra potrebbe essere un atto comprensibile nel momento in cui mangiarlo è l’unico modo che abbiamo di sopravvivere. Sarebbe invece una macabra ipocrisia in una società come la nostra dove mangiare gli animali non è affatto necessario alla nostra sopravvivenza. Cibarsi di carne diventa solo una scelta di tipo culturale o gastronomico a cui sacrifichiamo gli animali non per necessità vitali ma per piacere o pregiudizio.
      L’argomento dell’insalata che soffre è l’obiezione che più spesso sento fare. Quando si vuol respingere un’idea che non piace (qui il vegetarianismo) si ricorre spesso a simili assurdità, si cerca di portare il discorso a degli estremismi grotteschi. Io ho parlato di dolore. Io non credo che i vegetali sentano dolore. Non solo perché non hanno un sistema nervoso ma perché non mostrano reazioni di fuga. Se la natura li avesse dotati di un sistema recettivo del dolore credo avrebbe fornito loro anche degli strumenti per difendersene. Quando cuoccio una patata non credo di provocarle dolore. Certo mi posso sbagliare. Se qualcuno ritiene sinceramente sia un’atrocità cuocere del riso, allora bruchi l’erba o si lasci morire di fame.
      Diverso è il discorso del rispetto della vita. Anche quando si taglia un albero per farne legna da ardere si fa violenza alla sua vita. Ogni passo che noi facciamo provochiamo qualche distruzione nel nostro ambiente. E i microbi? Non dovremmo rispettare anche loro? Questi sono i classici argomenti di chi non vuol assumersi la responsabilità della sofferenza animale. La violenza nella vita è certo inevitabile. Quello che molti mi pare non riescano a capire è che bisogna porre un limite a questa violenza e codificarla secondo principi etici e di umanità.
      In questo quadro, di reale necessità e di responsabilità, si pone il discorso sul rispetto degli animali. I sofismi non mi interessano.

  2. Paola

    Mi ha fatto rivivere le pagine atroci e sublimi che lessi da ragazza, dedicate a Febo, “cane lunare”. A tutti, un consiglio, leggete “La pelle”. A Lei, Professor Cadè, GRAZIE. Per sempre.

  3. Risposta esaustiva del Sig.Livio Cadè al Sig.Giovanni Bassoli.Mi permetto di aggiungere,anche se di una logica devastante,che frutta e vegetali ricrescono una volta raccolti dalla pianta o dalla terra! Se esistono le stagioni,i semi che le piante rilasciano,la raccolta degli stessi ogni stagione,ecc.ecc.,ci sarà uno scopo.Se poi aggiungo le formiche e insetti vari, che magari potrei schiacciare quando cammino in un prato(ma si dice che avvertono le vibrazioni dei nostri passi e si dileguano…)non se ne esce più.Tutt’al più,anzichè anteporre sofismi e giustificazioni varie come fa notare L.Cadè,sarebbe ora che l’uomo(l’umanità)analizzi seriamente se viviamo un tempo di evoluzione o di involuzione.A me pare la seconda.Tanto per essere in tema,tonnellate di piombo lasciate dai prodi cacciatori ogni anno sul terreno.Produzione di auto illimitata,pesticidi,cementificazione,inquinamento delle acque compreso la produzione di cocaina et simila(dove gli avanzi vengono scaricati nei fiumi ecc.).Senza contare che la parola sovraffollamento è sparita dal vocabolario politico-industriale.Dove si costruiscono case sempre più piccole,meno verde più piani,così quando le famiglie ivi collocate escono in strada(p.es.20) ma lo spazio è per 10,e la lista sarebbe lunga assai.Allora siamo i padroni del mondo?Io direi schiavi del nostro egoismo più becero.Basti pensare per un momento,che se non ci fosse l’uomo su questa Terra,la Natura intesa anche come animali se la caverrebero meglio di noi.Anzi,non avrebbero bisogno di noi evoluti.Giusto per dare una risposta alle nuove generazioni.

  4. Paola

    P.S. Leggete “La pelle” per Febo. Leggete “La pelle” non solo per le pagine su Febo. Leggetelo. Soffrirete, lo so. Ma ne sarà valsa la pena.

  5. Manuele

    Come sempre, Ereticamente offre spunti di riflessione importanti, mai banali.

    Tuttavia, sebbene personalmente condivida quasi tutto ciò che è scritto, alcune questioni rimangono irrisolte e trattate un pò superficialmente.

    È un pò troppo facile dire “mangiamo carne per una questione culturale, di gusti personali, (…) Potremmo benissimo farne a meno”. Si rischia di rendere banale una questione importante, sminunendo il valore dell’articolo.

    Ognuno ha l’alimentazione adatta alle proprie necessità. Piaccia o meno, si deve mangiare ciò che serve al corpo, lasciando la cultura fuori dalla tavola, vegetarianesimo compreso.

    L’alimentazione è legata a questioni biologiche individuali.

    Io personalmente per problemi fisici non posso mangiare nessun tipo di frutto, pochissime verdure e rigorosamente cotte. Zero latticini,zero legumi, zero carne rossa. Tollero invece benissimo il pesce e la carne bianca. La mia dieta si basa su pochi alimenti che non posso togliere.

    In passato, per tre anni sono stato vegetariano (2 anni) e vegano (un anno) seguito pure da due nutrizionisti.

    Ma non era e non è l’alimentazione giusta per il mio corpo. E come me ci sono altri milioni di individui.

    Il nostro corpo ci aggiorna costantemente su ciò che è giusto mangiare. Sta a noi scegliere se seguire i messaggi che ci invia o se ignorarli anteponendo, pur giusti che siano, vecchi o nuovi principi morali.

    Gli animali, quando uccisi, soffrono, probabilmente come tutti gli altri esseri su questa terra.

    Chiedersi se sia utile continuare a trattare da dominatori creature simili a noi è sinonimo di intelligenza, ma fare di tutta l’erba un fascio mettendo sullo stesso piano alimentazione, vivisezione, ecc, almeno ai miei occhi fa scadere un pò l’articolo.

    Le nostre distorsioni cognitive ci fanno credere, proprio perché l’animale (il tetrapodo a dire il vero) sembra simile a noi, che gli altri esseri sul pianeta siano meno sensibili al dolore e alla sofferenza. Ma si tratta sempre di un punto di vista umano. Ancora sappiamo poco dei meccanismi di funzionamento delle piante, anche se in realtà, oramai molti studi, mostrano che la vita dei vegetali è estremamente complessa. Hanno le loro simpatie e le loro antipatie. Con alcuni simili competono, lottano, con altri instaurano rapporti evolutivi.

    Il fatto che il loro sistema nervoso sia diverso dal nostro non dice davvero niente sulla loro sofferenza. Ma ci dice molto sul nostro bisogno di umanizzare la natura, anche quando siamo mossi da nobili intenti.

    Non si tratta di sofismi ma dell’accettazione di una realtà che è davvero relativa al nostro punto di vista.

    Detto questo rimane vero che la sofferenza animale è molto simile a quello che proveremmo noi messi nelle stesse condizioni.

    Credo che l’umanità potrebbe fare a meno di cibarsi di molti animali, limitando così la sofferenza di molte creature che sono simili a noi. Più in generale credo che si possa fare a meno di tanti cibi in generale, piante comprese. Ne gioverebbe il corpo, ne gioverebbe la mente e il pianeta intero.

    Tuttavia, sapendo che non si può completamente fare a meno di uccidere animali, come posso fare per rendere comunque la loro vita dignitosa? Come posso trovare un equilibrio tra i miei bisogni animali e quelli di uomo civilizzato?

    Ogni vita si nutre di altre vite, noi non facciamo eccezione. Ogni spazio occupato è spazio tolto a qualcun’altro.

    Si tratta, a mio avviso di conciliare gli opposti, di trovare un equilibrio accettabile per la propria coscienza.

    Evitare di mangiare animali non è la soluzione delle soluzioni. Come ci comportiamo con i cani? Li facciamo estinguere visto che non sono più necessari alle funzioni per le quali sono nati? E coi gatti? È giusto sterilizzarli per i capricci umani? Entrambe le specie mangiano carne.

    È giusto uccidere vitelli, mucche o maiali per soddisfare le esigenze di cani o gatti? Senza contare che per salvare alcuni animali siamo costretti a ucciderne altri. (centri recupero rapaci)

    Insomma, piaccia o meno, la questione è solo parzialmente risolvibile. Vale la pena porre a sé stessi e al mondo questioni del genere senza tuttavia ridurre tutto al solito “potremo farne a meno”.

    Ci sono due libri molto interessanti che analizzano la questione in modo serio, oggettivo. Uno è il dilemma dell’onnivoro, l’altro è Gli animali hanno diritti? Di Roger Scruton.

    Mi sento di consigliarli.

  6. Livio Cadè Staff

    Signor Manuele, mi guardo bene dall’entrare nel roveto delle questioni salutistiche o nutrizionistiche. Se Lei è convinto che la carne sia indispensabile alla Sua sopravvivenza e che quindi Lei (o qualcun altro come Lei) sia giustificato a uccidere gli animali, io non voglio certo farLe cambiare idea. La Sua è una scelta legittima.
    Il tema dell’articolo è appunto discutere se, in che circostanze e in che misura sia legittimo infliggere una sofferenza agli animali e ucciderli. Alimentazione o vivisezione poco cambia. Lei dice che è giusto mangiarli se si hanno certe intolleranze alimentari. I ivisezionisti direbbero che è giusto torturarli per il progresso della ricerca medico scientifica. Ognuno ha le sue ragioni.
    Sul problema della ‘sofferenza vegetale’ ho già risposto. Io non credo di commettere una violenza se cammino nel mio giardino e schiaccio l’erba. O se colgo un frutto dall’albero. Punti di vista. Io sono convinto che i vegetali non sentano dolore. Perciò non mi pongo il problema morale di mangiarli. Chi è convinto che neppure gli animali (specie i mammiferi come noi) sentano dolore, li mangi pure senza scrupoli.
    Lei attribuisce alle piante antipatie e simpatie, come fossero esseri umani. Può darsi. Però poi contesta una presunta tendenza a umanizzare la natura. Questo mi pare incoerente.
    Comunque, l’argomento ‘proiettivo’ (“voi proiettate sugli animali qualità umane che non hanno”) per me è capzioso e privo di senso. Se scortico vivo un cavallo io credo che soffra le pene dell’inferno, anche se non è umano e non ha sentimenti umani. Non credo sia solo una mia ‘proiezione’.
    Un’altra questione è quella della “soluzione delle soluzioni”. È ovvio che non esiste e se esistesse io non mi sognerei mai di conoscerla. Si cerca di fare quel che si può.
    In Italia vengono ammazzati ogni anno 11 milioni di maiali. Se anche la metà dei carnivori si ‘pentisse’, ne ammazzeremmo ancora 5 o 6 milioni. Se anche fossero solo 1 milione, il problema morale resterebbe. Però forse le condizioni in cui vengono tenuti i maiali un po’ migliorerebbe. Chissà?
    In ogni scelta morale vi sono delle contraddizioni e delle ambiguità. Non è un teorema geometrico. Il mio articolo intende solo riflettere, in modo molto limitato, sulle ragioni di questa violenza e i suoi possibili antidoti.
    Infine, “potremmo farne a meno” è un concetto fondamentale e tutt’altro che banale.

    • Manuele

      Siamo infatti d’accordo su tutto. Se ne mangiassimo meno probabilmente faremmo un favore a molte creature, se migliorassimo le loro condizioni di vita ne gioverebbero sicuramente.

      In quanto al tema della sofferenza delle piante, gli studi oggi proliferano. La parola antipatie è frutto appunto, ancora una volta del nostro modo di vedere le cose. Tuttavia, osservando il loro comportamento si deduce che, proprio come le altre specie, lottano, amano, competono, utilizzano strategie e comunicano tra loro.

      Il libro “Le emozioni delle piante” mette in evidenza quanto affermato. In Italia ne parla nelle sue conferenze il Professor Mancuso, botanico esperto di neurobiologia vegetale.

      Ciò non toglie che la sensibilità animale sia visibile, e che fare spallucce alle crudeltà che infliggiamo loro sia indice di scarsa sensibilità.

      La mia critica infatti era sulla soluzione semplicistica. Di fatto, vivere su questo pianeta comporta l’uccisione di altre specie. Che sia attraverso il disboscamento o per questioni alimentari, noi, come tutti gli altri esseri occupiamo nicchie ecologiche e ci nutriamo di vite. Personalmente mi pongo la questione sia quando sono costretto a recidere un ramo di un albero, o a tagliare l’erba alta in cui vivono serpenti, ragni e altri microrganismi, sia quando tolgo la vita a un animale per le mie necessità biologiche o per quelle degli animali con cui vivo.

      Visto che la morale è un sistema creato dagli uomini per gli uomini, risparmiare qualche vita, migliorare le condizioni di molti animali, utilizzare modi veloci e indolori per togliere una vita potrebbe già essere un buon modo di trovare risposte alla questione.

      Nel Kyballion, c’è un concetto che afferma che ogni verità non sia altro che una parziale verità. Questo argomento non fa eccezione.

      Motivo per cui nella mia esperienza personale scelgo di vivere col minore impatto sulle vite degli altri, pur sapendo che l’impatto zero sia impossibile.

      Vivo nel bosco, mi riscaldo con la legna trovata, mangio pochissime specie, quasi tutte trovate nei periodi che offre la natura, sia vegetali che animali.

      Sono circondato da animali. Alcuni vivono con me, altri ancora fuori dalla mia casa.

      Inoltre li allievo e mi occupo di recupero della fauna selvatica. Per 100 vite che nascono ne esiste un altra percentuale che muore, pur bassa che sia. Personalmente ognuno nel suo piccolo può trovare equilibri accettabili.

  7. Rita Remagnino

    Secondo i paleoantropologi l’uomo è stato prima un primate frugivoro, poi un ominide granivoro, infine un cacciatore. A giudicare da come si stanno mettendo oggi le cose e dal fatto che la Storia è una spirale che conosce flussi e riflussi, è molto probabile un ritorno alla dieta vegetariana.

    Non subito né di colpo, credo, per i motivi “salutistici” menzionati in altri commenti, ma forse tra non molto. Il nostro metabolismo à lento. Già adesso tuttavia il consumo di carne si è notevolmente ridotto rispetto solo a vent’anni fa, e questa è senza dubbio una buona notizia.

    Personalmente, ammetto di essere una creatura imperfetta: mangio un po’ di carne macinata una volta al mese o giù di lì perché da un lato non sopporto in frigorifero la vista di due occhi che mi guardano mentre dall’altro “sento” che il mio corpo la richiede. O forse è solo un’idea. Se comunque ci fossero più “carnivori una tantum” non ci sarebbe bisogno di allevamenti intensivi, né di cruenti sacrifici pasquali e natalizi, che sono un abominio da eliminare a far tempo da ieri, non da domani. Almeno su questo con Livio siamo perfettamente allineati, accontentandoci di sciogliere le differenze in un piatto di polenta e gorgonzola.

    • Livio Cadè Staff

      Cara Rita, quelli che vogliono soluzioni radicali finiscono col dare un appiglio a quelli che non vogliono far niente per gli animali. Questi diranno infatti che è impossibile, irrealizzabile, utopistico ecc. Quindi bisogna accontentarsi di piccoli passi, sperando che l’umanità post kali yuga sia più saggia e umana di noi.
      Per quanto riguarda la polenta, io non credo che il mais soffra quando viene raccolto, ridotto in farina e cotto. Se qualcuno ‘dimostrasse scientificamente’ il contrario, per un bergamasco come me si porrebbe un grave dilemma etico. Per fortuna io non credo alle dimostrazioni scientifiche e continuerò a mangiare polenta.

  8. upa

    Ogni cosa che facciamo o pensiamo è “rito” ci mette in comunicazione con con qualcosa di esterno che si riverbera dentro di noi..aiutandoci o danneggiandoci nei fini che ci siamo proposti..siano consci o inconsci..che si chiamano desideri..
    Tutto l’Universo desidera..soprattutto realizzare le possibilità che gli sono concesse..
    Un animale carnivoro esplorerà le sue possibilità..e un animale vegetariano farà altrettanto..non hanno la libertà di scegliere come nutrirsi..sono legati alla propria natura in modo più tenace che l’uomo..
    Gli animali e le piante non sono crudeli..ubbidiscono ad istinti..e sciogliersi da questi richiede tempo ed evoluzione..non sono meccanici..lo possono solo apparire..ma anche dentro di loro agisce ..se pur in minore misura..l’anelito a liberarsi dalla propria natura determinata..e crescere verso forme di vita più coscienti..
    L’uomo è onnivoro..e può scegliere cosa mangiare seguendo i propri desideri..
    Se desideriamo il potere mangeremo carni..perché ci impadroniamo della vita altrui..e la incorporiamo in noi stessi..
    Se invece desideriamo pace e armonia mangeremo vegetali..semi e frutti..o prodotti animali come latte formaggi e uova..che sono donati dall’animale e non lo uccidono..
    Tutto ciò che mangiamo ci mette in relazione con la cosa mangiata..la incorporiamo..e non è un problema morale la scelta..ma esistenziale..
    Lo scienziato che viviseziona uccidendo la sua compassione in realtà desidera diventare un essere slegato dall’armonia perché vuole il potere..e la sua mente sarà crocifissa dall’aridità e dalla paura..e la vediamo in chi con occhi vuoti propaganda vaccini e mascherine..
    Chi ha distrutto la compassione è all’inferno..e non avendola neppure verso se stesso..non può che finire anche lui nella vivisezione..sottoposto a interventi chirurgici e accanimenti terapeutici da tortura legalizzata..
    L’Universo non può negare l’inferno..il purgatorio e il paradiso..ce lo mette davanti agli occhi..e i desideri ci guidano verso dove vogliamo andare..vedendo solo i vantaggi ma non i danni..
    Chi segue i propri desideri di potere è già entrato nell’inferno..perché perde sensibilità..fino al punto di sopprimere la sua coscienza diventando una macchina..una forma di vita minerale..un peso in forma umana..
    Paradiso e purgatorio sono raggiungimenti e tentativi di abbandonare il potere sugli altri per acquistarlo su se stessi..stabilendosi nell’Essere..
    E il cibo aiuta..assieme alla compassione..
    Alla fine non c’è da assolvere o condannare nessuno..
    Ognuno va verso il proprio destino..più o meno disponibile alla provvidenza..che lo può innalzare..
    Nell’epoca oscura siamo nell’inferno..la sensibilità e la compassione sono perse..qualcuno può riuscire a sollevarsi..ma la massa non lo può..
    Il giorno che la coscienza ritornerà ad essere una condizione normale e non speciale..allora tutti i problemi morali spariranno..perché mangeremo ciò che la nutre..e non ciò che la distrugge..e l’animale sarà ucciso solo per necessità e non per vizio o abitudine..
    Nell’attesa cerchiamo di comportarci bene.. che è già tanto visto il mondo d’intorno..e cerchiamo di mangiare secondo i nostri desideri più profondi.. che anche la via del paradiso passa dall’inferno..sperando che Virgilio ci sostenga..

    • Livio Cadè Staff

      La ringrazio del denso commento. Lei fa spesso riferimento al ‘potere’. Credo sia necessario distinguere tra ‘potere’ come verbo, cioè la capacità di operare, e ‘il potere’ come sistema di prevaricazione, desiderio di dominio.
      Il primo ci è necessario, il secondo è patologico e, come Lei stesso fa notare, agli antipodi della compassione, della pietas per gli altri esseri.

  9. Lupo nella Notte

    Il problema dell’alimentazione carnivora è una questione prettamente “civile”. Una volta ero fermamente convinto che l’alimentazione carnivora fosse sbagliata “tout-court”, senza alcuna eccezione. In realtà, mi è stato poi chiaro come per ogni tipologia di popolazione vi sia un’alimentazione piú o meno adatta in dipendenza della propria costituzione psico-animica, per cosí dire. Se una popolazione regredita allo stadio di Natura in zone dallo habitat estremo si nutre di carne non fa altro che assecondare la propria inclinazione naturale, a sua volta determinata dalla particolare storia di cui è figlia. La chiave di tutto, mi pare di poter dire, è proprio nel “sacrum facere” di cui si parla nell’articolo che immancabilmente vi si accompagna. Per chi si trovi al di fuori del consesso della civiltà moderna peraltro ormai quasi pressoché globalizzata, l’uccisione di un animale che debba fungere da elemento atto alla propria sopravvivenza, non può che essere un atto sacro, e come tale viene posto in essere. È proprio nella sua essenza sacra che a mio parere va ricercata la sostanziale compatibilità di un cibo che altrimenti, per gli elementi oggettivi che se ne possono trarre dal semplice confronto anatomico tra l’uomo e i predatori “professionisti”, diciamo cosí, vale a dire strutturati appositamente dalle forze che ne hanno forgiato la forma e le caratteristiche fisiologiche, non potrebbe mai esser giudicato adatto al consumo umano. La dentatura è solo il primo e neanche il piú decisivo elemento. Ed è proprio in virtú di quel “quid” sovrasostanziale, e cioè essenziale, che il consumo di carne può non solo esser giudicato “etico” ma anche di fatto necessario e pienamente naturale, e, anzi, etico proprio in quanto tale, se l’etica non può che essere la “decodificazione” intellettuale di qualcosa che attiene alle piú intime caratteristiche della natura di un essere.

    Vi sarebbe da aggiungere che lo stesso “stato di Natura” non è però quello piú consono all’Uomo, ma ne costituisce una diminuzione ontologica, cui por riparo con misure d’emergenza, come appunto la caccia di sostentamento.

    Quindi nessun dubbio che un’umanità che non ha piú la necessità di sopravvivere nell’alveo della Natura selvaggia, non abbia neanche piú quella di nutrirsi di alimenti carnei. Direi anzi, che in questa sostanziale superfluità sta anche la ragione della nocività di fatto della carne per l’uomoi civilizzato. Se vogliamo, una sorta di “castigo” per il fatto di continuare a nutrirsi di animali pur non avendone bisogno e per il solo gusto di farlo.

    Forse la Natura è piú “etica” della specie umana.

    • Livio Cadè Staff

      Non entro nel merito dello ‘stato di Natura’ o del concetto di ‘natura’ che è uno dei più ambigui.
      Restando al rapporto uomo-animale, anche se io sono contrario all’uccidere animali, ritengo che in passato questo potesse trovare giustificazione in un contesto sacrale o in una reale necessità (anche se ‘reale’ è un altro concetto opinabile).
      In ogni caso, queste due situazioni mi sembrano totalmente estranee al mondo moderno civilizzato. Si uccide in modo profano e senza necessità.
      Infatti, tranne forse in rari casi, la carne non è un alimento indispensabile.
      E se qualcuno oggi, per legittimare il suo consumo di carne, invocasse ragioni metafisiche, mi farebbe ridere.
      Mi ricorderebbe quelli che citano il Tantrismo a conforto delle loro intemperanze sessuali.

      • Lupo nella Notte

        Indubbiamente se lo stato di natura venisse invocato da un occidentale che vive in un contesto civilizzato, o anche semicivilizzato, sarebbe ridicolo. Però cosa obiettare a un indigeno amazzonico che sopravvive cacciando nella selva? Credo che questo caso sia quanto di piú vicino possibile allo “stato di Natura”.

        • Livio Cadè Staff

          Sono d’accordo. Cosa avrei potuto dire a degli eschimesi che vivevano di pesca? Infatti ho accennato allo stato di necessità naturale.Tuttavia, non credo che Ereticamente sia letto nella giungla amazzonica (non volermene, Eugenio).

  10. Kami

    Articolo profondissimo che ha suonato una campanellina dentro di me. Ci sono molte connessioni che si possono trovare, a mio avviso, tra la “relazione” uomo-animale e quella tra l’ “élite” e la massa degli esseri umani. Noi vediamo negli animali esseri inferiori, la cui vita può essere amministrata nel modo in cui ci è conveniente, e così il re di questo mondo con tutti i suoi alleati, vede in noi essere umani una massa di ominidi puzzolenti e ignoranti, da amministrare a suo piacimento, la cui vita non ha una dignità in sè.
    Bell’articolo, mi ha aiutato a ritornare sul giusto sentiero e a capire che il vegetarianesimo non è una questione puramente etica, salutistica o morale, ma principalmente una questione di Amore e Compassione.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile Kami, credo che Lei tocchi il nocciolo della questione. Da un lato il paradigma del dominio, dall’altro i paradigmi della compassione e della libertà. Sono strutture culturali e psicologiche incompatibili. Poco cambia se si svolgono all’interno della relazione uomo-uomo o uomo-animale. Il paradigma del dominio genera violenza, sia fisica che morale. È desiderio di potere, di forza, e può realizzarsi solo sottomettendo gli altri.
      Purtroppo, quando si parla di questi argomenti, molti si limitano al piano dei concetti. Ma gli esseri viventi non sono meri concetti e il loro dolore neppure.

  11. casalvento

    Speriamo nella tecnica consistente nel “prelevare cellule muscolari e nutrirle con proteine che aiutano la crescita del tessuto. Una volta che il processo è partito, teoricamente è possibile continuare a produrre carne all’infinito senza aggiungere nuove cellule da un organismo vivente.”
    (Wikipedia)

  12. Gaspar

    Questo scritto offre un numero invero eccezionale di spunti importanti che svariano dalla metafisica, alla filosofia, toccando atti, usanze meramente pragmatiche e perciò stesso svincolate da un seppur labile collegamento col mondo dello spirito. Credo che proprio nello svincolarsi da quest’ultimo, l’essere umano abbia perduto ogni rispetto verso le altre creature a lui similari. Questa mia posizione di primo acchito pare stridere decisamente con una porzione dello scritto. Infatti nel testo sono abbondantemente presenti riferimenti a modalità di pensiero indifferenti, se non propriamente ciniche, concernenti gli animali e il loro rapporto con gli uomini, di stampo sicuramente religioso o con pertinenze della metafisica. In verità, non è così: in primis non bisogna dimenticare che tutta quanta la storia presa in esame dal Sig. Livio fa parte a tutti gli effetti dell’Età Oscura, così, giocoforza, questa storia è lontana dalla Fonte, dalla natura divina umana, anche nei suoi aspetti sacri o presunti tali; in secundis non dimenticherei una pericolosa, ed a mio avviso incontestabile, commistione tra l’impasto sacro e quello che noi oggi chiamiamo satanismo, come alcune correnti gnostiche dei primi secoli dell’era volgare avevano intuito – leggere in special modo l’Apocrifo di Giovanni per conferme in merito-; inoltre, cosa maggiormente importante, la massima parte degli uomini, compresi anche alcuni cosiddetti maestri, vive, od crede di farlo, il sacro razionalmente, cioè attraverso il filtro della mente non purificata, sicché in realtà questi non sono meno lontani, anzi lo sono di più, della gran massa dalla vera natura compassionevole – ma non mollemente buonista – umana. Personalmente ho conosciuto nella mia vita non poche persone aventi ambizioni spirituali, eppure ferme ad una concezione solo cerebralistica delle materie sacre; il che equivale ad essere profani, completamente profani lo stesso. Ed è per tale ragione che nascono “fisime” teologiche, contraddizioni pseudo-metafisiche e “santi” che sono infernali.

    Più passa il tempo e più mi convinco che solamente chi possiede un intuito luminoso, un quid particolare, potrà accedere a frammenti di verità, gli altri possono pure dannarsi sui libri “sacri”, ma non caveranno un ragno dal buco, al massimo si scimuniranno.

    Ritrovare la verità, identificandoci con la parte più bella e allo stesso tempo completa e luminosa del creato. Ed è in quella verità ontologica che risiede la compassione per gli animali. Tutto il resto è vana filosofia.

    Un saluto

  13. Rita Remagnino

    Qualche tempo fa e in un altro contesto ricordo che Livio aveva lanciato una provocazione (che personalmente ho condiviso): invece di scarrozzare i ragazzi delle scuole superiori in gite scolastiche finalizzate al puro divertimento, perché non far loro “visitare” e conoscere di persona momenti attivi della vita civile, come ad esempio un pubblico macello? Non andrebbero più da McDonald’s.

    Al di là di qualsiasi speculazione teorica e/o metafisica, credo che la differenza tra noi e chi ci ha preceduto stia proprio qui. Un conto è trovarsi nel piatto l’hamburger o il petto di pollo, tutt’altra storia è uccidere con le proprie mani una mucca o una gallina. Quanti di noi sarebbero disposti a farlo? E il fatto di non averne il coraggio, o di essere dotati di un tasso di compassione ragionevolmente aumentato, non è già di per se un segnale del cambiamento in atto?

    Siamo “uomini e donne di confine”, le contraddizioni sono il nostro pane quotidiano e in ogni cosa dobbiamo trovare a fatica una “terza via”. Né uccisioni rituali né olocausti negli allevamenti sono presenti nel nostro futuro, ma probabilmente carne sintetica proveniente da cellule staminali muscolari. Zero spargimenti di sangue, in attesa che l’apparato digestivo umano si organizzi in modo differente e “il problema” venga superato.

  14. Gionata

    Non sono vegetariano, né lo sono mai stato. Vorrei trovare la forza di esserlo.

    Non posso che ringraziare di nuovo Livio Cadè per il modo eccelso in cui contestualizza tutto quanto scrive. Di capolavoro in capolavoro.

    Il parallelismo con il paradigma del dominio di classe inquadra perfettamente la questione. E il seguente passaggio trovo sia assolutamente illuminante:

    “Altri paradigmi sarebbero possibili. Ma i paradigmi dell’amore o della libertà, proprio perché rifiutano la logica del dominio, non potranno mai diventare ‘pensiero dominante’”.

    Mi piacerebbe altresì che l’autore spendesse qualche parola sulla possibilità di consumare carne sintetica in futuro. È un’ipotesi che -a pelle- mi provoca ribrezzo. Vorrei che questo ribrezzo mi arrivasse anche alla ragione. Non so se busso alla porta giusta.

    • Livio Cadè Staff

      Non mi sono mai posto la questione della carne in vitro. Mi chiedo a chi gioverebbe. Sicuramente porterebbe soldi in tasca a qualcuno ma non credo aiuterebbe la causa degli animali. Credo che eticamente sia una semplice rimozione.
      Chi ama mangiare la carne continuerà a mangiare carne ‘vera’. Non è semplicemente una questione di gusto ma di tradizione, di sedimenti culturali e affettivi e di retaggi ‘predatori’.
      Non penso perciò che porterebbe a una diminuzione di crudeltà nei confronti degli animali ‘da reddito’, ma solo a qualche speculazione commerciale in più.
      Personalmente, inoltre, ho un’istintiva repulsione per queste manipolazioni chimiche, per la scienza che tenta di surrogare la vita.
      Non è certo con la carne sintetica che orienteremo le coscienze verso la compassione.

  15. Checché se ne dica,l’uomo fa parte del Regno Animale come onnivoro(p.es. maiale,struzzo,corvo,piranha,orso bruno,cane ecc.),cioè ha la caretteristica di possedere un apparato digerente in grado di assumere sia cibo vegetale che animale.Dotato di intelligenza,può operare scelte etiche ed ecologiche ottimizzando il proprio stato di salute con una alimentazione vegetale.Quindi Dio,dopo aver creato la luce,il firmamento,le acque,la Terra,i pesci,gli animali ecc.ecc.crea l’uomo e al settimo giorno arriva la soddisfazione di Dio ammirando la comunione e la vita piena tra tutte le sue creature.Perché l’uomo governi sulla Creazione lo fa a sua”immagine maschio e femmina” cioè lo crea come gli animali con la polarità separata di” maschio” e” femmina”.Dunque lo mette quale”immagine” di Dio sulla Terra,Dunque anche la sua azione(dell’uomo)deve essere a sua volta”immagine”di Dio.C’è animalità nell’uomo nella condizione sessuata,nel sentire e comportarsi degli umani.L’uomo deve essere governatore nei confronti delle bestie,come deve esserlo verso la sua animalità interiore.Al contrario se obbedisce all’animalità che lo abita,non compie il mandato ricevuto da Dio:invece di governarli,li imita e finisce per essere immagine animale,non più di Dio.Da notare che in questa comunione tra umani e animali il cibo sia per l’uomo vegetale,perchè in origine non gli era permesso di mangiare esseri viventi.Dunque c’è animalità nell’uomo,nel serpente che seduce Adamo ed Eva,in Caino dove non riesce a umanizzare l’inumano che è in lui e sfocia in gelosia omicida.ecc.ecc.Di contro Gesù,vinta ogni tentazione in rapporto a se stesso e al mondo,”sta in compagnia di bestie selvagge e gli angeli lo servono”(cfr.Marco 1,13).Concludendo,l’uomo(umanità) finchè non recupera la sua vera immagine perduta alla caduta,non potrà dirsi governatore,pastore della Terra ma solo sfruttatore e dittatore,anche verso i suoi simili,con le conseguenze che vediamo anche oggi.Non dimentichiamo poi,che oggi gli animali non sono più una minaccia per l’umanità perchè non possono contrastare la nostra superiorità territoriale.Il paradosso è che l’uomo ha voluto sradicalizzarsi dalla natura e sfruttarla per conquistare la libertà,ma non riesce a usarla per realizzare se stesso.(sic)

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