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Noli me tangere – Livio Cadè

Noli me tangere – Livio Cadè

Uomini e donne, vecchi e bambini sembrano oggi ambulanti fardelli di carne da cui frotte di virus balzano tutt’intorno come pulci mordaci. Ogni prossimità ci spaventa. Con un bacio l’amante può uccidere l’amato. Se l’amico incontra l’amico, se ne resta lontano. Noli me tangere, par che gli dica.

Su tutti aleggia una tremenda parola: contagio. Con-tangere, essere tangenti a cose e persone, pare ormai un rischio mortale. La gente si barrica in una ipocondriaca solitudine, lontana da soffi e da calori umani, temendo un nemico indefinibile. Forse un leggendario animale, come il catopleba o il badalischio, dallo sguardo che pietrifica e l’alito che uccide; uno spettro sottile, un’entità prossima al nulla che penetra ogni cosa e luogo. Forse un demone incubo, cui potremmo sfuggire solo aprendo gli occhi.

Vedremmo allora che è inutile rispettare magiche distanze dagli altri, rendersi intangibili, moltiplicare obblighi e divieti. Tutto ciò non ci difende da un rischio costante e inevitabile: restar vittime di un auto-contagio. Perché se tutto ciò che mi è vicino minaccia di infettarmi, è chiaro che io sono per me il più grave pericolo, il primo, più diretto e temibile veicolo di contagio. Se oggi la Legge ubbidisse alla ragione, cosa ormai insperabile, prescriverebbe l’obbligo per ciascuno di star lontano da sé medesimo. Ma la gente non lo rispetterebbe. Continuerebbe ad ammalarsi e a darne la colpa ad altri, a un virus o alla sfortuna, senza capire che la vera causa è l’imprudente intimità con sé stessi.

Purtroppo la scienza moderna ha una visione paurosamente limitata dell’essere umano. La medicina soprattutto, con i suoi teoremi, ci spinge a credere che la malattia sia qualcosa che proviene dall’Altro, dal Non-Io, forze estranee alla nostra volontà. Per questo quando qualcuno si ammala lo commiseriamo, con tono via via più costernato secondo la gravità del male. Supponiamo invece che l’ammalarsi dipenda da un atto volontario. Allora non vi vedremmo un’infelice congiuntura ma un atto colpevole e insensato. Dovremmo addebitare al malato i danni da lui causati a sé stesso e alla comunità.

‘Ammalarsi’ è un verbo riflessivo, indica un’azione che il soggetto compie su di sé, come tormentarsi o illudersi. Implica quindi una responsabilità. In effetti, noi già crediamo che alcuni malanni derivino da comportamenti irresponsabili: il fumare, il bere o mangiare senza criterio e ora, in tempi di contagio, non rispettare norme e decreti. Tuttavia, la nostra mentalità ci porta a compatire il malato, a vedere in lui una vittima del destino. E in fondo è così, se solo capiamo che noi e il nostro destino siamo un’unica cosa, e che quindi ognuno è vittima di se stesso.

La responsabilità della malattia ci sfugge perché consideriamo solo le intenzioni e i comportamenti consapevoli, dimenticando che la nostra volontà può avere radici oscure e molto più profonde. Se il volto si arrossa per la vergogna o il cuore galoppa per un’emozione, la ragione è in noi prima che in qualche circostanza esterna. Eppure, quando l’uomo si ammala, la sua coscienza rifiuta ogni addebito e crede di trovarne le cause fuori di sé. È questa un’idea ingenua e superficiale, che non vede i nervi e il midollo della realtà sotto l’epidermide dei fatti.

 

Vi fu un lungo periodo, a partire dal secondo secolo della nostra era, in cui la Cina venne amministrata da una comunità religiosa di ispirazione taoista, chiamata Wu-tou mi-tao. Può sembrar paradossale che dei taoisti, inclini al rifiuto delle convenzioni sociali, abbiano messo mano alla società per riorganizzarla, abbandonando una vita ritirata e contemplativa per metter ordine nella vita pubblica. Probabilmente fu proprio il loro anti-conformismo che li portò ad attuare alcune innovazioni sorprendenti. Per esempio, conferirono alla donna la medesima dignità e i medesimi diritti dell’uomo, rompendo coi pregiudizi del vecchio ordine feudale e confuciano. Ma ancora più sconcertanti furono i provvedimenti presi nel campo della salute pubblica.

Secondo il fondatore di quella setta, il Maestro Celeste Chang Tao-ling – l’iconografia lo mostra mentre cavalca una tigre – la malattia nasce dal peccato, ossia da una cattiva pratica di vita, da una disordinata disposizione interiore. Per lui il malato non era quindi una vittima ma un colpevole. Non erano agenti esterni a farlo ammalare ma i suoi abiti fisici e mentali. Il peccato provocava la rottura dei sottili equilibri dell’anima e il male morale, ovvero la perdita dell’armonia interiore, si traduceva in male fisico. La diagnosi non dipendeva perciò da radiografie o esami del sangue, ma da un esame di coscienza e dalla confessione sincera delle proprie colpe.

La malattia non era un evento sfortunato ma la conseguenza di un allontanamento dalla Via e dalla Virtù. Forse la causa di questo traviamento era l’avidità, la paura o la collera. In ogni caso, la guarigione dipendeva dalla fede e da un pentimento sincero, una resipiscenza che riportava l’uomo in armonia col Cielo. A tale scopo il malato veniva ospitato in apposite prigioni, dette “case di riposo”, dove poteva meditare in solitudine, digiunare e, purificandosi, ritrovare l’equilibrio perduto.

I crimini veri e propri, quelli che noi definiremmo reati civili o penali, erano giudicati con maggior indulgenza. Venivano puniti solo se reiterati – serviva almeno una doppia recidiva – e la pena consisteva nello svolgere lavori utili per la comunità, come aggiustare le strade o raccogliere erbe medicinali. Erano abolite non solo le esecuzioni capitali ma anche le lunghe detenzioni, che i cinesi temevano più della morte. Essendo meno corrotti di noi, amavano la libertà più della vita.

L’uomo moderno, che crede di aver fatto da allora grandi progressi, vedrà in quei legislatori dei barbari superstiziosi. E in quella Cina una primitiva Erewhon, dove i malati son considerati alla stregua di criminali, processati e messi in galera, mentre i delinquenti vanno in ospedale. Attribuire al malato la responsabilità della sua malattia e sottoporlo a misure rieducative offende i nostri pregiudizi umanitari. E non possiamo certo ammettere che dei vecchi taoisti conoscessero meglio di noi la natura umana.

Bisognerebbe ricordare però che anche nella Bibbia la malattia rappresenta un castigo e un’espiazione. È il manifestarsi di una colpa morale o, come nel caso di Giobbe, una prova cui Dio sottopone l’uomo. Anche nei Vangeli la guarigione è spesso associata al perdono dei peccati e alla fede in Dio. Questo, molto più di certe moderne teorie, stabilisce un legame profondo tra la salute dell’anima e del corpo.

Ma la gente è oggi ossessionata da medici e medicine, e si affida alle macchine per sapere qualcosa di sé. È tanto preoccupata di organi e funzioni da dimenticare di avere un’anima. Non sa che ogni singolo atomo del suo corpo ubbidisce a questa immateriale entelechia. L’uomo moderno è così lontano dalla Realtà da pensare che la malattia e la morte siano nemici da combattere. Fugge, si nasconde o si azzuffa coi suo malanni, senza capire che lotta con sé stesso. E non vede che ammalarsi e morire son qualcosa che lui stesso ha reso necessario.

Io non dubito che quelle antiche pratiche depurative – preghiera, solitudine, digiuno – avrebbero ancor oggi effetti benefici. Certo più di assurdi protocolli medici, dell’ingoiar farmaci o far rattoppi chirurgici. Tuttavia, nella nostra era scientifica, sembra assurdo che per guarire si debba riflettere sulla propria vita nel silenzio di una cella, chiedendo perdono a Dio. La sclerosi di una mente troppo razionale inibisce l’intuizione del vero e la fiduciosa apertura del cuore. Inoltre, se dovessimo seguire la regola del Maestro Celeste, non basterebbero tutte le patrie galere a contenere la folla dei malati. Infatti, come diceva Huxley, la medicina ha fatto così tanti progressi che ormai più nessuno è sano.

Ma di quell’antico modello terapeutico potremmo conservare il succo, cioè il senso pedagogico della malattia: “pathemata mathemata“, i patimenti sono insegnamenti.  Così, ogni malattia porta con sé una lezione da imparare. Secondo de Musset “l’uomo è un apprendista, il dolore il suo maestro e nessuno conosce se stesso finché non ha sofferto“. La sofferenza non porta alla conoscenza di fatti o nozioni ma allo scandaglio della propria anima e alla saggezza del cuore. Ci si può piacevolmente istruire su una quantità di cose interessanti e utili, ma le cose essenziali si apprendono solo attraverso il dolore.

La sofferenza è la levatrice di un io profondo e razionalmente insondabile, in cui anima e destino si fondono. Perciò von Keyserling diceva che nulla ci accade che già non ci appartenga intimamente. Ma oggi tutto sembra svolgersi secondo leggi meccaniche, pesi e misure di natura puramente fisica. La medicina combatte con numeri e percentuali; la malattia e la morte sembrano frutto del caso o di una natura indifferente, senza cuore. Perciò la medicina oggi non guarisce più nessuno. Non sa nulla dei sottili processi, dei fili invisibili che avvolgono la vita.

Ammalarsi o morire non sono l’esito di una sfida tra atomi e molecole, ma l’espressione di una relazione tra l’uomo e il suo creatore. Qualunque sia la causa apparente, se anche, come a Eschilo, ci cadesse una tartaruga sulla testa o come Socrate dovessimo bere la cicuta, è perché ogni anima semina un destino e a tempo debito ne raccoglie i frutti. Per questo l’idea di un contagio sarebbe per il Maestro Celeste una totale assurdità. I peccati non passano da un’anima all’altra. Nessuno si ammala e muore perché un fantomatico virus l’ha infettato, ma ognuno si contagia da sé.

Per salvarci dovremo dunque rispettare una scrupolosa lontananza da noi stessi. Non però secondo le inutili misure stabilite dalla legge. Per sfuggire all’auto-contagio devo pormi a una distanza infinita da me stesso, come quella che mi separa dal mio riflesso in uno specchio, o che divide la veglia dal sogno. Questo incolmabile distacco mi rende intangibile e immune. Così, allontanandomi da me, posso riavvicinarmi agli altri senza paura. Il cuore, svuotandosi, richiama in sé il soffio e il calore del mondo. Son libero di baciare l’amante, di abbracciare l’amico. E sento ancora la vita che passa e mi contagia.

Livio Cadè

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Livio Cadè il 15 Novembre 2020

Commenti

  1. Ilaria

    La scienza ha dimostrato la fondatezza della visione unitaria di mente e corpo e ha spiegato come comunicano e come questa interazione influisca sullo stato di salute e malattia. Consiglio la lettura di Molecules of Emotion della dottoressa Pert, grande neuroscienziata americana.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile Ilaria, mi perdoni ma quando sento “la scienza ha dimostrato” resto sempre perplesso. Nel caso delle neuroscienze ancor di più.

      • Ilaria

        Quello che è stato dimostrato è l’esistenza di un sistema di comunicazione, alternativo ai segnali elettrochimici neuronali, che connette in un’unica rete coscienza, emozioni, organi e cellule immunitarie. All’interno di questo sistema ogni elemento invia segnali a tutti gli altri e questi segnali sono in grado di influenzarne il funzionamento. In particolare, per quanto riguarda la natura delle malattie, pensieri ed emozioni inducono il rilascio di molecole che sono lette dalle cellule immunitarie come segnali che ne modificano il comportamento in senso di facilitare, contrastare o anche indurre una patologia. In questo senso i risultati delle neuroscienze rendono plausibile un’origine autoctona delle malattie o almeno una forte influenza esercitata dallo stato generale dal soggetto sul loro eventuale sviluppo ed evoluzione. Mi sembra incredibile che queste scoperte non abbiano avuto alcun impatto sulla medicina ufficiale.

        • Lupo nella Notte

          >Mi sembra incredibile che queste scoperte non abbiano avuto alcun impatto sulla medicina ufficiale.

          A me per niente.

  2. Andrea Bresciani

    Complimenti i sui articoli sono sempre molto profondi ed interessanti

  3. Livio Cadè Staff

    “Un cuore lieto fa bene al corpo, uno spirito abbattuto inaridisce le ossa.” (Proverbi) Una letteratura millenaria rivela la conoscenza di nessi tra emozioni e salute, stati d’animo e malattie o la morte stessa. Non mi sembrava il caso di aspettare qualche psiconeurobioimmunologia per capirlo.
    Che poi il legame venga oggi dimostrato con metodologie ‘scientifiche’, individuando “neurorecettori” o “neurotrasmettitori” che veicolano le informazioni, creando un ponte tra la sfera degli affetti e la struttura somatica, a me sembra ancora un tentativo di ridurre il problema alle sue componenti fisico-chimiche, di trattare la mente, l’emozione, la coscienza, come meri epifenomeni di processi materiali.

    • Lupo nella Notte

      Sig. Cadè, se continua cosí mi vedrò costretto a denunciarla… per furto di parole direttamente dalla bocca, o in questo caso dalla tastiera… con l’aggravante, per giunta, della recidiva. 🙂

      • Livio Cadè Staff

        Non se la prenda, lasci perdere le vie legali. Si ricordi che “l’ira accorcia i giorni, le preoccupazioni anticipano la vecchiaia” (Sir 30, 22-24)

  4. rauch luca

    Allontanarsi da se stessi è immensamente più difficile che allontanarsi dagli altri..e dal momento che siamo nel mondo delle mezze verità…si è deciso di imprigionarci in casa ..e non in compagnia di buoni propositi ascetici ..ma di Satana in persona..anche se camuffato da computer o TV..o di cibi succulenti e bevande inebrianti..
    Ci hanno consegnato ai nostri vizi..e chi non ha il coltellaccio nascosto nella tonaca..sarà preda del Maligno..è indubbio..
    Ma il coltellaccio della discriminazione non è molto affilato..e la lotta si prospetta dura..figuriamoci chi ha le mani nude..
    Che dire..?
    Va bene la clausura come giusta penitenza alle intemperanze..ma almeno dovrebbero spiegarci meglio a cosa serve..e come fare a goderne i risultati..
    Conte ..a reti unificate..dovrebbe apparire e guidare i lavori penitenziali..
    Allontanatevi da voi stessi..razza di crapuloni scervellati..!
    La malattia è la giusta ricompensa alle vostre intemperanze..!
    E voi vecchi siete i più colpevoli..!
    Guardate come siete ridotti e ancora a volervi salvare la misera vita sperando in elisir miracolosi..!
    Ringraziate il cielo che vi ho imprigionati..vi ho allontanati dagli altri..e adesso allontanatevi anche da voi stessi..se non volete vanificare gli sforzi..!
    Ma tutto ciò non avverrà..e si prospetta un lauto banchetto per le legioni oscure affamate di carne fresca consegnate a domicilo da servitori zelanti ..
    Le mezze verità portano a risultati infausti..e la lontananza dagli altri senza cercare se stessi significa incontrare i propri demoni senza avere neppure la chiave per uscire fuori a rinfrescarci momentaneamente le idee..perché la mascherina è una stanza portatile con finestre chiuse..e per respirare..ormai..bisogna uscire dal vizio dell’ubbidienza..

  5. Nebel

    Ma quando doveste ammalarvi tutti che farete? Una aspirina e a letto a sfebbrare o intaserete i pronto soccorso e pretenderete di essere curati in ospedale come i cretini “psiconeurononimmuni”?

    • Livio Cadè Staff

      Ammalarsi di che? Posta così la domanda è un po’ generica.

    • upa

      Quando ci si ammala sono necessarie due medicine fondamentali..:
      La preghiera e il digiuno..
      Per preghiera possiamo intendere molte cose..ma tutte implicano l’abbandonarsi a quel Qualcosa di superiore che vive fuori o dentro di noi..a seconda della propria sensibilità..
      Per digiuno si intende nutrirsi con consapevolezza..dando al corpo ciò di cui ha bisogno.. il ché implica una certa osservazione interiore che sfugge a regole codificate..anche se certi protocolli alimentari possono aiutare chi non è avvezzo a certe attività..
      Chi non prega e neppure digiuna può andare in ospedale..sicuro di ricevere la cura migliore..
      Ognuno ha il suo medico..e nessuno dovrebbe costringere gli altri a cambiare religione con la forza..

    • Dafne

      Ma come mai, mi chiedo, discorsi tanto vuoti, strampalati e di basso livello non li rivolgete mai a fumatori incalliti, obesi e persone che preferiscono soffrire di ipertensione, diabete e tutta una serie di patologie croniche facilmente risolvibili con una sana ed attenta alimentazione unita ad un sano stile di vita generale?

      Secondo Lei dunque, io che da tempo immemore non usufruisco del medico di base e di alcuna struttura medico ospedaliera in quanto totalmente responsabile del mio benessere psicofisico e spirituale dovrei pagare la degenza a Lei e alle succitate categorie di persone quando vi ammalate?
      O devo pagare le cure ormonali per il cambio sesso ad uno che non accetta il corpo con cui è nato?
      E perché mai, di grazia?

      Piuttosto, voi che siete intelligenti fino alla commozione, avrete sicuramente trovato normale che durante la quarantena (volgarmente nota come lockdown) si lascino aperte le tabaccherie e le edicole, giusto?

      Perché togliere la spazzatura mentale e fisica quotidiana al cittadino medio in fondo?

      Ritrovi un minimo di buonsenso prima di tornare a postare sciocchezze, grazie.

  6. Livio Cadè Staff

    Egregio signor Nebel, so benissimo, per esperienza diretta, cosa significa ammalarsi e soffrire, e da che sono al mondo ho visto molte persone care morire. Quello che penso della malattia e della morte non l’ho imparato sui libri.

  7. nachtigall

    Parole bellissime, grazie.

  8. mahleriane

    Caro Livio, anche Hildegard di Bingen afferma che l’origine della malattia è metafisica: “Se infatti l’uomo fosse restato nel paradiso, non avrebbe avuto nel suo corpo il flegma -da cui derivano molti mali- e la sua carne sarebbe stata integra e priva del livido muco. Ma poiché accettò il male e rifiutò il bene, fu reso simile alla terra, che genera erbe buone e utili ed erbe cattive e inutili, e che ha in sé umidità e succhi, sia buoni sia cattivi (…) Tutto questo si originò da quel primo male, commesso al principio dall’uomo”. Un pensiero che ai nostri giorni appare eretico, ma che è invero antichissimo…

  9. Gaspar

    Sig. Livio, forse Lei crederà in una esagerazione da parte mia, ma io la ritengo uno dei migliori pensatori degli ultimi secoli insieme ad un altro pittore di realtà metastoriche e metafisiche, nonché proprie di quest’epoca, operante sul web, il cui nome è Antonio Marcianò (non so se lo conosce). Voi due e pochi altri possedete il dono, certamente più che raro, della c.d. sinderesi. Avete le capacità per penetrare in dentro ai più oscuri enigmi e/od inganni di questa disgraziata epoca, districarli, per quanto è possibile, accomunandoli mediante il disvelamento dei fili impercettibili che li legano – fili che sfuggono ai più, comprese “le grandi menti” massimamente osannate e maledettamente grette dei vari, tanto per citarne alcuni, personaggi plastificati come un Eco, un Sartre, il Popper e paccottiglia affine, e financo intellettualoidi pseudoalternativi alla Chomsky -; creando un quadro la cui visione d’insieme è veramente lungimirante, illuminante e soprattutto veritiera.

    Spesso scrive ciò che penso, i Suoi pensieri sono quasi sempre anche i miei con la differenza che il sottoscritto si ritiene assai più duro ed intollerante nei riguardi di tutta quella genia di modernisti spinti: scientisti, progressisti, negristi, femministe, omosessualisti, e chi più ne ha (purtroppo) più ne metta.

    Grazie!

    • Livio Cadè Staff

      La ringrazio della stima ma in effetti noto una certa esagerazione…
      Invece su Eco, Sartre, Popper e compagnia, sono d’accordo con Lei.

      • Gaspar

        Beh, forse ho un po’ esagerato 🙂 ma Lei non si sminuisca.

        Certo, posso sbagliarmi: in passato ho frequentato non poche persone diciamo pure alternative che parevano illuminate. Quasi sempre erano dei vanesi, ogni tanto qualcuno fededegno e sul mio cammino pure qualche pecora, immersa in una notte nerissima, travestita da intrepido lupo solo sopra il web.

        Delusioni ne ho ricevute tante, segno che non sempre il mio intuito mi ha sorretto, nondimeno Lei da quel che scrive non può essere come i tizi sopraelencati. Troppa saggezza e furore spirituale si legge sia nei Suoi scritti sia nei vari commenti che lascia in risposta ai lettori.

        Continui così.

  10. Francesco Colucci

    Grazie Livio per un altro straordinario articolo e per le verità profonde di cui ti fai portavoce. Posso assicurarti, per esperienza personale che esistono ancora medici olistici, siano essi omeopati, naturopati, agopuntori, o tutti coloro che curano con le cosidette tanto vituperate “medicine alternative”, che hanno ancora ben saldo nella propria arte il principio dell’unità inscindibile tra corpo e anima. Sono oramai anni che mi rivolgo ad essi per curare i miei piccoli o grandi problemi di salute. In loro trovo l’attenzione, l’ascolto, la comprensione e la compassione, in senso buddhista, che la medicina ufficiale ha totalmente smarrito, o che forse non ha mai nepppure avuto. Ma anche il migliore e il più efficace dei rimedi non può nulla se, appunto, non si coltiva la via del distacco interiore dal proprio ego. Grazie ancora per le bellissime parole.

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