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Le streghe di Benevento – Luigi Angelino

Le streghe di Benevento – Luigi Angelino

Non è necessario compiere voli pindarici per raggiungere enigmatici luoghi dell’Europa centrale o addirittura arrivare dall’altra parte dell’oceano, a Salem, per analizzare il fenomeno della stregoneria o presunta tale. In Italia vi sono numerose leggende legate al folklore popolare sul tema, di cui quella delle “streghe di Benevento” è sicuramente una delle più misteriose ed affascinanti. Prima di parlarne, allo scopo di comprendere meglio il contesto di riferimento, è opportuno inquadrare brevemente l’evoluzione storica del territorio. Come è noto la città di Benevento, uno dei capoluoghi di provincia della Campania, conserva un invidiabile patrimonio artistico e culturale, a causa delle varie dominazioni che si sono avvicendate nella sua storia millenaria. La città, chiamata inizialmente Maolenton dalle popolazioni osco-sannitiche autocone, fu denominata dai Romani prima Maleventum e poi Beneventum. La fondazione della città è legata ad una leggenda mitologica. L’eroe greco Diomede, sbarcato in Italia, dopo la distruzione di Troia, avrebbe portato nella zona sannitica una zanna del famoso Cinghiale Calidonio, ucciso dallo zio Meleagro. Non a caso questo cimelio è ancora oggi il simbolo di Benevento. Nella storiografia celebrativa di Procopio di Cesarea, la città avrebbe perfino ospitato l’incontro tra Diomede ed Enea. Gli studiosi moderni ritengono che, in realtà, sia stata fondata da tribù osche e sannitiche che abitavano l’area appenninica dell’Italia centro-meridionale fin dall’età del neolitico(1). Ad avvalorare questa ipotesi, si è aggiunta la moderna glottologia che ha stabilito, con ragionevole certezza, che la radice Mal del nome originario della città, non sia di origine indoeuropea, ma risalga appunto alle lingue parlate dalle popolazioni locali, prima della migrazione ariana. Nel territorio di Benevento, i Romani nel 275 a.C. riportarono l’importante vittoria contro Pirro, il re dell’Epiro, mutandone il nome, alcuni anni dopo, in Beneventum (Maleventum veniva consierato di cattivo augurio). Nell’86 a.C. la città raggiunse il rango di Municipium e fu descritta dai suoi contemporanei come una delle più floride dell’Italia meridionale, arricchendosi di preziosi monumenti in età imperiale, tra cui spicca l’arco di Traiano, uno degli archi di trionfo meglio conservati dell’antichità. Benevento fu favorita soprattutto dalla propria posizione strategica nel campo commerciale e militare, trovandosi al centro di una delle più importanti arterie di comunicazione, la via Appia (2).

Alla fine del IV secolo, la città sannitica fu funestata da un tremendo terremoto, in epoca peraltro concomitante all’inesorabile declino dell’impero romano d’occidente. Fu poi occupata dai Visigoti per un breve periodo e poi dai Vandali, per diventare nel sesto secolo terra di contesa tra Goti e Bizantini. Benevento riuscì a rifiorire con i Longobardi che ne fecero la capitale di un prospero ducato che conservò la propria indipendenza per più di tre secoli, resistendo perfino all’espansione dell’impero carolingio. Tra l’alto Medioevo ed i primi secoli dell’età moderna, Benevento entrò nell’orbita politica dello stato pontificio, pur trovandosi geograficamente nel territorio del Regno di Napoli. La città-stato di Benevento si presentava, pertanto, come un’enclave papale situata in un altra zona d’influenza e, grazie a questo particolare status, la sua cittadinanza riuscì a mantenere una certa autonomia (3). Emblematico fu il caso rappresentato nel 1688 dal cardinale arcivescovo Orsini, che diventerà papa Benedetto XIII. Egli uscì indenne dalle rovine del suo palazzo, dopo un disastroso terremoto e, in seguito, fece ricostruire la città ancora più fiorente di prima. Quando nel 1702 un altro devastante terremoto si abbattè su quella zona, indomito diede impulso ad una nuova ricostruzione della città, guadagnandosi il titolo di Alter Conditor Urbis (nuovo fondatore della città). Con l’arrivo di Napoleone, Benevento diventò capitale di un effimero principato retto da Talleyrand e poi restituita alla Chiesa con la Restaurazione del Congresso di Vienna del 1814. Nel 1860 fu conquistata dai Garibaldini guidati da Salvatore Rampone ed annessa l’anno successivo al nuovo Regno d’Italia.

Tra i luoghi più suggestivi del capoluogo sannitico, vi è sicuramente la chiesa di Santa Sofia, risalente al 760 nel pieno del periodo longobardo. Si tratta di un luogo di culto di modeste dimensioni, racchiuso in una circonferenza dal diametro di circa 24 metri. La chiesa di Santa Sofia presenta una particolarissima pianta stellare ed una disposizione poco consueta dei pilastri e delle colonne. Dopo che fu distrutta dal terremoto del 1688, fu restaurata seguendo i canoni dell’architettura barocca e riportata allo stile originario solo con i lavori della metà del secolo scorso. Alla chiesa è annesso un monastero che in epoca longobarda fu un fiorente centro di cultura, attualmente sede del Museo del Sannio. Dall’anno 2011 la chiesa di Santa Sofia è entrata a far parte dei monumenti protetti dall’UNESCO, nell’ambito di un progetto denominato Longobardi in Italia: i luoghi del potere. Anche il Duomo, la cattedrale di Sancta Maria de Episcopio, fu eretto in epoca longobarda e precisamente nell’anno 780, anche su fu ampliato nel dodicesimo secolo. La facciata, infatti, risente del tipico stile romanico pisano, formato da tre portali, sormontati da un ordine di arcate e da una loggia. Il già citato arco di Traiano è forse il simbolo più significativo della città, eretto tra il 114 ed il 117 per ricordare le grandi gesta dell’imperatore Traiano. Da notare che l’Arco, in epoca medioevale, fu inserito nelle cinta murarie della città, rappresentamdone l’ingresso principale, la cosiddetta Porta Aurea. Altra grande testimonianza del periodo romano è il Teatro, inaugurato nel 126 al tempo di Adriano, ma ampliato all’inizio del secolo successivo sotto il dominio di Caracalla. Edificato in opus latericium, rievoca la struttura del Teatro Marcello a Roma ed indica inequivocabilmente il cambio di tendenza per il gusto architettonico di matrice ellenica sotto l’imperatore-filosofo Adriano (4). La città di Benevento è particolarmente legata alla leggenda delle streghe. Quante volte nel linguaggio comune abbiamo sentito nominare le streghe di Benevento? Cerchiamo di fare chiarezza sull’origine di questa tradizione che rende la città sannita uno dei luoghi più misteriosi dell’Italia meridionale. E’ d’obbligo una brevissima premessa sullo stesso concetto di “stregoneria” e, quindi, di “strega”. I primi veri e propri processi istituzionalizzati a carico delle “streghe” sono attestati nei primi anni del quindicesimo secolo. La canonizzazione del “turpe reato” di stregoneria fu, tuttavia, sancito con la pubblicazione del famoso testo Malleus Maleficarum nel 1486 ad opera dei frati domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger (5). Il testo segnò la nascita ufficiale dell’Inquisizione della Chiesa Cattolica che, tra il 1500 ed il 1600, portò alla condanna di migliaia di persone. Alcuni storici parlano di 12.000 condanne certe, ma il numero potrebbe essere molto più alto, in considerazione del fatto che molti documenti dell’epoca sono andati perduti. La cosiddetta caccia alle streghe fu strumentalizzata anche per motivi politici, raggiungendo l’apice nell’Europa centrale, in Francia e perfino nel Nuovo Mondo (si ricordi a tal proposito l’episodio delle streghe di Salem) (6). L’analisi del fenomeno dell’Inquisizione richiede una sintesi specifica e, pertanto, tornando al tema trattato, si può dire che nell’Italia meridionale i tribunali comminarono pene meno severe e meno diffuse alle persone sospettate di stregoneria. E’ in tale contesto, comunque, che nacquero i racconti e le terminologie legate alle donne che praticavano, secondo la dicerìa popolare, le arti magiche, come appunto le “streghe di Benevento”.

Ancora oggi nel Sannio ed in gran parte dell’Italia meridionale, si sente parlare delle janare. Il termine potrebbe essere l’usura fonetica di danare, ovvero le sacerdotesse di Diana, o anche derivante dal termine latino ianua, porta. Nell’antichità le sacerdotesse di Diana erano solite praticare i propri rituali alla luce della Luna, scegliendo molto spesso un grande albero come punto di riferimento. Secondo le antiche leggende, le janare soltanto in apparenza sarebbero donne comuni, ma avrebbero stipulato un patto con il maligno al quale avrebbero consacrato la propria esistenza. Di giorno avrebbero sembianze comuni, mentre la notte si trasformerebbero in entità mostruose, con rughe ed occhi demoniaci. Benevento, ed in particolare un suo maestoso albero di noce, sarebbe la meta più ambita delle streghe di tutta Europa. Di notte, protette dal noce, compirebbero i rituali di un arcano sabba, viaggiando da luoghi lontani con metodi magici. Tra le azioni più nefaste compiute dalle “streghe di Benevento” vi sarebbe quella di insinuarsi nel buco della serratura di una porta di una sventurata famiglia che, per evitare l’ingresso delle streghe, può solo usare lo stratagemma di lasciare una scopa a saggina sull’uscio della casa. In questo modo la strega è costretta a contare tutte le saggine e, arrivando l’alba prima che possa terminare il difficile computo, è costretta a scappare. Questa fantastica narrazione rende chiaro il legame delle janare con la porta (ianua). Se le streghe riescono ad entrare nelle case, secondo la credenza popolare, sfogano il loro odio soprattutto sui bambini e sui giovani uomini, saltando sul loro petto e rendendo difficile la respirazione (7).

Uno dei primi riferimenti storici alle streghe di Benevento, lo fornisce san Bernardino da Siena, uno dei più grandi persecutori della stregoneria. Egli racconta in un suo scritto che nel 1427, recandosi a Roma aveva appreso: “Elli fu a Roma uno famiglio d’uno cardinale, el quale andando a Benivento di notte, vide in sur una aia ballare molta gente, donne, fanciulli e giovani; e così mirando, elli ebbe grande paura” (8). Al folle Bernardino da Siena, allora santificato, mentre oggi probabilmente sarebbe stato destinato al “trattamento sanitario obbligatorio”, si deve la stessa scelta del termine “strega” per designare le donne accusate di praticare malefici e di adorare il maligno. Il termine deriva da “strix”, un mitologico uccello notturno, immaginato con il seno simile ad una donna, ma colmo di veleno per uccidere i bambini e succhiarne il sangue, Si tratterebbe, pertanto, di una via di mezzo tra un’arpia ed un vampiro, anche se oggi il termine strix serve ad indicare il nome scientifico della famiglia degli allocchi, voraci rapaci che popolano la notte. Al di là dei racconti popolari, la leggenda delle streghe di Benevento ha una successiva attestazione storica nel processo a Matteuccia da Todi nel 1428 (9). La donna fu accusata per essere di pessima condizione, vita e fama, pubblica incantatrice, fattucchiera, maliarda e strega, così come riportato nei resoconti dell’epoca. Matteuccia era diventata un personaggio molto noto, soprattutto tra gli alti ranghi della nobiltà e della borghesia, in quanto considerata abile guaritrice dei mali del corpo e dell’anima. Si diceva, infatti, che conoscesse i segreti delle erbe e che riuscisse anche a liberare i posseduti dagli spiriti maligni. Durante il processo, Matteuccia ammise di aver adoperato anche sangue di neonati e le si attribuirono ben cinque omicidi. Tra le formule che pronunciava la strega Matteuccia, vi sarebbe stata la seguente: Unguento, Unguento mandame alla Noce de Beniviento supra aqua e supra viento et supra ad omne maltempo. Sembrava quasi che Matteuccia volasse dalla sua città Todi, in Umbria, fino al noce di Benevento dove celebrava il sabba con le altre streghe. La sudetta formula apparì curiosamente sulle labbra anche di altre donne processate ed, in particolare, di una certa Mariana di Perugia con alcune varianti: Unguento, menace a la noce de Menavento sopra l’aqua et sopra la vento. Durante il sedicesimo secolo, dopo atroci torture anche Bellezza Orsini e Faustina Orsi, accusate di stregoneria, fecero riferimento al noce di Benevento nelle rispettive deliranti confessioni (10). Ormai la Chiesa stava mostrando il suo volto peggiore, sconfessando perfino i suoi più illustri teologi e filosofi, come Sant’Agostino, che consideravano la stregoneria soltanto una superstizione. C’è da chiedersi, a questo punto, se questa frase così ricorrente tra le donne che praticavano le arti magiche non fosse il risultato, a sua volta, di una fama che la città di Benevento si era guadagnata per altri motivi e che il riferimento al “noce” come luogo rituale non fosse altro che una sorta di codice comunicativo.

A tale proposito, è necessario precisare che i Longobardi, pur convertendosi in apparenza al Cristianesimo, continuarono a praticare culti pagani, in particolare legati ad Iside, la grande divinità egizia, divenuta quasi “universale” durante il periodo ellenistico. I Longobardi portarono con sé anche il culto per alcune divinità nordiche, come Odino, che essi veneravano sotto un grande noce, nei pressi del fiume Sabato. Trattandosi di un popolo guerriero, essi erano soliti appendere pelli di montone all’albero, rendendoli bersagli di lance e frecce, mentre cavalcavano al contrario. Ai riti assistevano anche le loro donne che, con grida veementi, incitavano i rispettivi uomini a centrare il bersaglio. Molto spesso questi rituali finivano con il concludersi con orge di tipo dionisiaco. Gli alberi, peraltro, erano considerati portali magici per comunicare con le divinità, così come i corsi d’acqua. E proprio sulle rive del fiume Sabato, che allora scorreva molto più abbondante d’acqua, le donne raccoglievano non solo erbe medicinali, ma anche alcune specie con proprietà allucinogene. Sempre in epoca longobarda è attestasta la testimonianza del vescovo Barbato (Vita Barbati episcopi Beneventani) che si sarebbe adoperato per far abbattere un albero maledetto, nefanda arbor, probabilmente uno dei luoghi dove si praticava il culto di Iside o di altre divinità pagane (11). Quando, a partire dalla metà del XVII secolo, si cominciò a comprendere la non attendibilità delle confessioni estorte sotto tortura, si cominciò a dare una spiegazione razionale alla leggenda delle streghe di Benevento. In epoca illuminista, l’unguento nominato dalle donne condannate, come strumento per volare al grande sabba sotto il noce di Benevento, fu considerato una probabile sostanza allucinogena. Alcuni pensatori, come Ludovico Antonio Muratori (12), adombrarono l’ipotesi che si trattasse di donne malate dal punto di vista psichico. Non bisogna dare neanche troppo credito alle soluzioni proposte nel periodo illuminista, perchè troppo spesso sbrigative ed intrise di pregiudizio nei confronti di ogni fenomeno non spiegabile con le conoscenze del tempo. Si stima, inoltre, che presso gli archivi di Benevento ci fossero presenti circa 200 verbali riguardanti processi per stregoneria, in gran parte distrutti nel 1860 per non alimentare i sentimenti anticlericali dilaganti nel neonato stato unitario italiano, mentre un’altra parte andò perduta sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Nel mondo agreste e contadino del beneventano ed in misura minore nel casertano, si diffuse la seguente cantilena, abbastanza simile nel contenuto all’espressione attribuita a Matteuccia da Todi: ‘nguento ‘nguento, manname a lu nocio e Beneviente, sotto ll’acqua e sotto ‘o vient, sotto a ogne maletiempo. Secondo quest’ulteriore variante popolare, le famiglie potevano proteggersi anche mettendo un pacco di sale fuori dalle porte, i cui granelli erano in grado di creare grandi problemi di conteggio alle streghe, costrette a fuggire all’arrivo della luce dell’alba, loro acerrima nemica. Inoltre le janare avrebbero avuto l’abitudine di intrufolarsi nelle stalle per rubare una giumenta, lasciando poi una treccina alla criniera dell’animale rapito, come segno della loro presenza. Nel beneventano, oltre alle janare, l’immaginario popolare creò altre due figure: le Zoccolare e la Manolonga. Le prime erano streghe che correvano nei vicoli, rumoreggiando con i propri zoccoli ed attaccando i passanti alle spalle. Si credeva, in particolare, che questo tipo di strega infestasse il Triggio, la zona del teatro romano: probabilmente la sua immagine deriva dal mito di Ecate (13) che indossava un solo sandalo ed era appunto venerata nei Trivii. La seconda figura, invece, trae origine da una certa Maria la longa che sarebbe morta, dopo essere precipitata in un pozzo, divertendosi a tirare giù i malcapitati che vi si affacciavano, affinchè condividessero la sua triste sorte. Questa strega non è altro che l’incarnazione della paura del vuoto e dell’angoscia popolare di evitare di sprofondare verso gli inferi. Sul luogo preciso dove potesse essere situato il misterioso noce, vi sono molte congetture, ma nessuna certezza. Il fiume Sabato forma una serie di anse, soprattutto in prossimità dello stretto di Barba, dove ci sono grandi radure con imponenti alberi, anche di noce, dove si accampavano i guerrieri longobardi per motivi militari e per compiere i propri riti. La location ha un fascino alquanto sinistro, presentando un’alta rupe prima che il fiume vada ad incunearsi nello stretto. Lo scrittore Carlo Napolitano, nel libro Il triangolo stregato-Il mistero del noce di Benevento (14), individua la probabile zona dei rituali pagani delle janare, all’interno di un triangolo costituito da tre vertici sacri: la Cappella della Madonna della Pietà, la Chiesa di San Bernardino e la Cappella di Maria santissima di Montevergine, proprio in prossimità dello stretto del Barba. Liberandoci da ogni forma di superstizione non sana, rimane l’innegabile fascino del richiamo della natura sull’inconscio di ognuno di noi che, come un ponte che unisce il passato al presente, rievoca antiche forma di culto e nuove forme di crescita spirituale per il futuro. Sotto questo profilo, alcune immagini propiziatorie, come ballare sotto la luna in una chiara sera d’autunno, non ci appaiono affatto oscure o demoniache, ma liberatorie e benauguranti. Ed anche in questo siamo d’accordo con la lungimirante, ottimistica ed illuminata cultura romana che trasformò Maleventum in Beneventum.

Note:

1 – Cfr. Gianandrea de Antonellis, Storia di Benevento, Ed. Realtà Sannita, Benevento 2008;
2 – Cfr. Elio Galasso, Saggi di storia beneventana, Benevento 1963;
3 – Cfr. Francesco Romano, Benevento tra mito e realtà, Editore Filo Rosso, Benevento, 1981;
4 – L’imperatore Adriano favorì l’imitazione delle forme dell’arte ellenica, rendendo più vario il tradizionale stile sobrio ed austero romano;
5 – Il Malleus Maleficarum fu redatto quando la Chiesa iniziò a vedere nella stregoneria una forma di satanismo, a seguito della bolla emanata nel1484 da parte di papa Innocenzo VIII;
6 – Salem è il nome di una città del Massachuttes, negli Stati Uniti, resa famosa dal processo alle streghe celebrato nel 1692, quando in Europa la caccia alle streghe si stava ormai spegnendo;
7 – Cfr. Alberto Abbuonandi, Le streghe di Benevento, Edizione C.EDI.M., Milano 1988;
8 – Bernardino da Siena apparteneva all’ordine francescano dei frati minori e fu proclamato santo dal papa umanista della Lunigiana Niccolò V, nel 1450 appena sei anni dopo la sua morte;
9 – Matteuccia da Todi fu in realtà una monaca cristiana, conosciuta come la strega di Ripabianca, dal nome del villaggio vicino Todi dove viveva;
10 – Cfr. Antonio Oliva, Le streghe di Benevento, Caravaggio editore, Vasto (Chieti) 2014;
11 – Al vescovo Barbato, alla fine del VII secolo, si attribuisce la conversione di Romualdo I, duca dei Longobardi. In realtà, la conversione del nobile e, di conseguenza, del popolo fu solo di facciata e per convenienza;
12 – Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), pur essendo un presbitero, fu uno storico e pensatore moderno, figlio dell’ormai dilagante movimento illuminista;
13 – Ecate, conosciuta anche con il nome di Zea, ha un’origine pre-indoeuropea, confluita poi nella mitologia greca e romana. Secondo la leggenda, la dea regnava sui demoni malvagi, sulla luna, sui morti e su coloro che praticavano la necromanzia;
14 – Cfr. Carlo Napolitano, Il triangolo stregato. Il mistero del noce di Benevento, CSA editrice, Castellana Grotte (Bari), 2012.

Luigi Angelino

 

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Categorie: Stregoneria

Pubblicato da Ereticamente il 19 Novembre 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Nebel

    Un articolo davvero interessantissimo, complimenti.

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