Hara-kiri – Livio Cadè

Hara-kiri – Livio Cadè

Nel Giappone medievale un onesto funzionario poteva ricevere lo sgradito ordine di far hara-kiri, di procedere cioè a un suicidio rituale. Non gli era concesso discutere le motivazioni di tale comando, né invocare un processo, un avvocato, un giudice. Semplicemente doveva ubbidire al daimyō, il signore feudale che così aveva deciso. Forse quel funzionario era d’intralcio a qualche progetto, forse era inviso alla concubina del signore. Questo non aveva alcuna importanza. L’ordine era inoppugnabile. Se lo sfortunato si fosse rifiutato di eseguirlo sarebbe stato ucciso comunque.

Quando a ricevere quell’intimazione era un samurai, era sua cura morire con decoro e dignità. Senza lamentarsene o recriminare, prima di darsi la morte avrebbe forse vergato pochi versi di commiato dalla vita, ricordandone la caducità o la fragile bellezza. Nuvole che tranquillamente si sfaldano tra le dita del vento o un volo di uccelli che si allontana nella brezza della sera, frammenti di un ultimo stupore. Qualche funzionario meno impavido poteva tentare di sottrarsi al suo destino, tentando un’impossibile fuga. In tal modo non faceva che compromettere il proprio onore, senza poter salvare né la propria vita né le proprie sostanze, che venivano confiscate e incamerate da altri.

Credo che in modo analogo la nostra civiltà abbia ricevuto un’ingiunzione di suicidio e sia costretta ad obbedirvi. Ma il rito si svolgerà secondo una prassi affatto sui generis, il che rende non del tutto calzante l’analogia con l’antica usanza giapponese. Infatti, a parte alcune congetture più o meno verosimili, non sappiamo bene da chi venga l’ordine. Di sicuro non l’hanno deciso politici ridotti a maggiordomi, burattini vicino ai quali Re Ubù e capitan Mondezza sembrerebbero insigni statisti. I veri mandanti, moderni signori feudali, preferiscono agire nell’ombra, o mostrarsi come esseri miti, filantropi al servizio dell’umanità. Così, scendendo i gradini di una piramide, l’ordine è giunto a dei messi che l’hanno notificato, come una volta si leggevano i bandi sulla pubblica piazza. Alcuni burocrati hanno semplicemente dato al comando del daimyō una parvenza di legalità, l’hanno protocollato e trasmesso alla popolazione.

Tuttavia, secondo la tipica ipocrisia del nostro tempo, lo hanno agghindato di eufemismi e falsità. Non troveremo, tra le pieghe di articoli, commi, ordinanze e raccomandazioni, la schietta e cruda imposizione di un hara-kiri. In nessun punto veniamo obbligati formalmente a morire, anzi l’ordine è redatto in modo che sembri pieno di scrupolose sollecitudini verso di noi. Contiene così un lungo elenco di disposizioni rituali cui, ufficialmente, bisogna attenersi per proteggere la propria salute, mentre in realtà indicano come adempiere un irrevocabile suicidio. E se non ci atterremo spontaneamente alla procedura stabilita, verremo costretti con la forza. Questo sarebbe chiaro a ogni essere pensante, se solo la macchina decervellatrice del sistema non lavorasse 24 ore al giorno, senza fermarsi mai. Sottoposti a una costante manipolazione cerebrale, i più non l’hanno capito.

Infatti, se un essere ormai decervellato si limita alla loro interpretazione letterale, le misure prese gli sembrano giustificate da ponderate precauzioni sanitarie. Chi invece non è ancora caduto nell’imbuto tritacervelli dei media di regime, coglie il tenebroso cupio dissolvi di tutti quei divieti e comandi, il vortice di morte con cui risucchiano le forze vitali e morali della società. Se questo consesso di zelanti crocerossine ci tenesse veramente alla salute della gente, prenderebbe provvedimenti d’altro genere. Invece di atterrire la gente con iperboli surreali a proposito di virus e contagi, si preoccuperebbe di piaghe ben più gravi e reali. Per esempio del fumo, che provoca nel mondo ecatombi silenziose ma immani e incessanti. Allora, come proibisce alla gente di andare a teatro, a scuola, o di incontrarsi con gli amici, potrebbe proibirle di fumare. Non dico che sarebbe giusto o che servirebbe a qualcosa. Solo sarebbe coerente con quest’improvviso anelito dei governi di salvar vite, di bandire crociate sanitarie.

Del resto, niente di ciò che ultimamente si fa o si dice in Occidente somiglia a un discorso sensato. È un teatro dell’assurdo, e vi si recitano ogni giorno scene paradossali. Si capisce dunque perché alcuni ‘animali razionali’ chiedano spiegazioni e cerchino, senza trovarla, una logica in un tal mare di contraddizioni. Potrebbero pensare che sugli scranni del comando siedano il Cappellaio Matto, la lepre marzolina, Humpty Dumpty e altri amanti del non sense; o degli scienziati folli che vogliono debellare il virus dell’influenza facendo morir di fame la popolazione; o governanti mossi da una così profonda e radicale pietà per lo 0,1% delle persone da dimenticare l’esistenza del rimanente 99,9%.

Mi pare che a a un esame obiettivo queste ipotesi non reggano. In realtà, se le misure adottate sembrano assurde è solo perché non ne vediamo le reali premesse. Basterebbe capire che tali disposizioni pudicamente dissimulano un ordine di hara-kiri; allora apparirebbero perfettamente razionali. E vedremmo di colpo la meschina falsità, la viltà di chi ha emesso una sentenza di morte formulandola con tanta untuosa e gesuitica affettazione, aggiungendo al danno la beffa, l’umiliazione di esser presi in giro. Ci viene negata anche quella consapevolezza dignitosa che almeno il tradizionale seppuku concedeva. La prassi suicida cui dobbiamo sottometterci non contempla codici etici o d’onore; è nascosta dietro finzioni melliflue, prescrizioni in cui la violenza si maschera di buone intenzioni.

Alcuni, avendolo capito, si ostinano a contestare tali misure, le loro motivazioni, i loro metodi. Ma non possono certo attendersi che il Potere ammetta d’agire in malafede. Anzi, di fronte alle obiezioni si difenderà con sempre maggior violenza, spingendo al massimo i motori delle sue macchine decervellatrici.  “Superior stabat lupus, longeque inferior agnus” – l’agnello può ben dire al lupo che i suoi argomenti sono fittizi, che abbeverandosi a valle non può contaminare l’acqua che sta a monte. Allo stesso modo, noi possiamo opporre alle insensatezze di questo regime ogni genere di confutazione ovvia e intelligente. Tutta la scienza e la logica del mondo non faranno recedere il lupo dai suoi propositi voraci.

Come si consumerà questo rituale suicidio è difficile a dirsi. Nel classico hara-kiri il malcapitato si dava una morte rapida, per quanto atroce. Con una lama affilatissima si squarciava il ventre. Alcuni, prima di morire, avevano la forza di osservare gli intestini uscire dalla loro sede naturale. Era l’ultima occasione per avere in questa vita un’illuminazione – un satori, secondo la terminologia buddhista. Il repentino e brutale distacco dalle proprie viscere poteva mostrare un’altra interiorità, rivelare quell’io trascendente che emergeva mentre l’io empirico svaniva. Lo squarcio aperto nel corpo diventava una finestra attraverso cui vedere, oltre sé stessi, l’infinito.

Questo non succederà alla nostra società, condannata a spegnersi miseramente, a goccia a goccia. Qualche daimyō ignoto e lontano ha deciso che debba darsi la morte seguendo assurde regole di prudenza, rispettando aberranti norme sanitarie. La lama dovrà entrare in noi pian piano, provocare dapprima emorragie circoscritte e poi sempre più estese, fino a dissanguarci interamente. Ci potremmo chiedere a che punto siamo di questo penoso hara-kiri. A me sembra di scorgere già parte delle viscere messe a nudo. Ma quanto dovrà durare il supplizio? Quando qualcuno era costretto a fare seppuku, un assistente lo aiutava a morire più in fretta, abbreviava le sue sofferenze spiccandogli il capo con un ben assestato colpo di katana, la spada del samurai. Ma dubito che qualcuno ci userà questa gentilezza.

Quindi, potrebbero volerci mesi, o anni. Dipende dall’efficacia di queste misure igieniche e profilattiche, studiate appositamente per ucciderci con una lenta e dolorosa agonia. Ovviamente continueranno a dire che tutto ciò è per il nostro bene, per proteggere una società che, essendo filantropi, amano tanto. E forse ne sono talmente gelosi che intendono soffocarla come Otello fa con Desdemona, usando decreti al posto di un cuscino. Forse perché, come direbbe Wilde, ognuno uccide ciò che ama. V’è chi uccide con le lusinghe, il vigliacco lo fa con un bacio, il coraggioso con la spada. Forse è per amore che tali filantropi preferiscono farci morire lentamente, lasciandoci affondare nelle sabbie mobili della paura e della disperazione.

Un’ipotesi meno romantica e più banalmente pragmatica, è invece che la nostra civiltà debba venir smantellata per essere riconvertita a nuovi e più proficui commerci. Un po’ come uno storico locale della città dove si sono ritrovati per tanti anni artisti, poeti, uomini di stato e persino mistici e santi. Poi il locale vien fatto fraudolentemente fallire, affaristi senza scrupoli ne diventano proprietari per pochi soldi e lo rinnovano radicalmente. Forse manterranno la storica insegna, ma i vecchi avventori non potranno più trovarsi per scambiare idee e far disegni sull’avvenire. Dentro vi saranno solo video-games, macchinette per la distribuzione del soma, smercio di qualche sostanza che renda la gente ebete e consenziente. E dove intellettuali e artisti discutevano con passione, allestiranno un centro di psico-formazione collettiva. I nuovi consumatori verranno indottrinati coi sistemi ipnopedici del mondo nuovo, vaccinati contro il virus del libero pensiero.

Questa è probabilmente la fine che hanno previsto per noi: annichilire le coscienze, decervellarci. Ma per farlo hanno bisogno del nostro aiuto. Infatti, il suicidio di una civiltà non può prescindere dal consenso dei suoi membri. Perché non si tratta di uccidere un corpo ma di colpire le radici di un albero metafisico e farlo avvizzire. Non di spingere la gente nell’abisso di vizi turpi ma indurre un progressivo decadimento delle facoltà intellettuali e spirituali di un’intera società. Tuttavia, come nel caso di un’induzione ipnotica, occorre che il soggetto vi acconsenta, vi si abbandoni. Per questo si costruiscono macchine decervellatrici, cioè strumenti di informazione e distrazione di massa, sempre più potenti e sofisticate. Ma per la stessa ragione, se noi rifiuteremo di fare hara-kiri alla nostra anima, nessuno potrà costringerci.

Non voglio con ciò avallare il pregiudizio che il suicidio sia un atto deplorevole a  priori. Nessuna azione può esser giudicata se non se ne conoscono le segrete ragioni. In tal senso, il suicidio della nostra civiltà, ormai così decrepita e corrotta, potrebbe non essere un male. Potrebbe fare spazio a nuova linfa, a nuove  fioriture. Ma se anche così fosse, l’intenzione di chi lo ha decretato non è certo quella di favorire una rifiorente primavera spirituale. Semmai, di congelare l’umanità, i suoi valori e sensi più nobili, in un plumbeo e interminabile inverno. Per questo dobbiamo rifiutarlo.

Purtroppo però bisogna constatare che tale suicidio è già a buon punto. Hanno fatto hara-kiri la Chiesa e la politica, l’arte e la cultura. Ha fatto hara-kiri la famiglia. Si è ucciso il buon senso, quella naturale capacità di discernere tra ciò che è necessario alla vita, ciò che è superfluo, ciò che è dannoso, quella semplice percezione del reale che anche l’uomo più primitivo possedeva. Accantonati i fasti dell’homo sapiens, l’uomo si sta rapidamente trasformando in una nuova specie di zombi solitario. Gli è precluso di uscire liberamente di casa, di avere una vita sociale, di avvicinarsi ai suoi simili o tendere la mano al suo prossimo. I continui, tediosi decreti, come maligne litanie, hanno su di lui l’effetto di maledizioni, o sortilegi voodoo. I suoi movimenti sono confinati entro piccoli cerchi magici, oltre i quali non si può spingere senza incorrere in terribili espiazioni. Il suo stesso pensiero è bloccato in una sorta di lockdown, non può evadere dal pentacolo stregato in cui l’hanno rinchiuso.

Sospeso in uno stato catalettico, sufficiente a eseguire meccanicamente degli ordini, quest’uomo è ormai solo un’apparenza di vita. La sua mente è talmente passiva e conformista da rendere pleonastica la complessità della sua corteccia cerebrale. Ovviamente non è consapevole della sua condizione, avendo subito un radicale decervellaggio mediatico. Non sa neppure di essersi suicidato. Si aggira nel bardo, dimora intermedia delle anime, credendo di trovarsi ancora nel mondo a lui familiare. Si affida a quelle che ancora si illude siano coscienziose infermiere, immaginando che gli impongano restrizioni e rinunce per il suo bene. Se prima di morire, come un lucido samurai, avesse aperto l’occhio della mente, avrebbe visto che erano boia e becchini.

Così, vagano ovunque torme di fantasmi e sonnambuli. I primi sono residui eterici, ombre di quelle anime che hanno fatto hara-kiri, e vanno lasciati al loro destino. I secondi invece sono vivi e si possono destare. Ma perché ciò sia possibile è necessario diffondere il virus della verità, trasmetterlo a chi è nel dubbio, influenzare i perplessi; bisogna far sì che aumentino i contagiati e i malati di verità, meglio se gravemente sintomatici, refrattari alle cure del regime e in grado di infettare gli altri. Perché, se un ciclo nuovo e più umano dovrà cominciare, non ci pioverà dal cielo come dolce rugiada ma sarà il frutto del nostro impegno. Dovremo emulare quei trecento opliti che alle Termopili chiusero il varco alle sproporzionate forze persiane; resistendo contro satrapi all’apparenza invincibili, con la loro corte di funzionari cacadecreti, i loro giannizzeri, le loro macchine decervellatrici e il loro straripante esercito di zombi. Rifiutando di ubbidire a un ordine di hara-kiri assurdo e umiliante, rivendichiamo la nostra natura di animali razionali ma, ancor più, di spiriti liberi.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 2 Novembre 2020

Commenti

  1. upa

    Gli scritti di Cadè sono dei piccoli gioielli che immeritatamente ci vengono offerti…
    E se non è compassione questa…

  2. Paola

    Concordo con Upa. Non so se ce la faremo ma la voce, straordinariamente colta, lucida, umana, di Livio Cadè, è abbraccio, sorriso, sguardo, mano che ti sostiene. E unisce “sconosciuti”che si riconoscono e resistono. Resistono.

  3. Lupo nella Notte

    Spiriti liberi e ribelli contribuiranno a riedificare il mondo del nuovo Ciclo.

    • Paola

      Mia madre se ne è andata il 19 febbraio…due giorni prima che questa distopia infame si palesasse. Donna intelligente, tosta, nel bene e nel male, vinta da una operazione al femore e, soprattutto, da un deterioramento cognitivo precipitato negli ultimi mesi con ferocia inaudita. Ma nove giorni prima della fine e tre giorni prima che la morfina le spegnesse definitivamente il pensiero, scorgendo le mie lacrime maldestre nella penombra della stanza d’ospedale, mi ha guardata, lucida, penetrante, calma. “Non piangere per me, comunque vada. E ricorda: dovrai essere LIBERA”. Tono dolce e fermo, chiarezza delle parole scandite, ma non capivo…”libera”? Poi ho compreso…o forse ho forzato la comprensione, non lo so. Ma, mi domando: cosa riesce a cogliere chi si trova in limine, quali eventi percepisce, prossimi ad abbattersi su chi resta? Quale sensibilità sembra accompagnarsi alla vita che viene meno? Quelle parole sono in me, comunque e per sempre, “comunque vada”, e le tue parole, Lupo nella Notte, me le hanno ricordate…e stavolta trattengo le lacrime maldestre. Grazie.

      • Lupo nella Notte

        Sono io che ringrazio lei, gentile Paola, per aver condiviso qualcosa di tanto intimo e doloroso. Quello di che cosa possa presagire chi si trovi al confine tra la condizione di questa esistenza terrena, e quella di un’altra esistenza che si trova al di là di essa è un interrogativo che mi sono posto spesso anch’io. Naturalmente, una risposta certa non v’è finché si è da “questa parte”, ci sono solo indizî, ma è probabile che a quel punto il tempo venga percepito in modo assai piú “fluido” di quello che accade normalmente, cosí che eventi che linearmente sono ancora di là da venire, da una visuale dilatata come immagino possa essere in quelle condizioni, vengano invece percepiti come se fossero già in essere. E in un certo senso, credo che lo siano.
        Per quello che avverto dopo il suo toccante racconto, mi sento di dire che sono certo che sua madre intendesse riferirsi proprio a ciò che ha compreso spontaneamente anche lei in quel momento, e senz’alcuna forzatura.
        In fondo, essere “liberi” significa anche acquisire la capacità di affidarci alle avvertenze interiori, a “pensare con il cuore”, come dicevano i Pellerossa nordamericani. Tutti i danni di questa civiltà derivano dopotutto dall’aver fatto della mente cerebralizzata il fulcro attorno cui far ruotare tutta l’esistenza umana. I risultati li stiamo vedendo.
        Continui, mi raccomando, a pensare con il cuore!
        A rileggerla, se vorrà.

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