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Violenza e nobiltà – Livio Cadè

Violenza e nobiltà – Livio Cadè

Chi non punisce il male comanda che lo si faccia“.

(Leonardo da Vinci)

 

È giusto che Giuditta decapiti Oloferne? Vi sono casi in cui è giusto esser violenti? Il benpensante, che difficilmente esce dai luoghi comuni della sua epoca, vede nella violenza l’antitesi di ogni sano ideale. Inclina perciò a una teorica non-violenza, anche se psicologicamente e nella prassi non gli riesce ancora d’esser pacifico. D’altra parte, per assolvere Giuditta dovrebbe condannare Oloferne. Ma l’esprimere giudizi su qualcuno gli sembra già un atto di violenza, e questo ferisce la sua sensibilità.

Anche un papa, non so se stanco di emettere giudizi infallibili o illuminato da una canzonetta d’antan che diceva “nessuno mi può giudicare”, o forse in preda a un dubbio esistenziale, si chiede “chi sono io per giudicare?”. Dovremo dunque aspettare il pontefice si ricordi chi è. Si porebbe pensare che giudicare significhi condannare. In realtà si tratta di riconoscere le differenze tra giusto e sbagliato, bello e brutto ecc. L’alternativa è cadere in quel buio che rende tutti i gatti grigi. L’uomo giudica così come respira, in modo naturale e necessario. Negarlo sarebbe un’affettazione d’umiltà. Trovo più onesto dire: “chi sono io per non giudicare?”.

Torno quindi alla mia domanda. Esiste una violenza giusta? Il benpensante risponderà che la violenza non è mai giusta. Il suo catechismo ripudia la violenza e pone il rispetto degli altri tra le somme virtù. In realtà, questa non-violenza, questo non giudicare e rispettare, sono dei meri enunciati teorici. Togli la pellicola di belle parole e trovi una società che è un immenso ammazzatoio, violenta sino al midollo. Società cannibalesca, in cui vige la filosofia degli squali, in cui prevaricare sugli altri con la forza o con l’inganno è prassi comune, e nessuno se ne scandalizza, finché non ne resta vittima.

Ciò nonostante, la gente condivide un’altissima opinione del rispetto e non vede come sia compatibile conciliarlo con la violenza. Il benpensante ha un’ossessione maniacale per il rispetto. Dice per esempio: “non condivido la tua opinione ma la rispetto”. Frase che può soddisfare il galateo ma non ha nulla a che vedere col vero rispetto. Un’idea che ci pare sbagliata si può contraddire o ignorare, non rispettare. Oppure: “la legge va rispettata“. Ma se fosse  una legge indegna ogni uomo onesto la disprezzerebbe. E se anche vi può ubbidire per convenienza, non la può rispettare. Viceversa, si può uccidere un nemico senza per questo mancargli di rispetto.

Rispettare vuol dire riguardare, in un duplice senso: guardare con ammirazione e avere riguardo. Il rispetto nasce spontaneamente di fronte a ciò che ci rivela un valore morale, estetico, intellettuale. Avere rispetto è rispecchiare una dignità e sentire il dovere di custodirla. E a volte, nonostante i nostri candidi propositi, capita che la difesa di un valore implichi azioni violente. Porre la non-violenza come valore intangibile significa quindi lasciare che vengano offesi quei valori la cui difesa richiede un atto di forza.

Violenza infatti vuol dire forza, e questa forza può tanto distruggere quanto proteggere. Anche i pacifici erbivori difendono con istintiva ferocia sé stessi, la prole, il territorio, la loro libertà. Il sistema immunitario, per proteggerci, attacca e distrugge gli agenti infettivi, e non credo sarebbe auspicabile convertire i nostri linfociti alla non-violenza. Così è naturale per noi opporci con forza a invasioni e aggressioni, fisiche o simboliche.

Il rispetto non è un protocollo di buone maniere. Un padre punisce un figlio per rispetto verso di lui e verso il dovere di educarlo; un medico amputa un arto per rispetto alla vita del malato; un giudice condanna a morte un criminale per rispetto dell’umanità; una guerra si combatte per rispetto di una comunità e dei suoi beni. La stessa non-violenza – ahimsa – cui Gandhi si ispira non è riducibile a slogan pacifisti o alla delicatezza dei modi.

Di fatto, non è possibile vivere senza violenza. Ogni nostro atto fisico o mentale implica una certa distruzione. Creando si distrugge e distruggendo si crea. La vita continuamente si nutre di sé stessa, divora le sue forme e le rigenera. Voler abolire la violenza significa danneggiare un equilibrio naturale, cioè essere comunque violenti. Anche nella società ognuno deve affrontare i conflitti che nascono dall’emergere di interessi e ideali contrastanti. L’applicazione della forza, ossia della violenza, dipende allora da un’opzione morale e intellettuale, dalla nostra idea di bene e di valore.

Per esempio, se uccidendo alcuni talebani avessi potuto impedire la distruzione delle la statue del Buddha a Bamiyan, lo avrei considerato un bene. Ritengo infatti più degne di rispetto quelle statue che l’esistenza di alcuni iconoclasti esaltati. E avrei giudicato un bene uccidere i piloti degli aerei che bombardarono Dresda o Hiroshima – e ancor prima i mandanti di quelle atrocità – se fosse servito a impedire quelle stragi. Così, se questa plutocrazia satanica che oggi vuol ridurre gli uomini a schiavi e a cavie venisse processata e mandata al patibolo, insieme ai suoi faccendieri e lustrascarpe, ci vedrei una violenza benedetta.

Si dirà che così condivido la logica delle stesse azioni funeste che condanno, di chi manda al rogo o alla ghigliottina le persone in nome di qualche valore astratto. Chi mi dà il diritto di giudicare e sentenziare? Del resto, non potrei dimostrare che i miei valori sono intangibili, che la vita o la bellezza valgano più del denaro o del potere. Anche chi violenta e tortura bambini, nella soddisfazione dei suoi impulsi vede un valore superiore al rispetto degli altri. Torniamo così al punto di partenza: il rispetto dipende da un giudizio. Chiunque io sia, devo giudicare, scegliere i miei valori e difenderli. È una mia ineludibile responsabilità morale partecipare a questo conflitto tra le idee prima ancora che tra le persone.

Il benpensante, che è un relativista, dirà che non si possono stabilire scale di valori, se non puramente convenzionali, perché “non esiste una verità”. È chiaramente un’affermazione paradossale. Se non esistesse una verità non potremmo affermare neppure che non esiste una verità. Ma questo relativismo scettico serve al benpensante per adagiarsi, senza porsi troppe domande, su quei valori convenzionali che la società cosiddetta democratica gli propone, cioè sui valori dominanti. E crede che la pace sia un valore assoluto in cui valori relativi possano tranquillamente coesistere. Non vede che anche questa pace si basa su un conflitto in cui alcuni valori si impongono con la forza su altri.

Così, in omaggio a tale relativismo e contro ogni dogmatismo, ci vengono imposti i dogmi e le verità assolute del pacifismo e della tolleranza. Per questo ci hanno abituati al dialogo, alle critiche costruttive, al confronto democratico; ci hanno insegnato  a tollerare quietamente, senza reagire; ad avere una mente aperta e pacifica. Tanto pacifica da esser sempre sottomessa, tanto aperta che si può entrarvi e abusarne senza incontrare resistenza. Tutto, il dissenso, le proteste, dev’essere pacifico. La coscienze sono confinate in un mugugno impotente; uscire dal cerchio magico di questa irenica ipocrisia scatenerebbe violente repressioni.

Godiamo dunque di una pace ingannevole e di una libertà immaginaria. Questo è possibile perché la gente non ama la libertà che costa fatica e sacrifici. Ai cambiamenti temerari preferisce l’ordinaria schiavitù cui si è abituata. Son sempre pochi uomini a cambiare il corso degli eventi. La massa non ha volontà reale, è una mandria che può essere spinta qua e là e travolgere incoscientemente quel che trova sul cammino. Cade allora il velo che pudicamente nasconde la crudeltà umana, e gente pacifica si mostra capace di violenze inenarrabili.

Superati i vari preconcetti perbenisti, vedremo che la violenza non è un male in sé e che il rispetto non è un bene in sé. La violenza o il rispetto sono mezzi e non fini. Dobbiamo cogliere dietro di loro la volontà che li ispira. La pace è il fine cui ogni cuore tende – «in omnibus requiem quaesivi», ho cercato la pace ovunque – ma non sempre la via per arrivarci è pacifica. Anche l’ascesi religiosa conosce le guerre contro vizi e passioni e vede nella pace il premio di una lunga lotta. La storia srotola una processione interminabile di atti di violenza che ci ripugnano e ci atterriscono. Ma, prima della loro brutalità esteriore, dobbiamo riconoscere i loro intrinseci motivi; distinguere la violenza motivata da crudeltà, egoismi e vendette, da quella che obbedisce a un dovere di giustizia o a un desiderio di libertà.

A volte la violenza appare una reazione fisiologica e salutare, come la febbre in un organismo malato. Può arrivare imprevista e bruciante. Allora, per quanto dolorosa, è un dono della natura, o uno strumento della volontà di Dio, che serve a guarire. Lo spirito non sempre soffia come una dolce brezza. A volte scuote impetuoso i nostri destini “come vento sul monte che irrompe entro le querce“. Ma la religione del benpensante è un manuale di precetti caramellosi e senza virilità, un manuale da educande. Persino dal soglio pontificio vengono effluvi di stucchevole tenerezza, promessa di una terra dove non scorre il latte e miele ma il rosolio. La dottrina si stempera in toni bonari che sanno di flaccidità spirituale più che di autentica pace. Si incoraggia così quella debolezza colpevole che sempre attira la violenza del male.

Lo spirito non ama le paludi e non teme di sfidare la foga dei venti. Se c’è un tempo per divinità sorridenti, c’è un tempo per divinità terrifiche. Nell’induismo, che pure pone la compassione tra i principi più sacri, Kālī recide teste, Shiva porta una collana di teschi umani e Krishna invoca un massacro. Il rispetto della Legge divina impone a volte la guerra e la morte: “se tu non vuoi combattere questa giusta battaglia, manchi allora  ai tuoi propri doveri e all’onore, ed incorri in un grave peccato”.  Ben più feroce è la Bibbia: “O figlia di Babilonia, devastatrice …!  Benedetto chi piglierà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia!”.

Neppure Cristo usa toni concilianti: “non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada … Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono“. Pur essendo mite, frusta i mercanti nel tempio, maledice il fico sterile, annega un branco di porci indemoniati; pur essendo umile, giudica senza pietà scribi e farisei, inveisce contro di loro con epiteti sprezzanti: “guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume“. Parole che potremmo rivolgere agli attuali notabili del mondo, a questo brulicare di vermi sul cadavere di una civiltà.

Esiste senza dubbio una violenza evangelica. Il dovere di punire il male si esprime in immagini di cruda violenza: «se qualcuno fa perdere la fede a una di queste persone semplici che credono in me, sarebbe meglio per lui essere gettato in mare con una grossa pietra legata al collo». Meglio cavare gli occhi, amputare le mani e i piedi che danno scandalo. Il precetto di non resistere al male si sposta su un piano sottile e interiore. Non esclude l’uso di una violenza sacra, senza odio o meschinità. Il benpensante non lo capisce, perché conforma tutto ai suoi pregiudizi. Perciò, quando Cristo gli sembra pacifista  lo prende alla lettera; quando è violento lo traduce metaforicamente.

Occorre, in una violenza che ha radici spirituali, superare la mitologia della materia, l’equazione tra vita e biologia. Rispettare la vita biologica di qualcuno diventa meno importante che difendere i valori vitali di una civiltà.  Se uccidiamo, abbiamo la certezza che la vita si protende oltre le sue forme terrene. Prima che a esistenze particolari rendiamo culto all’Eterno che è origine e fondamento di ogni forma effimera. Per questo, per rispetto di una vita più alta, si sacrifica la propria vita o quella di altri. Le radici della realtà si cibano di questo sacrificio e il sangue versato fa germogliare i semi di una società migliore.

Io credo che ogni vita innocente meriti rispetto, anche la più minuscola. Calpestare con noncuranza una formica o un fiore è per me una violenza colpevole; ritengo la compassione il cuore stesso di ogni religione; amo la pace, considero la guerra un’orrenda maledizione e le armi strumenti nefasti. Perciò vedo nella violenza una tremenda responsabilità e un azzardo. Infatti, possiamo sempre dubitare della purezza delle nostre intenzioni e della validità dei nostri giudizi. Chi cerca la verità spesso brancola nel buio. Possiamo facilmente ingannarci o essere ingannati.

Non mi nascondo queste difficoltà. Tuttavia, alla domanda “vi sono casi in cui è giusto esser violenti?” io rispondo di sì, e giustifico il gesto di Giuditta. Decapitare un tiranno, o un suo accolito, è un atto di giustizia e di riparazione. Proprio perché la vita merita rispetto è giusto uccidere chi la priva di libertà e dignità, chi distrugge la sua verità e la sua bellezza. In questo consiste la nobiltà della violenza.

Ma in questo lugubre tramonto dell’Occidente, è inutile sognare antiche virtù guerriere. Per combattere occorre la forza, e oggi la forza è monopolio dei tiranni e dei loro mercenari. Davide non avrebbe oggi né la fionda né i sassi per abbattere un mostruoso Golia. C’è poi un altro problema essenziale. Contro chi dovremmo esercitare oggi una purificante violenza? Il tiranno non ha più un nome preciso, né una testa che si possa facilmente mozzare. La tirannia si è diffusa nel mondo come un virus o un gas velenoso. È ovunque, nell’informazione, nella scienza, nel mercato, prima ancora che nella politica.

Non avrebbe senso ubriacarsi, come il lirico Alceo, brindando alla morte di un tiranno. Dietro di lui ve ne sono altri cento, mille, e più teste taglieremo più ne ricresceranno. Il tiranno è ormai dentro di noi, controlla i nostri pensieri, si  intreccia con le fibre del nostro essere, e nessuna violenza esterna, per quanto nobile, potrà liberarci. Dobbiamo sperare che influssi spirituali, molto più potenti delle parole, accorcino l’agonia di questa civiltà, guariscano la terra e favoriscano il nascere di un nuovo ciclo, più giusto e umano. Che risveglino nel mondo quella nobile violenza che sembra oggi umanamente impossibile.

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Categorie: Cultura, Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 26 Ottobre 2020

Commenti

  1. upa

    Bè…se qualche testa deve essere tagliata..cominciamo dalla nostra..
    Il salvivico influsso spirituale avrà bisogno si spazio per emanarsi in modo profittevole..e la nostra testa mondata dai fumi paludosi dell’errore e dell’accidia potrà essere allora un valido supporto alla Sua diffusione ecumenica..
    Visti così gli avvenimenti …le fatiche della rivoluzione grossolana sono poca roba rispetto al lavoro che ci attende..
    E il possibile fallimento dell’Opera non lo potremo giustificare con le troppe teste da tagliare visto che qui si tratta di una testa sola..

  2. Dafne

    Sono convinta che la violenza sia l’arma dell’inconsapevole spirituale, mi spiace ma è così.
    Se il mondo si ritrova in queste condizioni è solo ed esclusivamente perché vive immerso nella violenza -fisica e verbale- h24 dalla nascita alla morte, e non conosce modi più alti e nobili per risolvere problemi che la massa stessa ha creato.
    L’umanità vive di pensieri violenti ogni singolo giorno, si ritrova dentro un tunnel buio dal quale crede di poter uscire solo con la violenza.
    Non è affatto così.

    Cosa si risolve davvero con la violenza, a parte il portare distruzione e morte e sofferenza per chi resta?
    Le guerre fatte per difendere i beni delle persone sono ancora più mostruose come concetto, perché i beni materiali non contano nulla e non si può pensare di sterminare popoli per prendersi i loro beni, è degno dei Neanderthal e io non sono a quel livello di involuzione.
    I Vikinghi ad esempio erano dei buzzurri spirituali che si nascondevano dietro ai loro Dei per perpetrare massacri e depredare popoli. E infatti non hanno costruito niente di bello.

    Accetto la violenza solo come arma di difesa della mia vita e di quella dei miei cari perché so di vivere in un pianeta di inconsapevoli che ne fanno uso spropositato per i più futili motivi, ma so anche che non avrò mai bisogno di fare quell’esperienza (di difesa intendo) in quanto grazie al mio percorso spirituale quell’esperienza e mille altre simili non verranno mai a toccarmi.
    È questione di volontà e cambiamento interiore; anch’io ho subito violenza verbale da piccola che mi ha molto segnato, e se non avessi voluto davvero cambiare avrei finito per diventare io stessa un’aguzzina del mio prossimo ma ho deciso che quella violenza doveva darmi la forza, la sfida per cambiare e diventare la persona che sapevo di essere.
    Ci sono riuscita e sono una persona felice, che vive in pace e armonia con tutto e tutti.

    Se l’essere umano prediligesse il Nosce te ipsum anziché vivacchiare di banalità e furbizia, pretendendo che i suoi delegati in Parlamento siano migliori di lui, il mondo sarebbe realmente un luogo che non ha alcun bisogno di violenza, non accadendovi più eventi creati dai suoi pensieri predatori e violenti.

    • Livio Cadè Staff

      Gentile Dafne, mi pare di capire che Lei accetterebbe la violenza come strumento di difesa della Sua vita e di quella dei Suoi cari. Anch’io parlo solo di una violenza a scopo difensivo.
      Il problema è: vi sono altri ‘beni’, oltre la vita nostra e dei nostri familiari, che possiamo o dobbiamo difendere se necessario anche con la violenza?
      A tal riguardo, io non ho fatto nessun accenno a beni materiali.

      • Dafne

        Mi perdoni Cade’, ma quando ho letto la frase “una guerra si combatte per rispetto di una comunità e dei suoi beni” ho pensato Lei intendesse beni come case, monumenti, arte e tutto ciò che di materiale (pur con sfumature spirituali come l’arte) quella stessa comunità ha prodotto lungo l’arco della sua civiltà.
        Altrimenti credo Lei avrebbe usato il termine “valori”, o sbaglio?

        Se ho frainteso mi scuso, sono stata tratta in inganno dal termine beni.

        Comunque sia, certo che altri “beni” vanno difesi sempre, come la libertà (posto che anche sul concetto stesso di libertà non basterebbe un’enciclopedia).
        Il problema è appunto che la nostra inconsapevolezza di umani ci fa ritenere di doverli difendere con la forza, laddove io la violenza come difesa la vedo come una sconfitta, seppur necessaria per continuare a vivere in un mondo che non sembra avere alcuna intenzione di evolvere e vedere oltre.

        Le auguro una buona serata.

        • Livio Cadè Staff

          Non intendevo certo beni o ricchezze materiali. Più sopra avevo scritto “L’applicazione della forza, ossia della violenza, dipende allora da un’opzione morale e intellettuale, dalla nostra idea di bene e di valore”.
          Avevo quindi posto un legame tra ‘valore’ e ‘bene’.
          Comunque, il vero problema resta come conciliare il precetto della non-violenza con la difesa del ‘bene’ in una società violenta. È una questione complessa. Lo stesso Gandhi non arriva a una risposta univoca.
          Anche religioni radicalmente non-violente come il buddhismo, hanno al loro interno posizioni di dubbio.
          Vi sono poi comunità non-violente che possono godere di una certa tranquillità perché sono protette da istituzioni basate sulla violenza.
          Per altro, bisogna secondo me distinguere il piano individuale da quello delle dinamiche sociali. Un uomo può lasciarsi maltrattare o ammazzare senza reagire, per coerenza coi suoi principi religiosi o etici. Ma una società può rinunciare a difendersi con la forza, se questa è la sola possibilità?
          Non possiamo basarci solo su come gli uomini dovrebbero essere idealmente, ma anche su come sono realmente e sulle circostanze concrete in cui si vengono a trovare.

          Buona serata anche a Lei.

  3. Meraviglioso.
    Grazie!: quanto Lei scrive è ossigeno per l’Anima, appesantita da questo obnubilante intorpidimento intellettuale, da questo pervicace relativismo, da questa capillare massificazione culturale, da questo buonismo grondante idiotismo.
    Le Sue parole aprono ad una Visione altra, sollecitano ad acutezza del proprio sentire prima ancora che ad una novella (possibile!) epifania intellettuale e spirituale.

    marco

  4. Paola

    Concordo pienamente. Grazie, come sempre . E aggiungo: io, che credevo a 58 anni di non avere più energia e ideali, mi sono riscoperta capace di un “odio sano” verso chi mi vuole togliere la libertà del corpo e dell’anima.

    • Livio Cadè Staff

      Finalmente. Un po’ di sana cattiveria. Sembra che questa follia del covid abbia annichilito le anime deboli e rinvigorito quelle forti.

      • Lupo nella Notte

        È indubbiamente cosí! C’è sempre l’altra faccia della medaglia da considerare, e occasioni pur drammatiche come quella che stiamo vivendo, ne sono la dimostrazione.

  5. Claudio

    Grazie Livio Cade’ per questo meraviglioso appiglio al problema della violenza e sulla sua liceità. Su una cosa sola non concordo: il non sapere contro chi rivolgere il nostro sacrosanto diritto alla violenza per difendere i valori della civiltà. Se seguiamo il denaro, troveremo il filo rosso che ci porta ai veri padroni del mondo che, con i loro mezzi hanno creato questa cultura folle, che rode da dentro le nostre teste quello che ancora vi era di umano e civile. Coloro che possiedono il denaro perché lo hanno inventato, producono la cultura che ci rende schiavi senza volontà propria. Ognuno indaghi per conto suo chi siano questi potenti, perché non è corretto che lo dica io. I segni ci sono tutti e sono evidenti come lampeggianti nella notte. Ed è urgente che il maggior numero di esseri umani lo capisca e questa violenza giusta si inneschi. Magari essa consisterebbe soltanto nel DISUBBIDIRE TUTTI, il che li annienterebbe.

    • Lupo nella Notte

      Lei ha centrato il punto. Bisognerebbe “solo” disubbidire a una decretazione amministrativa del tutto illegittima. Ma anche il fatto che cosí in pochi riescano a rendersene conto ha purtroppo il suo significato ontologico, e probabilmente finanche escatologico in questa fase estremamente discendente del Ciclo Cosmico.

  6. Livio Cadè Staff

    Rispondo a Claudio. Non mi pare possibile oggi identificare il ‘tiranno’ con una persona fisica. È più una tirannia metafisica. Anche quelli che immaginiamo come i “veri padroni del mondo” credo siano ‘servi’. Questo non toglie che troverei giusto appenderli a una forca.
    A Lupo nella Notte vorrei dire che “la strada che scende e la strada che sale sono la stessa identica cosa”. Quindi possiamo vedere questo tempo come la fase discendente della civiltà, in una prospettiva ciclica. Ma insieme come l’occasione per risalire.

  7. Lupo nella Notte

    Pienamente d’accordo. E infatti cosí sarà, indipendentemente da quando ciò avverrà. Né importa chi in effetti vedrà la nuova fase ascendente.

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