L’eredità degli antenati, trentatreesima parte – Fabio Calabrese                       

L’eredità degli antenati, trentatreesima parte – Fabio Calabrese                       

Riprendiamo il nostro discorso dopo l’intensa giornata del 17 luglio. Avete presente le superstizioni che sostengono che il venerdì 17 sia un giorno scalognato? Non prestatevi fede: venerdì 17 luglio è stato un giorno intenso e fortunato, che ha visto sia la pubblicazione su “Ancient Origins” di due articoli di grande interesse dal nostro punto di vista: quello di Ed Wheelan sul grande tempio ipogeo che si troverebbe nell’Ulster a Navan Fort, e quello di Alicia McDermott su Doggerland, “l’Atlantide britannica”, e come se non bastasse, su “Ereticamente” è apparsa la vasta recensione di Michele Ruzzai del mio libro Alla ricerca delle origini. Ne capitassero più spesso, di giornate scalognate così!

Bene, a quanto sembra, il discorso è tutt’altro che concluso, anzi l’articolo di cui ci occupiamo ora mi è stato segnalato più tardi ma in realtà è stato pubblicato il giorno prima, giovedì 16 luglio, e forse vi interesserà sapere che la persona che devo ringraziare per la segnalazione, uno dei preziosi amici senza i quali tenere questa rubrica sarebbe decisamente più arduo, è Gianfranco Drioli, l’autore dei due bei libri (entrambi edizioni Ritter) Ahnenerbe e Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta.

L’articolo in questione, che riporta come firma solo: “fonte: Università di Newcastle”, è stato pubblicato sul sito “The Archaeology Network” e si occupa di una questione sulla quale sono tornato più volte: il popolamento preistorico delle Americhe.

L’opinione finora prevalente era che le Americhe non avessero conosciuto la presenza umana fino a 12.000 anni fa, quando gli antenati degli Amerindi avrebbero varcato il ponte di terra della Beringia che allora esisteva là dove oggi c’è lo stretto di Bering (eravamo nell’età glaciale, e le terre emerse erano più estese di oggi, perché grandi quantità di acqua oceanica si trovavano sulla terraferma sotto forma di ghiaccio).

I ricercatori dell’Università di Newcastle avrebbero trovato le prove che la presenza umana nelle Americhe deve essere senz’altro più antica. In cosa consistono queste prove?

Nel complesso di caverne dell’Oregon noto come Paisley Caves hanno rinvenuto dei coproliti (feci fossili) di canidi risalenti a un’età anteriore ai 12.000 anni. Analizzati, questi coproliti hanno rivelato la presenza di lipidi umani. Non si deve pensare che gli animali che li hanno depositati fossero dei lupi che hanno sbranato delle persone, si trattava di cani domestici che avevano ingerito feci umane. Il vostro cane fruga nell’immondizia o mette il muso nello sterco? Non sgridatelo troppo duramente, si tratta di un’abitudine molto antica della specie.

Ma chi erano questi umani presenti nelle Americhe prima della migrazione amerindia? Su ciò i ricercatori non si pronunciano, ma noi qualche ipotesi la possiamo fare. Sappiamo che quella degli antenati degli Amerindi non è stata la sola migrazione che ha raggiunto le Americhe provenendo dalla Beringia. Circa 8.000 anni fa un’altra migrazione ha dato origine al gruppo Na-Dene, poi, in un’epoca probabilmente per noi già storica, quando il ponte di terra non esisteva più, ma lo stretto di Bering poteva sempre essere varcato con canoe, si sono insediate genti di ceppo eschimo-aleutino, gli antenati degli attuali Eschimesi o Inuit.

Ma prima? Prima dell’arrivo degli antenati degli odierni Amerindi, le Americhe erano abitate da un’altra popolazione, i cosiddetti Paleo-americani, di cui rimangono come popolazioni residue i Fuegini della Terra del Fuoco e i Pericu della Bassa California. Recentemente siti paleo-americani sarebbero stati individuati anche in Florida. Probabilmente costoro furono cacciati dagli Amerindi sempre più a sud, fino alla Terra del Fuoco, l’isola che costituisce l’estremità meridionale del continente americano, tranne quelli che si trovarono nei cul de sac della penisola californiana e della Florida, dai quali non era possibile spostarsi più a sud.

Io sarei incline a ritenere che i proprietari di quei cani che hanno lasciato i loro escrementi nelle Paisley Caves fossero appunto paleo-americani.

Non è ancora tutto, perché la somiglianza dell’industria litica Clovis, la più antica americana conosciuta, con quella europea nota come Solutreana, ha spinto diversi ricercatori a ipotizzare una migrazione dall’Europa all’America attraverso l’Atlantico già in epoca preistorica. Questa ipotesi ha ricevuto un notevole supporto dalla genetica, sembra che circa 1/3 del DNA degli odierni amerindi (escludendo meticciati recenti) sia di origine caucasica, affine a quello dei cacciatori-raccoglitori europei del tipo noto come eurasiatico settentrionale, che costituisce ancora oggi la stragrande maggioranza del genoma europeo.

Infine, in alcune tribù amazzoniche è stato individuato un DNA di tipo australoide, che ha spinto a ipotizzare una “migrazione fantasma” avvenuta non si sa quando attraverso il Pacifico.

Che la presenza dell’uomo nelle Americhe sia ben più antica di 12.000 anni, l’hanno ipotizzato anche i ricercatori che hanno studiato le pitture rupestri della Serra De Capivara in Brasile, alcune delle quali sono state datate a 20.000 anni, altre addirittura a 50.000.

Io stesso mi sono occupato più volte di queste tematiche, in un articolo, La storia perduta delle Americhe, pubblicato nel n. 7/2012 della rivista “La runa bianca”, sulle pagine di “Ereticamente” e anche nel libro Alla ricerca delle origini.

Non si tratta stavolta di un articolo, ma di un filmato su YouTube pubblicato da “Survive the Jive” in data 18 luglio, che tratta di una questione di cui ci siamo già occupati, il fatto che, a quanto risulta dall’esame dei resti umani provenienti dalle tombe a corridoio della valle del Boyne in Irlanda, di cui Newgrange è la più famosa ma non certo l’unica, l’antica aristocrazia irlandese pare praticasse l’incesto dinastico in maniera non dissimile alle dinastie faraoniche dell’antico Egitto.

Naturalmente, se ne riparliamo adesso, c’è un motivo: abbiamo visto nella trentunesima parte che tramite “Ancient Origins” i ricercatori della Keystone University hanno reso nota la loro ipotesi secondo la quale l’Atlantide platonica sarebbe stata semplicemente l’Irlanda.

Secondo il racconto di Platone, l’Egitto sarebbe nato come colonia di Atlantide, e gli autori della Keystone University si sforzano di trovare analogie tra l’Egitto e l’Irlanda a sostegno del loro assunto, ad esempio, l’eritrismo, i capelli rossi, è molto comune in Irlanda ma praticamente sconosciuto altrove, ma un gran numero di mummie di faraoni e personaggi altolocati di età faraonica presenta non solo caratteristiche più “europee” della maggioranza della popolazione egiziana, ma anche capelli rossi o biondicci.

Se, come sembra, tanto gli i faraoni e le classi alte dell’antico Egitto, quanto i sovrani o capitribù irlandesi, praticavano l’incesto dinastico per mantenere puro il sangue reale o almeno nobile, questo è un elemento che viene a rafforzare la tesi della Keystone University.

Tuttavia, non basta. Se ricordate, nello scorso numero vi ho parlato di un articolo di Alicia McDermott, sempre su “Ancient Origins” che mette in relazione l’inabissamento del Doggerland con la frana di Storegga.

La frana di Storegga sarebbe stata una gigantesca frana preistorica avvenuta sul bordo occidentale della Penisola scandinava, che avrebbe a sua volta generato un enorme maremoto i cui effetti sono stati rintracciati fino nelle Isole Britanniche e in Islanda, e avrebbe forse determinato la definitiva sommersione del Doggerland, ma il discorso non finisce qui. Se prendiamo per buona la tesi della Keystone University, potrebbe questa gigantesca alluvione essere il cataclisma ricordato nel racconto platonico?

Gli elementi a favore di tale interpretazione ci sono, e non mancano di suggestività. Secondo le ricerche più recenti, non si sarebbe trattato di un’unica frana, ma di tre eventi successivi. Ora guarda caso, Platone narra che Atlantide fu invasa dalle acque tre volte.

L’abbiamo già visto le volte scorse, ogni tanto anche “Ancient Origins” fa dei ripescaggi, cioè articoli apparsi in anni precedenti tornano brevemente a comparire sulla prima pagina del sito, non so se secondo criteri di turnazione casuale o altrimenti.

In questo caso si tratta di un articolo di David Halpin risalente al 2016 che, sulla base di una particolare interpretazione del ciclo mitico dei Tuatha De Dannan, presenta l’ipotesi di antichi Egizi in Irlanda che, secondo questo autore sarebbe stata una vera e propria colonia egizia. Un ripescaggio casuale, oppure avvenuto perché questa tematica riecheggia un po’ quella presentata nei due articoli della Keystone University di cui vi ho detto le volte scorse e più sopra?

Tuttavia, non si può fare a meno di notare che se quelli della Keystone University hanno ragione, l’Irlanda non sarebbe stata affatto una colonia egizia, ma al contrario, l’Egitto faraonico sarebbe stato in origine una colonia irlandese-atlantidea. Se la cosa fosse dimostrata, che disfatta sarebbe per i sostenitori dell’Ex Oriente lux!

E’ sorprendente, sono passati solo pochi giorni, e abbiamo notizie di una nuova prova della presenza umana nelle Americhe molto più antica dei 12.000 anni ufficialmente assegnatile, e questa volta decisamente più persuasiva dei coproliti canini, con tutto il rispetto per il nobile animale che è stato nostro compagno fin dai tempi più remoti.

Il 22 luglio “The Archaeology News Network” ha riportato i risultati ottenuti da uno studio congiunto di ricercatori delle università di Copenhagen, di Cambridge e di quella messicana di Zacatecas nella grotta di Chiquihuite che si trova in una zona montuosa del Messico settentrionale. Qui sono stati riportati alla luce quasi 2000 utensili di pietra. L’analisi dei sedimenti ha fornito una datazione fra i 25.000 e i 30.000 anni.

Fondamentalmente, rimane un solo dubbio: come faranno i fautori dell’interpretazione “ortodossa” delle nostre origini, cioè l’uscita dall’Africa poche decine di migliaia di anni fa, a tenerla ancora in piedi, quando è invece ormai evidente che la nostra specie era diffusa non soltanto in tutto il Vecchio Mondo, ma che aveva anche già raggiunto le Americhe?

Sarà un caso, ma sembra proprio che di questi tempi il dibattito intorno alla presenza umana nelle Americhe prima di Colombo, alla sua antichità, al fatto che esso sia riconducibile o meno al solo ceppo amerindio, sembra essersi riacceso. Il 24 luglio è comparso su MANvantara un link a un articolo non proprio recentissimo (del 2016) di Patrizia Barrera che costei ha pubblicato sul suo sito patriziabarrera.wordpress.com dedicato ai Mandan, gli indiani biondi.

Sull’origine di questo popolo misterioso sono state fatte le ipotesi più svariate. La Barrera propende per quella di una migrazione gallese attraverso l’oceano che sarebbe avvenuta in età medioevale, rifacendosi alla leggenda di San Brandano. Poiché mi sono occupato anch’io in svariate sedi della questione dell’antico popolamento delle Americhe, come vi ho spiegato più sopra, sarei incline a propendere per un’origine molto più antica.

Sempre il 24 luglio su “Ancient Origins”, Ed Wheelan ci dà una notizia sorprendente: nel lago scozzese di Loch Tay vicino a Perth nella Scozia centrale è stato rinvenuto un antico piatto di legno risalente all’Età del Ferro, 2.500 anni fa, contenente ancora del burro che nell’acqua, nelle particolari condizioni anaerobie del lago, si è conservato per secoli.

Nella zona del Loch Tay, nei pressi delle rive, sarebbero state trovate le tracce di almeno 17 crannogh. Queste ultime erano abitazioni costruite su isole artificiali o palafitte, erano considerate abitazioni di qualità per le maggiori condizioni di sicurezza che offrivano, e alcune di esse furono abitate ininterrottamente da 3.500 anni fa fino all’età medioevale.

Abbiamo la prova che gli scozzesi dell’Età del Ferro avevano già sviluppato un’industria casearia. Più conosciamo gli Europei antichi, più ci sorprendono per la loro ingegnosità.

Ritorniamo finalmente in Italia, proprio con un nuovo articolo di “Ancient Origins”, stavolta di Dhwty del 27 luglio, che ci parla dei Misteriosi antichi monumenti etruschi di Selva di Malano. Selva di Malano è una località del Lazio vicino a Viterbo. Si tratta di due massi con scolpiti una serie di gradini che presentano una certa somiglianza con la piramide etrusca di Bomarzo, che del resto non è collocata a grande distanza, un’ara cubica, delle tombe a dado, alcune delle quali di età etrusca, altre di età romana.

I due massi sono entrambi chiamati “sasso del predicatore”, soprannome dato anche alla piramide di Bomarzo, e forse appartengono alla stessa tipologia: non piramidi come quelle egizie, ma forse piattaforme rialzate da cui un predicatore arringava di devoti, magari erano usati per osservazioni astronomiche, al momento non lo sappiamo, ma sappiamo che si tratta di una tipologia poi non così rara di piramidi-altare, a essi e alla piramide di Bomarzo vanno quanto meno aggiunti il masso scolpito del parco archeologico di Veio e forse la piramide di Monte d’Accoddi in Sardegna.

Una conclusione alquanto amara: finora i ricercatori che hanno studiato il nostro passato, non si sono sforzati troppo di andare oltre l’età romana, ma non c’è da escludere che la nostra Penisola sia uno scrigno di tesori ancora tutti da scoprire.

Leggendo questo articolo, si potrebbe forse avere l’impressione che si tratti di un articolo più “tranquillo” rispetto ad altre parti de L’eredità degli antenati. Stavolta non mi è toccato di polemizzare con tentativi di “colorizzazione” o “africanizzazione” della nostra storia e ho citato solo fonti archeologiche ufficiali  come “Ancient Origins” e “The Archaeology News Network”, ma se questo fosse vero, esso avrebbe mancato il suo scopo, che non è quello di essere semplicemente una rassegna di novità archeologiche e paleoantropologiche ma, diciamolo pure, ha una valenza politica, perché l’idea delle nostre origini è una parte essenziale dell’idea che abbiamo di noi stessi, e le idee correnti della “scienza ufficiale” tendono a minimizzare il ruolo dell’Europa, imponendoci da un lato l’idea della nostra origine come specie nell’Africa subsahariana, dall’altro la derivazione della civiltà europea da influssi orientali e mediorientali.

Valutando le cose da questo punto di vista, risultano chiari gli elementi in conflitto con la vulgata storica che cercano a tutti i costi di imporci: prima di tutto, l’antichità del popolamento umano non solo del Vecchio Mondo ma anche delle Americhe, perché l’Out of Africa presuppone un’uscita recente, di poche decine di migliaia di anni della nostra specie dall’Africa, in modo da non lasciarle il tempo di differenziarsi in razze, poi l’antichità della civiltà europea, di cui emergono testimonianze dalla Scozia alla nostra Penisola, una civiltà che non sembra in nulla debitrice a influenze orientali, infine le tematiche connesse ad Atlantide e, prima di essa, a Iperborea, che lasciano intravedere una direzione delle nostre origini che è esattamente opposta a quel che il dogma democratico ci vuole imporre.

NOTA: Nell’illustrazione, uno dei due “sassi del predicatore” di Selva di Malano (Viterbo).

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 19 Ottobre 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. roberto

    Appassionante, come ogni appuntamento! Grazie!

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