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L’eredità degli antenati, trentaquattresima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, trentaquattresima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo il nostro esame dell’eredità ancestrale dalla fine di luglio. Un periodo estivo che finora si è rivelato “caldo” al di là della situazione meteorologica e denso di eventi importanti.

Ci si può davvero stupire del fatto che Stonehenge, il più noto e studiato dei monumenti megalitici abbia ancora delle sorprese da offrire ai ricercatori, eppure, come abbiamo visto le volte scorse, pare che sia proprio così, ma non è ancora finita, come ci spiega su “Ancient Origins” un articolo di Ed Whelan del 30 luglio.

Il monumento, come sappiamo, è composto da due tipi di pietre: la pietra grigia detta sarsen che forma il trilite centrale e i monoliti del cerchio più esterno, e le “pietre blu” più piccole. Le “pietre blu” provengono dal Galles, dalla zona delle Praseli Hills. Ma l’origine esatta delle pietre sarsen non è stata stabilita, sebbene si suppone siano di origine locale. Adesso sono arrivati due elementi nuovi: in primo luogo è disponibile un tipo di analisi chimica non distruttiva, poi c’è una faccenda singolare di cui abbiamo già parlato tempo fa. Durante un restauro del monumento avvenuto nel 1950, un operaio aveva prelevato un nucleo di pietra da uno dei sarsen. Questo nucleo è stato ritrovato due anni fa, dopo la sua morte, e, consegnato alle autorità, si è potuto sottoporre ad analisi.

Entrambi i risultati coincidono: i sarsen sembrano provenire da West Woods, una località vicina a Marlborough Downs a 26 chilometri da Stonehenge. Ed Whelan dice “soli” 26 chilometri, ma a me pare che spostare per 26 chilometri i sarsen ciascuno dei quali pesa svariate tonnellate, è stata un’impresa notevole che ci testimonia l’ingegnosità di questi antichi europei.

Sempre il 30 luglio, è stato pubblicato contemporaneamente su “The Archaeology News Network” e sul quotidiano spagnolo “El Pais” un articolo a firma Antonio Dominguez che ci aggiorna delle novità emerse dal sito iberico di Atapuerca.

Se ricordate, ve ne ho già parlato: qui è stata fatta una scoperta fondamentale che potrebbe non solo rivoluzionare completamente la storia biologica della nostra specie, ma anche rimettere in discussione il dogma evoluzionista, quella dei resti di un uomo, denominato Homo antecessor antico di almeno mezzo milione di anni, ma anatomicamente quasi indistinguibile dagli uomini moderni, e non può quindi essere derivato dall’Homo erectus di cui è almeno contemporaneo (e forse quest’ultimo più “primitivo” è derivato da esso, non avremmo dunque a che fare con un’evoluzione ma con la derivazione di un ramo collaterale, più lontano da noi, della nostra specie).

Bene, questo articolo presenta le ultime scoperte che sono avvenute nella grotta spagnola, e il quadro complessivo che ne esce è sensazionale, tale che se non fosse in aperta contraddizione, non smentisse chiaramente l’ortodossia dominante sulle nostre origini, il dogma evoluzionista-progressista, avrebbe avuto di certo ben altra rilevanza.

L’articolo raccoglie le dichiarazioni dell’antropologa Maria Martinon Torres.

A quanto pare, i più antichi strumenti litici ritrovati risalgono a 1,4 milioni di anni fa, mentre resti umani “per ora non identificati” risalgono a 1,2 milioni di anni or sono. Resti certamente di Homo antecessor sono stati datati a 600.000 anni (sono dunque più antichi di Homo erectus cui di solito si attribuisce un’età di mezzo milione di anni). La grotta sembra essere stata ininterrottamente abitata o perlomeno frequentata fino a 7000 anni fa, (e siamo già in età neolitica), quando fu resa inagibile dal crollo della volta.

A tutto ciò si potrebbe soltanto aggiungere l’osservazione apparentemente banale che la Spagna, così come la Grecia (Apidima 130.000 anni fa, Petralona 700.000 anni fa secondo il professor Poulianos) non è Africa ma Europa.

Un altro particolare che confuta i falsissimi dogmi della democrazia, è che se la nostra specie ha l’antichità che queste scoperte lasciano intravvedere, superiore al mezzo milione di anni, essa ha avuto tutto il tempo per differenziarsi in razze.

Passiamo ad un’epoca molto più vicina a noi, un’epoca non solo storica, ma già medioevale, separata da noi solo da una quindicina di secoli, ma non per questo meno ricca di fascino e mistero. Il 4 agosto “Ancient Origins” ha pubblicato un articolo a firma di Graham Phillips che ci mette sulle tracce di re Artù. Si parte dalla Cornovaglia. Qui Tintagel, la fortezza (oggi ovviamente in rovina) dove la tradizione popolare ci dice essere nato Artù, esiste davvero, e se ne possono vedere i ruderi ancora imponenti.

Noi sappiamo che nel 490 l’invasione anglosassone della Britannia subì una battuta di arresto, e che i Sassoni furono ricacciati verso est. Questo, argomentano gli storici, potrebbe significare che i Britanni avevano trovato un condottiero in grado di unirli, una figura storica che corrisponde assai bene a quanto la leggenda ci racconta di Artù.

Se fossimo ancora a questo punto, tuttavia rimarremmo ancora nella leggenda e nell’indeterminato, ma recentemente gli archeologi hanno esplorato le rovine di Viraconium, un’antica città di epoca romana che sorgeva nell’Inghilterra centrale, non lontano dall’odierna città di Shrewsbury. Gli scavi, ci dice Graham Phillips, “Hanno portato alla luce prove che era la città più grande e più pesantemente difesa in Gran Bretagna intorno al 500 d.C., e in quel momento un enorme, elaborato palazzo è stato costruito nel suo cuore. Come uno degli ultimi edifici classici ad essere eretto nel paese per altri migliaia di anni, gli archeologi ritengono che potrebbe essere stato il palazzo di una figura militare estremamente influente”.

Viraconium, in una parola, potrebbe essere stata la Camelot arturiana. Noi vediamo che ciò che ci ha tramandato il racconto popolare e ciò che emerge sotto i picconi degli archeologi, tendono a coincidere sempre di più.

Noi sappiamo che tutta Europa è costellata di strutture megalitiche, non solo le Isole Britanniche dove si trovano quelle più famose. Sappiamo anche che nei pressi delle strutture britanniche sono state ritrovate le tracce di diversi woodhenges, vale a dire strutture lignee analoghe a quelle megalitiche in pietra. Naturalmente, a differenza della pietra, il legno non può conservarsi per millenni, ciò che generalmente gli archeologi individuano sono le buche dove erano infissi i pali che formavano queste antiche costruzioni, e naturalmente sono molto meno visibili dei grandi monoliti.

Noi conosciamo woodhenges soprattutto nelle Isole Britanniche, ed è logico, perché si trovano nei pressi dei complessi megalitici più studiati, ma nell’Europa continentale ve ne sono?

Ebbene, secondo quanto riferisce “The Archaeology Network” del 5 agosto, si può proprio dare una risposta affermativa, infatti l’archeologo portoghese Antonio Valera avrebbe scoperto nel sito neolitico di Perdigaes nel Portogallo centro-meridionale un woodhenge di 60 piedi di diametro che, come gli analoghi monumenti britannici, avrebbe gli ingressi orientati in modo tale da traguardare il solstizio d’estate.

La stessa notizia è riportata il giorno dopo, 6 agosto, da “Ancient Origins” con un articolo di Ed Whelan.

Facciamo ora un salto all’indietro, perché questo articolo su “The Archaeology News Network” presenta un link ad un altro di gennaio/febbraio (non credo di dovermi scusare se ve ne parlo in ritardo: sapete bene che “la rete” è un mare magnum dove trovare tempestivamente tutto è praticamente impossibile). Quest’ultimo, che reca la firma di Jason Urbanus (scommetto che è uno pseudonimo), ci parla delle feste che avvenivano negli henge del Wiltshire in età neolitica. L’indizio più rilevante, è che gli archeologi vi hanno ritrovato una grande quantità di ossa di maiali macellati. Nelle celebrazioni che vi si svolgevano, probabilmente in coincidenza con i solstizi, era certamente uso consumare grandi quantità di carne di questo animale, e probabilmente altre vivande che non hanno lasciato traccia dietro di sé, nonché, non sono difficili da immaginare, abbondanti libagioni. La nostra usanza del pranzo di natale (la festività cristiana del natale, lo sappiamo, in realtà ricalca quella antichissima del solstizio d’inverno e in realtà non si sa quando sia nato Gesù Cristo) ha verosimilmente origini molto antiche.

Tuttavia, questo non è ancora tutto perché l’analisi del DNA avrebbe rivelato che questi maiali provenivano perlopiù dalla Scozia e dal nord dell’Inghilterra, erano quindi prodotti importati.

Questo fatto ci lascia intravedere una società più complessa e una cultura più coesa, estesa all’intera Isola inglese o a gran parte di essa, di quel che avremmo immaginato, dove si commerciava su lunghe distanze. Questi antichi europei, quanto più li conosciamo, tanto più ci sorprendono, e ci appaiono simili a noi.

Il 6 agosto su MANvantara è apparso un link a un sito, “Ancient Britain” (davidabram co.uk) del fotografo David Abram, che ha assemblato un’ottantina di foto aeree di circoli megalitici britannici, materiale che dovrebbe far parte di un suo libro che è indicato come di prossima pubblicazione, appunto Ancient Britain (tuttavia, l’articolo sul sito è del 2017, e il libro potrebbe essere stato pubblicato nel frattempo).

Si tratta di un materiale piuttosto vario, che comprende cerchi di pietre dal significato cultuale, recinti, terrazzamenti, tombe, villaggi dell’Età del Bronzo, fattorie, tumuli funerari, e copre un arco di tempo molto vasto, dal 4.000 avanti Cristo fino alla conquista romana. Un colpo d’occhio molto interessante che, sebbene non apporti novità di rilievo a quello che conosciamo già, ci fa vedere le tracce di una cultura precocemente evoluta. La domanda che viene spontaneo porsi, è se di noi fra qualche millennio sarà rimasto altrettanto.

Noi sappiamo che la “scienza” ufficiale è rigidamente attaccata ai suoi dogmatismi, al punto da ignorare letteralmente i fatti che li contraddicono, tuttavia, se andiamo a vedere i siti e i gruppi facebook (e oggi “la rete” ha dato voce praticamente a tutti) di quella che pretende di essere “scienza alternativa” troviamo un panorama sconfortante di sciocchezzaio ufologico e teorie stravaganti in contrasto con le più elementari leggi della fisica. In mezzo a questo ciarpame, tuttavia, valutando con attenzione e prudenza può capitare di trovare qualche pagliuzza preziosa in mezzo al fango, qualcuno di questi fatti che la “scienza ufficiale” trascura o peggio censura.

Recentemente, un gruppo facebook, “Unexplained on Gaia” ha postato nemmeno un articolo, ma un video in cui in mezzo a un bel po’ di ciarpame ufologico, si menziona un fatto importante: in Anatolia (odierna Turchia) sarebbero stati ritrovati alcune statuine e un sarcofago molto simili a quelli egizi. Di per sé non vi sarebbe nulla di nuovo o rilevante, perché già nell’antichità oggetti di fattura egizia hanno viaggiato in tutto il Mediterraneo, ma c’è un piccolo particolare: questi oggetti avrebbero circa 12.000 anni, contro il massimo di al più 8.000 dei più antichi ritrovati nella terra dei faraoni, e questo induce a pensare che proprio dall’Anatolia siano originari gli antenati degli Egizi.

Purtroppo, il video non fornisce dettagli su questa scoperta, ma noi, grazie alla pratica della mummificazione, conosciamo il DNA degli Egizi meglio che quello di qualsiasi altro popolo antico, e il responso è molto chiaro: non solo le élite avevano un’impronta decisamente “europea” e addirittura “nordica”, ma la massa della popolazione era nettamente più “bianca” degli Egiziani di oggi, non vi era alcuna traccia di una componente subsahariana che oggi si ritrova nel genoma degli Egiziani odierni, e si scoprono invece parentele con l’area mediorientale e con l’Anatolia.

Con l’invasione turca, lo ricordiamo, l’Anatolia è stata oggetto di quella che probabilmente è stata la più vasta sostituzione etnica prima dell’età moderna, qui abbiamo ad esempio, l’imponente rovina di Gobeckli Tepe che è il tempio più antico conosciuto al mondo. Gli abitanti di Gobeckli Tepe ci hanno tramandato le loro fattezze in alcune statuette dalla fisonomia non solo prettamente europide, ma con incastrate nelle orbite pietruzze azzurre.

Analogamente, potremmo dire che la civiltà faraonica, la più antica conosciuta, di africano non ha che la collocazione geografica, e che i subsahariani non vi hanno dato alcun apporto se non come schiavi, anche se i loro discendenti oggi, con incredibile arroganza, pretenderebbero di porsi alla base non solo di essa, ma addirittura della stessa civiltà europea.

Torniamo decisamente in Europa. Il 7 agosto su “Ancient Origins” un articolo di Ed Whelan ci parla dei megaliti della Cornovaglia, di gran lunga meno conosciuti delle analoghe strutture che si trovano in altre parti delle Isole Britanniche, in particolare il grande dolmen di Trehevy Quoit. Si tratta di una struttura alta 2,7 metri costituita da cinque grandi pietre erette e una lastra di pietra posta come copertura.

Il sito era usato come luogo di sepoltura, ma doveva avere anche una funzione cerimoniale, sono infatti presenti i resti di un’anticamera che doveva essere adibita al culto degli antenati. Il luogo è oggetto di leggende, alcune delle quali collegate al ciclo arturiano. Certo, non è il caso di stupirsene, visto che nell’articolo di tre giorni prima, sempre Ed Whelan ci ha informati della leggenda, del resto ben nota nel folclore arturiano, che stabilirebbe come luogo di nascita di Artù Tintagel, che si trova appunto in Cornovaglia.

Un’osservazione conclusiva. Come è facile rendersi conto, questo lavoro è molto condizionato da ciò che offre il web di volta in volta. Questa volta ci siamo soffermati sulla scoperta del woodhenge portoghese, abbiamo visto i legami che probabilmente esistono fra l’antico Egitto e l’Anatolia, abbiamo parlato molto, come più di una volta, del megalitismo nelle Isole Britanniche (c’è poco da fare, il materiale disponibile al riguardo è più abbondante perché gli Inglesi sembrano avere per il passato della loro Isola un interesse che da noi ben raramente si riscontra).

Riguardo alla nostra Italia, stavolta non c’è stato nulla da dire perché in proposito il web nulla ci ha offerto, il che non è altro che un caso, infatti non dobbiamo dimenticarci che altre volte le cose sono andate ben altrimenti, e che abbiamo tutte le prove del fatto che fin dalla più remota antichità la nostra Penisola è inserita a pieno titolo nella civiltà europea, per non parlare delle scoperte paleoantropologiche che ci illuminano sui remoti albori della nostra specie, dall’oreopiteco all’uomo di Ceprano, a quello di Visogliano.

 Non dobbiamo nutrire dubbi che è della nostra eredità che stiamo parlando.

NOTA: Nell’illustrazione, foto aerea di un circolo megalitico tratta dal sito/libro Ancient Britain di David Abram.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 26 Ottobre 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Per Samonios vi dedico questa
    ..nuovo studio rivela qualcosa di molto diverso: il 63% dei bengalesi – il più alto di qualsiasi gruppo studiato di gran lunga – porta una serie di varianti genetiche che portano a gravi rischi di insufficienza respiratoria se infettati da Covid-19.
    E li hanno ereditati dai Neanderthal.
    Lo studio – Il principale fattore di rischio genetico per il COVID-19 grave è ereditato dai Neanderthal [30 settembre 2020] – è stato recentemente pubblicato
    https://vdare.com/articles/the-bangladeshi-neanderthal-connection-yet-more-evidence-of-a-genetic-factor-in-covid-19
    Invece del distanziamento sociale fra poco dovremo fare il distanziamento razziale

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