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Il mito dell’uomo selvaggio (Parte II^) – Walter Venchiarutti

Il mito dell’uomo selvaggio (Parte II^) – Walter Venchiarutti

La derivazione rinascimentale: l’uomo dei boschi nella tradizione alchemica

Tra i vari personaggi che popolano le facciate di una dimora del XV sec. a Thiers, pittoresca cittadina francese del Puy-de-Dôme, vi è una particolare statua intagliata in legno che raffigura un uomo di alta statura, irsuto, vestito di pelli e villoso; da cinque secoli si appoggia ad un lungo bastone e con sguardo emblematico sembra osservare il passante. La vecchia costruzione prende nome da questa raffigurazione ed è chiamata “la casa dell’uomo dei boschi”. Fulcanelli dedica un capitolo della sua importante opera a questo strano bassorilievo (Fulcanelli, Le dimore filosofali Vol. I, Roma 1973).

Viene scartata a priori l’ipotesi che la figura possa identificarsi come una corrente rappresentazione di S. Cristoforo, per la mancanza del piccolo Gesù, abitualmente portato sulle spalle del santo. Il vestito scimmiesco escluderebbe lo status del gigante cristiano Offerus prima della conversione e l’albero sradicato nella leggenda mal si combina con il bastone del “selvaggio” che termina con una testa scolpita. Secondo l’autore ci troveremmo di fronte alla dimora di uno sconosciuto alchimista.

La testa di donna riprodotta nel bastone evidenzierebbe “la madre dei pazzi”, cioè la scienza ermetica mentre il soggetto in questione viene a configurare l’Uomo Saggio, archetipo della semplicità nel vestire e nella trascuratezza della persona, come mostra la pettinatura scarmigliata e la barba incolta.

Queste prerogative confermano: disprezzo per le frivolezze degli uomini e appoggio continuo sulla sapienza (il bastone).

La posizione occupata e l’alta corporatura gli consentono una attenta osservazione in rapporto alla fragilità degli esseri umani. Così deve essere l’alchimista “…un sapiente dallo spirito semplice, attento scrutatore della natura che cercherà di imitare come la scimmia imita l’uomo”.

L’individuo pazzo che si pone al di fuori delle norme e convenzioni che regolano il consorzio civile è il rappresentante simbolico del “mercurio filosofico” sintesi stessa della disciplina ermetica, principio della vitalità che anima tutte le cose. È interessante notare l’affinità tra il mercurio chiamato il Pazzo della Grande Opera, a causa dell’incostanza e della volatilità, con la prima carta dei tarocchi, detta il Pazzo o l’Alchimista.

Mercurio “È l’agente universale della Natura, il messaggero degli dei, vale a dire l’intermediario indispensabile alle manifestazioni dell’esistenza…” e da mediatore universale “…penetra tutti gli oggetti ed unisce tutti gli esseri con vincoli di una segreta simpatia” (O. Wirth, Il simbolismo ermetico, Roma 1978).

Analogamente l’Uomo dei Boschi, rappresentante del mercurio, pazzo della natura, araldo mistico, compie il ruolo di anello di congiunzione tra l’uomo e Dio. Anche l’iconografia privata e pubblica del Cinquecento a Crema non era affatto estranea alle contaminazioni alchemiche (W. Venchiarutti, L’ombra di Rodolfo II e il mondo degli alchimisti padani nelle committenze di Francesco Tensini, in Insula Fulcheria n XXXVII, Crema 2007). Nelle formelle fittili rinvenute presso il Duomo della città di Crema è riprodotta la filiforme fattezza di un essere per metà uomo e per metà vegetale, rappresentante di quella categoria di guardiani della soglia intrisi di sacralità pagana.

Queste rappresentazioni sono coeve e strettamente imparentate con le “maschere lignee dei Visconti” fogliate e leonine che propongono fattezze antropomorfe, collocate sulla testata esterna delle travi, in qualità di antefisse, a sostegno del tetto del Vecchio Palazzo Visconti a Brignano Gera d’Adda. La loro riproposta estetica, come per le grottesche del salone Pietro da Cemmo (sempre a Crema) avviene considerando la loro simbologia scaramantica fondata sul timoroso rispetto e venerazione augurale ereditata dalle antefisse di origine greca e romana (P. Wuilleumier, Taranto dalle origini alla conquista romana, Taranto 1987).

 

La derivazione in seno alla tradizione popolare cremasca dell’uomo selvaggio: folletto arrogante, eroe civilizzatore, saggio troglodita intelligente

Uno speciale tipo di uomo selvatico in formato ridotto è il Salvanél, specialista nel procurare guai riesce con incredibile destrezza ad introdursi nelle case, nelle stalle e combinare dispetti a non finire sbeffeggiando indistintamente uomini, donne, bambini ed animali. Questi ultimi più degli esseri umani, innervosendosi inspiegabilmente sanno fiutare la sua presenza. Le donne sono spesso oggetto delle sue intraprendenti intemperanze e questo diavoletto combina loro dispetti di marca sessuale come “sollevar le gonne, nascondersi nel pitale, toccare i seni ecc.” (G.L. Beccaria, I nomi del mondo, Torino 1995). È da notare l’assonanza con il termine vernacolare “visinèl” fatto corrispondere ad un soggetto particolarmente vivace e intraprendente. Durante i giochi tra fanciulli, le ragazze cremasche facendo roteare la gonna che si allargava a campana esclamavano: “O visinèl ve sota ‘l me guarnèl” (O birichino vieni sotto la mia gonna).

Secondo i più accreditati studi storiografici le origini della città di Crema, come nucleo urbano dotato di una certa rilevanza strategica e politica, vengono fatte risalire al XI sec. grazie all’immigrazione di abitanti provenienti in buona parte dai monti e dalla pianura bergamasca.

La migrazione interna con direzione Nord-Sud in Lombardia è un fenomeno molto antico e complesso riguardante non solo i ceti nobiliari. Una continuità millenaria ha coinvolto un considerevole numero di allevatori – pastori interessati al fenomeno della transumanza (M. Corti, L’alpeggio nelle Alpi lombarde tra passato e presente, in SM Annali di San Michele, vol. 17, 2004).

I campi della pianura, irrigati con le acque delle risorgive o fontanili, d’inverno conservavano una temperatura superiore a quella esterna e facilitavano così la crescita anticipata e abbondante del foraggio. In aprile/maggio l’erba cresceva abbondante e in anticipo grazie alla pratica delle marcite.

I bergamini malghesi dalle valli bergamasche (Val Taleggio, Valle Imagna, Val Seriana e Brembana) e bresciane (Val Camonica, Val Trompia) venivano con i loro armenti a svernare in pianura durante i primi mesi dell’anno e il bestiame era nutrito con erba fresca. Il soggiorno temporaneo era regolamentato e i rapporti con gli stanziali erano già fissati negli statuti municipali cinquecenteschi. I patti stabiliti tra contadini locali e bergamini/malghesi/transumanti prevedevano: campi concimati e “formaggio salva” in cambio di pernottamento nelle stalle e diritto di pascolo.

Il latte prodotto in sovrabbondanza veniva “salvato”, destinato cioè alla produzione di un formaggio a pasta cruda che per tale motivo ha preso il nome di “salva”. Il salva è un formaggio dal sapore asciutto, ottenuto dalla lavorazione di latte crudo e oggi costituisce il “prodotto tipico a denominazione d’origine protetta” del Cremasco.

Bergamì (berg-man/berhamino/uomo del monte, provenienti dalle valli e montagne bergamasche) e i Malghés (uomini delle mandrie da latte) nell’immaginario collettivo degli stanziali a causa della parlata strana, usavano un dialetto dai suoni gutturali e incomprensibili, acquisivano lo status di orde selvatiche. Questi uomini primordiali vestivano in modo arcaico, portavano scusàl (grembiule), tabàr (mantello), cappelli scuri di feltro, grossi orecchini d’oro, sapèi (zoccoli di legno), camişòt (lunga camicia), e un lungo bastone. Per i modi frugali e schivi fornivano l’archetipo del diverso, dell’altro, dell’uomo selvatico dei boschi, il silvano che ricoperto di pelli, armato di bastone, conosce i segreti del caglio naturale e animale, delle tecniche per trasformare il latte in formaggio e farlo durare (stagionare). Il paragone di questi strani foresti con l’uomo selvatico non appare di certo casuale. Oltre alle evidenti identità materiali i comuni saperi, riservati alle conoscenze casearie, alle modalità rivolte a governare gli animali, utilizzare erbe e frutta rendono convincente il confronto.

Dalle valli bergamasche lungo le aste fluviali del Serio, dell’Oglio e dell’Adda i migranti temporanei percorrevano con mandrie e greggi dai 100 ai 140 km con tappe di 20 km giornalieri. I periodi della transumanza prevedevano la discesa invernale (8 mesi da settembre ad aprile) e la risalita estiva (4 mesi da maggio ad agosto). Questi spostamenti temporanei sono durati fino agli anni Cinquanta mentre negli ultimi tempi avvenivano grazie all’ausilio di camion.

 

Le caratteristiche dell’uomo selvatico

Il selvaggio dei boschi svolge una primitiva funzione nel ricompattare la comunità, tenendola unita e lontana dal pericolo dovuto alla disgregazione e dalla confusione dei ruoli. Gli viene riconosciuta la mansione di mediatore dei tre mondi: animale-umano-divino.

Grazie alle disparate provenienze ha attinto altrettanti attributi, mansioni e qualità a cui di volta in volta è stato preposto.

Non è un selvaggio nel senso proprio del termine perchè esercita la condotta contraddittoria di catalizzatore del sacro e del profano:

  • non si lava, non si rade ma sotto un aspetto rozzo e ripugnante nasconde timidezza con chi è gentile nei suoi riguardi.
  • Il troppo isolamento ha prodotto in lui un impoverimento delle capacità comunicative che viene scambiato per infantilismo e stupidità. Tuttavia le comunità concordemente gli riconoscono metodologie estremamente professionali ed avanzate nel trasmettere conoscenze naturali, nei misteri della malgazione e della lavorazione dei latticini.
  • Pur preferendo l’indipendenza e il romitaggio il selvatico avverte di tanto in tanto il bisogno di socializzare con l’uomo. Esce allo scoperto ma quasi subito le sue reazioni e i suoi modi lo costringono ad abbandonare in fretta ogni consorzio umano.

Allo stesso modo una ulteriore aporia è costituita dal fatto che nonostante la riconosciuta assenza di regolare istruzione questo essere, ancorato ad una tradizione arcaica, permane straordinariamente dotato di superiori cognizioni pratiche. Si identifica con il depositario di conoscenze, il sapiente dei boschi, qualità che istintivamente gli provengono dal vivere un rapporto rispettoso con gli animali e con la natura. L’uomo evoluto non ha saputo conservare questo equilibrio benché abbia sviluppato importanti conoscenze tecnologiche. Le esperienze dell’essere primitivo si basano sulla conoscenza appropriata delle virtù medicinali di erbe con cui si nutre e si cura. Sa scegliere con perizia la bontà delle bacche commestibili da quelle velenose, distingue i frutti di cui si ciba, ha acquisito la capacità di trasformare quasi magicamente il latte prodotto dai suoi armenti in prelibato formaggio e spesso di questo sapere fa dono agli uomini, dimostrando una generosità e una disponibilità non sempre ricambiate. Le leggende narrano che gli uomini hanno imparato da lui a fare il burro, il latte, hanno appreso la tecnica di produrre formaggio e avrebbero appreso, se il destino l’avesse permesso, anche l’arte più straordinaria di trasformare il siero in olio per lampade e in cera. In altre versioni l’uomo dei boschi non è selvatico e non così selvaggio poiché dimostra saggezza e possiede qualità che farebbero di lui, in ambito agricolo, un provetto colono: pratica l’apicoltura, è veggente un po’ mago e astronomo, sa leggere nel cielo il corso dei pianeti e riconosce le stelle. L’affinata sensibilità gli consente di essere buon metereologo e di poter prevedere le variazioni climatiche. Queste prerogative hanno finito per assimilarlo alla personalità del mago Merlino che nel ciclo arturiano prende forma nel satiro silvestre (M. Riemschneider, Miti pagani e miti cristiani, Milano 1973).

Il suo patrimonio sapienziale si estende alle tecniche estrattive ma teme i prodotti della civilizzazione e soprattutto non sopporta le macchine di qualsiasi genere. Gli umani avrebbero appreso dal Selvadech le tecniche per estrarre dalla terra minerali utili e metalli preziosi. Tali prerogative lo apparentano a nani e a gnomi che nella tradizione nordeuropea vengono da sempre considerati autentici specialisti della metallurgia.

L’uccisione alla fine del carnevale o la cacciata segna la completa sparizione del selvaggio dal consorzio degli umani. Il rituale del capro espiatorio celebra il conseguente rifiuto delle pratiche naturalistiche. La vittima predestinata con il suo sacrificio permette la prosecuzione della specie, il ristabilimento del patto di amicizia con la divinità. Se il selvatico è stato visto come uno dei lontani progenitori che hanno portato alla definizione della figura di arlecchino nel teatro della commedia dell’arte, diventa suggestiva l’ipotesi secondo cui l’immaginario collettivo contadino possa aver mutuato da lui le numerose tipologie collegate alla tradizione carnevalesca, proponendo una nutrita serie di figure: brut, crapón, sapór e gagèt (W. Venchiarutti, Il carnevale cremasco ieri e oggi, Crema 1997). Tutti questi personaggi hanno notevolmente contribuito a permeare le leggende e sviluppare in aneddoti narranti le storie di un essere rustico, che viveva una esistenza solitaria e adamitica allo stato semiselvaggio, a metà strada tra l’animale e il divino, in stretta simbiosi con l’habitat naturale.

 

Le derivazioni moderne del mito: l’uomo dei boschi in bilico tra idealismo fascista e ecologismo antiutilitarista

La duttilità di cui ha saputo dar prova il singolare protagonista della storia popolare applicata alle recenti categorie umane non cessa di sorprendere nella sua funzione di trait d’union tra natura-cultura, passato-presente. Con l’avvento della modernità l’impronta del selvaggio/selvatico sembra essere riuscita a superare gli stretti limiti imposti dalle opposte filosofie di pensiero, giungendo a valicare i tradizionali steccati imposti dalla tradizione e ristabilendo le caratteristiche degli antitetici personaggi.

Nella galleria degli archetipi politici il nostro protagonista sembra uscire da uno dei tanti bozzetti che hanno vivacizzato la produzione grafica futurista. Ad esempio non sorprende l’apparentamento con l’uomo nuovo idealizzato nell’era fascista, che si muove baldanzoso, sorretto dalla maschia gioventù, nella sua pelliccia-camicia nera, in compagnia dell’inseparabile bastone/manganello. Come lui preferisce vivere pericolosamente da antiborghese e anticapitalista assomma lo sprezzo del pericolo all’esaltazione della forza. Lo regge una straordinaria volontà di potenza, finalizzata a percorrere traguardi ambiziosi e pericolosi. Le sue preferenze vanno alla semplicità rurale dello strapaese, segue il codice etico antimoderno e anticonsumista del ribelle papiniano (G. Papini – D. Giuliotti, Dizionario dell’omo salvatico, Firenze 1923), è avulso dalle regole comuni, si riallaccia ad una economia antimercantilistica e autarchica della vita, intollerante verso ogni tipo di promiscuità-compromesso, ben determinato negli obiettivi da raggiungere. Anche in arte come nella letteratura del ventennio non è casuale che riviste d’avanguardia artistica e letteraria si identifichino non solo nominalmente nel “Selvaggio”. Il riferimento specifico è alla testata “Il Selvaggio” (1924-42) diretta da Bencini e Maccari.

Anello di congiunzione tra sacro e profano “l’uomo silvestre” è al tempo stesso animale e uomo, uomo e Dio, assurge nel contempo al compito di proteggere e attaccare la comunità. Pur essendo estraneo al consorzio degli alfabetizzati, con il suo prorompente ecologismo, con l’esercizio dei principi antiutilitaristi assurge a nume tutelare della conservazione naturalistica e dei costumi tradizionali nei confronti di una società ormai in balia dell’omologazione esasperata e dall’abuso nauseante dei mezzi di comunicazione di massa. L’uomo selvaggio rappresenta l’ultimo difensore della natura, avverso e immune dai numerosi tentacoli grazie ai quali l’inquinamento urbano sta facendosi strada nelle metropoli. La sua immagine costituisce l’esempio di una diversità atemporale, sempre valida contro ogni forma di compromesso consumistico e di devastazione ambientale. Monito di una ingenua e utopistica saggezza da cui perviene il messaggio: il selvatico salvifica e salva.

In netta antitesi con le precedenti versioni negative il nuovo ruolo bonario svolto dal silvano riassume tutte le caratteristiche dell’incorrotto amico della natura, signore degli animali.

É un antesignano dell’antropologia classica a riconoscere il debito che oggi l’uomo deve tributare al cosiddetto primitivo:

Grande è la gratitudine che dobbiamo ai lavoratori oscuri e dimenticati di cui la lunga energia e il pensiero paziente ci han fatto quel che siamo … Il disprezzo, il ridicolo, la ripugnanza e il biasimo sono troppo spesso il solo riconoscimento concesso al selvaggio e ai suoi costumi… (ma) … le nostre somiglianze con i selvaggi sono ben più numerose delle differenze” (J.G. Frazer Il Ramo d’oro, Vol. II, Torino 1965).

Il fenomeno storico della scoperta delle Americhe ha inciso sul tradizionale corpus delle leggende pagane e cristiane che narrano episodi riguardanti il “rustico della selva”. Sensibili interpreti della nuova esperienza (G. Cocchiara, Storia del folklore in Europa, Torino 1971) hanno celebrato il mito del buon selvaggio. Pur partendo da osservazioni realistiche entrano in azione nuove concezioni utopistiche: la primitività equiparata alla bontà. Paragonato ai Greci ed ai Romani il selvaggio diventa eroe, è felice perché vive in una società dove non esiste il mio e il tuo, non si impongono leggi se non quella della morale naturale, non esiste la sofferenza, il tormento della vanità, il tarlo dell’ambizione, la smania della ricchezza. In seno al gruppo tribale è perseguito l’aiuto reciproco.

L’impatto-disturbo che comporta l’apparizione di questo ribelle nella normalità sociale equivale sempre a qualcosa di traumatizzante. La forza primordiale, la simbiosi naturalistica, l’isolamento individualista che ne costituiscono l’essenza lo pongono in netta antitesi con “l’uomo comune”, immerso nella struttura sociale urbanizzata, abituato alle raffinatezze della civiltà, alla lotta per il predominio ambientale, alla promiscuità metropolitana.

Le sue prerogative sono i presupposti di un’etica abbandonata ormai da millenni, oggi riscoperte da chi rievoca mai sopite suggestioni legate ad un interminabile primitivo passato ricco di emozioni contrastanti.

Anche dal punto di vista ideale le scelte dell’Uomo Selvatico si prestano per esser suggestivamente equiparate allo stile di vita che regge il comportamento del “Waldgang”. In stretto contrasto con le priorità espresse dai suoi simili anche l’anarca jungeriano (E. Junger, Trattato del ribelle, Milano 1990) “passa al bosco” e sfida la società diventando un “Ribelle”.

Il bosco rappresenta sempre il luogo mitico delle fiabe ancestrali, dove i bambini si perdono, prosperano i lupi e le streghe divorano gli uomini, ma nel contempo sa offrire rifugio a chi non è più in grado di tollerare i condizionamenti del conformismo corrente. Si tratta comunque di un percorso arduo e pericoloso, di una rinuncia ai comfort ed alla sicurezza che possono esser affrontati solo da chi opta hic et nunc per la libertà come principio e come via.

Lo stile di vita arcaico, l’instabile precarietà del fuorilegge affascinano e al tempo stesso definiscono un modello superato dalle successive conquiste e migliorie messe a disposizione dal progresso, divenute irrinunciabili per l’uomo moderno. Tuttavia pesa ancora l’allontanamento dal quel cordone ombelicale che univa il primitivo alla confidenza con i segreti della terra madre.

La vera intolleranza verso questo ispido soggetto, ciò che spaventa, non solo a livello fisico, ma anche mentale è il fatto che con le sue frequenti apparizioni mette in serio dubbio i principi razionali e la bontà delle scelte operate dall’uomo moderno. Scricchiolano le prerogative di una società che ha accantonato la spontaneità e la naturalezza mettendo al primo posto l’ingentilimento artificiale dei costumi e che nella scelta di comodità materiali ha sacrificato le conoscenze istintive, impoverito o perso ogni sensibilità spirituale.

La condotta semplice dell’uomo dei boschi, richiama articolati comportamenti oggi dimenticati ma che si riaffacciano puntualmente nei momenti critici. Se queste credenze popolari venissero finalmente considerate senza pregiudizi di condanna semplicistica o di imparziale apoteosi ma con il rispetto che gli studiosi del folclore locale meritano non mancherebbero le sorprese, gli aiuti e i suggerimenti forniti da una saggezza millenaria, un sostegno gratuito non disprezzabile anche per un futuro tecnologicamente avanzato.

Bibliografia

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  • Togni R., L’uomo selvatico nelle immagini artistiche e letterarie, in Annali S. Michele, n 1, Trento 1988.
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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Walter Venchiarutti il 25 Ottobre 2020

Walter Venchiarutti

Walter Venchiarutti Inizia nel 1978 attività di ricerca nel settore dell’antropologia locale partecipando alla fondazione del Gruppo Antropologico Cremasco. È stato Presidente della Commissione Museo di Crema dal 1991 al 1994 e consulente per l’allestimento della Casa Cremasca. Dal 2007 è Vicedirettore della rivista Insula Fulcheria e curatore della collana Quaderni di Antropologia Sociale. Collabora con articoli a riviste, blog locali e prende parte all’attività di gruppi culturali. In specifiche pubblicazioni ha trattato storia e tradizioni legate alle vicende del Cremasco e del Cremonese.

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