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Diritto e rovescio – Livio Cadè

Diritto e rovescio – Livio Cadè

 “La potenza dei re è fondata sulla pazzia del popolo”

(Pascal)

I. Libertà e dovere

Diritti e doveri appartengono alla dimensione dell’etica; in quanto tali rappresentano una caduta dello spirito. I valori morali sono infatti le stampelle di uno spirito zoppo. Doverci porre come compito di essere giusti, retti o benevoli, indica una corruzione della nostra natura originaria. Ma la società moderna inclina verso livelli ancora più bassi, dove quegli stessi valori relativi e superficiali vengono rapidamente erosi.

Fra i tanti motivi che hanno prodotto un rapido e progressivo deterioramento dei cosiddetti valori etici v’è a mio parere l’eccessiva enfasi posta sui diritti civili. Per altro, ogni eccesso reca in sé i germi dell’auto-distruzione. È quindi prevedibile che all’ipertrofia di un sistema di garanzie seguirà una sua brutale riduzione. Ma questo non preoccupa i fanatici dei diritti, i quali intendono procedere di conquista in conquista, immaginando sia possibile anche in questo campo un progresso senza fine. Temo verranno disillusi. Naturalmente non si discute la necessità di assicurare un insieme di norme e vincoli reciproci. Ma il termine ‘diritto’ pare oggi implicare una pretesa del singolo o di certe categorie nei confronti della società, esprimere forme di recriminazione e vittimismo incuranti di interessi più generali.

La rivendicazione di un diritto seppur legittimo – “è un mio diritto!” – prende allora un che di piagnucoloso e arrogante,  come una sorta di protesta infantile. È un bambino che ricorda al genitore il dovere di provvedere ai suoi desideri – e di contro il suo diritto come figlio ad ottenere soddisfazione. E’ un atteggiamento che, mentre sembra indicare una posizione di forza del bambino viziato nei confronti della debolezza paterna o materna, implica in realtà la sua totale dipendenza. Questa patologica interazione all’interno della famiglia, che compromette tanto l’autorevolezza dei genitori quanto la crescita morale dei figli, viene spesso riprodotta nella relazione tra il cittadino e lo Stato o l’ambiente sociale.

Chi reclama i suoi diritti dovrebbe ricordare che non esiste alcun diritto, al di fuori delle fragili convenzioni umane. In natura, l’uomo non ha diritti. Non esiste una legge biologica che ne preveda la concessione. L’unico diritto inalienabile, stabilito per decreto di natura, è quello di morire. Per il resto, la vita non fornisce garanzie o tutele e non stipula polizze assicurative. I diritti alla libertà, al lavoro, alla proprietà ecc. riflettono arbitrarie scelte culturali. La loro mutevolezza nel tempo e nello spazio ne denuncia il carattere effimero. Alcuni dei nostri ‘diritti’ non esistevano in passato e, benché ci illudiamo di poterne godere per sempre, in futuro verranno probabilmente aboliti o sostanzialmente ridotti .

Noi consideriamo diritti  inviolabili quelli che sono in realtà privilegi legati a particolari condizioni storiche. Uno sguardo al passato ce ne può facilmente convincere. E se anche i diritti garantiti dalle nostre istituzioni moderne fossero un reale progresso – ma è lecito dubitarne – niente può garantirne la stabilità. Per altro, non si tiene conto che il diritto dei più deboli poggia sulla volontà dei più forti di riconoscerlo e onorarlo. Quindi, il diritto di una moltitudine di soggetti deboli si fonda sul dovere di una minoranza dominante. Questo dovere non è sancito da alcuna istituzione naturale. La natura infatti riconosce solo la forza, cioè il diritto di chi riesca a imporre la propria volontà.

Limitare la naturale arroganza del potere attraverso interazioni sociali definite e regolate da leggi, è un atto etico e culturale. Nella sua forma inferiore è una mera espressione di convenienze tra le parti. Anche in regimi di teorica uguaglianza, la massa dei soggetti deboli accetta in pratica una condizione di inferiorità e sudditanza rispetto a una élite che gode di diritti e privilegi superiori. Le ineguaglianze vengono tacitamente accettate e rispettate. In cambio i soggetti deboli sperano di poter godere di alcuni benefici. Questo avviene del resto anche tra gli animali.

Secondo un pensiero più elevato e idealista, l’etica dovrebbe aspirare alla compassione. Non sarebbe più allora una mera costruzione di regole esteriori ma formerebbe un vincolo di natura spirituale tra le persone. La sua origine non sarebbero più codici arbitrari ma le leggi stesse del Cuore, inteso come centro dell’essere. Di fatto, se si nega la realtà dello spirito, la moralità si riduce a calcolo utilitaristico, o a una foglia pudica con cui nascondere la nudità selvaggia della natura. Per questo la cultura che assolutizzi una scienza naturalistica è implicitamente amorale e, nonostante le sue leggi, finirà sempre per avallare la servitù del più debole. In una natura desacralizzata apparirà tanto logica l’affermazione della forza e dei suoi diritti quanto irrazionale l’applicazione di ideali spirituali.

Inoltre, il nostro diritto viene spesso assimilato alla nostra libertà. Ma il diritto che ci viene offerto da un potere esterno non ci rende liberi, è solo una concessione. La libertà che ne deriva è illusoria e passiva, subordinata alle decisioni di altri. Chi ci concede arbitrariamente un diritto ce ne può arbitrariamente privare. Ritrovarsi involontariamente titolari di un diritto non implica una nostra autodeterminazione. D’altro canto, ogni potere ha come scopo la propria auto-conservazione e i diritti che ci garantisce non possono mai contraddire questa sua primaria necessità. Infatti, nessun potere riconosce il diritto di ribellarsi.

Per converso, il dovere è avvertito come la contraddizione di un desiderio. In una società che percepisce il desiderio soddisfatto come espressione massima del diritto, il dovere diviene quindi antitesi della libertà. Questa doppia illusione nasce dalla consuetudine di subordinare diritti e doveri ai nostri interessi. Quando godiamo di un diritto pensiamo di trovar soddisfazione a un nostro bisogno; quando obbediamo a un dovere, il che non di rado comporta una rinuncia, sentiamo invece su di noi il peso di una coercizione o di una frustrazione. In realtà, assumendo in modo disinteressato un dovere, impegnandovi la nostra volontà, realizziamo un atto molto più libero che quando godiamo di un diritto elargito da altri.

Ma oggi tutti reclamano diritti, anche quelli più assurdi: il diritto di non essere odiati, di esser sani, di aver figli, di cambiar sesso. Tutti accampano il diritto a esser felici, senza capire che non può esistere alcun diritto del genere. Né possono esistere diritti uguali per tutti. La natura e il destino ci destano dal nostro sogno di uguaglianza. Un cieco non ha il diritto di vedere, né un uomo di partorire o uno stupido d’esser intelligente. Lo stesso diritto alla vita non può esser garantito. Ricordo la storia di quell’attorucolo che va da Eduardo de Filippo e gli chiede una particina per racimolare qualche soldo. Eduardo non lo ascolta neppure e il tizio insiste, chiosando le sue suppliche con il classico “aggio a campa’ pur io!”. Finché Eduardo lo guarda, immagino con cinica flemma, e gli chiede: “e pecché?”.

Domanda legittima e sensata. I ‘nostri diritti’ sono per noi ciò che ci è dovuto. Ma niente ci è realmente dovuto. Anche leggi, accordi o contratti, che prevedono ‘diritti’, sono segni tracciati sulla sabbia o nell’acqua. I nostri doveri sono invece impressi indelebilmente in noi. È il Cuore che ci dice “devi!”. Non per via di torbidi sensi di colpa o per la pressione dell’ambiente. È una legge intellettuale che ci lega agli altri, simile a quella che l’armonia impone al musicista e la logica al matematico. L’essenza del diritto – ovvero della rettitudine – dovrebbe quindi consistere in una metafisica del dovere, nel sentimento di obbligazioni liberamente assunte e a volte faticose, fino al sacrificio. Il dovere afferma la nostra libertà perché si oppone al carattere deterministico degli istinti. In maniera incomprensibile alla scienza, rivela la possibilità del nostro spirito di trascendere le pulsioni naturali del desiderio e della paura.

 

II. Sadismo e potere

Purtroppo la società attuale è ben lontana dall’aderire a principi spirituali. Siamo governati da un Potere che tiene in spregio il Diritto, anche se formalmente sembra esserne il custode; in realtà rovescia malignamente il senso delle cose, per cui trova logico chiamare ‘liberismo’ la schiavitù e definire ‘diritti’ le storture che ci impone.

Del resto, l’idea di un potere intrinsecamente violento è sedimentata in noi e segretamente ci affascina. Secoli di cristianesimo non son riusciti a incrinare un edificio sociale che poggia essenzialmente sul diritto del più forte. Dio stesso è ridotto a icona del potere regale e a sua legittimazione – “Dieu est mon droit“. L’amore del prossimo, come fonte del diritto, è una remota utopia. L’agape cristiano o la compassione buddista sono rare anomalie in un sistema dominato dalla logica belluina di una lotta priva di scrupoli.

Quindi la forza prevale sempre sul diritto. Questo è tanto più vero oggi, data l’inverosimile concentrazione di ricchezze nelle mani di una minoranza sempre più ristretta, a danno di un’immensa maggioranza di persone svantaggiate. Abbiamo da un lato una microscopica élite che dispone di poteri illimitati, e dall’altro un’oceanica massa di individui impotenti. Si può pensare che tale schiacciante superiorità quantitativa debba infine rovesciare i rapporti di forza, ma non è così. “Che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti“, dice Jünger. Ma le pecore non si trasformano in lupi, per un handicap morale prima ancora che materiale.

Idealmente, chi governa dovrebbe avere a cuore il benessere del popolo. Ma il potere ha una connotazione sadica. È la libidine del dominio, un delirio di potenza che gode nel sottomettere gli altri. Nell’interpretare le forme del potere sarebbe quindi fuorviante limitarsi a considerazioni economiche, ignorandone lo psichismo perverso. Nel genitore o nella guardia, nel politico o nel manager, vediamo affiorare la passione del dare ordini, del punire, del sopraffare. E oggi è inquietante osservare come, prendendo a pretesto un presunto stato d’emergenza, molti cerchino di appagare pulsioni sadiche attraverso l’esercizio del potere, per mezzo di un’autorità legittima o usurpata. Pare che, come nelle “120 giornate di Sodoma“, rischiamo di venir reclusi e torturati da un Potere sadico e dai suoi aguzzini, ovvero dai suoi fottitori, come li definisce de Sade.

La morfologia del potere che il Marchese descrive ha l’aspetto di una mostruosa Idra quadricefala, formata da caste politiche, ecclesiastiche, giudiziarie, economico-finanziarie.  Tuttavia, la quarta testa, formata da onnipotenti banche e gigantesche lobby, ha raggiunto oggi una posizione di assoluta egemonia sugli altri poteri, e con essa la possibilità di padroneggiare tutti i gangli vitali della società. I nostri stessi modelli di pensiero e la nostra sfera affettiva sono sotto il suo controllo.

Lo dimostra l’assurdo trompel’œil della pseudo-pandemia, capolavoro nell’arte di manipolare e corrompere le coscienze. Il Potere ha infatti potuto agire come una feroce dittatura conservando un’apparenza liberale e democratica. È riuscito a convincerci che il giogo di obblighi e divieti – o per meglio dire di soprusi – che ci impone, coincide con i nostri interessi. Questo grottesco regime sfascista riesce infatti ad attuare i suoi disegni col pretesto di difendere un principio etico, il sacro diritto alla vita. Dovremmo quindi accogliere le sue angherie con rispettosa gratitudine, perché fondamento del nostro diritto d’esistere. Quanto preferirei mi fosse accordato il diritto di rifiutare tali materne premure!

Non bisogna tuttavia dimenticare che la brama di dominare si fonda e campa su quella, altrettanto morbosa, d’esser dominati. Così, anche oggi v’è un’oscura collusione che lega vittime e carnefici: un manipolo di sadici abusa di una massa masochista e condiscendente. La sottomissione e il servilismo sono per altro tipici atteggiamenti legati all’infantilizzazione dell’uomo moderno. Se da un lato v’è in lui il bambino viziato, che esige e pretende diritti, dall’altro scopriamo un bambino insicuro, che si sente protetto dalla totale e passiva ubbidienza al Super-Io incarnato nel Potere.

Accetta quindi di essere impoverito, segregato, multato dalla polizia, brutalizzato dai medici, è pronto finanche a obbrobriose delazioni, non solo perché tutto ciò si dice garantisca il suo diritto alla salute, ma perché la soggezione al Potere lo rassicura. Per converso, lo Stato può sottoporre il Paese a ogni sorta di sevizia con l’aria di adempiere il nobile dovere di salvaguardare la vita dei cittadini. V’è in questo un’intima e colpevole connivenza. È in fondo la gente stessa che vuol essere fottuta, che sembra godere di questa violenza piena di buoni propositi che par prendersi cura della sua salute. Quando vedo costoro, che tutto giustificano col “devo campare pure io”, vorrei anch’io chieder loro: “e perché?”. La paura di morire non mi pare una buona ragione per vivere. Rimpiango il corroborante cinismo di Carlyle: «“Debbo vivere, signore”, dicono molti. Al che io rispondo: “No, non è necessario”».

Curioso paradosso, costoro che paiono così abbarbicati alla vita, sono in realtà eccitati dai calcoli maniacali di morti e di contagi, dalle rappresentazioni macabre e dalle funeree previsioni. Dissimulano educatamente la voluttà che provano al sentire di omicidi, stragi, disastri. Sono figli di una società che, sotto l’apparenza vitalistica, nasconde una natura sadica e necrofila, amante del dolore. È a causa delle loro pulsioni mortifere che pretendono di sanificare la Terra, cioè di renderla sterile, e invocano il diritto di essere immortali in un mondo devitalizzato, privo di germi e di infezioni. Poi tendono la mano alla scienza perché pietosamente allunghi loro un obolo di farmaci o vaccini, «elemosina che, gettata al mendicante, prolunga oggi la sua vita per rimandare a domani il suo tormento», come direbbe Schopenauer di questa insana volontà di vivere.

Questa allucinazione sanitaria è il mostro concepito e partorito dai nuovi tiranni. Una corte di cicisbei scientifici e politicanti gli ha fatto da levatrice e ora lo culla e lo nutre. La paura è diventata instrumentum regni per governare questo caos sapientemente preordinato. L’ansia è la linfa del nuovo ordine caotico. Perciò i corifei del Potere, come sibille, profferiscono oracoli e sentenze angoscianti. Non servono brutali squadristi per far bere olio di ricino e intimorire la gente; pare giusto venir terrorizzati e subir oltraggi ben più gravi di una purga, anzi lo si ritiene un diritto. E se qualcuno vorrà opporsi a questa psicofobica dittatura, interverranno fottitori polizieschi e militari, forze per loro natura meccanicamente ubbidienti, pronte a difendere il Potere.

V’è però, nel nuovo regime sfascista, un altro essenziale e decisivo elemento. È la malizia compiacente di quelle che de Sade chiama le novellatrici, prostitute e mezzane rotte a ogni bassezza. Questo ruolo è assunto oggi dagli organi di informazione, cui tocca il compito di narrare le perversioni del Potere come fossero virtù, dando loro giustificazioni morali e razionali. Sono loro a tessere una rete di falsità e suggestioni nella quale si resta impigliati come piccoli pesci; sono loro a censurare la verità definendola fake news; sono loro a gettare fango sugli antisfascisti, mettendoli alla gogna e alla berlina. In realtà è il potere affabulante e ipnotico dei media il grande fottitore; fingendo di difendere il diritto all’informazione è costantemente all’opera per fottere il cervello della gente.

È chiaro che, in un’epoca di contraffazione sistemica del vero, anche parlare di ‘diritto’ è pura ipocrisia. I valori umani vengono surrogati con feticci e simulacri. Per contrastare lo sfascismo dobbiamo dunque strappare la maschera al Potere, ai suoi fottitori e alle sue puttane travestite da fantesche. Ma è altrettanto fondamentale riconoscere le nostre complicità col regime. Dei ruffiani contastorie ci hanno appeso a testa in giù, costringendoci a vedere una realtà capovolta. Se la Giustizia diventa ingiusta, se si approvano leggi illegali, se le forze dell’ordine ubbidiscono ai comandi del Caos, evidentemente il Diritto è stato rovesciato. Insieme è stata rovesciata la nostra percezione del dovere. Quindi, dovremo ribaltare il mondo per vederlo finalmente dal lato giusto.

 

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Categorie: Cultura, Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 13 Ottobre 2020

Commenti

  1. Pietro

    Bellissimo spunto. Ci voleva. Qui crolla tutto…

  2. Francesco Colucci

    Sempre molto profondi e ricchi di spunti di riflessione gli articoli di Livio Cadè. Il riferimento alla dodicesima lama degli Arcani Maggiori dei Tarocchi (“Le Pendu” – “L’Appeso”) andrebbe però esplicitato nel suo più corretto significato: “Le Pendu” non è colui che è stato appeso a capovolto a testa in giù subendo la sofferenza e la costrizione del supplizio per opera dei suoi “fottitori”, bensì colui che si è appeso in quella posizione interamente da sè. La sua, perciò, è una condizione essenzialmente auto-inflitta. Il cielo e la terra, la dimensione terrena e quella spirituale, appaiono per lui completamente ribaltate: ciò che stava sotto ora sta sopra, ciò che stava sopra ora sta sotto. Si può leggere in questa figura allegorica la metafora della modernità, ovvero l’adorazione incondizionata per i valori materiali dell’esistenza (potere, ricchezza, successo, salute, benessere), tramutatasi in vera e prorpia idolatria acritica, a cui corrisponde invece la caduta, l’abbandono, addirittura la derisione nei confronti della dimensione spirituale dell’essere, da cui consegue l’ignoranza e il disprezzo di ogni legge e regola etica. Si osservi poi come l'”Appeso” continui, nonostante la sua condizione di immobilità e di sofferenza, a stringere nei suoi pugni le due sacche colme di denaro, unico bene al quale egli ha sacrificato tutto se stesso, il cui peso ne stira ulterioremnte le membra acuendo il suo dolore. La corda che d’altronde tiene legato “Le Pendu” alla trave superiore del patibolo è la stessa che “Le Diable”, la quindicesima carta degli Arcani Maggiori, utilizza per tenere legati e sottomessi in schiavitù due omuncoli, metà bestie, metà umani, che, con le mani serrate dietro la schiena, si prestano succubi ad essere schiavi del suo potere. Dunque, vittima e carnefice, dominatori e dominati, sono tra di loro effettivamente avvinti in un reciproco gioco di “bondage”, ovvero in una relazione di tipo appunto sado-masochistica nei quali il ruolo tra il principio attivo e passivo è frutto non di un rapporto di forza o di una usurpazione di poteri, bensì di un tacito e perverso accordo destinato a procurare piacere e godimento ad entrambi gli attori. Strappare la maschera al potere non è dunque sufficiente se prima non si riesce ad evolvere con la propria persona verso una condizione adulta di autonomia dell’essere, che superi cioè la fase “anale” del piacere infantile, approdando ad una dimensione di consapevolezza e di responsabilità interiore frutto d’un ascesi dei valori.

    • Livio Cadè Staff

      La ringrazio per l’approfondimento. In realtà, nella mia visione dei Tarocchi, l’Appeso è figura del mistico, il quale vede il mondo da una punto di vista spirituale, capovolto rispetto a quello dell’uomo carnale. E, nella sua impotenza, esprime la totale accettazione della volontà di Dio.
      Ma nel pezzo ho preso questo simbolo nel suo senso deteriore, che è quello che Lei descrive molto bene, e nel quale si può riconoscere una forma di suicidio spirituale..

  3. Francesco Colucci

    Concordo. Le lame dei Tarocchi vanno ovviamente lette nel contesto interpretativo di un sistema di relazioni assai più ampio e che non può limitarsi alla lettura della singola carta. La loro ambivalenza al positivo e al negativo può essere spiegata solo nell’ambito di un’analisi ermeneutica che coinvolge l’intero codice simbolico e iconologico comprensivo di tutte le 78 carte del Tarot intese come sistema unitario. E’ assolutamente corretta dunque anche l’interpretazione dell'”Appeso” come la figura del mistico che si pone in una condizione di completo accoglimento della volontà divina, accettando volontariamente il sacrificio di sè da essa derivante. La sua apparente passività (che in realtà costituisce il fondamento di un profondo lavoro d’analisi e d’introspezione) corrisponderebbe in questo senso al principio taoista del “Wu Wei”, il “non agire”: l’astensione da ogni azione si trasforma cioè in pratica ascetica (vedasi ad esempio posizione yoga Sirsasana), principio filosofico e persorso interiore che conduce lungo la strada dell’armonia con il fluire ininterrotto delle energie cosmiche e naturali (la lama dell'”Appeso” è sotto questo punto di vista particolarmente ricca di riferimenti alla fecondità della Natura espressa attraverso la simbologia del mondo vegetale). Ovviamente, nell’ambito invece del nostro discorso riguardo all’inversione dei valori, la figura de “Le Pendu” assume invece un singificato pesantemente negativo. Si noti tra l’altro, per concludere questa breve disamina, che se proviamo a rovesciare la carta, il personaggio dell'”Appeso” ci appare invece come se si trovasse in piedi, in posizione eretta, sorretto da un piede solo: anche in questo caso, dunque “diritto” e “rovescio” assumono una prospettiva ambigua e bivalente, che confonde a primo acchito il lettore, ma che può essere correttamente interpretata alla luce di tutte le considerazioni già da lei efficacemente espresse.

  4. Ricky Barabba

    Credo che il termine sfascisti, calzi veramente a pennello.

  5. Parmenide

    Sempre più raro: le parole per dar voce alla Realtà, non per creare una realtà fatta di parole. Grazie!

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