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Bologna, novembre 1920: quello dI Bologna sarebbe un fascio destinato a spegnersi, nella città ‘più rossa’ d’Italia, se non ci fosse un protagonista come Arpinati… (prima parte) – Giacinto Reale

Bologna, novembre 1920: quello dI Bologna sarebbe un fascio destinato a spegnersi, nella città ‘più rossa’ d’Italia, se non ci fosse un protagonista come Arpinati… (prima parte) – Giacinto Reale

 

Il fortunato è Bucco /che mangia e non lavora

Il fortunato è Bucco / Che mangia e non lavora

E quando è nei pasticci / Ci mette la signora

(stornello squadrista)

 

Il 1919 si chiude nel modo peggiore per il Fascio bolognese, che è ancora una timida presenza in una città dove i socialisti fanno il bello e il cattivo tempo, e che a Roma è considerata “tra le province perdute per la causa dell’ordine”.

Su un piano politico, le elezioni di novembre hanno un risultato che supera anche le peggiori aspettative. Al PSI vanno il 68% dei voti, al PPI il 18% e ai liberali l’8%. I combattenti non arrivano al 6% e questo, dopo qualche illusione forse intempestiva, non lascia ben sperare.

email sacchi – foto arpinati –

Le cose vanno male anche a Leandro Arpinati, che si sta facendo strada come personaggio di spicco del movimento mussoliniano.

Al termine delle giornate dell’agitato Congresso di Firenze, durante il quale non manca di mettersi in mostra per la sua tempestosa esuberanza, resta ferito in un incidente d’auto che per un soffio non ha più gravi conseguenze. Designato infatti come “scorta” a Mussolini che, a causa delle ricorrenti voci di un attentato ai suoi danni, decide di tornare in auto a Milano, alle porte di Faenza, probabilmente per l’eccessiva velocità, l’auto sulla quale viaggia finisce contro un passaggio a livello e lascia feriti gli occupanti, lui compreso.

A seguire, nemmeno il tempo di rientrare in città, che riparte, con il fido Arconovaldo Bonacorsi, per Milano, dove è stata organizzata la presenza di fascisti di altre città – in affiancamento ai legionari inviati da d’Annunzio – per garantire lo svolgimento della campagna elettorale dei mussoliniani.

Ed è proprio mentre “tutela” gli oratori designati per una manifestazione a Lodi, che viene arrestato, dopo un assalto sovversivo alla sala del comizio, e conseguente sparatoria, che fa due morti tra i socialisti.

Scarcerato a gennaio, deve prima risolvere i suoi problemi con le Ferrovie, che non lo vogliono reintegrare nel vecchio posto, per poi tornare alla politica attiva, con una decisione destinata a cambiare la realtà cittadina, e non solo.

A metà aprile del 1920, viene nominato, dal vertice milanese, responsabile dei Fasci dell’Emilia orientale, per poi essere eletto, a maggio, al secondo Congresso Nazionale, nel Comitato Centrale, al posto di Mario Bergamo, il popolare politico repubblicano, assertore, con il fratello Guido, della “trincerocrazia”. Ambedue si allontaneranno, in estate, dal movimento, come farà a luglio anche Pietro Nenni.

Defezioni nelle quali giocano anche personalismi, e che non autorizzano facili giudizi su un mutamento di rotta – che non c’è – del Fascio bolognese, che già al suo esordio era stato considerato dal Prefetto, in un rapporto al Ministero “una vera organizzazione sovversiva, forse più temibile della stessa socialista”.

Il 20 ottobre, finalmente, dopo un lungo periodo di incertezze, comune a tutti i Fasci locali, e sulla scia dell’entusiasmo che sull’onda della capacità di reazione antisocialista, dimostrata con qualche prima uscita in piazza, comincia ad emergere nella “rossa” Bologna, il movimento mussoliniano si ricostituisce.

Dopo un lungo periodo nel quale non ha avuto nemmeno una sede degna di questo nome, e grazie all’intervento di Pasella che, da Milano, garantisce sei mesi di affitto, il Fascio “pianta le tende”, come, con linguaggio di guerra, ci tiene a scrivere in un manifesto alla cittadinanza, in pieno centro cittadino, in via Marsala.

E così, per dare un segno di vitalità, il 4 novembre, di fronte alla mancata esposizione del tricolore da parte dell’Amministrazione socialista uscita vincitrice dalle urne il 31 ottobre, un gruppo di giovani fascisti, che intende celebrare l’anniversario della vittoria, dà vita ad una serie di manifestazioni in tutto il centro cittadino.

Inizia così una giornata che avrà una conclusione imprevedibile, anticipatrice, per certi versi di quanto accadrà il 21 novembre, perché dimostra la “gagliardia” (come si dice) fascista e, nel contempo, l’incapacità socialista a reggere il confronto.

Un corteo di circa quattrocento elementi, preceduto da un gagliardetto nero con su scritto “Me ne frego” sfila per via Indipendenza, via Rizzoli, e si scioglie davanti alla nuova sede fascista.

Gli stessi dimostranti fanno suonare, con un’azione di prepotenza (ripetuta tre volte nel corso della giornata), il “campanone” della torre di palazzo Re Enzo, e alcuni penetrano all’interno dell’edificio comunale, esponendo il tricolore. In strada, frattanto, le vetture tramviarie vengono fermate e addobbate con piccoli tricolori. Ne nasce qualche tafferuglio, e i manifestanti si impadroniscono di alcuni mezzi, tanto che, per evitare incidenti, viene tolta la corrente alle linee aeree, e i tram si fermano lungo il percorso, dove capita.

L’entusiasmo degli squadristi e la ricomparsa del tricolore in quelle strade dalle quali era sparito da anni, per far posto a “carri drappeggiati di rosso che portavano squadre di bolscevichi in stretto colloquio con fiaschi di vino” coinvolge tutta la cittadinanza “non rinunciataria”.

Fanno eccezione i socialisti che, anzi, si riuniscono all’interno della Camera del Lavoro, dove sono convenute un centinaio di Guardie Rosse, in gran parte provenienti da Imola, armate di pistole e moschetti.

I presupposti per uno scontro ci sono tutti. Alla sera, infatti, succede che un gruppetto di otto-dieci tra fascisti e Arditi, di ritorno da una festa data al Teatro Rappini, transitando da via D’Azeglio, all’angolo della Camera del Lavoro, viene fatto segno – probabilmente dopo qualche canto provocatorio intonato un po’ troppo ad alta voce – da colpi di arma da fuoco e lancio di bombe dall’interno.

Gli attaccati reagiscono come possono, ben presto supportati dall’aiuto di altri camerati accorsi, così che alla fine sono circa centoventi i fascisti che circondano l’edificio. Devono però registrare il primo – e probabilmente unico – ferito della giornata, il Tenente Attilio Pappalardo, che da qualche tempo si va mettendo in mostra per la sua animosità squadrista.

L’evolvere della situazione basta a far saltare i nervi a Ercole Bucco, Segretario della Camera del Lavoro, che telefona (ed è la terza volta nella giornata) in Questura, per chiedere, in soccorso, l’intervento urgente dell’Autorità, che a mezzanotte ha disposto la cessazione del normale servizio di presidio.

E qui avviene l’imprevisto. Gli agenti, riscontrato il ferimento di Pappalardo, procedono ad una perquisizione dei locali, all’interno dei quali trovano 96 Guardie Rosse (quasi tutte Imolesi e minorenni), e, nell’abitazione “di servizio” di Bucco, una decina di fucili, 76 rivoltelle e tubi di gelatina.

Il ritrovamento rende inevitabile la traduzione al carcere dei fermati.

La cosa finirebbe lì, se lo stesso Bucco, interrogato la mattina seguente in Questura sulla provenienza delle armi, non avesse la malaugurata idea di tirare in ballo “la sua signora”, alla quale esse sarebbero state consegnate da sconosciuti, dopo i primi incidenti. Il giornale fascista “L’Assalto”, che per vie misteriose è venuto in possesso del verbale dell’interrogatorio, ne pubblica ampi stralci:

L’anno 1920, il giorno 5 del mese di novembre, io sottoscritto, funzionario di PS, ho interrogato l’On. Deputato Bucco Ercole, Segretario Generale della Camera Confederale del Lavoro di Bologna, circa la provenienza delle armi e degli esplosivi trovati ieri nella sua abitazione privata, annessa ai locali della Camera del Lavoro, durante la visita fatta dal Vice Questore cav. La Polla.

L’on. Bucco risponde: “Le armi furono portate, da persone sconosciute, alla mia signora, subito dopo i primi colpi alla porta della Camera del Lavoro dell’autorità di PS che chiedeva di entrare.

Tali armi erano contenute in un sacco, in una cassetta e alcune erano sciolte. Così pure l’esplosivo di cui si ignorava anche l’esistenza nel sacco.

La mia signora aprì la porta dell’appartamento, ma, in quel momento di panico causato dalle esplosioni avvenute poco prima al di fuori, lasciò depositare l’involto senza rendersi conto esatto di che si trattasse”.

A domanda l’on. Bucco risponde: “Le persone di cui ho detto sono parte di quelle che occupavano la Camera del Lavoro al momento in cui avvennero gli incidenti, ma non posso indicare con precisione alcuna, perchè non sarei in grado di riconoscerle”.

Letto, firmato e sottoscritto. (1)

Il gesto è, perlomeno, poco “elegante”, soprattutto perché compiuto da un personaggio noto per aver esaltato, su “L’Ordine Nuovo”, “la violenza che si esercita come liberazione per poter creare, generare, produrre”, e per aver imposto con fermezza, qualche settimana, prima un “calmiere” sulla vendita dell’uva, che, però, prevedeva una tassa di dieci lire per ogni “castellata” (botte allungata che occupa tutto un carro) andata a buon fine, da pagare – senza possibilità di deroghe – alla Camera del Lavoro, perché finanzi anche il suo stipendio.

La pubblicazione del verbale alimenta, quindi, un enorme discredito per tutta l’organizzazione sindacale. I salaci commenti degli spiritosi bolognesi si sprecano, e i fascisti se ne vanno in giro canticchiando:

Il fortunato è Bucco /che mangia e non lavora

Il fortunato è Bucco / Che mangia e non lavora

E quando è nei pasticci / Ci mette la signora

 

Il ridicolo ricopre l’intera Camera del Lavoro, colosso finanziario (grazie agli introiti per taglie e “tasse” tipo quella sopra detta) con un’organizzazione imponente anche in termini numerici. Si calcola che alla fine del 1920, quando cioè inizia l’offensiva fascista, i tesserati siano 120.000. Un numero enorme, contro il quale nulla sembra possano i trecento uomini che normalmente si riuniscono in via Marsala.

Si tratta, però, di un gigante dai piedi di argilla, che fonda la sua forza sull’ignavia e sulla paura di molti, e si sgretolerà ai primi colpi. Pensare che randellate e moschettate saranno la causa di tutto sarebbe, evidentemente, semplicistico e riduttivo. La verità è che la gente è stanca, vuole pace sociale nell’ordine, non è attratta dai miti bolscevichi provenienti dall’Est, e sente forte il carisma di uomini come Mussolini sul piano nazionale, e Arpinati nella realtà locale.

Una conferma la dà il minaccioso incipit dell’articolo di fondo del secondo numero de “L’Assalto”, che uscito proprio in numero unico il 4 novembre, si avvia a diventare la voce ufficiale del Fascio cittadino:

Abbiamo rapito il nome al numero unico pubblicato in occasione del secondo anniversario di Vittorio Veneto. L’Assalto è da oggi il titolo del giornale dei fascisti bolognesi: da oggi noi riprendiamo regolarmente ed ordinatamente la nostra battaglia.

L’assalto è la fase risolutiva di ogni combattimento del fante, e perciò di ogni vero combattimento…ove l’individuale valore – trascendente la disciplina dei quadri per obbedire a quella dello spirito – si afferma e si misura, nobilitando se stesso e santificando la causa per cui combatte e di cui riconosce l’eccelsa superiorità sulla vita dell’individuo. (2)

 

In effetti, in città, come nel resto del Paese, le vecchie divisioni permangono. Ancora un anno dopo la fine del conflitto, “L’Avanti”, poco tempo prima, è stato categorico verso chiunque non intenda rinnegare la sua partecipazione al conflitto: “Voi siete gli uomini della guerra, e fino alla fine dovete rimanere inchiodati alla vostra croce d’infamia. Il proletariato, nella sua immensa bontà, nella sua profonda ingenuità, può tutto perdonare in virtù di quella grande giustizia che può renderlo più che buono, clemente, ma non può dimenticare, non vuole perdonare la guerra”.

Contro questa vera e propria dichiarazione di guerra reagiscono gli ex interventisti e i combattenti non pentiti. Sempre su “L’Assalto”, alla orgogliosa rivendicazione della novità ed originalità del fascismo (“non abbiamo nemici, non abbiamo amici dichiarati”), viene aggiunta anche la riconferma della estraneità rispetto alla politica precedente (“Nessuna pregiudiziale, quindi, in nessun senso, né rispetto a Partiti, né rispetto a Istituti pubblici o privati e a persone”), e la solidità dell’unico legame con la guerra vittoriosa.

Perdura, insomma, la vecchia divisione tra interventisti e neutralisti. I secondi, oltre che degli episodi di cui si è detto, sono anche responsabili del tentativo di impedire oggi, a guerra finita, in odio ai combattenti di ieri, con una esasperata conflittualità, la realizzazione delle iniziative di giustizia sociale – prima fra tutte “la terra ai contadini” – promesse ai trinceristi, tra i quali primeggiano gli uomini delle fanterie contadine.

I fascisti guardano avanti: a testimoniarlo è la chiusura dell’articolo di fondo del quale stiamo parlando, laddove si inneggia a d’Annunzio, definito “il primo dei fascisti” in nome del quale tutti si dichiarano decisi a diventare “degni di obbedirgli”.

La rinnovata fede nel Vate, però, non contrasta minimamente con l’adesione piena ed incondizionata al fascismo, che prende forma all’ombra dei deliberati dell’Adunata Nazionale tenuta a Milano il 24 e 25 maggio, e conclusasi con la nota affermazione:

È relativamente facile diventare fascisti, è piuttosto difficile rimanere. Occorre, per essere fascisti, essere completamente spregiudicati, occorre sapersi muovere elasticamente nella realtà; adattandosi alla realtà e adattando la realtà ai nostri sforzi; occorrer sentirsi nel sangue l’aristocrazia delle minoranze, che non cercano popolarità leggera prima, pesantissima poi; che vanno controcorrente, che non hanno paura dei nomi e disprezzano i luoghi comuni. (3)

 

Il giorno dopo, il clima in città è ancora agitato. I giornali riferiscono di un episodio sintomatico.

I due noti Parlamentari socialisti Antonio Graziadei e Nicola Bombacci, riconosciuti da un gruppo di squadristi mentre siedono al Caffè Fienze, e costretti ad uscire dal locale sotto la scorta degli agenti, causa la presenza sul marciapiede di alcuni fascisti minacciosi, pensano bene – iniziando una consuetudine destinata a ripetersi, e dimenticando le loro responsabilità per l’esasperarsi del clima di civile convivenza – di passare per vittime innocenti.

Il barbuto Nicolino, in particolare, dichiara alla stampa:

Ciò che mi capita è veramente curioso! Io, il più mite di tutti i socialisti italiani, circondato ed odiato come una belva! E dire che non ho il coraggio di aprire un coltello! (4)

 

Forse non è completamente vero, dal momento che si tratta dello stesso Bombacci che di qui a poco, al Congresso di Livorno, minaccerà con una pistola il compagno di partito Vincenzo Vacirca, che lo accusa di essere fuggito dinanzi ad un gruppo di fascisti, ma è comunque una dichiarazione che poteva risparmiarsi.

Non fa onore a lui, il massimalista per antonomasia, che nei suoi comizi suole ripetere l’invito a “fare come Lenin in Russia”, e che, alla fine della guerra, dal balcone di palazzo D’Accursio, ha minacciosamente intimato: “Cittadino Savoia! Signori Generali! Fate le valige, è finita l’ora dei militari!”

Egli è certamente un grande oratore, capace di parlare al cuore delle folle, ed a lui va in gran parte ascritta la sconfitta del socialismo riformista, perché, per dirla con Missiroli: “di fronte alla storia, di fronte alle sue realizzazioni, non v’è dubbio che ha ragione Turati, ma di fronte all’ideale messianico, si può dare torto a Bombacci?”

Mussolini, però, che lo conosce e gli vuole anche bene, sa di che pasta sono fatti questi rivoluzionari da operetta. Lo definisce: “assolutamente innocuo, che appartiene a quella specie di eterni malati che seppelliscono i sani”, e ancora più spietato è Torquato Nanni, che lo accomuna agli altri capi social-comunisti bolognesi:

Questi Bombacci, questi Bucco, questi Zanardi, questi Bentini, che fuggono, non dico senza eroismo, ma senza un solo scatto di dignità, di fronte a quattro giovani dall’aria spavalda, queste folle che si sbandano, che scappano, che si precipitano via dalle piazze, dalle strade, dai pubblici ritrovi, non appena spunta un ciuffo prepotente o un manganello, denunciano, più che una crisi di uomini, una crisi di valori morali, e, soprattutto, il tracollo di un metodo. (5)

La sua responsabilità per ciò che accadrà in piazza il 21 novembre è certa e grave…ancor più grave il suo comportamento dopo quella giornata luttuosa.

 

FOTO 1: Arpinati con Mussolini

FOTO 2: squadristi bolognesi

 

NOTE

  1. “L’Assalto”, nr 1 del 18 novembre 1920, articolo in terza pagina “Il conflitto alla Camera del lavoro”
  2. Ibidem, “La voce nostra” in seconda pagina”
  3. Ibidem: “Chi può diventare fascista”, in seconda pagina
  4. In: Nazario Sauro Onofri, La strage di palazzo d’Accursio, Milano 1980, pag 257
  5. Torquato Nanni, Leandro Arpinati e il fascismo bolognese, Bologna 1927, pag. 98

 

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 14 Ottobre 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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