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Tutto è bene ciò che finisce male – Rita Remagnino

Tutto è bene ciò che finisce male – Rita Remagnino

A un «vero» mago sarebbe mai venuto in mente che il Bene dovesse vincere sul Male a causa di un fantomatico quanto inesistente «senso di giustizia»?

 

L’arrivo di Zarathuštra (tra il XI-VII secolo a.C.) mise in discussione il millenario rapporto luce/tenebra, rovesciando tutte le antiche concezioni. Era falso, secondo il profeta, che Bene e Male fossero forze equivalenti. Al Bene/Ahura Mazdā che risiedeva nella luce spettava il podio di creatore possente e onnisciente, mentre al Male/Angra Mainyu, il negletto che le tenebre rendevano infecondo e impotente, competevano le azioni che producevano aborti incapaci di dare vita a un’azione concreta.

Entrava con prepotenza nella Storia il concetto teologico «di parte» che innumerevoli danni avrebbe causato alla società umana. Caro fedele, ora tocca a te scegliere, era questo l’ultimatum dei sacerdoti di Zarathuštra, ma ricordati: se avrai ben parlato e ben agito riceverai dopo la morte il giusto compenso, altrimenti brucerai all’inferno.

La questione implicava l’istituzione di una nuova figura, quella del «giudice» dell’anima. Nasceva la narrazione teologica moderna, secondo cui si accedeva al Paradiso solo dopo avere attraversato il ponte Cinvat che univa la Terra al Cielo. Un passaggio alto da far paura, lungo nove lance e sottile come una spada affilata ma ben visibile da lontano, solido e sorvegliato da due cani. Ad attendere l’anima all’ingresso c’era una specie di tribunale presieduto dal dio Rašn, che pesava il Bene e il Male compiuto in vita dal trapassato e giudicava l’equilibrio spirituale raggiunto.

In caso di assoluzione veniva posta accanto all’imputato una figura angelica in sembianze di bella fanciulla che lo aiutava ad attraversare il ponte prima di consegnarlo a un San Pietro in salsa persiana, che chiedeva al buon fedele: “Come hai fatto a venire da quel mondo pieno di pericoli, di paure, di disgrazie, in questo mondo senza pericoli e non toccato da influssi demoniaci?”. L’interpellato non faceva neppure in tempo ad aprire bocca che già si trovava al cospetto del Supremo Signore, venuto per aiutarlo: “Non domandargli nulla! Poiché egli si è separato dal suo corpo prezioso ed è arrivato passando per la via dei terrori.

Una sorte ben diversa attendeva il malvagio, che veniva accompagnato sul Cinvat da un’orribile donna, ma al suo passaggio la passerella diventava sottile come una lama di rasoio, lui precipitava di sotto e le fiamme infernali facevano il resto.

Nell’ambito del suo monoteismo dualistico Zarathuštra stabilì che tutto ciò che di benefico esisteva per il genere umano era stato creato da Ahura Mazdā mentre le cose dannose andavano attribuite ad Angra Mainyu. Automaticamente il «portatore della luce» divenne la divinità suprema e tale rimase fino alla conquista araba dell’Iran, seguita dall’avvento dell’Islam.

Nella sua foga riformatrice il profeta cancellò persino lo scenario arcaico legato al firmamento, ai cicli cosmici e a quelli della rigenerazione annuale del mondo, polverizzando così anche gli ultimi brandelli di sapere legati alle Origini. Non era vero che la Storia (generale e individuale) procedeva circolarmente, corsi e ricorsi, niente di nuovo sotto il sole. Falsità bell’e buone. Al contrario il Tempo era lineare e la linea singola di ognuno veniva tracciata dalle azioni e dai pensieri.

Inutile dire che ciò che rimaneva degli antichi gruppi iniziatici fondati dai Magi non vide mai di buon occhio lo zoroastrismo di Zarathuštra, come ebbe modo di riferire anche Plutarco. Sebbene fossero stati gli stessi Magi a spianare inconsapevolmente la strada alla nuova religione, restringendo sempre di più le cerchie in cui le conoscenze dei predecessori venivano trasmesse per via diretta, da maestro a discepolo, come si era sempre fatto.

Esattamente come quella degli Antichi, la cultura dei Magi non scriveva ma raccontava e dimostrava. Quando così i seguaci di Zarathuštra attribuirono al loro profeta una serie di concetti che in realtà non erano suoi, non ci fu modo di provarne la paternità. Mica si potevano mettere sullo stesso piano la parola di un «mago», cioè di un superstizioso passatista, e quella di un moderno sacerdote devoto al Bene e illuminato dalla Luce di dio!

Ma nella storia dell’uomo le malelingue non sono mai mancate e, nella fattispecie, a scoprire gli altarini pensò Mani, l’altro grande profeta di una fede dualista, il manicheismo, iranico per nascita ma cosmopolitico nello spirito ed eclettico nella cultura.

Costui accusò i seguaci di Zarathuštra di aver travisato e tradito gli insegnamenti dell’Angelo-messaggero che all’inizio dei tempi aveva rivelato la verità ai Persiani. Dopo di che, per evitare che il manicheismo facesse la stessa fine dello zoroastrismo e del magismo, si affrettò a scrivere di suo pugno i testi fondamentali della nuova dottrina universale che andava predicando. Un riflesso sbiadito del lascito dei grandi Angeli-messaggeri della tradizione che in realtà aveva ben poco di «universale», ma questa è un’altra storia.

Difficile dire con certezza se l’idea di separare il Bene dal Male sia stata una trovata del monoteismo dualistico introdotto da Zarathuštra, sta di fatto che prima di allora il mondo non era apparso particolarmente buono né cattivo, ma solo imperfetto. Un vero mago non si sarebbe mai sognato di pensare che il Bene dovesse vincere sul Male a causa di un fantomatico quanto inesistente «senso di giustizia», ben sapendo che il nero e il bianco erano due differenti aspetti dello stesso basilare principio unitario di polarità. Ma i tempi erano irreversibilmente cambiati.

Dopo un lungo periodo di trasvalutazione di tutti i valori in cui il male è diventato bene, l’ingiusto è giusto, il falso è vero, il brutto è il bello e così via, negli ultimi decenni le bocche (e le teste) dell’umanità sono tornate a riempirsi di Bene. E poco importa se la realtà racconta tutta un’altra storia.

Era prevedibile che il visionarismo gnostico-anabattista di orientamento massonico di chi oggi comanda il pianeta sbandierasse ai quattro venti la «bontà» delle proprie iniziative. Oggi tutto viene fatto solo ed esclusivamente in nome del Bene, persino le cose cattive sono diventate belle e buone. Al posto dei conflitti classici si combattono le guerre umanitarie, le epurazioni etico-progressiste servono a fare chiarezza e le espulsioni sociali sono sempre per giusta causa. In quanto emanazione dell’Impero del Bene ogni azione pubblica è considerata a fin di bene, a cominciare dalla realtà irreale proposta dai media di regime che a loro dire non «indirizzano» da una parte o dall’altra ma «informano» in modo neutrale.

Tra i paladini del Bene è nato ultimamente l’«odiatore dell’odio», uno strano personaggio che ama l’umanità ma non sopporta i parenti più prossimi né il vicino di casa. Questo è l’ultimo eroe partito per la guerra contro l’odio che imperversa nel mondo. Nella sua opera purificatrice egli veste i panni della beghina moralizzatrice incaricata di gettare le basi di una società nuova, aperta, acquariana, verdeggiante e implicitamente scientifica.

Peccato solo che nella foga costui non si renda conto che il primo odiatore è proprio lui. Nessuno è capace di odiare quanto l’odiatore dell’odio che invoca costantemente leggi liberticide, vorrebbe censurare le opinioni altrui, prende in giro chi esprime idee diverse dalle sue, raccoglie firme per abolire una trasmissione televisiva o per annullare la conferenza del pensatore XY, non allineato con il Pensiero Unico planetario.

Ma perché tanta foga? Se il dissidente dice sciocchezze, non sarebbe più semplice lasciarlo ardere per autocombustione? Questo poveraccio incapace di comprendere le magnifiche sorti progressiste finirà per squalificarsi da solo, sarà l’evidenza dei fatti a renderlo ridicolo davanti all’opinione pubblica. O, no?

E qui tocchiamo un altro tasto dolente: la mancanza totale di evidenze. I fatti sono sempre discutibili né convincono i nuovi stregoni della scienza che suppongono e ipotizzano, producendo solo decisioni di basso profilo. Sempre con un occhio puntato sul «dopo», sulle conseguenze, sulla magistratura inquirente perché non vogliono compromettere la loro carriera, o incidere negativamente sui propri introiti.

Ri-portando al centro dell’attenzione mondiale l’opposizione morale-religiosa tra Bene e Male, la cosiddetta «società laica» ha fatto del Bene e del buonismo una specie di caricatura degna della miglior satira. Chi l’avrebbe mai detto che dopo due feroci guerre mondiali sarebbe uscita una generazione incline alla disneynizzazione del pianeta; eppure, è successo.

A parole oggi tutto è chiaro, trasparente, elementare. La torbida Era della magia e dei misteri è alle spalle, basta zone d’ombra, ignoranza e superstizione. Ma se il Bene risponde a tutte le domande dell’uomo, come si spiegano tanta rabbia e infelicità? E poi, che ne è stato del Male? Dove si è nascosto? Vuoi vedere che è finito dietro il finto-Bene che sta piallando il mondo con la sua azione omologatrice …

Si capirebbe, in tal caso, perché a fare paura oggi non sono più il Bene né il Male ma qualsiasi focolaio di ribellione capace di contrastare questa Entità artificiale. Ormai il «nemico» da abbattere non è più un avversario di pari livello bensì il Male Assoluto, che, come tale, non può essere vinto in una sana competizione ma va estirpato alla radice.

In aperta contraddizione con l’idea utopica di una società aperta, il mondo liberato da tutto (vincoli imposti dalla Natura, dio, famiglia, patria, etica, differenze di genere, eccetera) ha dichiarato guerra al dissidente che, come apre bocca, viene lapidato con accuse di complottismo, ignoranza, populismo, diffusione di bugie. Non in quanto tali, ma perché non conformi alla versione dei Padroni Globali che hanno il controllo totale sia in senso orizzontale, cioè su tutti gli abitanti del pianeta, sia in senso verticale, ossia su ogni aspetto della nostra mente, della nostra sensibilità, della nostra immaginazione.

Non c’è posto per l’«irregolarità» nel mondo del Bene. Nessuno deve uscire dal seminato. Per questo motivo non si contano leggi, disegni di legge, regole, norme, decreti. Un divieto dietro l’altro, perché il mondo va protetto. Ma da cosa, se il Male è scomparso?

Nella ventinovesima prosa dello Spleen di ParigiCharles Baudelaire fece pronunciare al predicatore la celeberrima frase: “Miei cari fratelli, non dimenticatevi mai, quando sentirete vantare il progresso dei Lumi, che la beffa più geniale del diavolo e avervi convinto che lui non esiste”.

Ebbene, l’Impero del Bene è riuscito ad andare oltre: oggi l’astuzia del diavolo non sta più nel convincere gli uomini della sua inesistenza ma nell’avere eliminato chirurgicamente il dubbio. Inutile arrovellarsi, poco importa che il diavolo ci sia o non ci sia, perché se anche ci fosse le truppe imperiali biancovestite sarebbero in grado di sconfiggerlo.

Davvero la visione dell’uomo tecnologico è così limitata da non riuscire a comprendere i rischi che un’eclisse del Male comporterebbe? Scriveva Cèline nel 1933: “Quando saremo diventati morali del tutto, nel senso in cui l’odierna civiltà lo intende, lo desidera e presto lo esigerà, credo che saremo anche tronfi di cattiveria. Per distrarci ci sarà rimasto solo l’istinto di distruzione.

Rita Remagnino

 

Fonte immagini: Wikipedia

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Rita Remagnino il 18 Settembre 2020

Rita Remagnino

Nata a Genova, attualmente Rita Remagnino vive e lavora tra Nervi e Crema. Dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ha seguito studi storici ed approfondito nel corso di lunghi viaggi alcuni aspetti della filosofia orientale. Ha fondato varie associazioni culturali tra cui il “Circolo Poetico Correnti” e “CremAscolta blog”, di cui è stata per un lustro presidente. Ha scritto su periodici, quotidiani e cataloghi d’arte contemporanea. Conduce nelle piazze d’Italia l’evento performativo “Poesia a Strappo”. Ha presieduto giurie di concorsi letterari ed è stata organizzatrice di numerose rassegne culturali. Ha curato la pubblicazione di antologie poetiche tra cui “Velari”, “Rane”, “Meridiana”, “L’uomo il pesce e l’elefante”. È stata fondatrice e redattrice della rivista “Correnti”. Ha pubblicato la raccolta di fiabe e leggende “Avventure impossibili di spiriti e spiritelli della natura”, il testo multimediale “Circolazione”, la graphic novel “Visionaria”, la raccolta di haiku “Il taccuino del viandante”, il romanzo “Il viaggio di Emma”. Attualmente si dedica alla «scrittura differente», un suo personale approccio alla saggistica che si propone di raccontare negli Anni della Fine la storia dell’uomo delle Origini poiché per la forma, come per qualsiasi altra cosa, il punto di partenza e il punto d’arrivo si trovavano necessariamente nello stesso ordine di esistenza. Perché inventare «saghe» con protagonisti fittizi che si muovono in mondi paralleli quando la saga più bella del mondo esiste già? Nulla può essere più interessante del cammino di una stirpe cresciuta in paradiso e finita all’inferno dopo temerarie navigazioni transoceaniche e avventurose marce intercontinentali: la nostra stirpe.

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