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L’eredità degli antenati, ventinovesima parte – Fabio Calabrese                       

L’eredità degli antenati, ventinovesima parte – Fabio Calabrese                       

Riprendiamo ancora una volta in mano il nostro discorso sull’eredità ancestrale, questa volta approssimativamente dall’ultima decade di giugno, anche se è chiaro che queste note voi le leggerete molto più tardi. Purtroppo, il gap di un paio di mesi fra gli eventi di cui vi parlo e la loro comparsa sulle pagine di “Ereticamente” non sembra proprio comprimibile, ma forse non è il caso di lamentarsene troppo, si tratta pur sempre di una situazione preferibile a una rarefazione delle informazioni che togliesse a questa rubrica motivo di esistere.

Ricominciamo esaminando qualcosa che non è nemmeno un articolo comparso su una rivista o su un sito, ma un video postato su YouTube, che però ha dato il via a un dibattito alquanto acceso.

Questa volta non si tratta propriamente di un articolo, ma di un video postato su Youtube all’indirizzo https://youtu.be/Tg8gt5PdIDw  in data 20 giugno, dove l’autore dello stesso, di cui peraltro non risulta il nome, si pone l’interrogativo se esista il gene del serial killer, se la violenza incredibile di cui alcuni esseri umani si dimostrano capaci, abbia o meno una predisposizione genetica. Qui non solo si dà una risposta affermativa ma si presenta l’ipotesi che “il gene” (o “i geni”) del serial killer siano un’eredità lasciata alla nostra specie dagli incroci con gli uomini di Neanderthal che sappiamo essere avvenuti qualche decina di migliaia di anni fa.

Vi dico subito che tale ipotesi mi sembra, in una parola, ridicola. Noi sappiamo che nel DNA dei neri subsahariani, a differenza di quanto accade con le popolazioni caucasiche e mongoliche, non c’è traccia, o c’è una traccia tenuissima dovuta verosimilmente a incroci recenti, di geni neanderthaliani, nonostante questo, non si può assolutamente dire che costoro abbiano una tendenza alla violenza minore rispetto alla popolazione bianca o asiatica.

A questo riguardo le statistiche che si sono potute elaborare negli Stati Uniti dicono esattamente il contrario (e tenete presente che in questo caso si tratta di afroamericani, che non sono subsahariani “puri”, ma presentano una quota non indifferente di geni di origine europea), esse rivelano una predisposizione cinque volte superiore ai reati violenti, e dieci volte superiore per quanto riguarda gli stupri e i delitti a sfondo sessuale.

D’altra parte, è ben visibile che, proprio di questi tempi, sempre negli USA, le proteste per l’uccisione da parte di un poliziotto di un afroamericano, George Floyd, sono diventate l’occasione e il pretesto per un attacco generalizzato a tutti i simboli della civiltà “bianca”, e che la cosa è stata pure scimmiottata dal sinistrume nostrano, come al solito becero e intelligente come un branco di capre.

Ora, della cosa ci si potrebbe anche non occupare se non fosse per il fatto che in risposta a questo video, un collaboratore del gruppo Facebook MANvantara, Riccardo G., ha postato un link a due articoli non recenti ma che vale la pena di riesaminare, uno dei due è del 2015 ed è apparso su “Psychology Today” a firma di Gregg R. Murray e chiede al lettore fin dal titolo: Hai la personalità di un Neanderthal?. Il prosieguo dell’articolo è molto interessante: tutti noi nel nostro genoma abbiamo una componente neanderthaliana che varia dal 2 al 4%, e la differenza genetica tra il neanderthaliano e l’uomo attuale è dell’ordine dell’1,2%, quindi decisamente minima. Probabilmente tutti noi, o quasi, abbiamo la personalità di un Neanderthal per il semplice fatto che quest’ultimo era un essere umano non differente da noi se non in misura minima. Si vede bene che tutto ciò coincide pienamente con il contenuto dell’articolo di cui vi ho detto nella ventottesima parte, apparso pochi giorni prima su “Notiziescientifiche.it”.

L’altro articolo, un po’ meno attinente, ma sempre interessante, è più vecchiotto, risale al 2008 ed è apparso sul sito (in lingua inglese, ma ve ne traduco il nome in italiano) “Il blog di antropologia di Mathilda”, ci parla dell’altro grande protagonista della vicenda preistorica, l’uomo di Cro Magnon, e si intitola appunto L’uomo di Cro Magnon in Europa e in Africa.

In sostanza, l’uomo di Cro Magnon era presente in entrambi i continenti, il tipo africano, nord-africano per la verità, presenta delle differenze riconoscibili rispetto al Cro Magnon europeo da cui pare essere derivato, è il tipo che gli antropologi hanno denominato “mechtoide”, e questa è forse la cosa più interessante, non presenta somiglianze con gli attuali subsahariani. Complessivamente, la popolazione moderna che presenta le maggiori somiglianze con l’uomo di Cro Magnon sembrano essere gli odierni finlandesi, e la Finlandia, se le mie nozioni di geografia non sono del tutto errate, è alquanto distante dall’Africa.

Tutto ciò rende alquanto inverosimile l’idea di una derivazione africana della nostra specie. È piuttosto di un movimento da nord verso sud che abbiamo la riprova. L’Africa al disotto del Sahara, lungi dal rappresentare una patria ancestrale, è stata piuttosto lo scenario di una storia separata, fino all’arrivo degli esploratori e dei coloni europei.

Non solo, ma vediamo che, se quelli oggi più simili all’uomo di Cro Magnon che possiamo considerare un po’ il prototipo della nostra specie, sono gli odierni finlandesi, questo significa una volta di più che se lasciamo la bussola della ricerca delle nostre origini libera dalle pastoie “democratiche” e “politicamente corrette”, l’ago si orienta invariabilmente verso nord.

Singolare coincidenza con il solstizio estivo, ma proprio il 21 giugno, l’amico Gianfranco Drioli, l’autore dei due bei libri Ahnenerbe e Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta, mi segnala l’uscita presso Adelphi dell’edizione italiana di un nuovo testo di Giorgio de Santillana ed Herta von Dechend, Sirio.

Come sappiamo, questi due autori sono noti soprattutto per un volume interessante, controverso e in contrasto con le idee dominanti dell’establishment scientifico: Il mulino di Amleto, un testo che mette in luce la centralità dei miti cosmici nella visione del mondo delle civiltà tradizionali, visione del mondo fortemente legata all’idea della circolarità del tempo e all’osservazione dei fenomeni astronomici, in particolare alla precessione degli equinozi (in realtà anche dei solstizi e di tutto l’anno astronomico che col trascorrere del tempo impercettibilmente “precede”, cioè “anticipa”), una conoscenza, quella delle culture antiche, difficile da decifrare, perché si esprime per miti e simboli, e c’è da dire che qui abbiamo a che fare con un vero e proprio scarto di mentalità fra l’epoca moderna che ci condiziona più di quanto pensiamo, e quelle che l’hanno preceduta.

A ciò si aggiunge il concetto che, a causa del progressivo sfasamento del tempo umano e del tempo celeste, la storia è un susseguirsi di cicli millenari intervallati da cesure nelle quali “l’armatura del mondo” salta (da qui la metafora del mulino, dove il ciclico girare della mola è bruscamente interrotto), una storia continua di decadenza, crollo, rinascita in cui la visione “progressista” contemporanea non trova posto.

Questo nuovo testo si inserisce nel medesimo filone. Sappiamo che Sirio, la più luminosa delle “stelle fisse” aveva una grande importanza nelle mitologie di molti popoli antichi, a cominciare dagli Egizi. Per costoro aveva particolare importanza la levata eliaca (cioè il sorgere in coincidenza con l’alba) di Sirio che si verificava al 21 luglio del calendario giuliano, presentandosi esattamente ogni 365,25 giorni, ed essendo immune dal fenomeno della precessione, costituiva una misura diretta dell’“anno sacro” degli dei.

Materialmente, questo libro riunisce i testi di tre conferenze: Sulle fonti dimenticate nella storia della scienza di Giorgio de Santillana, Il concetto di simmetria nelle culture arcaiche di Herta von Dechend, e Sirio, centro permanente dell’universo arcaico di entrambi.

In generale, come già Il mulino di Amleto, il testo è un invito a considerare il mito come autentica scienza degli antichi, espressa in quelli che per noi sono simboli e allegorie.

Il 22 giugno, e forse in questo caso la coincidenza temporale è ancora più sorprendente, vista la correlazione del monumento con i fenomeni solstiziali, ANSA.it riporta la notizia di una nuova scoperta nei pressi di Stonehenge. Vi riporto integralmente il comunicato ANSA:

Un anello di monoliti risalenti a oltre 4.000 anni fa è stato scoperto vicino allo storico sito di Stonehenge, in Gran Bretagna. Lo riporta la Bbc. Gli scavi hanno portato alla luce un’area di circa 2 chilometri, formata da massi di 10 metri di diametro e 5 metri di larghezza che circondano l’antico insediamento di Durrington Walls, a 3 chilometri da Stonenhenge. Secondo gli archeologi delle università di St Andrews, Birmingham, Warwick, Glasgow e dell’università del Galles Trinity Saint David, che hanno lavorato al progetto, il sito è di epoca neolitica ed era collegato allo storico luogo sacro”.

Cosa si può dire, se non che c’è da rimanere sbalorditi: con ogni probabilità Stonehenge è il sito preistorico più noto d’Europa, ci aspetteremmo dunque che esso e i suoi dintorni siano stati da tempo accuratamente esplorati e studiati, e che non possano quindi riservare sorprese del genere, ma evidentemente non è così, e questo dimostra una volta di più la trascuratezza con cui l’archeologia ufficiale, a differenza del grosso pubblico che vi ha riconosciuto spontaneamente uno dei simboli più potenti della nostra eredità europea, tratta queste testimonianze del nostro passato che, possiamo dirlo con certezza, se invece che in Europa, si trovassero in Egitto o in Mesopotamia, avrebbero ricevuto ben altra attenzione.

Si può comunque osservare che questo ritrovamento viene a confermare le idee esposte già nel 2005 da Mike Parker Parson che aveva individuato in Durrington Wall la “città dei vivi” che si affiancava a Stonehenge, la “città dei morti”.

Sempre il 22 giugno, apprendiamo che la stessa notizia è riportata anche in un articolo a firma di Ed Whelan su “Ancient Origins”, un articolo che ci fornisce qualche particolare in più rispetto allo scarno comunicato ANSA.

Per prima cosa, apprendiamo che quello individuato potrebbe essere “il più ampio circolo megalitico mai scoperto in Gran Bretagna” (questa è anche la traduzione italiana del titolo dell’articolo), il che certamente non è poco, considerando che ad esempio il circolo di Avebury che dovrebbe essere quello che finora detiene il primato, copre un’area quattro volte superiore a quella di Stonehenge (o forse dovremmo dire della parte visibile di Stonehenge).

L’ampiezza complessiva del nuovo circolo scoperto a Durrington Wall, infatti, dovrebbe coprire un’area di circa 1,2 miglia quadrate (approssimativamente 2 kmq). Prima che si procedesse agli scavi, la scoperta è stata fatta con l’impiego del georadar, uno strumento che sta rivoluzionando la ricerca archeologica.

Una prima approssimativa stima dell’età di questo monumento lo colloca tra 4.000 e 4.500 anni fa. Non c’è che dire, è almeno un quindicennio che quest’area del Wiltshire, la piana di Salisbury, non cessa di rivelarci nuove sorprese.

Aspettiamo, è ovvio, di saperne di più, ma una cosa è certa: tutte le testimonianze che stanno emergendo del remoto passato, ci attestano sempre più l’antichità e la grandezza della civiltà europea.

Poiché con il nuovo testo di De Santillana e von Dechend, siamo venuti a parlare di libri, è forse il caso di vedere quel che ha da offrirci l’editoria in questo periodo, e vediamo che non mancano davvero le novità sorprendenti, infatti in questi giorni ci sono da segnalare anche un paio di interessanti uscite librarie: di Leonardo Magini Sciamani a Itaca: Ulisse e i riti siberiani della caccia (edizioni C&P Adver Effigi nella collana Genius Loci), testo che si affianca al precedente e dello stesso autore Lo sciamano di nome Ulisse, le radici preistoriche del poema omerico. Nell’Odissea, ci viene spiegato, la famosa gara del tiro con l’arco tra Ulisse e i Proci ha una dimensione spropositata rispetto all’economia della vicenda. La spiegazione di questa anomalia si trova nelle origini sciamaniche del pensiero greco, e nei particolari significati sacrali che avevano l’uso dell’arco e la pratica venatoria, e la gara rappresenta il mezzo stesso con cui Ulisse riafferma la sua natura regale.

Sempre in questi giorni c’è da segnalare l’uscita di un altro testo: Da dove veniamo? Le sensazionali scoperte di una spedizione himalaiana (OM edizioni) di Ernst Muldashew. Muldashew è un oculista e si è provato a ricostruire l’albero genealogico dell’umanità e individuare il suo luogo d’origine attraverso le variazioni del colore delle iridi delle varie popolazioni. Questo porta a un luogo da sempre considerato il punto focale di una cultura antica e misteriosa, il Tibet. La spedizione himalaiana di cui si parla non ha ritrovato fossili finora sconosciuti, ma la raffigurazione, comune nel buddismo lamaista, di un paio d’occhi che sembra essere il prototipo dello sguardo umano, di cui tutti quelli delle varie popolazioni sembrano delle varianti.

Noi possiamo vedere in conclusione che la versione canonica, “ortodossa” del nostro passato, che ci si vuole a tutti i costi imporre, oggi ulteriormente “corretta” dando uno spazio sempre maggiore alle popolazioni subsahariane e comprimendo sempre di più quello delle popolazioni europee, è da un lato contestata anche da fonti impreviste e insospettabili, dall’altro sempre più contraddetta da nuove scoperte.

Noi in ogni caso siamo qui, al nostro posto, consapevoli di combattere una battaglia il cui significato non è soltanto culturale.

Tesi interessante anche se non giurerei sull’origine tibetana, ma, data la situazione esistente oggi, tutte le teorie che pongono l’origine della nostra specie in Eurasia piuttosto che in Africa, sono le benvenute, infatti sono sempre più evidenti i termini della “partita” che si sta giocando, lo scontro sempre più netto tra l’ortodossia “democratica” che il potere vuole imporre con qualsiasi mezzo, che vorrebbe persuaderci delle presunte origini africane come strumento per aprire sempre di più la strada e spezzare le resistenze all’africanizzazione attuale del nostro continente, e le poche voci dissidenti che reclamano il diritto di esporre la loro opinione ed esaminare liberamente i fatti. Pensateci bene, in una maniera apparentemente più “soft” siamo tutto sommato in una posizione non molto diversa da quella vissuta in tempi che furono dai dissidenti sovietici, o da quella che vivono oggi gli abitanti di Hong Kong.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra la ricostruzione di un uomo di Cro Magnon che compare nell’articolo sul “Blog di antropologia di Mathilda”. Si può facilmente vedere se i suoi lineamenti siano caucasici o subsahariani. Al centro Sirio di Giorgio de Santillana ed Herta von Dechend, a destra un’immagine di Stonehenge. Il sito nella piana di Salisbury non cessa di rivelarci sempre nuove scoperte.

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Settembre 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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