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L’eredità degli antenati, trentunesima parte – Fabio Calabrese  

L’eredità degli antenati, trentunesima parte – Fabio Calabrese  

Ricominciamo da poco dopo gli inizi di luglio, precisamente dal 4 luglio (strana coincidenza con la festa dell’indipendenza americana) tuttavia, sembra che in questo periodo “Ancient Origins” stia concentrando il suo interesse soprattutto sull’area celtica (o forse, ma dopotutto non fa una grande differenza, su quella dei costruttori neolitici di megaliti che avrebbero preceduto l’insediamento dei Celti).

Quasi inevitabilmente, si riparte da Stonehenge con un articolo di Ashley Cowie del 4 luglio, che sostiene che riguardo al famoso monumento megalitico “tutto cambia”, un’affermazione che a conti fatti si dimostra esagerata. In concreto, il più importante fatto nuovo è che un ricercatore, Rob Ixer, sottoponendo il materiale della pietra d’altare centrale del monumento, alla spettrografia cristallografica avrebbe determinato che essa non proviene, come finora si era ritenuto, da Milford Haven nelle Praseli Hills gallesi. Per ora, l’origine di questa pietra resta incerta.

Ancora il 4 luglio, un articolo di Ed Whelan ci porta a visitare la tomba megalitica dell’Età del Bronzo di Bant’s Carn nelle isole Scilly al largo dell’Inghilterra sud-orientale. È da rilevare il fatto che quando la tomba fu costruita il piccolo arcipelago delle Scilly era probabilmente unito alla terraferma. Interessante, ma non ha certo la bellezza e la potente suggestività di Newgrange!

Sempre il 4 luglio, un articolo con la firma collettiva della Keystone University, ci pone un enigma singolare, un Enigma di smeraldo. E se Atlantide fosse stata l’Irlanda?

Nominate un qualsiasi luogo – ci dicono gli autori – dall’Antartide all’Africa, dalla Svezia a Sud America, qualcuno avrà affermato che era Atlantide. Rispetto a queste teorie, l’Irlanda come sede reale dell’Atlantide platonica, presenta alcuni indubbi vantaggi: la collocazione geografica di isola dell’Atlantico, la presenza di una cultura avanzata già nell’Età della Pietra (si pensi dalle tombe megalitiche della valle del Dowth, di cui Newgrange è solo la più famosa), una struttura fisica – una pianura centrale circondata da montagne che digradano verso il mare – corrispondente alla descrizione di Platone.
Una nuova teoria che ha diverse frecce nel suo arco, ma circa la quale non metterei la mano sul fuoco. Tuttavia, gli autori della Keystone University ci informano che essa non è nuovissima, e fu formulata già nel 2004 dal ricercatore svedese Ulf Erlingsson e pubblicata nel libro Atlantide dalla prospettiva di un geografo.

Il giorno seguente, il 5, sempre su “Ancient Origins” un nuovo articolo in tema atlantideo della Keystone University: Irlanda-Atlantide: antichi indizi egiziani e greci. Gli indizi greci sono ovviamente costituiti dal racconto di Platone che, come sappiamo, poneva il racconto di Atlantide a diecimila anni prima della sua era. All’epoca, si pensava fino a poco tempo fa, che quella che è oggi l’Irlanda fosse inabitabile, sepolta sotto una spessa cappa glaciale. Oggi sappiamo che questo non è vero, perché, contrariamente a quel che si è creduto fino a poco tempo fa, anche allora esisteva la Corrente del Golfo, e di conseguenza l’Irlanda doveva godere di un clima nettamente più mite di quanto preventivato. Ciò è stato confermato dal ritrovamento di tracce di presenza umana sull’isola durante l’età paleolitica.

Gli indizi egiziani sono diversi. Platone racconta che la storia di Atlantide fu narrata a suo nonno Solone dai sacerdoti egizi secondo i quali, stando al suo racconto, l’Egitto stesso era una colonia di Atlantide sopravvissuta allo sprofondamento della madrepatria.

Gli autori fanno notare che il cosiddetto eritrismo, i capelli rossi accompagnati agli occhi azzurri e da una carnagione molto chiara, spesso costellata di efelidi, è una caratteristica tipica dell’Irlanda che associamo spontaneamente agli abitanti dell’isola. Bene, questa è una caratteristica che ritroviamo in meno dello 0,1% della popolazione umana, tuttavia la si ritrova con frequenza nelle mummie egizie che hanno i capelli perlopiù biondi o rossicci. Gli Egizi delle classi elevate rappresentavano un tipo umano nettamente più “europeo” e “nordico” della maggioranza della popolazione e degli Egiziani di oggi. Il faraone Tutankhamon presenta un aplogruppo del cromosoma Y comune nelle Isole Britanniche ma praticamente assente nell’Egitto di oggi.

Io non giurerei sull’identificazione Irlanda-Atlantide, tuttavia è innegabile che i élites egizie che hanno guidato la civiltà della Valle del Nilo dell’epoca faraonica, avessero caratteristiche fisico-antropologiche “europee” che non si riscontrano negli Egiziani di oggi. È un argomento che ho sviscerato a fondo non solo su “Ereticamente”, ma anche nel mio libro Alla ricerca delle origini, ed è un importante tassello della verità che è esattamente contraria a quello che ci vogliono imporre di credere le favole “democratiche” dell’Out of Africa e dell’Ex Oriente Lux, e ancora di più della visione subsahariano-centrica che oggi vogliono imporci. Non solo non dobbiamo nulla all’Africa e al Medio Oriente, ma dovunque troviamo i segni di una grande civiltà, troviamo sempre una presenza “bianca”, caucasica, “europea”.

Anche “Ancient Origins” ha l’abitudine ogni tanto di ripescare qualche vecchio articolo che viene “rimesso in scaletta”, nell’elenco dei pezzi immediatamente raggiungibili dalla home page. In questo caso si tratta di un articolo risalente al 2014 che ci parla dell’Affascinante e misteriosa dama di Elche.

Si tratta di un busto femminile di fattezze ammirevoli che ricordano la perfezione della statuaria greca, che fu ritrovato nel 1897 in Spagna vicino a Valencia. L’opera, che dovrebbe risalire al IV secolo avanti Cristo, è sempre stata oggetto di accanite discussioni fra gli studiosi, alcuni dei quali sono arrivati persino a metterne in dubbio l’autenticità.

A mio parere “la dama” è semplicemente opera degli Iberi, quel popolo che abitava la Spagna preromana e che, fondendosi coi Celti all’arrivo oltre i Pirenei di questi ultimi, ha dato vita alla popolazione mista dei Celtiberi.
Gli Iberi probabilmente facevano parte di un gruppo di popoli che possiamo chiamare “mediterranei”, diverso da indoeuropei, semiti e camiti, che comprendeva Aquitani, Liguri, Etruschi, Pelasgi, Minoici, e molti altri, che per un seguito di circostanze non ci ha lasciato quasi nessuna traccia linguistica, ma in compenso una notevole ed evidente traccia genetica.

Se noi prendiamo un qualsiasi testo di storia antica, troviamo queste popolazioni e diverse altre, indicate come “non imparentate” o “non indoeuropee” (definizione che nella sua vaghezza andrebbe bene per i Papua della Nuova Guinea o per gli esquimesi). Da dove viene la difficoltà ad ammettere un quarto ramo “mediterraneo” delle popolazioni caucasiche, oltre alla tripartizione semiti-camiti-indoeuropei? Forse dal fatto che in quella raccolta di storielle che chiamiamo bibbia i figli di Noè erano tre?

Già prima che venisse fuori la moda falsissima di attribuire agli Europei inesistenti radici africane, qualcuno aveva proposto un’identificazione altrettanto falsa fra Mediterranei e Semiti. A smentire una simile tesi, basterebbe una riprova “visiva”. Osservate il mondo che esce dalle pitture parietali minoiche, da quelle etrusche o anche da un’opera statuaria come la dama di Elche: ci parlano di una società che apprezza il contatto con la natura, la gioia di vivere, che tratta uomo e donna con uguale considerazione.

Spostiamoci invece alle pochissime opere figurative del mondo semitico e all’idea delle relazioni col mondo naturale che l’ebraismo ha passato al cristianesimo. Siamo, si può dire al polo opposto. L’ebraismo ha trasmesso al cristianesimo non solo un patriarcato misogino, ma anche un’ostilità di fondo verso il mondo naturale, che per l’uomo del deserto è un ambiente vuoto e minaccioso, l’esatto contrario dell’atteggiamento che possiamo desumere dagli affreschi etruschi e minoici.

Prendiamo qualche rara opera figurativa, come le statuette trovate nei tophet fenici, di cui non può non colpirci la rozzezza e l’infantilismo del tratto, e confrontiamola con la dama di Elche.

Se mostrassimo qualche immagine di entrambe a qualcuno digiuno di archeologia, specificando che una è l’opera di un popolo importante dell’antichità, eccellente nella navigazione e nei commerci, a cui sono attribuite invenzioni come l’alfabeto e il vetro, l’altra opera di un oscuro popolo antico che raramente gli storici si degnano di nominare, potete scommettere che il 100% dei vostri interlocutori sbaglierebbe l’attribuzione.

Di queste tematiche, ho già parlato con ampiezza sia sulle pagine di “Ereticamente”, sia nel mio libro Alla ricerca delle origini.

Noi, in conclusione, abbiamo una doppia eredità, indoeuropea e mediterranea, e abbiamo tutti i motivi per essere fieri di entrambe.

Vorrei ora tornare a precisare che questo quarto ramo probabilmente non è il solo a non rientrare nello schema biblico. Parliamo degli Ugrofinni. Quale fondamento ha la storia più volte ripetuta di una loro presunta origine mongolica? A mio parere nessuno. Mi rifaccio a un’osservazione contenuta nell’introduzione di Adriano Romualdi all’edizione italiana di Religiosità indoeuropea di Hanns F. K. Gunther: Le maggiori percentuali di biondismo e di caratteristiche nordiche si trovano oggi in Europa fra i Finlandesi e gli Ungheresi, ossia fra le popolazioni ugrofinniche.

Altri popoli ugrofinnici sono attualmente Estoni e Lapponi, ma bisogna ricordare che gran parte di quella che è oggi la Russia settentrionale era un tempo popolata da genti ugrofinniche che, volenti o nolenti, sono state slavizzate dall’espansione dell’impero zarista. Bene, qui caratteri mongolici non si trovano a cercarli col lanternino.

E stiamo parlando sempre e solo dell’Europa. Se ci spostiamo in Asia, ai bordi dell’area oggi mongolica troviamo gli Ainu del Giappone, i Daiaki del Borneo, i Polinesiani sparsi nell’oceano Pacifico, ma i cui antenati in epoca remota vi pervennero sicuramente dalle coste orientali dell’Asia. Sono probabilmente ciò che rimane di un antico popolamento caucasico del grande continente, poi sommerso dall’espansione delle genti mongoliche.

A qualcuno rincrescerà, ma a mio parere da questo discorso vanno tolti i Tocari che hanno popolato l’Asia centrale in età antica, le mummie di Cherchen rinvenute nel deserto del Takla Makan che erano probabilmente tocarie, e i Kalash e gli Hunza delle alte valli del Pakistan e dell’Afghanistan che probabilmente derivano dai Tocari.

Il tocario è una lingua indoeuropea del gruppo centum, cioè occidentale, che comprende il latino, il greco, i linguaggi germanici e celtici. È dunque verosimile che questo popolo sia stato il frutto di una più tarda migrazione dall’Europa all’Asia.

Non si può comunque negare che la storia antica così come viene ordinariamente raccontata, non riesce a distaccarsi dalla sua matrice biblica e tende a sminuire il ruolo delle popolazioni caucasiche. La bibbia, il presunto “libro sacro” dell’Occidente va considerata opera non soltanto umana, ma di uomini che al di fuori della realtà mediorientale loro familiare, poco o nulla conoscevano.

E tutto ciò prescindendo dagli attacchi contro tutto ciò che è caucasico, “bianco” recentemente portati con la scusa del razzismo, da un potere mondialista che vuole la nostra estinzione ed a cui le masse “colorate” e meticce, ma anche diversi “bianchi” che sinistre ideologie hanno deviato dalle loro radici etniche e storiche, si prestano volentieri a fare da marionette.

Un problema che finora non abbiamo preso in considerazione, è quale sia l’origine delle popolazioni mongoliche la cui espansione avrebbe fatto regredire e quasi scomparire la presenza caucasica nell’Asia centrale e orientale. Diciamo in premessa che l’uomo di Cro Magnon, un po’ il prototipo della nostra specie, il primo “anatomicamente moderno” la cui umanità non può essere messa in dubbio, aveva caratteri sostanzialmente caucasici. Noi non “veniamo dai neri”, semmai sono loro che “vengono dai bianchi”, che gli piaccia o no, e le caratteristiche sia subsahariane sia mongoliche non compaiono che molto tardi nella documentazione fossile.

Per quanto riguarda l’origine dei subsahariani, il discorso è relativamente semplice, dato il relativo isolamento provocato dalla barriera naturale del Sahara. Le rade comunità umane penetrate al di sotto di essa si sarebbero incrociate circa 40.000 anni fa con un ominide più antico che popolava la regione, la famosa “specie fantasma” di cui hanno parlato i ricercatori dell’Università di Buffalo, che forse non era altro che il vecchio Homo erectus rimasto immutato per centinaia di migliaia di anni, e gli odierni subsahariani sarebbero il frutto di questo incrocio.

Per quanto riguarda le popolazioni mongoliche, la situazione sarebbe ben differente, e gli indizi più rilevanti sono probabilmente forniti dallo studio delle corone dentarie, la cui forma deve poco all’ambiente esterno, ed è praticamente il riflesso diretto della struttura genetica.

Non è qualcosa che scopro io. L’aveva già ottimamente spiegato nel 1989 Christy G. Turner II in un articolo apparso su “Le scienze”, Una ricerca sulle migrazioni preistoriche in Asia.

Le popolazioni mongoliche hanno caratteristiche dentarie facilmente riconoscibili, si parla di “incisivi a paletta” e “molari a piolo”. In base ad alcune lievi differenze, esse possono essere poi suddivise in sondadonti (denti della Sonda) e sinodonti (denti della Cina). Sarebbero sondadonti le popolazioni delle Isole della Sonda (appunto), della Malesia, dell’Indonesia e dell’Indocina, fino alla Cina meridionale dove si troverebbe il confine fra i due gruppi, e sinodonti tutti gli altri mongolici, amerindi compresi.

Il tipo sondadonte sembra essere ancestrale rispetto a quello sinodonte, e qui appunto, nell’area che oggi ospita le isole della Sonda, si sarebbero formate le caratteristiche mongoliche. Quest’area, oggi in gran parte sommersa, era nell’età glaciale un vasto bassopiano, perché il livello dei mari era considerevolmente più basso, trovandosi molta acqua sui continenti sotto forma di ghiaccio. Con la deglaciazione, questa terra sarebbe stata inondata, e gli antenati delle popolazioni mongoliche si sarebbero ritirati migrando verso nord.

Cosa dire in conclusione? Certo nella nostra storia ci sono molte pagine strappate, e un numero considerevole di problemi che sarà sempre più difficile porre (non parliamo di trovare una risposta) man mano che l’ortodossia “democratica” espande ovunque il suo stagnante conformismo, ma che noi, finché ci sarà possibile, continueremo a mettere sul tavolo.

NOTA: Nell’illustrazione, a sinistra un esempio di eritrismo, capelli rossi, tipico della popolazione irlandese, al centro la dama di Elche, a destra una donna cinese, una tipica fisionomia mongolica. Lo studio della conformazione dentaria ha permesso di chiarire l’origine di queste popolazioni.

 

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 28 Settembre 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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