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L’eclissi del femminile – Livio Cadè

L’eclissi del femminile – Livio Cadè

Osservando l’energia che sostiene il cosmo nel suo perenne ruotare, gli uomini saggi vi hanno scorto due principi opposti e complementari. Poca importa il loro nome. I cinesi li chiamano yin e yang. Noi diremo maschile e femminile, precisando che non esistono separatamente ma solo come membri di una correlazione all’interno dell’Uomo, che è in sé  androgino. Come il dentro e il fuori, il prima e il dopo, il soggetto e l’oggetto, escludendo uno dei due termini anche l’altro scompare. Non esiste neppure un maschile o un femminile assoluto, ma solo una loro mescolanza. L’uomo incarna il principio maschile e la donna il femminile, ma entrambi contengono in varia misura il carattere opposto. Quindi il femminino non è necessariamente una virtù delle donne né il mascolino degli uomini. E quando alludo a uno o all’altro dei due principi, non intendo riferirmi necessariamente a individui di uno specifico sesso.

Per Goethe “l’Eterno Femminino ci trae verso l’alto”. Che il sublime e il divino vadano posti in alto è una tipica idea maschile. La bassezza diviene quindi metafora dell’ignobile. Un’anima non sale in tentazione, vi cade. E si purifica mediante un’ascesi. È il cielo, non la terra, la dimora dei beati. Gli inferi son spelonche sotterranee. Dicendo dunque che l’Eterno Femminino mi trae in basso evoco gorghi di peccato e di passione che mi trascinano al fondo della perdizione. Forse questi atavici preconcetti nascono dalla disposizione degli organi umani: in alto il cervello, ricetto della pura ragione e delle nobili idee, in basso gli organi  sessuali, sede di animaleschi e vergognosi piaceri. Nonostante la profonda sedimentazione di tali pregiudizi, io affermo che il femminino è proprio ciò che ci trae in basso. La sua natura è simile all’acqua, che scorre verso il basso. Il maschile è invece igneo e, come il fuoco, si innalza. Il femminile custodisce il fuoco del maschile e lo alimenta, ma non si perde in cieli infiniti e astratte sublimazioni, poggia sull’umile e solida terra. Il femminile è ciò che ci trae verso la semplice e concreta realtà. Non insegue abbaglianti altezze ma ci addita un’ombrosa profondità in cui calarci. Non invita ad arrampicarsi su scale metafisiche ma a discendere in sé stessi.

Per quanto oggi si abbia un’estrema riluttanza ad ammetterlo, maschile e femminile non dipendono da retaggi culturali, ma manifestano un eterno stato di fatto. Hanno le loro radici non in convenzioni sociali ma nelle leggi dell’universo. Nel loro senso più elementare, sono esplicazioni di un ‘Uovo’ e di un ‘Seme’. Il seme è pluralità e movimento, lotta, penetrazione e conquista. L’uovo è unità, attesa passiva e quieta accoglienza. Il maschile è il viaggio, il femminile è la casa verso cui tendere o a cui ritornare. La ricongiunzione tra i due principi ristabilisce l’integrità dell’Uomo. Ognuno perde la propria identità parziale per fondersi con l’altro in un nuovo essere che è la coppia. Anche se un elemento di tensione è essenziale al rapporto dialettico, in una coppia ideale uomo e donna finiscono per sentirsi una persona sola in due esseri distinti – “la mia anima è intrecciata con la tua come i fili di un tappeto“. Questo è il cuore del mistero e non si può spiegare, ma se ti avvicini lo sentirai pulsare.

Il femminile ha nell’economia dell’essere un’importanza superiore. Per questo la natura e la società gli concedono particolari privilegi. Non solo perché le femmine sono più necessarie alla conservazione della specie. Il femminile possiede una superiore consapevolezza di sé e un maggior eclettismo. Un uomo può restare per tutta la vita legato a una sola immagine di sé, solitamente quella del figlio. Una donna può invece essere vergine e prostituta, madre e moglie fedele, ed essere matura interprete di tutti questi ruoli. Anche nell’educazione della prole, è il legame con la madre che più influisce sul destino dei figli. Inoltre il femminile è più flessibile e resistente del maschile, quindi più forte, anche perché non si cura di nascondere le proprie debolezze. L’uomo è reso vulnerabile proprio dalla sua preoccupazione di apparire forte, e la sua durezza, la sua rigidità, provocano ricorrenti sciagure. Anche se l’antico simbolo del Tao mostra i due principi in perfetto equilibrio, la vita dell’anima richiede dunque una prevalenza dell’elemento femminile. Il contrario inclinerebbe l’uomo alla hybris e alla perdita di cuore. Nel rapporti tra l’umanità e il mondo, una prevalenza di valori maschili determina sempre effetti infausti. Per questo si pregano divinità femminili, perché veglino su di noi.

Si potrebbe obiettare che la donna, più che ottenere privilegi, ha dovuto subire angherie e servitù. Tuttavia questo non esclude la particolare tutela riservata alla donna. Infatti, quando vi sono gravi pericoli, ci si preoccuparsi di salvare le donne. Non per una semplice galanteria. E neppure per semplici considerazioni demografiche. Sarebbe lo stesso con donne vecchie e infeconde. È che l’intuito umano riconosce la superiorità del femminile. E milioni di uomini vengono massacrati in guerre orrende, ma le donne ne sono esentate. Una guerra che uccida indiscriminatamente uomini e donne è un crimine contro natura. E se non vediamo nulla di strano nel fatto che una donna vada in guerra, per ammazzare e farsi ammazzare, significa che la nostra civiltà ha un piede nella fossa. Dobbiamo quindi considerare una follia il tentativo della nostra società di distruggere ed evacuare da sé il femminile, ovvero di conculcare i suoi valori a vantaggio degli aspetti mascolini dell’esistenza. Tale misfatto non va imputato unicamente all’uomo. È la donna stessa, nel suo sforzo di emulare e far proprio il lato maschile dell’essere, a rendersi responsabile di questa mascolinizzazione della cultura e colpevole di un femminicidio metafisico.

La nostra società è un’esaltazione del maschile. Competitività, forza e rapidità, sono i nostri ideali. Le donne stesse vi partecipano e, convertite a questa religione del mascolino, imprimono una torsione innaturale alla femminilità. Son giunte a considerare un’ingiustizia cui ribellarsi non solo le sperequazioni sociali ma le stesse differenze fisiologiche. L’emancipazione della donna si è orientata in larga misura verso una sua virilizzazione, lottando più per i diritti delle donne che per quelli della femminilità. Le rivendicazioni femministe, per quanto legittime, hanno abdicato a una serie di valori femminili per poter condividere i modelli maschili, giudicandoli migliori. Hanno così implicitamente avallato le pretese accampate dal maschile nel governo del mondo. Favorendo una migrazione della natura femminile verso caratteri mascolini, hanno rinforzato gli aspetti già pletorici del maschile della nostra cultura.

Assistiamo così al culto di un sé maschile che è mito di autosufficienza e autodeterminazione. Il femminile diviene per contro il luogo del negativo, dello scarto. È deprecato in quanto espressione della passività, cioè di una condizione incompatibile con una società inebriata dal controllo e dal dominio. Si celebra un maschile potente, proiettato verso conquiste materiali e immateriali. L’aggressività e l’esibizionismo nelle relazioni sociali, nel lavoro, nella comunicazione, sono i sintomi di questa ipertrofia dei caratteri maschili. Ed è desolante notare con quale disinvoltura, come a ostentare rudezza fallica, alcune donne proferiscano oggi turpiloqui e oscenità.

Il femminile rimosso riemerge in forme alienate o degradate. Torna sotto forma di una confusa irrazionalità, di velleitari culti della natura e angosce ecologiste. Come ossessione per il cibo, la cucina, le erbe. Come malinconia delle ‘nonne’, cioè del femminile perduto, con le sue tradizioni e i suoi segreti. Come effeminatezza degli uomini e tendenze isteriche della società. Alla passività naturale del femminile subentra una passività intellettuale ed emotiva delle masse, che cadono in stati di trance, di ipnosi mediatica. La gente si annida nelle forme uterine della Rete, si immerge nel suo avvolgente liquido amniotico. Sviluppa forme di dipendenza da droghe fisiche e virtuali. Dedica una cura ossessiva al corpo e all’alimentazione, ed è terrorizzata dalla morte, definitiva e ineluttabile ipostasi del femminile.

Anche nella politica appaiono le forme malate del femminile: l’accoglienza per i migranti, la tolleranza e il pacifismo imbelle, il prodigare cure materne e risarcimenti alle vittime dell’odio maschile. Alle donne stesse si offrono illusorie riparazioni. Si elaborano appositi riti sociali che potremmo definire ‘capri risarcitori’. Si declamano cioè retorici e ipocriti mea culpa nei riguardi delle donne, inserendole nel canone dei martiri con altre categorie di vittime: neri, ebrei, omosessuali. Ci vengono propinati litri di retorica sulla colpa e il perdono, come un olio di ricino misto a melassa.

La stessa democrazia sembra recipiente di virtù femminili, caste e gentili, opposte all’arroganza maschile di dittatori e regimi autoritari. L’archetipo stesso del padre diventa simbolo del Male, icona del desiderio frustrato e dell’oppressione. Tutto ciò che può venir sospettato di una qualche collusione coi tradizionali paradigmi paterni è dunque vituperato e bandito. I padri non sanno più fare i padri e preferiscono essere amici dei figli. Anche chi, come la Chiesa, ha funzione di guida spirituale, preferisce mostrarsi molle e indulgente di fronte al decadimento dei costumi, per non subire l’anatema di una cultura ferocemente anti-paternalistica. Questa grottesca pantomima, che dovrebbe mostrare una predominanza di valori femminili, in realtà ne dissimula le macerie.

La nostra società ha infatti elevato l’ipocrisia a forma d’arte. Condanna l’aggressività, ma poi sorride compiacente ai massacri. Aborre la violenza ma costantemente se ne nutre e la esibisce. Si invocano pene terribili per gli stupratori e intanto si stupra la natura intera. Si vuol castrare il padre ma si venera la potenza del fallo maschile. Si predica la pace e la bontà, ma i media trasudano guerre, sadismo, morte. Ogni aspetto della vita diviene oggetto di competizione, un sopraffarsi l’un l’altro. La sopravvivenza del più forte è il nostro unico, autentico credo.

In realtà, ogni società sana contiene una percentuale di violenza. Lo stesso atto sessuale implica per il maschio un ‘violare’ la femmina con un gesto di occupazione e di possesso. E la femmina non solo accetta ma vuole essere violata e posseduta. Questo non significa che desideri essere maltrattata, ma che ama sentire la forza del maschio, quella equilibrata padronanza che si pone tra lo stupro e l’impotenza. Non desidera essere invasa da un fallo distruttivo ma da una forza virile e creativa. Come la terra attende la pioggia, il femminile anela ad esser fecondato dal maschile, fisicamente e intellettualmente. Usando un’immagine coranica, è la Tavola che viene incisa dal Calamo, che ne riceve e sigilla la scrittura.

L’amplesso tra maschile e femminile è la rappresentazione di un atto originario in cui il maschio si scinde, scompone e proietta la sua immagine all’esterno, mentre la femmina la accoglie, la riunifica e la vivifica dall’interno. Per questo l’uomo tende a vedere anche nel cosmo una emanazione, un’emissione divina, secondo un’ottica prettamente maschile. Nella sua percezione della vita egli esteriorizza la natura, la vede come una polluzione. Inoltre, poiché il maschio cede alla femmina parte di sé, in lui rimane il senso della separazione e una ferita che solo la donna può rimarginare, riparando l’immagine maschile. Perciò il femminile ama medicare, farsi strumento della  vis sanatrix naturae, e per questo alcune donne si innamorano di uomini che hanno bisogno delle loro cure.

Il maschile, dal canto suo, cerca di ricomporre l’integrità del sé in atti intellettuali ed estetici. Perciò colleziona oggetti, costruisce artefatti, teorie, macchine. Il femminile ama invece ciò che cresce naturalmente, quell’energia segreta, semplice e spontanea, che Hildegard chiama viriditas. Il femminile non teme il vuoto, anzi prende coscienza di sé in una vacuità che vuol essere riempita. Non è ossessionato dai fantasmi del potere e della morte perché si sente matrice e culla della vita. Lo spazio non è per il femminile un territorio da conquistare ma una dimora da accudire. E il tempo non è una freccia impazientemente tesa verso il futuro, ma un regolare e paziente processo circolare.

L’uomo, che nell’atto d’amore si divide, è portatore di una intelligenza analitica, di piani cartesiani e di infinite rette separate tra loro. La donna ha invece un sapere intuitivo e sintetico, più flessibile e sinuoso, capace di ricucire la realtà e reintegrarla nell’unità. La femmina emana una luce crepuscolare, che prolunga le ombre e i misteri, nella quale il maschio teme di perdersi e a cui contrappone la solarità meridiana della ‘conoscenza scientifica’, con la sua rassicurante chiarezza. La femmina è linea di confine tra un visibile e un invisibile che il maschio esita a oltrepassare. Oltre quella frontiera intravede il caos primigenio, il magma originario della vita. Perciò, come Peer Gynt, fugge. Evita il mistero che si cela nella sua stessa anima. Vaga in una ricerca irrequieta, finché non impara ad accettare l’abisso del femminile e la sua ospitale dolcezza. La femmina allora lo accoglie in sé, placa la sua ansia, confina nel proprio corpo lo spazio e reintegra il tempo nella lentezza di ritmi e cicli naturali, in un appagato presente.

Occorre notare che la nostra società non accetta un fatto un fatto perfettamente naturale, ossia l’ammirazione del femminile per il maschile. Non si tratta della cosiddetta ‘invidia del pene’, idea che si basa su un fraintendimento ingenuo e tipicamente maschile. In realtà ogni donna cerca una virilità da ammirare, e nessuna donna può amare veramente un uomo senza ammirarlo. La sua ammirazione ha connotazioni tanto materiali e sensuali quanto simboliche e spirituali. Ma la relazione tra maschio e femmina si svolge essenzialmente sul piano dell’immagine. Il desiderio è infatti evocazione di fantasmi. Il femminile ammira il maschile nel senso che si fa specchio (mirror), si offre come una superficie d’acqua che accoglie e rimanda la sua immagine.

L’anima femminile riceve e riflette l’intelletto maschile come la luna riverbera la luce del Sole. Come la dimensione orizzontale della materia assorbe la luce verticale dello spirito. È attraverso questo rispecchiamento che la donna trattiene in sé l’immagine dell’uomo, la fa maturare e la nutre. Per questo una donna rende migliore l’uomo che ama. E per questo desidera da lui un figlio. Quando la donna ama un uomo, è pronta a seguirlo e a ubbidirgli, e in questo non si sente sminuita. Prova anzi quella libertà che consiste nell’ubbidire alla propria intima natura. Questo accade anche all’uomo, quando il suo lato femminile si pone al servizio di un ideale e vi si abbandona. Questa dedizione crea una tendenza al sacrificio che rende incline al patire più che all’agire.

L’ammirare implica una posizione di inferiorità. Noi ammiriamo infatti ciò che sentiamo superiore. Per questo, ad onta delle convinzioni correnti, nella relazione col maschile il femminile deve avere una posizione sottomessa. Che l’uomo ne abusi, come di fatto avviene, può avere rilevanza pratica ma non è qui essenziale. Infatti, una donna in schiavitù può comunque conservare intatto il suo femminile mentre una donna libera ed emancipata lo può perdere. Questa posizione più bassa – infera – del femminile non è imposta dalla società ma attiene al suo ruolo naturale. È un porsi sotto come quello della terra rispetto al cielo. Non indica minor importanza o valore. Anzi, la sottomissione, il farsi fondamento del maschile, conferisce alla donna un potere sull’uomo.

Questa sottomissione spaziale ha natura metafisica. Nella sua posizione di inferiorità, la femmina raccoglie le immagini che l’uomo disperde, come la valle raduna le acque dei monti. Ponendosi ‘sotto’ il maschile, il femminile in realtà ne regge il destino. Diviene il perno intorno a cui la ruota maschile gira, e ne dirige invisibilmente il movimento. Come dice Laozi: “la femmina con la calma vince sempre il maschio, ponendosi quietamente in basso”. Il maschio deve consegnare la sua immagine alla femmina perché la accudisca, come in uno scrigno spirituale. In questo modo, affidandosi al femminile, l’uomo sente infine la donna come carne della propria carne e anima della propria anima. Se il femminile si chiude in se stesso e si nega al rapporto d’amore, diviene specchio di immagini sensuali e senza calore, nel quale il maschile riflette la propria impotente solitudine. Uomo e donna restano allora incatenati agli aspetti materiali e carnali, cioè diabolici, della sessualità.

Dall’eclissi del femminile nascono anche i vaneggiamenti di autosufficienza erotica e generativa di uomini che vogliono figli senza madre e donne che vogliono essere madri senza conoscere uomo. Occorre osservare come la mascolinizzazione del femminile costringa il maschio a iper-mascolinizzarsi. Per poter affrontare donne virilizzate l’uomo rafforza i suoi caratteri di aggressività e durezza. Oppure reagisce sviluppando caratteri femminili, che lo proteggano dall’urto della competizione con loro. Ma  un prevalere di aspetti femminili nell’uomo spinge la donna a farsi ancora più virile, in un circolo vizioso. Paradossalmente, l’eccesso del principio maschile ne causa il collasso. Non più contenuti e incanalati negli argini del femminile, i suoi stessi valori fanno naufragio.  La nostra società si trova così compressa tra un cattivo maschile un cattivo femminile.

Il maschile impone al mondo una dittatura di apparati scientifici, industriali e tecnologici. La coscienza collettiva delega all’emisfero maschile ogni importante decisione. La cultura diventa cultura del maschile, pensiero che ricusa la femminilità, nella sua natura notturna e lunare, a favore di modelli illuministici totalmente maschili. La morte viene esorcizzata con i miti del progresso e della crescita inarrestabile. Al misticismo e alla fede si contrappone una magia onnipotente che vuol signoreggiare la vita con la forza della razionalità e delle macchine.

L’umanità sprofonda nei sogni megalomani del sapere e del fare maschili, ovvero nel parossismo dell’informazione e dell’iperattività. A ciò dobbiamo il declino dell’arte, della poesia, della musica, tradizionali espressioni del femminile. L’iper-eccitazione maschile rifiuta le lente e pazienti incubazioni, quel recettivo e femminile concedersi allo spirito che sono prerogative dell’artista e del poeta. E ciò spiega la bruttezza che ci circonda, l’involuzione dei linguaggi, l’atrofia dell’immaginazione, lo sterile esibizionismo della tecnica. Questa dissoluzione del femminile porta così all’agonia della bellezza.

Scienza e tecnica, nella loro percezione frammentaria e meccanica del reale, si pongono come principi assoluti di identità maschile, negazione del mistero femminile e della sua libertà. La medicina, la biologia, la genetica, divengono tentativi violenti di estorcere al femminile i suoi segreti e di ridurlo a forme di schiavitù tecnico-razionale. Alla creazione si vuol opporre la fabbricazione, ai processi naturali quelli produttivi dell’economia e della tecnica. Ma razionalità e potere sono anche i talismani con cui il maschile si difende dall’angoscia dell’impotenza e della castrazione. La ferita dell’essere non viene guarita con una riunificazione ma si ulcera in una congerie di immagini sconnesse. All’ipertrofia del maschile corrisponde il regno della molteplicità, dei numeri, delle statistiche, delle innumerevoli parcellizzazioni e specializzazioni del sapere, in cui svanisce l’Unità del reale.

Il prevalere di forme maschili nella nostra cultura non è un problema che si ponga oggi per la prima volta. Che l’uomo tema la propria femminilità e se ne difenda, è un dramma antico. Ma è la donna stessa a disprezzare oggi il femminile, a trasformarlo in un surrogato della virilità, deformandone gli archetipi eterni. Perciò sempre più frequenti appaiono nella nostra cultura le fantasie su futuri orrendi, dominati dai demoni maschili dell’iper-scienza, dell’iper-tecnologia, dell’iper-controllo. O da quelli del caos e dell’assurdo, aborti di un femminile degradato. È perfettamente inutile illudersi che riforme politiche, economiche o sociali possano salvarci, finché maschio e femmina non ritroveranno un equilibrio naturale. Senza il femminile,  lo stesso maschile non potrà più esistere. La sua eclissi causerà l’oscuramento dell’eros, la superficialità delle passioni, l’estinguersi di ogni profondo romanticismo. Allora, persone solo anatomicamente differenziate, o dall’identico genere, o di un sesso indefinito, cercheranno con vani artifici di rispecchiarsi, penetrarsi e fondersi, grottesche caricature dell’amore.

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Categorie: Cultura, Cultura & Società

Pubblicato da Livio Cadè il 26 Settembre 2020

Commenti

  1. upa

    Tutto giusto e magistralmente espresso..
    Solo un appunto di contorno..
    Il femminino trae in alto nel senso che valorizza l’essenza maschile nella sua purezza..
    Più la valle è profonda e più la montagna è alta..
    Ci trae in basso quando la fisicità ci lega alla materia..alla sostanza..e soffoca l’essenza..
    La montagna frana sulla valle e perde l’altezza..
    L’alto e il basso sono i luoghi della densità..non della morale..
    E la densità è l’atmosfera che incontra il pendolo nelle sue salite e discese..
    Il pinnacolo della piramide tronca con l’occhio che vede è la cima interiore dove risiede il Testimone..
    Indifferente alle cadute e alla salite..osserva senza essere osservato..
    Il femminino ci fa salire alla vetta..i sensi ci precipitano nella valle..
    Niente va negato..l’occhio osserva ma non né è infangato..
    E’ solo la vita che si muove perennemente tra perdita e guadagno..

    Questo per dire che anche alla donna dovrebbe essere consentito di essere superficiale e piatta..e all’uomo di essere femminile e profondo..
    Sono oscillazioni che rinforzano l’identità reale..la rilassano per poi riaffermarla rigenerata..
    Ma la società crea schemi fissi..rigidi..siano quelli della Tradizione o quelli della degenerazione..
    Le società per durare devono essere solide..con ruoli definiti..per questo ci sono i costumi..le leggi e l’essoterismo..
    Ma ciò che non è possibile in società è possibile al singolo..nella riservatezza..e come è sempre successo la donna comandava in casa e l’uomo ubbidiva..i ruoli si scambiavano..e l’uomo si faceva donna e la donna uomo..
    Le chiavi della dispensa presso i vichinghi le tenevano le donne..
    Insomma..per fortuna che il maschile o il femminile è dentro di noi..che tutte queste salite.. discese e scalate.. alla fine stancano..e un sano isolamento dalle fatiche mondane per rinsaldare l’amicizia con la nostra donna o uomo interiore è la soluzione sotto al naso che cercavamo e non abbiamo mai trovato..
    Che i mistici o i sadhu abbiano ragione..?
    E’ duro ammetterlo..ma più invecchio e più penso di sì..al netto dei bei ricordi..

  2. Nebel

    meraviglioso articolo….

  3. Davvero un ottimo articolo, che ho apprezzato molto e col quale sono sostanzialmente e profondamente d’accordo. Vorrei segnalare all’autore ed a chi fosse interessato tra i lettori queste considerazioni sullo stesso argomento che scrissi alcuni anni fa:

    http://www.ecofondamentalista.it/maschile_femminile.htm

  4. Lupo nella Notte

    Non concordo con l’impostazione alla base di questo articolo. Al giorno d’oggi, la vera eclissi è quella del Maschile, non del Femminile, che è, anzi, largamente egemone. L’intera società attuale è quasi completamente femminilizzata, ma sarebbe un errore credere che ciò debba giocoforza comportare una guida “matriarcale”. Di società propriamente matriarcali probabilmente non ne sono mai esistite, al netto di tutte le falsificazioni di studiosi – perlopiú donne – come Marija Gimbutas peraltro confutate a sufficienza da diversi altri studiosi come Andrew Fleming. Ma a parte le diatribe di tipo archeologico, il Femminile è oggi senz’altro egemone perché pervade ogni manifestazione “culturale”, sociale, politica. Non per niente, una legge semplicemente discriminatoria come quella sui cosiddetti “femminicidî” è stata realizzata in quest’epoca terminale, dove peraltro era già pienamente vaticinato che vi fosse una prevalenza del Femminile. Man mano che la parabola discendente si avvicina al suo compimento, lo Yin prevale sullo Yang, femminilizzando anch’esso, nei limiti di quanto ciò è possibile anche nella manifestazione fisica. Lo stesso modo in cui l’Umanità reagisce alla farsa sul coronavirus non è altro che una manifestazione di “isteria” collettiva, ed è noto come il termine abbia le sue radici nel greco antico “hysteros”, utero. Mussolini coglieva rozzamente nel segno quando diceva che “la folla è femmina”, sottintendendo naturalmente ciò che segue sul piano puramente carnale. Ritengo inoltre un errore attribuire tout-court la facoltà razionale al Maschile, in quanto essa è solo capace di un pensiero riflesso, e non autonomo, e per questo il cervello veniva tradizionalmente paragonato alla Luna – noto simbolo del Femminile archetipico nella maggior parte delle tradizioni – mentre il cuore – e il puro Intelletto che da esso scaturiva – era l’equivalente microcosmico di ciò che il Sole rappresenta nel macrocosmo. Le popolazioni rimaste anche per gran parte della Modernità da essa incontaminate, conoscevano questa verità fino a pochi decennî or sono; i Pellerossa nordamericani, per esempio, affermavano che l’Uomo non pensa col cervello ma col cuore, e per loro era una realtà di fatto, come testimonia anche il gustoso aneddotto raccontato da Carl Gustav Jung (sebbene da esso egli trasse poi conclusioni discutibili, come quelle di tutti i suoi studî, peraltro) in “Ricordi, sogni, riflessioni”: “Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. “Dicono di pensare con la testa” rispose. ”Ma certamente. Tu con che cosa pensi?” gli chiesi sorpreso. “Noi pensiamo qui”, disse, indicando il cuore”. Questa nozione che per i Pellerossa era affatto naturale, per il resto del mondo “civilizzato” è andata perduta. Naturalmente parlare di “cuore” non ha nulla a che fare con il facile sentimentalismo emotivo cui siamo abituati oggigiorno – altro tratto del Femminile decaduto che impregna il tessuto cognitivo di tutti i popoli occidentali e occidentalizzati odierni – ma indicava l’attitudine propria alle civiltà primigenie di saper pensare in armonia con il Cosmo e con ciò che anche a esso fornisce la radice della sua esistenza, vale a dire lo Spirito Universale, o comunque Lo si voglia chiamare. Il sempre maggior vincolamento del pensiero umano all’organo cerebrale durante la Caduta progressiva dall’Età dell’Oro fino a questi ultimi scampoli di quella Oscura è evidente, per chi voglia e possa vederlo. Mi sembra che nell’articolo si prenda in considerazione il Maschile solo nella sua deteriore accezione attuale, del tutto deprivata delle proprie caratteristiche originarie che ne hanno fatto il Polo egemone per la maggior parte delle Ere trascorse. In pratica, lo si considera solo sotto il suo degenerato aspetto “fallicistico”, e non in quello della vera virilità. La virilità, lo dice la parola stessa, è la vir-tú del “vir” – quindi la virtú “par excellence” – quella dell’Uomo completo che ha (aveva) il suo centro in sé stesso e non doveva cercarlo all’esterno, in un essere che fosse altro da sé; non aveva quindi, alcunché di moralistico, come invece accade oggi, dopo la “femminilizzazione” anche del linguaggio. Significativamente, poi, la “virtú” ha assunto un’accezione perlopiú attribuita proprio al Femminile, o meglio, al suo aspetto piú materiale e superficiale, in àmbito esclusivamente sessuale venendo associato alla “serietà” di una donna e alla sua verginità. Il “macho” non è che la pallida caricatura fallicizzata del Vir, e non meriterebbe certo di essere preso in considerazione quale punto di riferimento del Maschile archetipico, che è ben altro. Inoltre, nell’articolo si considera il solo punto di vista “naturalistico”, ma la stessa Natura non è che una manifestazione di una realtà spirituale ad essa inevitabilmente superiore, in quanto ne costituisce la radice dell’esistenza.

    Poi, benché verissima se applicata alla civiltà in cui ci è dato in sorte di vivere, ritengo del tutto fuorviante se assolutizzata, anziché relativizzata alla suddetta civiltà, una frase come questa:

    “Anche se l’antico simbolo del Tao mostra i due principi in perfetto equilibrio, la vita dell’anima richiede dunque una prevalenza dell’elemento femminile. Il contrario inclinerebbe l’uomo alla hybris e alla perdita di cuore. Nel rapporti tra l’umanità e il mondo, una prevalenza di valori maschili determina sempre effetti infausti. Per questo si pregano divinità femminili, perché veglino su di noi”.

    Una prevalenza del principio Femminile nella sua accezione deteriore contemporanea non è meno infausta di quella del suo omologo Maschile: le conseguenze sono passività, inerzia, confuso anelito misticheggiante, oppure materialismo naturalistico. E la succitata “isteria”, che può anche portare, occasionalmente e per periodi limitati, all’estremo opposto, per mezzo di una estrema reattività a ciò che viene percepito come “minaccia” e da cui ci si “difende” con le unghie e con i denti. Tipicamente, il proverbiale esempio della madre animale che difende i cuccioli – ma anche una donna che difenda o creda di dover difendere i suoi figli – che sul piano puramente biologico costituiscono un prolungamento del suo utero.

    Mi sembra anche molto approssimativo e impreciso dire che il Femminile possieda una “maggiore consapevolezza di sé” sic et simpliciter. Certamente, ne possiede piú di un uomo fallicizzato, ma in senso assoluto si tratta nella maggior parte dei casi di una consapevolezza di tipo “psicologistico” – la psicologia e la psicanalisi sono discipline “femminili” per antonomasia, e poco importa che il fondatore di quest’ultima fosse un uomo, proprio perché la femminilizzazione della civiltà moderna prescinde dal sesso biologico del singolo individuo; tra l’altro, nella genesi della psicanalisi si annidano enigmi piuttosto inquietanti, ma il discorso porterebbe troppo lontano – che non ha nulla di spirituale in senso proprio, e dunque non ha nulla di veramente autentico.

    È comunque vero che il rapporto fra Yin e Yang non può essere in perfetto equilibrio – almeno nella sua manifestazione terrena – ma è perché all’inizio lo Yang era prevalente nel suo aspetto piú alto, mentre oggi lo è lo Yin, ma nel suo aspetto piú basso, il che costituisce, a suo modo, e guardando alle cose con distacco, una armoniosa simmetria.

  5. upa

    Le considerazioni di Lupo nella Notte sono impeccabili..come l’articolo di Livio Cadé..
    Cos’è che li distingue e li fa sembrare l’uno opposto all’altro..?
    E’ solo il punto di vista..
    Da una parte le considerazioni si muovono sul presente..e le categorie concettuali sono quelle che abbiamo sotto gli occhi..vestigia degenerate di realtà perdute nella discesa nell’infraumano..e dall’altra abbiamo l’immagine aurea di un’origine perduta riscontrabile solo come archetipi posti nel Principio e nella profondità dell’Intuizione..
    Il decadimento del femminile è causato dal decadimento maschile..come la Luna si oscura se il Sole non la illumina..
    E’ chiaro che se il Sole è tramontato..solo la Luna rimane a rischiarare..e se c’è qualche nuvola..la notte ci avvolge senza luce per quanto riflessa..e la notte senza luce è la “tenebra esteriore” regno della frantumazione..sia fisica che psichica..
    Lo scritto di Cadé illustra il presente..mentre Lupo vede il passato e il possibile futuro..che può non essere tanto vicino..o addirittura mancare..che la vita può trasferirsi in zone dell’Universo più congeniali se l’andazzo attuale diventa senza ritorno..
    Allora saremo come quei pianeti che vagano nello spazio senza una stella di riferimento..in fin dei conti la coscienza non è automatica..bisogna coltivarla..altrimenti si spegne definitivamente…almeno nel nostro mondo..
    Ma virilità e femminilità..yin e yang..sono sempre un dualismo..
    Prima ancora c’è l’Essere..lo Spirito..che è solo una tappa..e solo raggiungendo l’Essere..unione di Yin e Yang è possibile andare Oltre..verso il Tao..
    E solo allora che il maschile e femminile ..sciolti dalla pesantezza della “materia”potranno raggiungere la loro essenza originaria..perché non gravati dal desiderio..
    Aspettando che ciò avvenga..dovremo ancora scontraci con le tante immagini che prendono vita nel divenire..divisi tra ciò che siamo e ciò che potremo essere..relazioni comprese..

  6. Livio Cadè Staff

    Il commento di ‘upa’ rende in parte superflua la risposta che volevo dare a ‘Lupo nella Notte’. Vorrei però aggiungere alcune brevi considerazioni.
    Un amico mi fa la stessa obiezione, “oggi la società è femminilizzata, c’è una perdita di valori maschili”.
    In effetti, avrei potuto scrivere sull’eclissi del maschile.
    Quello che io osservo è la progressiva dissoluzione di entrambi i modelli e delle loro tradizionali strutture simboliche.
    Quindi, il femminile, espandendosi, non ha più caratteri femminili equilibrati, ma tende ad assumere tratti pseudo-maschili o ‘dis-femminili’ (come le isterie collettive citate).
    E il maschile compresso, allo stesso modo, prende caratteri pseudo-femminili o ‘dis-maschili’ (come lo sfrenato fallicismo).
    Io ho preferito parlare della perdita del ‘vero femminile’, anche se può essere paradossalmente legata a un eccesso di femminilizzazione.
    Ma si può parlare anche della perdita del ‘vero maschile’.
    Perciò, non mi sento di contraddire quello che dice Lupo nella Notte.
    Faccio eccezione per quanto riguarda la ‘necessaria prevalenza del femminile’, concetto che ‘Lupo’ ritiene fuorviante. Anche qui si tratta di intendersi. Io aderisco a una concezione (“conosci il maschile, attieniti al femminile”) che riconosce la necessità di un porsi ‘femminile’ dell’anima nei confronti della realtà.
    In tal senso, anche la ‘maggior consapevolezza di sé’ del femminile (non necessariamente della donna) è legata a questa maggior recettività e apertura, condizione di ‘cavità’ tipica del femminile che è metafisica prima che psicologica.
    È vero, il discorso si farebbe troppo lungo. Ma spero che questi brevi accenni possano chiarire alcuni malintesi.

  7. upa

    I malintesi rimarranno sempre..perché riguardano le differenti inclinazioni della sensibilità “sacerdotale” da quella “regale”..dei brahmana e degli kshatrya…dell’esoterismo rispetto a l’exoterismo..da chi insomma vuole bilanciare il Fuoco con l’Acqua rispetto a chi lo vuole espandere nell’Aria..
    La virilità fatta yin rispetto al Principio..oppure fatta yang rispetto alla Natura..
    Il saggio ha un orizzonte diverso rispetto al pater familias..è superiore rispetto alla Conoscenza ..e inferiore rispetto all’Azione..ma ambedue concorrono alla società giusta..anche un eremita può essere integrato riflettendo in Terra l’ordine del Cielo..
    E visto che dovremo tornare all’età dell’oro..il Satya Yuga..è bene armonizzare queste due inclinazioni..almeno nei propositi..visto che siamo ancora ben piantati nell’età oscura..quella delle differenze irriducibili e combattive..
    La viridas dell’uomo …incarnata nella virilità..potrà allora volgersi all’Alto oppure volgersi al Basso..ma prima bisognerà averla..e finché non l’abbiamo..la mente si esercita spregiudicata a vederne i trionfi..nutrendosi di buone noetiche fantasie..
    Ma una cosa è certa.: Prima che le strade si separino dal Saggio o dal Re..è necessario un duro lavoro..ed è poi su questo che si afferma una convergenza pur con metodologie diverse..
    La direzione è la stessa pur con fermate diverse..e questo basta.. visto l’ambiente oscuro che ci sovrasta..che fare qualche passo ha già un ché di eroico..

  8. Scrivo le mie numerose perplessità e le mie riflessioni in merito a questo articolo, redatto in modo piuttosto paternalistico e con tracce patriarcali evidenti.

    Premetto che non faccio parte di una cerchia di femministe o matriarche estremiste, per il semplice fatto che l’estremismo, in generale, ha provocato danni immensi in ogni angolo della terra, tuttavia provengo da una cultura ben diversa dalla vostra, ovvero quella slava, dove, nonostante l’ingerenza della Chiesa Ortodossa, la matrice matriarcale di fondo è sempre rimasta radicata. Dove? A Terra, naturalmente. Perché è nella terra che si mettono le radici e sulla terra si fanno nascere e crescere i bambini. Perciò, almeno per quanto concerne la mia cultura, la terra non è la sede degli Inferi, ma quella dove gli spiriti si incarnano per compiere il loro percorso e per farlo hanno bisogno sia della luce proveniente dall’alto, dal cielo, sia della terra sulla quale poggiare solidamente i piedi, e dalla quale attingono acqua e cibo.

    Troppo semplicistico per le menti elitarie? Dubito, anche perché una mente che volge verso l’alto, non può fare a meno del seno e del latte materno, né del grembo della madre, nè dei frutti della Madre Terra.

    Di più. Nell’antica religione pagana slava, il sole è considerato un astro legato alla Grande Madre, mentre la luna è legata al principio maschile. A voi può sembrare incredibile, invece fa parte anche di altre culture e spiritualità, non è esclusivamente una visione slava. E da questa visione spirituale, provengono innumerevoli riti ancestrali, come il kolo -danza circolare- le cui radici (radici!) affondano nella preistoria. Il kolo nasce dai riti propiziatori della caccia, quando gli uomini danzavano per il bene della comunità ed è giunto fino a noi un kolo chiamato Zecko, ovvero della lepre: questo animale viene messo al centro del cerchio formato dagli uomini, gli uomini iniziano a girare danzando in senso orario e si fermano solo quando la lepre riesce a trovare una via di fuga tra le loro gambe. Quello è il momento di fermare il kolo e partire per la caccia.

    Nella mia cultura è la donna colei che è preposta al lavoro nei campi, mentre era l’uomo a restare a casa, a occuparsi delle necessità correlate, della caccia, e questo in ragione del fatto che la donna incarna l’archetipo della Grande Madre, ed è lei che può coltivare la terra in modo che dia i frutti. Non le mani dell’uomo, ma quelle della donna sono propizie a far crescere la frutta e la verdura, a far nascere gli animali e i bambini.

    Chi ha tentato di annientare queste ancestrali tradizioni? Chi ha posto fine all’armonia naturale di un tempo? Ahimè, l’uomo. E non lo dico con la rabbia che una qualunque amica femminista estremista potrebbe esprimere, lo dico in ragione dei fatti, dei libri di storia e antropologia, etnografia e sociologia che studiamo. Guerre e religioni sono idee maschili, non femminili, o sono diventate femminili in seguito, quando le decisioni maschili estremiste, quelle che hanno formato le società di gran parte del mondo, le religioni monoteiste, hanno condotto la donna a un tale livello di emarginazione, ignoranza e miseria, da renderle succubi, schiave e prigioniere. A quel punto, anche (alcune) donne hanno cominciato a ingegnarsi e a cercare di uscire dal cono d’ombra attraverso l’astuzia, la perversione, l’estremismo e la guerra.

    E lei, signor Cadé, può biasimarle? Dubito. E allora perché scrive: “Il femminile ha nell’economia dell’essere un’importanza superiore. Per questo la natura e la società gli concedono particolari privilegi.”?

    Dove li ha visti questi privilegi, nel corso degli ultimi due millenni? La società, in particolare, quali privilegi ha dato al mio genere? Glielo chiedo perché suppongo che risiediamo sulla stessa terra, ma lei deve aver vissuto in una dimensione alternativa, se riesce a concepire e addirittura a scrivere una frase simile.

    “Si potrebbe obiettare che la donna, più che ottenere privilegi, ha dovuto subire angherie e servitù. Tuttavia questo non esclude la particolare tutela riservata alla donna.”

    Metta il focus sulle angherie e la servitù che abbiamo dovuto subire. E aggiunga: violenze, privazioni, ingiustizie, stupri, povertà, assenza di diritti essenziali e dello studio, sottrazione dei figli, emarginazione sociale, abusi, mattanza. E potrei continuare con una lista infinita, mentre lei usa solo due sostantivi: angherie e servitù. Davvero? Solo due? E no, non siamo state “particolarmente tutelate”, niente affatto, nè lo siamo oggi, quando veniamo molestate sul lavoro in modo plateale o sottinteso, nè quando un uomo uccide i nostri figli perché lo abbiamo lasciato, nè quando veniamo trucidate dai nostri stalker perché le forze dell’ordine fanno spallucce se ci lamentiamo delle persecuzioni che subiamo.

    “La legge dice che finché non c’è un pericolo evidente…”. Già, il pericolo che si manifesta quando ci uccidono. Una morta può parlare? Può denunciare? No. Ma a quel punto, il problema non sussiste. E se le sue madri, zie, figlie e amiche cercano di sensibilizzare la pubblica opinione sull’orrore dell’accaduto, trovano altri uomini che fanno spallucce, o si commuovono, ma di fatto, poi, ai piani alti, nulla cambia. E i bottoni, nella stragrande maggioranza dei casi, li spingete ancora voi, uomini. Pensi: se al potere ci fossimo soltanto noi donne, potremmo fare di peggio? Dubito. E fare meglio sarebbe un gioco da ragazzi.

    “È la donna stessa, nel suo sforzo di emulare e far proprio il lato maschile dell’essere, a rendersi responsabile di questa mascolinizzazione della cultura e colpevole di un femminicidio metafisico.” E chi ha portato le donne a emulare il maschile? Le risposte le ho già fornite qua sopra… Ma non deve temere niente. Dopo una guerra -e io che provengo dai Balcani, ne so qualcosa- c’è un iniziale periodo di follia/euforia, di imitazione del vincitore, ma poi si torna a una stabilità interiore, a una reintegrazione e questo sta già succedendo a noi donne, in tutto il mondo. Dopo il ’68, infatti, abbiamo avuto mezzo secolo per riadattarci e oggi ci sono milioni di donne come me, fiere di appartenere al proprio genere e profondamente stabili. Solo che, non si deve illudere: la nostra stabilità è diversa da quella maschile. Siamo stabili in un modo che agli uomini non consapevoli, non è dato comprendere. Come ha scritto la scrittrice turca Elif Shafak in “Latte nero” (BUR), noi donne raggiungiamo l’armonia interiore quando riusciamo a far parlare tutte le voci che fanno parte di noi. Quando il coro di cui siamo costituite, cessa la cacofonia e lascia spazio a un’armonia musicale. Difficile da comprendere per un uomo? No, se anche Pessoa ha scritto: “Mi contraddico?… Sono vasto, contengo moltitudini”. Ed era un uomo. Sì, ma un uomo consapevole. Consapevole che una donna (e un uomo) possono essere, come anche lei ci consente, santi e puttane, madri/padri e single, gran lavoratori e nullafacenti. Una vita può essere molto lunga, ed è davvero misero colui che è privo della capacità di cambiare idea. Un monolite cadendo si spezza, non così una canna di bambù (eppure è tremendamente robusta!).

    Dunque, io sono assolutamente a favore del superamento del dualismo. Io sono a favore dell’androginia, ci mancherebbe altro. Donne e uomini consapevoli possono far fiorire la società e l’umanità tutta, ma a patto che si esprimano concetti autentici, non mutilati, addolciti, infiorettati. Non occultando le violenze e le ingiustizie. Non scrivendo articoli come il suo, dove:

    “Il femminile rimosso riemerge in forme alienate o degradate. Torna sotto forma di una confusa irrazionalità, di velleitari culti della natura e angosce ecologiste. Come ossessione per il cibo, la cucina, le erbe. Come malinconia delle ‘nonne’, cioè del femminile perduto, con le sue tradizioni e i suoi segreti. Come effeminatezza degli uomini e tendenze isteriche della società.”

    Dunque per lei l’irrazionalità è il male. Il culto della natura e l”angoscia ecologista’ è il male. Prendersi cura di sè è il male. Addirittura le tradizioni e i segreti quasi perduti delle nostre nonne sono il male.

    Semplicemente non riuscivo a credere a questa frase. L’ha riletta più e più volte prima di scriverla? Perché se lo ha fatto e non vi ha trovato nulla di abominevole, vorrei comprendere come sia possibile.

    Io sono stata cresciuta da una nonna che ha combattuto come partigiana jugoslava contro i nazisti e i cetnici. Non lo aveva scelto lei di imbracciare il fucile e dormire con il coltello in mano. Lo avevano deciso i signori uomini di dare l’avvio all’ennesima guerra criminale e lei non ha potuto fare altro che difendersi. Ribadisco: difendersi. Perché lei sa bene cosa succede a una donna piacente ma indifesa, in tempo di guerra. Se Nediljka Jankovic’ è uscita viva da quel conflitto è stato grazie alla sua forza interiore, esteriore e alla resilienza che le ha permesso di vivere il resto della vita senza traumi, senza la necessità di uno psicologo, fino a raggiungere la mia generazione. Mi ha cresciuta facendomi diventare la donna forte e consapevole che sono e lo ha fatto anche attraverso i racconti tramandati dalle donne della sua famiglia, le tradizioni, gli usi e i costumi, le credenze, anche quelle pagane. Le donne della mia famiglia mi hanno resa ciò che sono. Non gli uomini, ahimè. Non la storia, la religione, la società voluta dagli uomini. Perciò quando si mette a denigrare il “femminile perduto”, sappia che ci sono milioni di donne consapevoli come me che sono fiere, grate e sollevate che la sapienza femminile non sia andato del tutto perduta e, anzi, la conserviamo e la reintegriamo. E questo sforzo non avrà una fine con la mia generazione, ne può star certo.

    “Anche nella politica appaiono le forme malate del femminile: l’accoglienza per i migranti, la tolleranza e il pacifismo imbelle, il prodigare cure materne e risarcimenti alle vittime dell’odio maschile. Alle donne stesse si offrono illusorie riparazioni. Si elaborano appositi riti sociali che potremmo definire ‘capri risarcitori’. Si declamano cioè retorici e ipocriti mea culpa nei riguardi delle donne, inserendole nel canone dei martiri con altre categorie di vittime: neri, ebrei, omosessuali. Ci vengono propinati litri di retorica sulla colpa e il perdono, come un olio di ricino misto a melassa.”

    In questo paragrafo grondano ignoranza e razzismo. Non mi prendo neppure la briga di rispondere, poichè si commenta da solo.

    “La stessa democrazia sembra recipiente di virtù femminili, caste e gentili, opposte all’arroganza maschile di dittatori e regimi autoritari. L’archetipo stesso del padre diventa simbolo del Male, icona del desiderio frustrato e dell’oppressione. Tutto ciò che può venir sospettato di una qualche collusione coi tradizionali paradigmi paterni è dunque vituperato e bandito. I padri non sanno più fare i padri e preferiscono essere amici dei figli. Anche chi, come la Chiesa, ha funzione di guida spirituale, preferisce mostrarsi molle e indulgente di fronte al decadimento dei costumi, per non subire l’anatema di una cultura ferocemente anti-paternalistica. Questa grottesca pantomima, che dovrebbe mostrare una predominanza di valori femminili, in realtà ne dissimula le macerie.”

    Il padre, oggi, è incapace di fare il padre come lo era ieri, l’altroieri e molti secoli fa. Anzitutto ricordi come venivano considerati i bambini fino a un secolo fa: piccoli uomini e piccole donne. L’infanzia, per come la conosciamo oggi, regno delicato e specialissimo, da curare amorevolmente studiando dozzine di libri montessoriani, neuroscientifici e pedagogici, è una realtà recente. Per millenni i bambini hanno lavorato nei campi, nelle industrie, nelle stazioni dei treni, in casa, ovunque ce ne fosse bisogno. Fare il padre? Che difficoltà c’era a comandare donne e bambini? Il padre aveva diritto di vita e di morte sulla sua famiglia, ma di cosa stiamo parlando? E’ del tutto naturale che oggi siano pochi gli uomini consapevoli e capaci di fare i padri. Devono comprendere come muoversi in una società completamente mutata, dove una moglie esige pari diritti e doveri, dove i bambini richiedono attenzioni e presenza attiva a entrambi i genitori, e il comandare a bacchetta e imporre non è più l’unica strada da percorrere. La verità è che oggi i padri non sanno fare i padri perché le donne sono consapevoli delle loro reali capacità e possibilità, e un po’ di nuove leggi ci sono venute incontro per aiutarci in tal senso. Poche, ma quanto basta per fornirci la possibilità di studiare, emanciparci, essere economicamente indipendenti e pretendere pari diritti e doveri anche fra le mura di casa. Altrimenti ci prendiamo e ce ne andiamo, sempre che lor signori uomini non si decidano ad ammazzarci, come succede spesso. Vede ancora una predominanza di valori femminili? No, c’è ancora una lunghissima strada da percorrere per arrivare a una parità di diritti e doveri nella società. Non si arriverà a una predominanza, anche perché questa è una parola che amate voi uomini, noi donne ci accontentiamo della parità, che a oggi non abbiamo neppure nei salari, figuriamoci nella stragrande maggioranza delle case, delle famiglie, nella società, in Chiesa!

    Già, in Chiesa: ci sono sacerdotesse? No, perchè se riesce ad asserire che addirittura la Chiesa Cristiana si è genuflessa dinanzi a noi donne, allora una sacerdotessa, una sola, in una chiesa cattolica, sarebbe il minimo sindacale. Ma guardi un po’: non c’è. Nè ci sarà per chissà quanti altri decenni e secoli.

    “In realtà, ogni società sana contiene una percentuale di violenza. Lo stesso atto sessuale implica per il maschio un ‘violare’ la femmina con un gesto di occupazione e di possesso. E la femmina non solo accetta ma vuole essere violata e posseduta. Questo non significa che desideri essere maltrattata, ma che ama sentire la forza del maschio, quella equilibrata padronanza che si pone tra lo stupro e l’impotenza. Non desidera essere invasa da un fallo distruttivo ma da una forza virile e creativa. Come la terra attende la pioggia, il femminile anela ad esser fecondato dal maschile, fisicamente e intellettualmente. Usando un’immagine coranica, è la Tavola che viene incisa dal Calamo, che ne riceve e sigilla la scrittura.” La pericolosità potenziale insita in questo paragrafo è altissima. Come ha potuto non dico concepirlo, ma pubblicarlo?

    “L’anima femminile riceve e riflette l’intelletto maschile come la luna riverbera la luce del Sole. Come la dimensione orizzontale della materia assorbe la luce verticale dello spirito. È attraverso questo rispecchiamento che la donna trattiene in sé l’immagine dell’uomo, la fa maturare e la nutre. Per questo una donna rende migliore l’uomo che ama. E per questo desidera da lui un figlio. Quando la donna ama un uomo, è pronta a seguirlo e a ubbidirgli, e in questo non si sente sminuita. Prova anzi quella libertà che consiste nell’ubbidire alla propria intima natura. Questo accade anche all’uomo, quando il suo lato femminile si pone al servizio di un ideale e vi si abbandona. Questa dedizione crea una tendenza al sacrificio che rende incline al patire più che all’agire.”

    A noi donne non interessa affatto riflettere l’immagine dell’uomo, né ammirarlo. A noi donne interessa una sana parità nella relazione e stia certo che, quando una donna sceglie di avere un bambino, segue il proprio istinto. Quante donne hanno avuto o vorrebbero avere dei bambini a prescindere dalla presenza di un compagno o marito in casa? Senza contare le coppie lesbiche. Il desiderio di un figlio è un fatto dissociato dalla presenza di un uomo da adorare come un dio. E soprattutto, la donna non vuole ubbidire all’uomo! Si rende conto che ha usato il verbo “ubbidire” per la donna e “porsi al servizio” per l’uomo? In entrambi i casi lei trasmette il messaggio che è il lato femminile della donna e quello dell’uomo a voler essere, per sua natura, servizievole. Non è così che funziona. Non siamo tutti uguali e le donne -e sono tante- che di servizievole non hanno assolutamente niente, non sono mele marce, femministe estremiste o lesbiche. Semplicemente sono nate e cresciute senza questo aspetto. Magari non vogliono neppure avere dei figli e non per questo sono meno donne, o sono state sottoposte a una qualche forma di corruzione!

    Di male in peggio: “Anzi, la sottomissione, il farsi fondamento del maschile, conferisce alla donna un potere sull’uomo. Questa sottomissione spaziale ha natura metafisica. Nella sua posizione di inferiorità, la femmina raccoglie le immagini che l’uomo disperde, come la valle raduna le acque dei monti. …Come dice Laozi: “la femmina con la calma vince sempre il maschio, ponendosi quietamente in basso”.” Per l’ennesima volta: non siamo servizievoli. Non siamo, per nostra natura, né vogliamo essere -eccetto taluni casi- sottomesse! Nè socialmente, né intimamente, né religiosamente, né metafisicamente. Basta! Non ci interessa niente di radunare le immagini del maschio: abbiamo ben altro di cui occuparci. Nei momenti di difficoltà non siamo refrattarie alla cura, all’aiuto reciproco, ma lei continua a sottolineare costantemente il ruolo sottomesso e servizievole della natura femminile e in questo modo rende evidente il fatto che vive al di fuori della realtà, in un modo ideale (per lei). Nella vita concreta, se la donna vuole compiere un percorso spirituale, può collocarsi dove desidera, ma in generale, in lei coesistono costantemente un yin e un yang, perciò non si pone sempre ed esclusivamente in basso.

    “Il maschio deve consegnare la sua immagine alla femmina perché la accudisca, come in uno scrigno spirituale”.

    Questa frase è il ritratto di uno dei più grandi problemi contemporanei dell’uomo incapace di essere partner, marito e padre. L’uomo di oggi, in molti casi, resta un bambino che non vuole crescere e che vede nella donna l’estensione della madre, della nonna, della baby-sitter e della colf. Donne e uomini si devono accudire vicendevolmente. La donna, soprattutto quando diventa madre, ha già dei figli di cui prendersi cura. Il partner dovrebbe ricoprire a quel punto il ruolo di padre, oltre che di compagno e apportare il suo contributo nella dinamica di coppia. Questo non significa aggiungersi come figlio maggiore, gravando ulteriormente sulla compagna. Ma quante volte lo vediamo accadere, con conseguenze ovvie? Tante.

    “Occorre osservare come la mascolinizzazione del femminile costringa il maschio a iper-mascolinizzarsi. Per poter affrontare donne virilizzate l’uomo rafforza i suoi caratteri di aggressività e durezza. Oppure reagisce sviluppando caratteri femminili, che lo proteggano dall’urto della competizione con loro. Ma un prevalere di aspetti femminili nell’uomo spinge la donna a farsi ancora più virile, in un circolo vizioso. Paradossalmente, l’eccesso del principio maschile ne causa il collasso. Non più contenuti e incanalati negli argini del femminile, i suoi stessi valori fanno naufragio. La nostra società si trova così compressa tra un cattivo maschile un cattivo femminile.”

    Qui ci troviamo, per l’ennesima volta, nell’ambito di un punto di vista carico di pregiudizio e paternalismo. Vi sono, nella realtà, donne estremamente femminili, donne mascoline, donne fluid-gender, ecc, ma soprattutto, troviamo donne dotate di una grande forza e consapevolezza interiore che, probabilmente, ai suoi occhi appaiono spaventose, quando in realtà sono semplicemente talentuose, energiche, professionali. E questo non le porta a odiare gli uomini, disprezzarli o denigrarli. Queste donne sono il frutto più maturo e ricco -interiormente ed esteriormente- dell’unione tra la coscienza di sé e le possibilità economiche e lavorative che la società contemporanea ha offerto.

    E giungo alla conclusione. Lei asserisce che che: “È perfettamente inutile illudersi che riforme politiche, economiche o sociali possano salvarci, finché maschio e femmina non ritroveranno un equilibrio naturale”. E qui ci troviamo d’accordo, quanto meno per la frase in sé. Tuttavia dubito che, approfondendola, i nostri pensieri si intrecceranno, perché lei ha presentato un maschile e un femminile fortemente stereotipati e innaturali.

    Provengo da una società matrilineare, ma non esigo un ritorno al passato, né desidero che si continui a corroborare una tesi come la sua, dove la donna resta l’immagine e l’archetipo del servizio, della sottomissione e dello specchio dell’uomo. Finché gli uomini come lei non comprenderanno realmente la portata delle sofferenze, del dolore e delle ferite che altri uomini, per millenni, in ogni campo del sapere e della vita hanno procurato alle donne, finché non ammetterete quanto male ci è stato fatto e fintanto che non vi porrete al nostro fianco per raggiungere, insieme, una reale parità di diritti e doveri in ogni frangente, non potremo neppure iniziare un discorso costruttivo per il presente e il futuro. Mancano le fondamenta. E senza fondamenta una casa crolla alla prima tempesta.

    Dunque, io mi auguro che lei riesca a comprendere profondamente la ferita che il suo articolo provoca nelle donne che lo leggono e che si apra a un dibattito. Da parte mia non c’è alcun desiderio di “fare la guerra” o “ricorrere a sottili armi di persuasione”. Il destino mi ha portato un figlio maschio, non una femmina, dunque non posso essere in alcun modo una odiatriace di uomini, anzi, Da parte mia c’è apertura al dialogo. E non si adombri se, qua e là, i miei toni si sono fatti accesi. Sono una donna che contiene in sé molti aspetti, sia femminili che maschili, sia luce che ombra, senza divisioni e dualismi.  

    • Livio Cadè Staff

      Ho letto la sua lunga invettiva. Lei mi accusa di essere paternalistico, ignorante, razzista, pericoloso, pieno di pregiudizi, stereotipato.
      Non intendo difendermi. Non credo potremmo capirci. Quindi mi scusi se non mi apro a un dibattito.
      Mi dispiace che Lei si senta ferita dal mio articolo. Penso tuttavia che non dovrebbe parlare a nome di tutte le donne.

      P.S.: non è Pessoa ma Whitman

      • Il fatto che non voglia nemmeno aprire un dibattito la dice molto lunga.
        Il mio pensiero è comune a un grande numero di donne, glielo assicuro. Donne che sono rimaste ferite, perplesse, allibite, scioccate e che hanno anche riso in merito ai contenuti del suo articolo. Ed é stato un riso amaro.
        Oggi perde l’opportunità di fornire una risposta a tutte noi.

        N:B Peccato per la citazione erronea. Proviene dall’articolo di un giornalista che ha preso una cantonata. E ciò nonostante: Walt Withman, niente meno!

        • Livio Cadè Staff

          Signora Cvijanović, come potrei discutere con qualcuno che mi definisce “abominevole”? Cioé mi accusa di essere intellettualmente e moralmente esecrabile, infame?
          Lei mi trascina davanti a un tribunale ‘femminile’ e vuole che mi discolpi.
          Ho già espresso il mio pensiero e non trovo necessario giustificarlo o correggerlo.
          E tutte quelle donne che “sono rimaste ferite, perplesse, allibite, scioccate e che hanno anche riso” leggendo quello che ho scritto, non credo siano disposte a cambiare parere. Anzi riderebbero di nuovo, o resterebbero nuovamente indignate.
          Quello che scrivo non lo prendo dai libri ma da quello che ho capito della vita. Lei è libera di pensare che io non abbia capito nulla. Del resto, a volte lo penso anch’io.

          • Partendo dal presupposto che ognuno ha un carattere suo proprio, lei mi ricorda episodi della mia vita in cui sono stata definita in modi poco edificanti, ma ho reagito parlando, confrontandomi e facendo cambiare idea al mio interlocutore.
            Ora, a me interessa esporre le idee in modo chiaro e rifuggo gli estremismi,nonostante il mio carattere forte e balcanico potrebbe far credere il contrario.
            Se il suo articolo ha generato queste reazioni in tante donne, per quale motivo evita il dibattito? Non siamo Menadi, né conosciamo il suo indirizzo, quindi non corre neppure il rischio di venire sbranato. Siamo donne contemporanee portate al dialogo, al confronto equo.
            Non insisteró oltre. Tuttavia, resta molto triste constatare che un uomo possa scrivere un simile articolo, ferite molte donne e lavarsene le mani.

  9. upa

    Nataša Cvijanović…

    Che passione..che forza..quanta maschia virilità nell’affermare i diritti..!
    Allora le valkyrie e le amazzoni esistono..sono temibili..e in mezzo a noi..
    Confesso che ho rivissuto i tempi dell’Università.. con scarso profitto ma con grande ammaestramento su ciò che non bisognava studiare per salvarsi l’anima..
    Tra l’altro abitavo nei luoghi di cui parla Natascia..la Venezia Giulia..e certe studentesse italiane di lingua slovena mi avevano impressionato per la loro energia fanatica di odio e rivendicazioni..femministe..
    Quindi posso anche capire la fonte culturale del linguaggio..che non mi è sconosciuta..e può spaventare il tranquillo studioso di faccende umane e metafisiche..perché vi vede un’impenetrabilità alla pacata discussione su evidenze interiori che abbisognano tranquillità dello Spirito per essere rivelate..
    L’anelito alla giustizia è dell’uomo e della donna.ma non lo stesso se non nell’impulso a diventare ciò che siamo..perché la mente femminile e maschile sono diverse e pure i corpi che le contengono..
    E quest’impulso deriva dallo stesso “Essere” uguale nell’uomo e nella donna..ma declinato poi in modo diverso..perché diverse sono le “energie”di riferimento..
    Nella donna domina la Terra.. La Grande Dea nera..che nutre il seme del Grande Spirito..dominato dal Fuoco..
    Alla donna il nutrimento della terra e il lavoro dei campi..mentre l’uomo la caccia..e la difesa..
    Il Cielo è superiore alla Terra..?
    Una montagna è superiore alla valle..?
    E’ molto moralistico..cristiano..dare giudizi di valore..di superiorità e inferiorità..quando sono solo posizioni diverse..ambedue complementari..
    E’ un pericoloso cedimento allo spirito moderno fare classifiche d’importanza..
    Personalmente non mi sento demoralizzato se devo ubbidire a un superiore gerarchico..anzi..la demoralizzazione avviene quando gli ordini sono sbagliati..come d’altro canto il superiore si deprime se il sottoposto esegue sciattamente gli ordini ricevuti..
    Sarò all’antica..ma se il superiore da ordini giusti non rivendico rivoluzioni ma lo percepisco come un mio servitore volto non solo al suo ma anche al mio benessere..
    Cosa c’è di disdicevole nel dire che l’uomo è fisicamente più forte della donna ma meno resistente..?
    Non è forse comprendere perché all’uno era riservata la caccia e all’altra il lavoro dei campi..?
    O dire che la mente femminile è analitica e quella dell’uomo sintetica..?
    Il cacciatore deve intuire dove si trova la preda..soppesare le possibilità..indagare il futuro..mentre la donna deve raccogliere le bacche ..o piantare il riso..cosa più minuziosa..e meccanica..
    Il Cielo copre e la Terra sostiene..
    Non sono importanti ambedue..?
    Ma capisco che nella storia si è introdotta la malizia..la cattiveria ..il sopruso..e il Cielo..corrotto è precipitato sulla Terra ..si è insozzato i piedi e comodamente ..invece di rimanere in alto a proteggere si è abbassato a tiranneggiare..
    Quando parliamo di realtà metafisiche le consideriamo per quello che dovrebbero essere e per quello che si mostrano corrotte dai tempi oscuri..
    Se adesso le donne pisciano in testa agli uomini è perché gli uomini sono diventati cessi..ed è comprensibile che le donne non aspirino ad ubbidire a dei cessi..ma è altrettanto mostruoso che le donne lascino la Terra per posizionarsi in Cielo..si degradano come gli uomini..
    Naturalmente qui parliamo per le masse..non per chi..uomo o donna..abbia imparato a salire in Cielo e a scendere in Terra a piacimento..perché dominatore del destino..e che quindi uomo o donna siano solo involucri esteriori come residui karmici da non abitare stabilmente..
    Insomma..bisognerebbe imparare a parlare di “io” e non di “noi”..perché all’io è concesso ciò che non è concesso al noi..come un’evoluzione interiore verso ciò che unifica uomo e donna..che è l’Essere..lI Puro Esistere..che si rivela quando non c’è l’ostacolo dei nostri pregiudizi e desideri..
    Allora l’uomo e la donna..riconoscendosi uguali potranno giocare sulle loro differenze..scoprirle..scambiarle….
    E’ l’identificazione il vero problema..nel sesso..nel lavoro..nelle idee..
    Ma per risolverlo bisogna identificarci nel nostro vero essere..quello che non si vede ma che percepiamo come purezza di esistere ..l’Atman..il Sé..Il “centro di gravità permanente”..
    La cattiva notizia è che non lo possono fare tutti..perché questa è la Via Iniziatica..
    La società sarà sempre lotta tra gli Elementi..i rapporti di forza..i servi e i padroni..
    Solo dentro di noi esiste la soluzione..ma vai a farglielo capire..!

  10. Signor Upa… Upa? Già il fatto che non scriva il suo nome e cognome anagrafici mi fa pensare alle tante scimmiette da tastiera (li chiamano leoni e mi chiedo perché, essendo questo animale tanto nobile e importante), ma la mia natura mi porta a rifuggire dai pregiudizi, quindi immagino che avrà le sue ragioni. Quel che è certo, è che a vivere immerso nei pregiudizi è lei, che inizia mettendomi allo stesso livello delle studentesse slovene da lei conosciute, ignaro del fatto che sono di etnia serba e le prime a inferocirsi con lei per questa associazione, sarebbero le sue vecchie compagne di studio… Ma le toglierò subito le castagne dal fuoco passando al cuore della sua risposta.
    Come ha fatto a capire che per me la Terra è più importante del Cielo e viceversa? Non è ciò che penso. Si è avvicinato a quanto ho esposto solo quando ha scritto: “Ma capisco che nella storia si è introdotta la malizia..la cattiveria ..il sopruso..e il Cielo..corrotto è precipitato sulla Terra ..si è insozzato i piedi e comodamente ..invece di rimanere in alto a proteggere si è abbassato a tiranneggiare”. Qual é il problema (sempre lo stesso, sia con lei che con Cadé)? Che liquidate i danni, i soprusi e le violenze che l’uomo ha generato sulla Terra (!) a danno delle donne con poche righe di sufficienza.
    Poche righe. E usate metafore blande, come se quanto fosse accaduto si potesse bypassare con il semplice cenno di una mano.
    Non è così che, purtroppo, e vorrei che fosse tanto semplice, perché le violenze subite sono state limitate nel tempo, nello spazio e nella loro crudeltà, ora grezza, ora chirurgica, ma non è così.
    Non vi aiuta schernirvi dietro il paravento della metafisica, perché non puoi parlare con efficacia a una comunità morente, affamata e oppressa delle leggi di Dio o degli Dei (scritte da uomini!) ottenendo risultati costruttivi. Prima devi praticare la giustizia, affermare con chiarezza quanto è accaduto, onorare le vittime, nutrire e riparare. Solo in seguito puoi parlare di metafisica.
    Lei e Cadé non siete i diretti responsabili dei danni che abbiamo subito noi donne, ma siete la progenie di questi uomini. E se io e le donne che sono rimaste ferite e incredule rispetto all’articolo la pensiamo in questo modo é perché le nostre antenate sono state le vittime e noi non ce la passiamo ancora tanto bene, perché la società contemporanea continua a privarci di diritti sacrosanti e ci mette in difficoltà, quando non in pericolo. Senza contare i pregiudizi, così duri a morire.
    Se le ricorda le parole di Condoleeza Rice? “Noi donne dobbiamo fare il doppio degli uomini per dimostrare di essere valide, e se siamo nere, dobbiamo fare il triplo”. Non sono le parole esatte, ma il senso è questo e se lo ha dichiarato una donna che ha raggiunto i vertici del potere in America, può ben immaginare cosa significhi per tutte le altre. Per coloro che non hanno avuto (e non hanno) possibilità economiche, genitori che le sostengano e crescano forti e capaci di lottare per ciò in cui credono.
    Io non ho scritto di desiderare il ritorno a un matriarcato puro (che peraltro non fu il Male, anzi), né di essere contraria al raggiungimento dell’androginia in termini spirituali (ho scritto il contrario), ma a patto che sulla Terra si affermino la giustizia, i diritti e la parità in ogni ambito per le donne e gli uomini.
    Senza questa riparazione e raggiungimento di una giustizia autentica, non faremo discorsi “alti” efficaci.
    E non mi parli di Atman come se non avessi idea di cosa sia. Sono una yogini e pratico meditazione Vipassana da anni, so perfettamente a cosa si riferisce, ma questo non giustifica l’articolo del signor Cadé e neppure la sua risposta.
    Lo ribadisco: non sono un’odiatrice di uomini e di certo non mi metto a “pisciare su di voi”, nonostante tutto. Non a caso sono qui a dialogare con lei, non ad affilare le šiške nel magazzino in fondo al giardino, non crede?

  11. Livio Cadè Staff

    Signora Cvijanović, non capisco questo Suo desiderio “forte e balcanico” di avere un dibattito con me. A che scopo?
    Lei non abbandona il suo atteggiamento inquisitorio. Mi chiama a rispondere di un ‘crimine abominevole’, non a discutere di un problema. Per altro, questo problema per Lei è storico-sociale-psicologico, per me è metafisico. Questo renderebbe impossibile capirsi. Soprattutto, Lei non vuole un dialogo ma un processo. Lei, con le Sue amiche, è la parte offesa e anche la giuria. Si aspetta da me degli alibi, delle prove a discarico. Non ne ho. Emetta Lei la condanna e plachi la Sua furia. Le assicuro che ho sostenuto già molte volte questo tipo di processo, condotto da Menadi infuriate, preoccupate di mostrare e imporre il loro ‘maschile’. Ne conosco per esperienza tutta l’inutilità. Ora, alla mia non più fresca età, cerco di evitarlo. Per motivi di salute.

    • Mah, guardi, non desidero certo metterla in pericolo di vita con un dibattito, ma certamente non sono inquisitoria. Auspico semplicemente il ristabilimento della realtà, prima di passare al dialogo metafisico. Se per questa ragione vede in me una Furia o una Monade, è un problema esperienziale che riguarda lei, ma certamente non me.
      Buona Vita a prescindere.

      • Lupo nella Notte

        Signora Cvijanović – mi “arrischio” a rivolgermi a lei sebbene probabilmente mi liquiderà come un’altra “scimmietta da tastiera” solo perché utilizzo uno pseudonimo (peraltro motivato da ragioni intime di cui, se mai le verrà la superflua curiosità di farlo, sono intenzionato ad accennare a breve nei commenti all’articolo “Lupus homini lupus” che compare su questo stesso sito) – e sempre perché lei non ha pregiudizî, non ancora dopo averli manifestati, almeno… – perché vorrei farle notare che anche l’esasperato vittimismo e un’altrettanto pronunciata colpevolizzazione emotivamente caricata dell’interlocutore quali lei pone in essere in questa discussione appartengono a pieno titolo a un atteggiamento “femminilistico” – ma che, lo ripeto, oggigiorno può essere benissimo messo in atto anche da uomini, e di fatto spesso lo è – che mira facinorosamente a delegittimare chi diverge dal proprio pensiero, usando argomentazioni “contundenti” mosse da un’emotività “uterina” incapace di distacco, discernimento e di un confronto “asciutto”. Non so come possa aver còlto nello scritto in questione argomentazioni tanto insultanti nei confronti delle donne (a me è sembrata poco meno che un’apologia persino un po’ troppo generosa del Femminile, pensi un po’ come cambiano le impressioni a seconda della propria percezione…); una frase – che chi scrive non condivide – come “l’intuito umano riconosce la superiorità del femminile” le sembra forse insultante o “abominevole”? Oppure dire che “il femminile possiede una superiore consapevolezza di sé e un maggior eclettismo” è in qualche modo offensivo e turpe?
        A me pare che lei abbia pregiudizialmente considerato solo ciò che le ha dato fastidio senza soffermarsi a chiedersi per quali ragioni ciò sia avvenuto, eccetto quelle a immediata disposizione dell’ego in questo caso “sessualmente connotato”, ignorando la visione d’insieme che l’articolo forniva e dalla quale comunque è stato chiaramente concepito.

        Lei parla di “diritti, parità in ogni ambito per le donne e gli uomini”, tradendo cosí una concezione spiccatamente modernista dei rapporti tra i sessi, concezione che va di per sé stessa ad alterare ogni sua affermazione in senso puramente uniformante nei confronti delle differenze tra di essi. Il concetto stesso di “parità” è una forzatura del pensiero moderno politicamente corretto, perché i sessi sono diversi, non potranno mai essere pari. Come già ricordato in precedenza non si tratta di stilare classifiche di superiorità ma di riconoscere a ognuno il proprio ruolo naturale, derivante direttamente da differenze che sono preternaturali, e anche super-naturali. Se dice di concepire l’Atman, come può ignorare tutto questo? E se non lo ignora perché non adegua le sue parole rabbiose e grondanti rancore alla sua pretesa consapevolezza?

        Molte frasi dell’articolo lei le ha completamente travisate e stravolte. Di altre, semplicemente non ha compreso il significato perché appunto lei parla da un piano del tutto diverso da quello da cui si è posto l’autore. Tessendo in sostanza un elogio dell'”irrazionalità”, lei si pone proprio da quel punto di vista misticheggiante di cui ho parlato anch’io nel primo commento. Se per lei trovarsi “al di qua” – e non al di là – della ragione è qualcosa di auspicabile, liberissima di crederlo, ma non certo di pretendere che altri debbano tessere a loro volta l’elogio di ciò che non rappresenta che i residui di pratiche rituali naturalistiche che hanno il proprio orizzonte solo nel ristretto àmbito di un “vitalismo” fine a sé stesso, privo di qualsiasi adombramento veramente trascendente la realtà terrena e naturale.

        Lei scrive “A noi donne non interessa affatto riflettere l’immagine dell’uomo, né ammirarlo”. A voi donne “moderne” ed “emancipate” sicuramente no, ma nell’articolo si parlava dal punto di vista archetipale. Lei però dà solo risposte emotive a qualcosa che con ogni evidenza va a toccarle una quantità enorme di nervi scoperti, e quando si è in preda all’emotività non si è in grado di cogliere le “sottigliezze”, se cosí vogliamo chiamarle. Lei poi chiede retoricamente “quante donne hanno avuto o vorrebbero avere dei bambini a prescindere dalla presenza di un compagno o marito in casa?”; ma siamo sempre lí, la sua prospettiva è schiacciata sul presente contingente, mentre nell’articolo si è tentato di dare – e l’impresa era assai ardua, per la quale occorrerebbe almeno un trattato – un quadro esauriente dei rapporti intercorrenti fra due Potenze spirituali archetipiche e le loro manifestazioni “concrete”- sebbene, come già scritto, a mio modo di vedere dando un’importanza eccessiva agli aspetti naturalistici di essi – e dando nel contempo anche contezza delle modificazioni cui queste ultime sono andate incontro nel corso della parabola discendente.

        Il fatto è che lei non sembra affatto cercare un confronto ma voler estorcere una sorta di dichiarazione di contrizione collettiva – o perlomeno del maggior numero possibile di maschî – per il semplice fatto di esser nati tali e pertanto costituire, come dice lei stessa, “la progenie” – si suppone “maledetta”… – di quegli uomini che hanno angariato le donne fin dall’alba dei tempi (secondo lei). Ci troveremmo quindi di fronte a una colpa perpetrata da millennî che ricade sui discendenti di chi se ne sarebbe macchiato, non proprio la premessa ideale per la ricerca di un confronto sereno. E a corroborare quanto sopra lei chiama in causa “i libri di storia e antropologia, etnografia e sociologia che studiamo”, senza minimamente considerare quanto i testi ufficiali siano oggigiorno inquinati e manipolati dalla “correttezza politica” e dal “revisionismo (prei)storico” in modo da uniformare a una visione prestabilita ogni campo dello scibile umano per forgiare la nuova umanità asessuata e “genderista” del futuro-presente (che è un po’ come la nuova “normalità” di cui si sente vaneggiare di questi tempi finto-pandemici). La falsificazione è la cifra egemone di questa tarda Modernità, ma non sono cose che si possano spiegare “d’emblée” in maniera analitica, devono essere prima di tutto un conseguimento individuale interiorizzato.

        Quanto alla posizione di sottomissione della donna che le è cosí invisa, non la sfiora il dubbio che forse, per centinaia di migliaia di anni, le donne abbiano semplicemente occupato il posto che era loro piú consono? Quello maggiormente in armonia con la loro natura, ancora non stravolta e distorta – come del resto quella maschile, e quindi quella umana tout-court – dal “progresso” e dall'”evoluzione dei costumi”? Pensa davvero che sia stato possibile vessare, opprimere, schiacciare la metà dell’umanità per tutto quel tempo? Sicuramente sí, date le sue affermazioni, ma questa non è che una posizione ideologicamente preconcetta, funzionale solo alle mai sufficienti “rivendicazioni” nutrite ininterrottamente da uno spirito di rivalsa che non trova pace, e mai la troverà, essendo generato solo da una visione sessualmente dicotomica della realtà, a dispetto della sua asserita volontà di perseguire l'”androginia spirituale”.

        Il fatto che la religione sia un'”idea maschile” è una posizione anch’essa preconcetta e faziosa. Quello religioso è prima di tutto un anelito comune a ogni appartenente alla specie umana, e anche lei parla di “religione” per indicare i culti degli antichi Slavi che avevano nel Sole un simbolo della Grande Madre. Religione significa “unire insieme”, “connettere”, ed è un’esigenza basilare di ogni essere vivente che tende verso il superamento di sé e alla riunificazione con lo Spirito Universale, che nell’umano genere si manifesta con culti organizzati.

        Che il Sole fosse legato alla Grande Madre nell’antica religione slava e che questa non era unicamente una visione slava non sembra affatto “incredibile”, come pensa lei, perché era fra ciò che sottintendeva la frase del mio precedente commento sulla Luna come “noto simbolo del Femminile archetipico nella maggior parte delle tradizioni”, volendo con ciò intendere che nella tarda Antichità – ma nel corso dei Cicli Cosmici anche di civiltà molto piú remote sebbene mai originarie – ve ne furono di altre che invertirono i simboli dello Yin e dello Yang. Questo sembrerà incredibile a lei, ma tale inversione fu già un primo segno di decadenza “modernistica”, che prese piede tra gli Slavi in quanto ultimi a migrare fra i popoli indoeuropei. Viceversa, oggigiorno, essi sono invece i principali depositarî di ciò che resta di tradizionale nel mondo moderno, quantomeno in Europa, cosa che per quanto mi riguarda me li fa tenere in alta considerazione, e anche questo aspetto è in fondo una manifestazione di quell’armoniosa simmetria che pervade il Cosmo, e che alla fine andrà a sanare le innumeri asimmetrie che si sono via via generate.

        Infine, non mi sembra affatto corretto tirare in ballo terze persone per farle pesare in una discussione cui esse non partecipano come fa lei parlando delle tante donne che sarebbero rimaste ferite da un articolo cosí “razzista”, “sessista”, e via colpevolizzantemente “luogocomuneggiando”, perché farsi scudo di una presunta pletora di proprî (o proprie) simili che la penserebbero come noi è anch’esso un espediente dialettico francamente un po’ “cialtronesco”, che mira solo a mettere idealmente in minoranza la persona con cui ci si confronta, allo scopo di inibirla; questo indipendentemente che il fatto in sé sia vero oppure no, cosa che non ha in realtà alcuna rilevanza, perché sa, c’è ancora qualcuno che antepone la qualità alla quantità, e le brute cifre di per sé non garantiscono affatto di avere la ragione dalla propria parte (oggi è semmai spesso l’esatto contrario) tara congenita, questa, del pensiero “democratico”; ammesso che in questo caso vi sia una ragione da dirimere, cosa che non mi pare, dal momento che, come le è stato già rammentato, lei parla su un piano unicamente social-psicologico-naturalistico – nonostante la sua asserita consapevolezza spirituale dovuta ad anni di meditazione Vypassana, cosa che, avendone conosciuti alcuni di meditatori (occidentali) Vypassana – una tecnica basata sulla complessione psicofisica orientale di 2500 anni fa che mal si adatta agli occidentali moderni – a mio parere ugualmente non garantisce necessariamente chissà quale profonda consapevolezza spirituale; questa è pur sempre l’Età Oscura, e in essa le cose non hanno piú lo stesso valore originario, e sfortunatamente ciò è ben lungi dall’essere un mero assioma astratto ma viene quotidianamente confermato in molteplici modi, per chi riesca a vederlo. Né tantomeno mi sembra concepibile che un articolo debba essere “giustificato” davanti a chicchessia come pretenderebbe lei, quasi si trattasse di un crimine per cui pagare il fio. Ma non diceva di non essere inquisitoria?

        Su una sola frase dei suoi commenti mi trovo d’accordo: “L’uomo di oggi, in molti casi, resta un bambino che non vuole crescere e che vede nella donna l’estensione della madre, della nonna, della baby-sitter e della colf”. Vero, anche perché ha avuto cura di specificare “l’uomo di oggi”.

        Saluti

        P.S. Il “genere” pertiene alla grammatica, per gli esseri viventi si parla di “sesso”.

  12. Errata corrige: Menade, non Monade.

  13. upa

    Upa in sanscrito significa “vicino”..”presso”..e infatti mi piace ascoltare tutti e vederne le ragioni..se ne hanno..
    Naturalmente ho scelto questo nome perché mi piaceva il suono..aveva un ché di familiare..non per il significato..che ho scoperto dopo..
    Tra l’altro non usare il nome anagrafico..oltre che per sana prudenza..è in linea col concetto di anonimato..in quanto evidenzia ciò che si dice..da chi lo dice..che è del tutto ininfluente rispetto al concetto che si vuole esprimere..
    Il volere a tutti i costi imporsi con nome e cognome non è coraggio ma trascinare la nostra vita in argomenti che la sovrastano..come a voler marchiare un territorio superiore con le nostre impronte carnali..come fanno gli animali firmando muretti e alberi..
    Ma c’è anche chi essendo identificato col “superiore” vi ha trasportato anche il suo nome..in qualche modo nobilitandolo…quindi la verità è sempre ambigua..come i simboli..malefici o benefici a seconda del contesto..e di chi li usa..
    Così pure il concetto di “differenza”
    Che gli uomini e le donne siano differenti è un dato di fatto..negarlo è sciocco..come è sciocco dire che tutti gli uomini sono uguali e le donne tutte uguali..
    Quindi..se sono differenti..perché la lotta.. e il contrasto.. fino alla guerra..?
    Essere diversi significa avere inclinazioni diverse..e se queste inclinazioni non sono valorizzate si genera rabbia e irritazione..spesso inconscia..
    La nostra società..col concetto rozzo di uguaglianza che sbandiera a ogni piè sospinto..è la fonte principale del malumore tra i sessi che ci ammorba..
    Anche analizzare il passato con gli occhi del presente è un’altra fonte di odio..perché proiettiamo le nostre credenze in un’epoca che ne aveva altre..
    Alle donne venivano negati certi spazi..ma pure agli uomini..
    Oggi le donne possono portare i pantaloni e le gonne..ma agli uomini sono concessi solo i pantaloni..è giusto questo..?
    Un uomo con la gonna come sarà valutato dalle donne..se non siamo in Scozia o a Tonga..?
    Sarà valutato male.!
    Non solo quindi le donne sono giudicate dagli uomini..ma anche le donne giudicano..se usciamo dai costumi condivisi..
    E le professioni e il potere che le professioni assegnano..?
    Una volta le donne comandavano in casa e gli uomini fuori..la famiglia era una specie di “ditta” dove ognuno aveva i suoi compiti..e se la donna non cucinava o lavava veniva sgridata..ma pure se l’uomo non procurava denaro veniva bastonato..
    I ruoli erano diversi perché il mondo era più rude..e sia gli uomini che le donne venivano incoraggiati dalla situazione e valorizzare le loro differenze…come strumento più adatto a farsi reciprocamente rispettare..
    La donna doveva essere bella se voleva fare la cortigiana che teneva in pugno re e principi..e doveva essere robusta e sana se voleva figliare e lavorare in casa..
    Gli uomini dovevano essere ricchi..e nobili..se volevano permettersi donne belle e sane..e chi era spiantato poteva aspirar e solo a donne brutte sempre ché riuscisse a mettere assieme il pranzo con la cena..
    I valori maschili e femminili erano diversi..ma si conciliavano..e ognuno cercava di eccellere per assicurarsi la controparte adeguata..
    Gli uomini poveri sono sempre stati trattati male..e così le donne brutte e deboli..non è un problema di sesso..ma di eccellenza..e chi non eccelle la vita lo castiga..
    Eppure a quei tempi si poteva anche evitare questa selezione stressante..e finire in convento ..sia uomini che donne..o finire mercenario per gli uomini e prostituta per le donne..c’èra una specie di simmetria..e ancora una volta èra rispettato l’equilibrio..
    Il passato aveva creato una struttura sociale efficiente e ognuno poteva trovare la sua strada..
    Anche una donna poteva diventare Giovanna D’Arco..o una santa..o una regina..il femminismo non sarebbe stato concepibile..
    Con il mondo moderno cambia tutto..
    La scuola di massa.. invenzione recente..ha unito classi maschili e femminili…i lavori sono diventati disponibili per tutti..e non per merito delle lotte..ma perché nell’industria moderna il sesso non importava quanto la capacità produttiva..
    La popolazione è aumentata per via della meccanizzazione..i soldi non bastavano più e le donne hanno dovuto cominciare a lavorare fuori di casa..
    I ruoli naturali non venivano più coltivati..e a tutti era richiesto di lavorare a prescindere dal sesso..
    Ma se i ruoli non erano più necessari per mandare avanti la società..la natura psichica dell’uomo e della donna hanno continuato ad essere diverse..col risultato di forzare tutti a ruoli imposti a prescindere dalle naturali inclinazioni..
    La scuola aveva il modello maschile di aggressione alla realtà..
    La scienza..l’industria..la tecnologia sono scienze aggressive volte al dominio..e la donne ..riunite nelle classi maschili.. hanno dovuto piegarsi a questa mentalità..snaturandosi e diventando aggressive..perché fondamentalmente inappagate..
    Oggi vediamo il risultato..
    La donna cerca di primeggiare nel mondo esterno in competizione con gli uomini..perché gli eventuali svantaggi dovuti alla sua differenza psichica si giustificano con l’idea di emarginazione..sfruttamento..e tutto l’armamentario che ne consegue..
    Quindi..il problema non è l’uomo cattivo che la emargina..ma la società che ha imposto ruoli uguali..e facendo passare l’idea dell’uguaglianza come dogma..rafforza le spinte contro il senso di ingiustizia che sta continuamente creando..
    Solo le donne forti possono fregarsene e intelligentemente crearsi spazi autonomi di realizzazione del proprio femminile ..le altre sono costrette a rincorrere i ruoli che gli hanno imposto tramite l’educazione e i modelli farlocchi.. e se non riescono..c’è sempre la scusa del mondo maschilista e cattivo..
    Ecco..qui non si parla di metafisica ma di cose pratiche..e di come sommariamente siamo arrivati a questo punto..
    La soluzione non è la giornata dello sfruttamento femminile..e della cattiveria degli uomini..ma trovare una via di realizzazione prescindendo dai dettami sociali..
    La lotta si sposta dentro di noi..nel renderci duttili e comprensivi delle nostre vere esigenze..e non di quello che ci viene richiesto..
    Una volta era richiesto di alla donna di stare a casa..oggi di lavorare fuori..ma cosa veramente vuoi tu..a prescindere da quello che ti hanno imposto..?

    • Livio Cadè Staff

      Non entro nel merito della fenomenologia maschile-femminile. Non vorrei attirarmi altri anatemi e sante inquisizioni. Voglio solo dire che trovo anch’io perfettamente lecito usare pseudonimi. Anzi, trovo che l’anonimato (tranne che nelle condotte illecite) sia la scelta più giusta.

      • Lupo nella Notte

        Naturalmente nel commento mi sono concentrato sulla “pars destruens”, un po’ per indole, un po’ per non esagerare con i complimenti peraltro piú che meritati rivoltile nei precedenti articoli… battute a parte, sono totalmente d’accordo sulla variabilità del modo di porsi che può essere alternativamente “maschile” o “femminile” a seconda dell’oggetto cui ci si riferisce.

        Un saluto

        • Livio Cadè Staff

          Vorrei dire a Lupo nella Notte che trovo fondato l’appunto mossomi sul ‘naturalismo’. In effetti ho indugiato nel naturale e questo spiega anche la ‘superiorità’ che riconosco al femminile.
          La questione ‘analitico/sintetico’ mi costringerebbe a riformulare il problema in altri termini. Io pongo qui una relazione tra l’analitico-maschile nel suo atto divisivo, razionalizzante (cioè di misurazione e scomposizione in parti) e il sintetico-femminile nel suo atto riunitivo, raccoglitivo delle immagini.
          Ma si può vedere la proliferazione delle forme naturali come atto analitico-femminile e la loro unità nell’intuizione dello spirito come atto sintetico-maschile.
          Certamente si può porre in relazione il cervello, come sede della razionalità, con la funzione lunare-femminile-riflessiva, e il cuore con l’irradiazione solare-maschile-intellettuale.

          Mi viene in mente una cosa che diceva Vivekananda. Cioè che Ramakrishna era bhakta (femminile fuori) e jnani (maschile) dentro, mentre lui (V.) era jnani fuori e bhakta dentro.
          Questo succede in ognuno di noi. Quando osserviamo un ‘femminile’ che prevale esternamente possiamo presumere una prevalenza di ‘maschile’ all’interno e viceversa.
          Ovviamente, parlando di maschile e femminile non intendo uomo e donna.
          Questi discorsi si prestano a molti fraintendimenti, in effetti.
          Se ne dice sempre troppo o troppo poco.
          Comunque, a me non preme riportare correttamente quello che si trova scritto su questo o quel libro ma portare la mia riflessione (femminile).
          Per quel poco che vale.

    • Lupo nella Notte

      La ringrazio per aver dato un’ottima sintesi tra l’articolo del Sig. Cadè e il mio commento esemplificando esaurientemente ciò che era rimasto inespresso in ciò che ho scritto.

      Volevo portare alla sua attenzione un curioso “lapsus”:

      Lei ha scritto: “O dire che la mente femminile è analitica e quella dell’uomo sintetica..?”

      In realtà nell’articolo è scritto il contrario, ma dal punto di vista ideale è senz’altro cosí, anche se oggi il luogo comune è ritenere il contrario. Ciò rientra certo fra le tante inversioni dell’età contemporanea, e per questo corrisponde attualmente anche a un certo grado di realtà.

      A rileggerla.

  14. Vorrei essere una farfalla e posarmi su una delle vostre spalle per comprendere come, uomini che la pensano come voi, conducano le proprie vite. Sarebbe un un esperimento molto interessante.
    Upa… Vicino… beh, dalla sua prima risposta, non mi sembrava una persona che volesse porsi accanto al prossimo ad ascoltare, ma con la seconda, devo ammettere che è migliorato e mi compiaccio.
    Certo comprendo la sua visione personale dell’anonimato, pur non condividendolo, perché quando scrive: “Il volere a tutti i costi imporsi con nome e cognome non è coraggio ma trascinare la nostra vita in argomenti che la sovrastano..” dissento. Io non sono sovrastata da questi argomenti, né da altri, neppure dai miei stessi pensieri. Ho un buon collegamento col mio Sé profondo (altrimenti farei yoga e meditazione “da palestra”), per queste ragioni -e altre- l’anonimato è ininfluente.
    Ma passiamo agli argomenti più interessanti. La sua revisione storica del passato è ancora edulcorata, blanda e molto focalizzata a portare avanti il suo punto di vista. Comprensibile, ci mancherebbe, eppure è oggettivamente erronea. Concordo (e ci mancherebbe!) sul fatto che non bisogna analizzare il passato con occhi contemporanei, tuttavia non abbiamo avuto millenni di equità tra uomini e donne. Tutt’altro!
    Immagini la mia espressione quando ha scritto: “Il volere a tutti i costi imporsi con nome e cognome non è coraggio ma trascinare la nostra vita in argomenti che la sovrastano..” realmente crede che il mercenario e la prostituta siano ruoli che si possano mettere allo stesso livello? A casa mia, si può fare solo dal punto di vista dell’offerta: entrambi offrono il proprio corpo, ma la differenza è evidente agli occhi di tutti. Gliela devo spiegare io?
    Quindi non è assolutamente vero che in passato si fosse creata una differenziazione sociale efficiente dove ciascuno poteva trovare la sua strada. Proprio no.
    E poi… la sorpresa… ci ritroviamo sullo stesso sentiero alla fine della sua esposizione. Non sul fatto dei ruoli, beninteso, ma sulla domanda: cosa vuoi tu, esattamente?
    Ieri ho preso un caffè con un giovane uomo consapevole, un’eccellenza nel suo campo (politico) e abbiamo discusso sulla necessità di portare l’insegnamento alto anche in scuole professionali, che il pregiudizio vuole facente parte del ghetto, dove finirebbe la feccia dell’umanità, eppure non è così semplice. Anche negli istituti professionali si possono trovare ragazze e ragazzi capaci, i quali non hanno semplicemente avuto le possibilità economiche, sociali e religiose per fare di più. A quel punto io ho aggiunto la mia idea -che di sposa perfettamente con la sua-. Ho detto: “Amico mio, ma non credi che, prima dei condizionamenti sociali, religiosi e altro, ci siano quelli familiari? Un bambino è legato alla sua famiglia dall’affetto, ne è affascinato o prova repulsione, ma di base é in quel frangente che si trova il primo e più grande condizionamento della sua vita. La prima necessità resta conoscere se stessi realmente e chiedersi cosa si voglia fare nel mondo reale. Sarebbe allora buona cosa introdurre la meditazione a scuola, fin dalle elementari, e questo sta già accadendo, anche nella mia religione, ma bisognerebbe espandere la possibilità”.
    Ed eccoci qui: vede che alla fine ci capiamo? Se un bambino nasce per fare il guerriero, deve poter diventare un soldato. Se una bambina nasce per fare la mamma, troverà la sua vocazione in casa. Allo stesso modo, se un uomo vuole restare fra le mura domestiche e con i figli, e la donna vuole diventare un’astronauta, offriamogli la possibilità di coronare i loro sogni. Se sono autentici. Se sono veri. Per farlo, servono leggi paritarie.
    Infine, c’è chi come me, e lei probabilmente, avvia il processo di conoscenza di sé spontaneamente, pur essendo sommerso dalle ingiustizie, dagli ostacoli, dai condizionamenti e dalle sovrastrutture. Ma si tratta di rarità. Nella maggior parte dei casi, c’è bisogno di un aiuto esterno. Dall’alto. Dai poteri cosiddetti forti (in politica, economia, religione, ecc).

    • Livio Cadè Staff

      Credo che la presenza mentale del Vipassana cominci dalla consapevolezza del respiro. La vedo dura, in questi tempi di mascherine.
      Comunque, piuttosto che “portare l’insegnamento alto anche in scuole professionali” (come se nelle altre già esistesse!), preferirei tornare al diffuso analfabetismo di una volta. Vista l’idea di ‘altezza’ oggi comune, meglio star bassi.
      E poi, lascerei perdere queste forme di pseudo-meditazione orientale. La new-age ha già fatto abbastanza danni…

      • A Udine abbiamo un professore di neuroscienze e neurolinguistica importante. Il suo nome è Franco Fabbro (www.francofabbro.it). Ha portato la meditazione Vipassana in alcune scuole con risultati eccellenti. New Age? Questa non è New Age, e lo sa bene anche lei.
        Quanto al volare alti o bassi, a me sta bene anche partire in sordina, se questo servirà alle nuove generazioni. Nessun problema.
        Le mascherine? Ci sono sempre state, non sono un’emblema dei millennials che, se ci pensa bene, sono sopraffatti da offerte luccicanti e soldi facili a 360 gradi. Non vado oltre, sappiamo che aprirei un argomento vastissimo, che supera il tema del suo articolo. E tuttavia consideri a livello profondo il simbolo della maschera: tutti si concentrano sull’ovvietà, sul fatto che essa serva a celare il nostro volto, il nostro essere. Eppure, anticamente, essa serviva anche a svelare ciò che nascondeva. Era un mezzo potentissimo, a tal fine, molto più dei nostri visi ed espressioni, che possono non raggiungere le moltitudini.
        Il potere dei simboli è meraviglioso anche per questo: racchiude mondi.

        • Livio Cadè Staff

          Se qualcuno, qualunque sia il suo ruolo nella società, politico, medico, insegnante ecc., in qualsiasi modo giustifica, incoraggia o addirittura impone ad altri l’uso della mascherina, con il giudizio degli angeli e la sentenza dei santi, sia scomunicato, esecrato, maledetto ed espulso, con l’assenso di tutta la sacra comunità. Sia maledetto di giorno e maledetto di notte; sia maledetto quando si corica e maledetto quando si alza; maledetto nell’uscire e maledetto nell’entrare. Possa il Signore mai piú perdonarlo; possano l’ira e la collera del Signore ardere, d’ora innanzi, quest’uomo, far pesare su di lui tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge, e cancellare il suo nome dal cielo; possa il Signore separarlo, per la sua malvagità, dalla comunità dei giusti e opprimerlo con tutte le maledizioni del cielo contenute nel Libro della Legge. Nessuno deve parlare con lui a voce, né comunicare con lui per iscritto; nessuno deve prestargli servizio, né dormire sotto il suo stesso tetto, nessuno avvicinarsi a lui oltre i quattro cubiti, e nessuno leggere alcunché dettato da lui o scritto di suo pugno”.

          • Oh. Io credevo che lei si riferisse alle maschere in senso lato. Invece no, mi scrive delle mascherine chirurgiche. Beh, questo è un altro argomento ancora. E denoto una forte ostilità verso il loro uso, da parte sua.
            Apriremmo un altro dibattito infinito e ci allontaneremmo ulteriormente dal tema del suo articolo, quindi sorvolo.

  15. upa

    Si sono affastellati vari argomenti che richiederebbero ognuno una disamina più approfondita..ma adattiamoci e cerchiamo di venirne fuori in modo coinciso..se possibile e se capaci..
    Su l’analitico e il sintetico io la vedo in modo molto semplice..
    l’analisi e l’emozionale sono femminili..mentre la razionalità e la sintesi sono maschili..
    Si può essere analitici senza essere razionali..infatti la donna scompone la realtà in mille rivoli senza razionalizzarli..come per esempio osservare minuziosamente i difetti o i pregi di qualcuno scollegandoli da un giudizio complessivo che non sia una considerazione emotiva..
    Mi viene in mente quello che diceva Montanari in una intervista..che cioè..la moglie analizzava le nanoparticelle..ma poi era lui a organizzare il lavoro in un risultato..
    La donna..intendendo il femminile..o la sostanza universale..prakriti..assicura la “materia”..che verrà organizzata da purusha..lo yang..il maschile..attraverso la razionalità e la sintesi..
    Intendendo per razionalità la capacità di collegare i dati analitici..e poi di sintetizzarli in un “principio”..in una legge..la loro “origine”..
    Ovviamente poi la realtà è sempre più complessa del quadretto teorico che ne facciamo..perché tutte queste “facoltà” si compenetrano ..si sommano e si combattono all’interno della stessa persona..complicando non di poco lo schema iniziale..
    Ma la sintesi..è proprio questo..ridurre il complesso al semplice tramite vari passaggi..che ovviamente contrarieranno sempre qualcuno..che li vedrà alla luce della sua “funzione” dominante..
    Riguardo a Natascia..e mi scusi i caratteri latini più semplici..analizza le cose astraendole dal contesto generale..come in genere usa fare il femminile..
    Le prostitute e i mercenari erano beni ampiamente usati dai popoli..considerati ambedue insostituibili..ma di difficile considerazione sociale..
    Ambedue si vendevano al più forte e non erano affidabili in mancanza di denaro..
    Le cortigiane i capitani di ventura frequentavano le corti..erano rispettati e riveriti..ma sempre visti con sospetto..
    La truppa e le prostitute semplici erano molto simili..si frequentavano..si legittimavano..cosa che poi nel mondo moderno finì a causa della coscrizione obbligatoria..ma siamo già ai nostri tempi..nel disordine..e non in una società ordinata..
    Ma poi la storia ce la costruiamo come vogliamo e ci fa comodo..e anche a me piace pensarla così..non c’ero a quei tempi..e anche oggi è difficile pensare che una lavoratrice del sesso sia poverina e sfruttata quando guadagna decine di migliaia di euro al mese..
    Sarà emarginata dagli impiegati e dalle casalinghe..ma non mi sembra all’oggi un grave dramma..anzi..alle volte può essere una liberazione..
    Ma qui siamo sempre su considerazioni personali e quindi contestabili a piacimento..
    Riguardo alla scuola e alla meditazione..posso dire che non esistono due cose più lontane..nello spirito e negli intenti..
    La scuola dovrebbe formare il cittadino..qualora esistesse uno Stato..e non un’entità con dubbie finalità..
    Mentre la meditazione dovrebbe formare l’uomo al servizio di Dio..della Legge Superiore..l’Infinito che rivela se stesso in supporto umano..
    Solo una società tradizionale potrebbe mettere la meditazione nelle scuole..almeno per vedere chi la comprende e destinarlo a un ruolo “sacerdotale”..o come si dice oggi..a diventare “istruttore olistico”..un ponte tra l’uomo sociale e quello spirituale..
    Ma essendo la meditazione la parte più alta della religiosità..è chiaro che sarebbe per pochissimi..e dovrebbero lasciare gli studi profani..perché meditazione e cultura profana mal si conciliano..
    Il vipassana sarebbe poi una vera tortura per i poveri studenti abituati ai videogiochi..pronti all’azione..al movimento..allo scambio..alla vita mondana .. sociale..e sessuale..
    Insomma..la meditazione è la Verità dell’Essere..nella sua purezza..Consapevolezza senza oggetto..paga di sé..
    La scuola oggi è solo un diplomificio…gli studenti e i genitori aspirano al pezzo di carta che apre la porta a lauti stipendi e futuro sicuro..(almeno una volta)..meditare è l’ultimo loro pensiero.. sarebbe l’ora dello spernacchiamento..Nerone che canta mentre Roma brucia..sarebbe l’ennesima balordaggine di chi non ha capito a cosa serve la scuola moderna e quali finalità abbia..:produrre schiavi fisici e mentali al servizio del sistema..
    Le scuole professionali sono quelle più vicine ad insegnare qualcosa di concreto..utile per la sopravvivenza fisica..e meno abilitate a indottrinare la mente.. non roviniamole con la meditazione che è una cosa seria..
    Siamo in un’epoca dove la società va ricostruita..ma prima bisogna toccare il fondo..e la meditazione potrebbe essere utile nella scuola futura..quella dove si insegnano cose di buon senso..
    Intanto cominciamo a meditare noi..che non è così scontato e neppure così facile..poi..potremo insegnarlo a chi se ne sente attratto..perché anche una sola lucina nel buio è già la possibilità di costruire un nuovo mondo..e tra non molto ce ne sarà bisogno..

  16. Massimiliano

    Nataša Cvijanović ha un’esperienza di vita che noi non abbiamo avuto se non i nostri nonni e bisnonni durante le due spaventose guerre mondiali.
    Ha qualcosa da dirci sulla natura umana che proprio nei frangenti più tragici, quelli si abominevoli, della storia, vengono fuori.
    Aspetti umani legati all’omicidio, allo stupro, alla criminalità senza ragione, alla follia, al fratricidio, alla vendetta, alle ritorsioni… e mi fermo.
    Nemmeno Celine, il porco scrittore come veniva definito dai suoi detrattori, si è posto a livello metafisico esponendo teorie da accatastare sulla decomposizione dell’umanità nelle sue più orribili manifestazioni.
    Nataša Cvijanović è una donna che vorrei incontrare e con la quale comprendere la mia natura di maschio, uomo, padre, figlio, fratello come la sua di femmina, donna, madre, figlia, sorella perchè credo che entrambi siamo una totalità.
    I livori da tastiera lasciamoli da parte ma chiediamo a chi ha sofferto cosa ha da tramandare a noi superstiti di conflitti terreni che non abbiamo mai vissuto e di cui cianciamo senza portarene le gravi e profonde ferite snel corpo e nell’anima.

    • Livio Cadè Staff

      Mi scusi, signor Massimiliano, ma trovo il Suo commento retorico. Mi evoca le celebrazioni e i panegirici cui purtroppo siamo esposti durante i giorni dedicati alla ‘memoria’. Io non so quali profonde ferite (oltre quella che le ha inferto il mio articolo) abbia dovuto patire la signora Cvijanović nella sua vita. Ma l’aver sofferto o l’aver visto cose atroci non ci rende automaticamente un’autorità intellettuale o spirituale. Quindi, di fronte al dolore della signora Cvijanović mi levo il cappello. Di fronte alle sue idee me lo rimetto.

    • Gentile Massimiliano,
      la ringrazio per la gentilezza e la sua vicinanza.
      Al contrario del signor Cadè non trovo le sue parole retoriche, bensì sentite e degne di un uomo vero, empatico, che riesce a comprendere cosa si cela dietro il prossimo, rispettandolo e restando aperto al dialogo.
      Purtroppo gli altri signori credono di avermi inferto ferite peggiori di quelle che la storia delle donne e quella dei balcani mi hanno provocato nel corso degli anni, ma è una pia illusione. Dopo aver passato l’inferno, si apprezza la vita in un modo che, evidentemente, queste persone sono incapaci di comprendere. E si cerca anche di comunicare faccia a faccia (nonostante i limiti di una tastiera), di trovare un dialogo con coloro che si percepiscono ostili alle donne, alle loro sofferenze e privazioni, che sono evidenti agli occhi di tutti, ma evidentemente non ai loro.
      Anche a me piacerebbe arrivare al cuore dell’articolo, alla spiritualità, ma è ben difficile quando si continua a cercare in ogni modo di sminuire e denigrare ciò che la storia ha già affermato, stampato, rievocato, ricordato.
      Onore a lei e al suo cuore puro.

      • Livio Cadè Staff

        Signora Cvijanovic, Lei è stata all’inferno, sa meglio di tutti noi quale sia il senso della vita, è forte, stoica ecc.. Io infatti non ho mai detto né ho avuto la “pia illusione” di averLe “inferto ferite peggiori di quelle” ecc. È stata Lei a dirsi ferita dal mio articolo.
        Lei dice anche di non provare rancore ma solo compassione per quelli come me. La ringrazio. Ma Lei non può ritenersi portavoce di un’umanità offesa dalle mie parole. E Le faccio notare che è stata Lei a offendermi (“abominevole, ignorante, razzista” ecc.). Ma anch’io non Le serbo rancore.

      • Massimiliano

        Signora Natasa Cvijanovic, la ringrazio per le sue gentili e sentite parole nei miei confronti.

  17. G. Pietro

    Mi viene assai spontaneo chiedermi del perché, nella sezione relativa ai commenti posta sotto a questo scritto sollevante questioni tanto importanti quanto inusitate, si dia tanto spazio e corposa importanza a personaggi rancorosi in massimo grado, modernisti da fare terrore, in pratica l’esatto opposto del tipo umano che conviene ad un lido virtuale come questo, ove le irragionevoli pseudo-verità modernistiche od meglio dire contro-tradizionali non dovrebbero accrescersi trovando linfa vitale in attenzioni assolutamente non meritate. Però, giacché tutto questo è già avvenuto, cascherò anch’io in tale errore, giusto per lasciare un mio pensiero senza troppe pretese, in realtà.

    Sì, ovviamente mi riferisco alle belluine invettive della sig.ra Cvijanović che da bella anima qual è, od quantomeno ama presentarsi agli occhi di noi lettori di questo sito oltreché dell’autore del succitato scritto, sicuramente vorrà perdonarmi; perdonare lo sfogo contenuto in questo messaggio, da parte di un anonimo tradizionalista.

    A mio avviso la sig.ra neppure per un solo attimo ha, neanche lontanamente, cercato un vero confronto col Cadè e con gli altri interlocutori virtuali via via intervenuti a placare il suo isterismo femministico, democratico, ugualitaristico… insomma contro-tradizionale, sciorinato nei suoi tanti commenti ed atto – secondo il mio modesto parere – solamente ad ingiungere conversioni alla “sua” pseudo-dottrina; che altro non è se non il “pensiero” unico moderno: coacervo di irrazionali credenze, pregiudizi e financo sovversioni vere e proprie della realtà, date dal rimpicciolimento cognitivo dell’essere umano della fase estrema del Kali- Yuga, oramai incapace di capire le ragioni profonde delle cose, prendente la forma di paradigma che conosciamo oggidì, intorno al XVII secolo. È da questo ammasso di falsità, di distorsioni del pensiero umano ed incomprensione od/e totale miscredenza dell’intellettualità vera che ha tratto origine la mentalità moderna, ed è dall’alto di quest’ultima che ella vuole giudicare e sputare condanne. Si comprende bene come alcuna legittimità può venire accordata a tale mentalità ed ai suoi paladini quando si esercitano nel campo della Tradizione, poiché, come già precedentemente scritto, negano o sovvertono tutto quanto pertiene all’intellettualità pura che sola permette di accedere alle verità eterne a loro volta uniche essenze della Tradizione stessa. Questa mentalità di cui – senza nemmeno avvedersene – è pregna la sig.ra balcanica, quindi niente ha di che spartire coi giusti inquadramenti tradizionali – e sottolineo tradizionali! – sulla natura dei sessi e circa le relazioni normali tra gli stessi.

    Nessun dialogo potrà mai essere possibile con chi serba in sé tante scorie mentali, per giunta erette a sistema di pensiero al punto di citare, a titolo di conferma delle proprie idee, tale Condoleezza Rice, nota maneggiona rappresentante della criminosa “politica” a stelle e strisce, senza nemmeno provare un senso di inadeguatezza… rabbrividisco.

    Altro che meditazione “Vipassana”…

    • Ereticamente Staff

      Gentile Pietro, riconosciamo il coraggio della sig. Nataša dell’essersi imbattuta con le sue idee, naturalmente non condivise da questa Redazione, in un terreno molto insidioso e ostile come il nostro. Si è aperto un dibattito interessante ed utile dal nostro punto di vista e si è affermata anche qualche amara certezza. La cosa che non comprendiamo è come mai certe Intelligenze si ostinano nell’autoconvincimento e autocompiacimento che la propria verità (intesa in senso dialettico) è quella assoluta… Forse è il dramma della società moderna o di chi, anche in alcuni di noi che a vario modo svolgiamo pratiche tradizionali, non ne ha piena consapevolezza. Puntare il dito indice verso qualcuno è l’atto più indegno contro l’essere umano perchè vuol dire che di lui non se ne vuole comprendere le ragioni… La Redazione

  18. Signor G. Pietro,
    non provo alcun rammarico per la sua risposta, il suo pensiero e il suo tentativo di apparire autorevole, perché un individuo che scrive di “isterismo femministico” e “Questa mentalità di cui – senza nemmeno avvedersene – è pregna la sig.ra balcanica, quindi niente ha di che spartire coi giusti inquadramenti tradizionali – e sottolineo tradizionali! – sulla natura dei sessi e circa le relazioni normali tra gli stessi” dimostra proprio quanto dico: da un lato lei (e molti tra voi) siete carichi di pregiudizi antifemministi e d’altro lato accusate -col ditino alzato, sì sì, proprio voi- la sottoscritta di presentarsi come la detentrice della verità assoluta, quando siete i primi a credere di appartenere alla Tradizione e quindi di essere superiori a tutti, me inclusa. Pensiero, il vostro, corroborato dalla sua idea innocente di conoscere quali sono “le relazioni normali”.
    Partiamo quindi da idee preconcette, offese, schemi triti e ritriti, un malcelato disprezzo nei confronti della donna contemporanea, e chi più ne ha, più ne metta.
    Peccato, mio caro G. Pietro, che provenendo io da una terra “di sangue e di miele” (questo è il significato di “balcani”), e avendo visto, provato e sentito tante di quelle mostruosità, il suo ciarlare mi scivola addosso come una pioggia di piume.
    Né provo rancore nei confronti di persone come lei. Tutt’altro: la mia è sincera compassione, e glielo dico col cuore in mano, senza prenderla minimamente in giro.
    Io sono qui per un confronto sincero, diretto, senza sconti. Difatti, quando il signor Cadè mi ha fatto presente che la sua età non gli consente di proseguire certi dibattiti accesi, mi sono educatamente fatta da parte, continuando a conversare con altri lettori.
    Quindi, se vuole dialogare con me, metta da parte questo inutile e pesante pacchetto di inutilità e offese e avanti tutta.
    Io resto disponibile al confronto, stoica e continuo la mia pratica Vipassana serenamente.

  19. G. Pietro

    Cara sig.ra,

    Lei continui pure a trincerarsi dietro ad un certo vittimismo che è la scorciatoia maggiormente facile per paralizzare i suoi “avversari” – quelli che lei ritiene tali – cercando di instillargli assurdi sensi di colpa e trascinandoli su di un terreno sentimentalmente esasperato: quando il sentimentalismo nulla deve c’entrare con dati discorsi di ordine tradizionale.

    I suoi trascorsi umani che lei esibisce ad ogni piè sospinto, possono incontrare l’umana compassione, ma deve mettersi in testa che non dimostrano la giustezza di quel che lei con tanto accanimento s’impegna ad erigere a verità assolute, perché si limitano alla sfera delle contingenze mentre qui si parla – od si cerca, a volte bene, altre meno – di volgere lo squardo all’ambito dell’assoluto; che essendo tale non può essere minimamente plasmato dalle cose di quaggiù.

    Lei scrive: “Partiamo quindi da idee preconcette, offese, schemi triti e ritriti, un malcelato disprezzo nei confronti della donna contemporanea, e chi più ne ha, più ne metta”. Io disprezzo i dogmi moderni, che, personalmente, ritengo aberrazioni pericolosissime nel pensiero dell’essere umano contemporaneo, e questi possono intaccare sia gli uomini sia le donne; ma è innegabile che sono proprio queste ultime i principali bersagli di certe suggestioni moderne (lei purtroppo lo sta a dimostrare fin troppo bene grazie alle sue continue asserzioni quelle sì ricche di “schemi triti e ritriti”).

    P.S. Io non l’ho offesa, e se è onesta dimostri inequivocabilmente il contrario. Piuttosto è lei in base ai suoi schemi mentali che pur senza conoscermi mi descrive come un volgare ottuso sessista di bassissimo rango, tanto da meritare un po’ di compassione… ma d’altronde lo fa con tutti quelli che non accettano i suoi dogmi.

  20. upa

    Mia cara Nataša…
    Ormai mi sto incamminando verso la vecchiaia..e le tue parole mi rinfrescano le sensazioni..mi ringiovaniscono..mi portano indietro nel tempo di quando anch’io pieno di ardore vitale mi ergevo con sicurezza granitica a condannare le cose che mi avevano ferito..
    All’epoca non accettavo discussioni..solo io avevo ragione..gli altri dei poveri illusi..sciocchi ..mentecatti e reazionari..
    Venivo da un passato doloroso..e parlando del tuo..mi sento invogliato a parlare del mio per quella legge di risonanza che ci fa posizionare sullo stesso piano del’interlocutore..(in questo caso interlocutrice)…per non essere da meno..
    Per aspera ad astra..dice il motto..
    E la vita di tutte le persone che cercano giustizia è costellata da ingiustizie..
    Non ho visto guerre fisiche..ma ho visto la desolazione di me stesso..il buio..l’inferno di una vita senza significato divorata da uomini e donne insensibili e rozze..
    Fin da bambino ero diverso..ero buono..e tutti si approfittavano della mia ingenuità..mi deridevano..
    la scuola è stata un inferno..perché mi sentivo isolato e incapace..
    Col tempo ho trasportato la mia angoscia dal piano personale a quello cosmico..pensavo a tutte le ingiustizie e violenze del mondo..del presente ma anche del passato..e il dolore mi uccideva..
    Varie volte ho tentato il suicidio..fino ad essere ricoverato in clinica…
    Poi sono arrivato all’Università studiando da solo.. e lì la mia mente è stata distrutta dalla filosofia..le parole che approfondivo perdevano significato e alla fine ho perso il senso delle cose più semplici..
    Ci sono voluti molti anni per riacquistarlo..e dentro di me è rimasto un odio feroce per la cultura occidentale..che mi aveva fatto impazzire..paragonabile a quello che provi tu per la cattiveria degli uomini violenti..ma il mio anche di più..
    Insomma..la faccio breve..e salto più avanti..
    Un giorno.. stanco dall’avere dormito sotto un ponte e sfiancato dai postumi dell’ennesima sbornia..mi sono appoggiato sulla balaustra ..e un raggio di sole mi ha colpito dolcemente la faccia..
    L’ho sentito come una mano amorevole e antica che mi soccorreva..mi indicava che nella vita c’è qualcosa di buono..di superiore..e da quel giorno mi sono dedicato a inseguire questa percezione..in tutte le cose che facevo..
    Voglio dire che l’inferno non è solo quello della guerra..ma anche quello della lontananza da se stessi..
    Un giorno..quand’ero alle elementari..domandai al prete di religione cosa fosse l’inferno..e lui mi rispose che era il non vedere Dio..
    La risposta per me era insignificante..non ho mai creduto nel Dio dei preti e non lo vedevo..e purtuttavia la mia vita all’epoca era soddisfacente..o almeno non ancora tragica..
    Ma in gioventù persi me stesso..non avevo un Centro..non sapevo neppure cosa fosse..che la scuola non lo insegna..
    Ero nell’inferno come aveva detto quel prete tanti anni prima..un dolore continuo..un perenne mal di denti insopportabile dell’anima..e solo anni dopo riuscii a risolverlo quando scoprii l’Essere..quel buio vivente che da bambino mi avvolgeva quando la mamma mi rimboccava le coperte e spegneva la luce..
    In quei momenti ero in meditazione..ma non lo sapevo..
    Percepivo un insondabile buio..che viveva..l’Essere Puro..verso centro di noi stessi..
    Tanti anni dopo ritrovai questa sensazione leggendo un libro di Osho..sulle Upanishad..
    Tu sei quello..Tat Tvam Asi…fu una rivelazione sconvolgente..rimasi tre notti senza dormire dall’eccitazione..:Avevo scoperto quello che cercavo da tutta la vita..
    Avevo un Centro..ero fuori dall’inferno..ero iniziato al Vero..da qui il termine Upaguru..
    L’Upaguro è un oggetto che sostituisce il Maestro..è una Sua protuberanza..può essere anche un libro se ti colpisce nel profondo dell’Essere..
    Col tempo poi ho approfondito l’argomento nelle sue implicazioni culturali..e mi è apparso il pensiero tradizionale con Guènon..col dono delle lingue..
    Il dono delle lingue è vedere lo stesso significato pur con simboli diversi..e allora ho tradotto Guénon con significati moderni..e ho visto la Tradizione nel significato operativo con i Maestri di meditazione e culturale con il pensiero tradizionale..
    Ecco..io penso che la violenza nel mondo..le ingiustizie..il rapporto uomo donna.. siano scogli da superare dando a loro un significato superiore..
    Sono simboli incarnati dell’ingiustizia..perché si è perso il significato originario..
    Ormai tutto è violenza..per te il rapporto uomo donna..per me la scuola..la società..le leggi confusionarie..
    Ma ho anche capito che la vera lotta non è sul simbolo..ma su cosa è simboleggiato..che in tutti i casi è la mancanza di Essere..proiettato nel “desiderio”..e l’Essere inascoltato diventa prepotenza..sia nella guerra..che nei rapporti malsani tra i sessi e tutto quanto è toccato dalle imposizioni insopportabili per chi aspira alla giustizia del Sé..che appare nell’interiorità libera e non forzata..
    In te riconosco la forza verso il giusto..ma si ferma al simbolo..non va oltre..
    L’uomo che ti prevarica è dentro di te..non fuori di te..
    Fuori ci stanno solo simboli che attivano i tuoi significati..e il vipassana non funziona a rivelarli..anzi..
    Il vipassana non è solo osservazione del respiro..ma osservazione dei proprio gesti..dei propri pensieri..tramite il Testimone..e se osserviamo allora vedremo anche quando il Testimone si perde..e si perde quando il maschio sciovinista interiore prende il sopravvento e ci fa diventare aggressivi..in qualsiasi cosa facciamo..
    La sfida è vincere con la dolcezza la cattiveria di questo maschio interiore..con l’osservazione..placida..serena..e allora anche il più incallito maschilista diventa una mammoletta..
    Ho da dirti solo questo..di guardare più dentro e meno fuori..il mondo va avanti anche senza di te..ma te non puoi andare avanti senza te stessa..il cammino è lungo o anche breve..dipende da noi..io sono ancora qui che mi attardo..magari te puoi fare più in fretta..ma la cosa fondamentale è vedere che tutte le cose che contesti negli altri stanno paro paro dentro di te..e ti fanno diventare un maschiaccio da prendere a pugni..
    Considera quello che ho detto le rampogne di un vecchio..che tanto non mi aspetto altro..non sono vecchio a caso..e i giovani si sa che pensano sempre ad altro..in genere a cercare gli occhiali che hanno sul naso..ma non solo i giovani

  21. Grazie, finalmente! Da un lato sono sinceramente commossa per il commento di Upa e una apertura generosa sulla sua vita. Dall’altro c’è G. Pietro che ancora scalcia, ma partiamo da Upa, per affinità elettiva (visto? L’abbiamo trovata). Sono d’accordo con te praticamente quasi su tutto, eccetto sul fatto che io sia personalmente una persona che tende troppo all’esterno e che ha dei conflitti con gli uomini. Anzitutto ho un mondo interiore vastissimo, confermato dal mio tema natale. “Porto le esperienze vissute all’esterno per farle sedimentare all’interno e prediligo vivere dentro di me, piuttosto che fuori di me”. Un dettaglio non di poco conto, che mi ha aiutata immensamente a superare tragedie e dolori laceranti. Dall’altro, sono circondata da uomini, ho un figlioletto, quindi proprio non mi riesce di disprezzarvi, nonostante la storia potrebbe lasciarmelo fare eccome. Su tutto il resto siamo in linea, caro Upa, mi creda. E qui mi riallaccio a G. Pietro: è semplice quello che possiamo fare. Mettiamo da parte tutto il “pacchetto personale” e riflettiamo finalmente sull’ambito metafisico. A questo livello il mio Sè non prova alcun conflitto, di nessun genere. Ho una percezione totale dell’annullamento degli opposti e del mio essere uno con tutto, ma non a livello teorico, bensì a livello profondo. In quello spazio, che raggiungo principalmente attraverso la meditazione -ma non soltanto- non vi è che quiete e comunione con tutto ciò che mi circonda. Potrei descriverle esperienze specifiche, ma torneremmo a un discorso personale. Qual è il “problema”? Oltre alla lunga trafila di esempi che ho esposto? Che siamo anche corpo. Lo Yoga cosa è se non unione di mente, corpo e spirito. A cosa serve, tra le altre cose? A metterci in una condizione di armonia all’interno del nostro corpo fisico. E’ un mezzo utilissimo, naturalmente.
    Poi vi sono fasi della vita in cui l’armonia è difficile da raggiungere. Perché? Voi maschi avrete le vostre esperienze. Noi donne, se e quando diventiamo madri, abbiamo le nostre. Fin dal momento del concepimento. Io vi posso assicurare che, per qualche anno, non si è altro che un corpo di sangue, carne, latte e dolori di varia entità. Oggi viviamo in una società che non aiuta affatto le donne a vivere serenamente nel proprio corpo e se il corpo duole, se devi lavorare duramente anche mentre sei incinta, o hai appena partorito, e allatti; se devi occuparti di mille problemi inerenti alla casa e ai parenti; se tutti da te pretendono qualcosa, insomma, è difficile concentrarsi sul proprio corpo, rimetterlo in armonia e in linea con mente e anima. Lo comprenderete in modo almeno teorico, se non fisico.
    Quindi, per non farla di nuovo tanto lunga, per me non vi è alcun problema o conflitto in campo metafisico, dove femminile e maschile “scompaiono”, poiché vi è un Sè in beatitudine, come Upa quando sentì sulla pelle la carezza del Sole (immagine peraltro bellissima, mi richiama a una piccola comunità turca, pagana, che vedeva nel Sole il Dio unico e quindi ogni mattina, al risveglio, ne cercava i raggi per esserne accarezzata e beatificata). Il problema comincia nella percezione di un corpo che si trova in balia degli eventi, in mezzo a una società, a tratti, impazzita.
    Vi sono persone, donne, in questo caso, che reggono agli urti e mantengono l’armonia interiore a prescindere, grazie al collegamento ferreo col Sè, altre che crollano, impazziscono, si ammalano o, semplicemente, vivono nel disagio, trascinandovi anche coloro che le circondano.
    Sono temi lunghissimi, io non ho il dono della sintesi, ma spero di essermi espressa bene e che finalmente stiamo giungendo a una visione abbastanza comune.

  22. upa

    Per Nataša..
    Adesso che ci siamo mentalmente capiti..non resta altro da fare se non smascherare il quadretto che ci siamo fatti e vedere cosa ci sia di vero..che sicuramente qualcosa di vero c’è..magari affondato in un mare di tranquillanti e rassicuranti bugie..
    E qui cessa lo scambio..e rimaniamo soli..come siamo sempre stati..e non ce ne eravamo mai accorti..
    La Via comincia da qui..tutto il resto è contorno..e torniamo a quella “base” che avevamo sempre cercato di evitare..girandoci attorno come il cane che finalmente raggiunta l’auto che inseguiva non sa cosa fare..se non sperare che l’auto riprenda il movimento per abbaiare di nuovo..
    Saluti..

    • Ma non vi è alcun timore nel tornare alla “base”. Già scoprire che nasciamo e moriamo soli, e non c’è da provare ansia o terrore per questo, è una grandissima liberazione, soprattutto per gli anni che stanno nel centro.
      Se vuoi, sentiamoci per un dialogo, finalmente pacificato, anche al di fuori di qui. Io sono disponibile

  23. G. Pietro

    Signora Nataša, io posseggo una Weltanschauung troppo diversa dalla sua, anzi oserei affermare che sia diametralmente opposta; per ciò stesso mai potremo toccare ideali convergenti di pensiero.

    Tuttavia, ci tenevo a scusarmi se ho utilizzato toni che possono esserle sembrati un po’ aggressivi e diretti alla sua persona, ma le assicuro che erano semplicemente rivolti esclusivamente ad alcune delle idee – che aborro con tutto me stesso – da lei espresse.

  24. upa

    “Se vuoi, sentiamoci per un dialogo, finalmente pacificato, anche al di fuori di qui. Io sono disponibile”

    Non mi interessano i dialoghi personali..ma neppure sono contrario..
    Non posso scegliere cosa fare..mi astengo dal decidere..

    Ho un blog sui cibi iniziatici che ho realizzato qualche me se fa.. ed è deserto perché non posso scrivere nulla se non mi fanno domande..

    https://levideci.blogspot.com/

    Sono raggiungibile lì …

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