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Cremona Settembre 1920: Farinacci rimarrà sempre fedele all’immagine dello squadrista intransigente. E questo va a suo merito… (terza parte) – Giacinto Reale

Cremona Settembre 1920: Farinacci rimarrà sempre fedele all’immagine dello squadrista intransigente. E questo va a suo merito… (terza parte) – Giacinto Reale

Mi getto avanti, grido: “Fermi, non sparate, sono colpi a salve!”

E Vicini, colpito a morte, mi afferra una gamba cadendo e mormora le ultime parole: “No Onorevole, tirano a palla, e diritto!”

(Roberto Farinacci, “Squadrismo”, Roma 1934)

 

La stessa notte del 6 settembre, Farinacci viene prelevato a casa e portato al carcere. La questione è piuttosto strana, perché i due unici morti della serata sono fascisti, i sovversivi erano in numero soverchiante e già dal giorno prima si erano organizzati in squadre per dare la caccia ai fascisti.

A giocare contro lo squadrista sono soprattutto i suoi atteggiamenti un pò rodomontici, come quando, proprio al Congresso, ha dichiarato la sua disponibilità a lottare “fin quando fosse rimasto un briciolo di fegato e un’arma da impugnare, rimanendo sula breccia contro tutto e tutti”.

Comunque, la detenzione non dura molto. La perizia balistica dimostra che i colpi esplosi dal Capo squadrista non hanno colpito nessuno e sono stati effettivamente sparati in aria, come lui afferma, per risolvere una situazione pericolosa.

L’episodio lo ha, comunque, proiettato in una dimensione nazionale, oltre a creare le premesse per il successo in città.

Anche se i frutti non saranno colti con immediatezza, chè alle elezioni amministrative di novembre la vittoria – in una logica anche “clientelare” – arriderà ancora alle liste sovversive, inevitabile sarà la candidatura alle elezioni del maggio dell’anno dopo.

In verità, sono in molti a temere la sua popolarità, e l’inclusione in elenco avviene all’ultimo minuto, come ultimo nome, per la defezione di un candidato liberale, e su proposta dei social-riformisti che, come accennato, vogliono così “riequilibrare” una lista che pare sbilanciata “a destra”.

Che la scelta del suo nome, in questo senso, sia giusta, Farinacci lo sta dimostrando giorno per giorno, e sbaglierebbe chi nelle legnature degli avversari vedesse uno sfogo reazionario. Egli non ha padroni e ha un solo interesse, quello dell’Italia, in nome della quale non esita a mettersi contro tutti, anche i vertici “pragmatici” del movimento, come gli rimprovera Pasella da Milano:

Alcuni agricoltori della provincia, consoci dei Fasci vengono a lamentarsi dell’atteggiamento assunto da voi nei confronti dell’agitazione agricola nel Soresinese.

Pare che il memoriale presentato dai Sindacati economici nazionali superi – non nelle rivendicazioni di carattere economico, ma nelle pretese di carattere morale e politico – lo stesso memoriale presentato da Miglioli, pare anzi che Miglioli sia disposto ad accettarlo senza riserve. (1)

Lui non gli dà gran peso e inizia, con l’elezione, la sua carriera “romana”, anche se sempre con un occhio di riguardo per Cremona, della quale si considererà sempre, da Parlamentare, con un’inesistente interpretazione delle norme, il “quarantunesimo consigliere” al Consiglio Comunale.

Anche se questa non vuole e non può essere una biografia farinacciana, va fatto un cenno a tre episodi che, per la loro natura “squadristica”, proprio nei fatti di piazza Roma trovano il precedente e di essi rappresentano lo sviluppo… forse anche prevedibile.

Appena eletto al Parlamento Farinacci è il principale protagonista, con una pattuglia di altri Deputati, tutti di formazione “piazzaiola”, della estromissione di Francesco Misiano, disertore di guerra amnistiato da Nitti, e particolarmente inviso, non solo ai fascisti, ma a milioni di Italiani che in guerra, nel nome della Patria, hanno perso un familiare.

L’episodio ha anche risvolti ridicoli, che egli non manca di sottolineare nel suo libro:

13 giugno 1921,

oggi i Deputati fascisti si sono riuniti alle 13 in una sala di Montecitorio e hanno deliberato che, se l’on. Misiano – disertore di guerra – si fosse presentato alla Camera, avrebbe dovuto essere allontanato. Di questa nostra decisione informiamo l’on. Bombacci perché avverta in tempo il suo collega.

Alle ore 13,45 Misiano invece di presenta nella Sala dei Passi Perduti e si siede su un divano.

Senza profferir parola, io, Caradonna, De Vecchi, Giunta, Capanni e qualche altro, lo raggiungiamo e gli diamo l’ordine categorico di sgombrare l’aula. Il disertore comunista, credendo che… la solennità dell’aula e del luogo ci possa rendere prudenti e riguardosi, scatta in piedi, estrae di tasca una rivoltella e la punta contro di noi.

Mentre in aiuto di questo figuro accorrono Deputati comunisti e socialisti, io mi avvento sul Misiano e riesco a strappargli l’arma dalle mani

Siccome ho l’impressione che Giolitti, Capo del Governo, non sia stato ancora bene informato di quanto è avvenuto, attraversando l’emiciclo dell’aula, mi avvicino a lui, e gli poso sul tavolo – con un colpo credo non troppo garbato – la rivoltella di Misiano, dicendogli. “A te, che sei anche il Capo della Polizia, consegno l’arma del Deputato disertore”

Giolitti, sorpreso e un po’ spaventato, si alza e mi risponde con una frase di spirito: “Non posso prenderla, perché non ho il porto d’armi”. (2)

È indubbio che all’azione fascista non manchi, in questo caso, il consenso della pubblica opinione, e anche di frange politicamente qualificate che, aldilà delle litanie sulla violazione del “sacro consesso” di Montecitorio, mal digeriscono una figura sostanzialmente ambigua come quella di Misiano.

Diversamente va un annetto dopo, quando, ai primi di luglio, con un altro dei suoi colpi di testa, decide l’occupazione del Comune, dove ormai l’Amministrazione latita e Sindaco e Assessori “amministrano da casa, dando ordini telefonici al Segretario Comunale, Ferrari”.

Occupa l’ufficio del Sindaco, si auto-nomina “Sindaco provvisorio”, e chiede un Commissario Prefettizio che porti alle elezioni, per porre rimedio alla situazione che, creata dalle consultazioni di fine novembre 1920, ormai non rispecchia più i rapporti di forza in città.

La questione va per le lunghe, mentre gruppi di squadristi, provenienti anche dalla Provincia, “occupano” Cremona e il Fascio cede i poteri ad un “Comitato Segreto d’Azione”, che è però una burletta, come tutti sanno, perché “naturalmente è Roberto Farinacci che passa il comando a Farinacci Roberto”.

E qui succede un guaio. Tenere a freno le migliaia di fascisti accampati nelle vie cittadine non è facile, e un gruppo pensa bene di devastare la casa (in verità, è quella paterna) di Guido Miglioli, scatenando una – anche prevedibile – reazione di solidarietà parlamentare, che trova facile eco nella stampa, anche in quella “fiancheggiatrice”:

Veramente sarebbe tempo che i fascisti se ne stessero un po’ tranquilli e non venissero con le loro gesta inopportune ad ingarbugliare una situazione politica abbastanza delicata: noi siamo benevoli verso i fascisti, riconoscendo la loro grandiosa indimenticabile benemerenza, di avere cioè salvato il Paese dalla catastrofe bolscevica, ma appunto agli amici deve essere detta la verità. E la verità è questa, che l’on. Modigliani avrebbe perfettamente ragione di mandare, all’uso meridionale, i caciocavalli a casa dell’on. Farinacci.

Ma come? Si sta giocando alla Camera una grossa partita per impedire ai socialisti di provocare la formazione di un Ministero di reazione antifascista, per mantenere intatta l’alleanza tra tutti i Partiti costituzionali della Camera, e per tenere in piedi il Governo liberale dell’onorevole Facta, e i fascisti di Cremona non trovano nulla di meglio da fare che rompere e bruciare quattro sedie e quattro tavoli della casa avita dell’on. Modigliani, dando così all’on. Modigliani il pretesto per la sua tirata melodrammatica dell’altra sera, e all’on. Miglioli il mezzo per…commuovere il Gruppo Popolare e condurlo dalla propria parte? (3)

 

Fini ragionamenti e sottigliezze che sono fuori dalla logica squadrista e anche farinacciana, ma non mussoliniana. E mai, come in questo caso, è arduo dire chi abbia ragione. Infatti il Prefetto Giuseppe Guadagnini avverte Roma, già all’inizio della storia:

Azione violenta contro fascisti appoggiati da manifesta simpatia cittadinanza significherebbe guerra civile, gioco non vale candela, d’altra parte occorre finirla, perché questi duemila e più giovani che stanno in ozio potrebbero sfuggire capi, ovvero capi potrebbero essere tratti, per non perdere prestigio, a commettere follie. (4)

Un messaggio chiaro che indica il consenso all’azione squadrista e sembra profilare una vittoria piena delle camicie nere. Ci pensa però Mussolini a dare un energico colpo di freno. Approfitta della promessa nomina di un Commissario al Comune, e manda a Cremona Attilio Teruzzi, con una sua lettera che chiude la questione:

Carissimo Farinacci, è necessario sospendere l’azione perché gli scopi sono raggiunti. Proseguendo diventerebbe dannoso per noi. Diramerai quindi alle nostre milizie l’accluso proclama. Non posso dilungarmi. È meglio dare ancora una volta spettacolo di disciplina, e non forzare le situazioni in modo da non cacciarci in un vicolo senza uscita. Abbracci. (5)

Al futuro “ras” non resta che obbedire, anche se resterà sempre convinto che un’azione tempestiva, per la sua stessa “capacità di convincimento”, debba essere preferita, in ogni occasione, alle manovre e ai tatticismi politici.

Lo dimostrerà nelle giornate della Marcia, quando, però avrà meno fortuna, al punto che la storia, nella narrazione successiva, si ingarbuglierà un po’.

Con i suoi uomini, infatti, il 27 ottobre, al pomeriggio, verso le 18,00, muove, primo in tutta Italia, all’attacco della Prefettura. Penetra all’interno e incontra il Prefetto, che ha chiamato anche Questore, Comandante dei Carabinieri e del Presidio militare, per una comune linea d’azione che, con quelle presenze, non può che essere “energica”.

Fallisce così il suo tentativo di impossessarsi con le buone dell’edificio, mentre nelle strade adiacenti cominciano gli scontri a fuoco tra i fascisti mobilitati e le forze dell’ordine, con il risultato finale di tre caduti tra gli squadristi.

Non è la situazione di stallo che si sta verificando e si verificherà un po’ dovunque nel resto del Paese, e manca pure una certa benevola acquiescenza delle Autorità –militari in specie – che è diffusa altrove.

Sul campo i fascisti, forse troppo precipitosi, sono stati sconfitti. Ecco perché, negli anni successivi, quasi per una condivisione di responsabilità, la versione ufficiale parlerà di un – nei fatti improbabile – colloquio telefonico tra Farinacci e lo stesso Mussolini, che approva la sua azione e, di fronte ai morti, gli impone di proseguire.

La mattina dopo, senza che vi siano altri incidenti, c’è, comunque, un mutamento nella situazione. L’Autorità militare si convince, e cede i poteri alle squadre fasciste, il cui Comando si insedia in Prefettura.

Lo sviluppo politico della vicenda, deciso a Roma nelle ore successive, pone definitivamente termine, anche a Cremona, all’insurrezione. È il momento degli elogi e dei ringraziamenti che il Capo, ora Presidente del Consiglio, rivolge ai suoi seguaci migliori e più fedeli. Quello a Farinacci dice:

Mio caro Farinacci,

festeggiarti significa consacrare i quattro anni della gloriosa milizia fascista che ti ha avuto da gregario e da capo, sempre nelle prime linee.

Io non sono un sentimentale nel senso che vorrei dire vaporoso della parola, ma non posso sottrarmi alle emozioni che scaturiscono – purissime – dagli uomini e dagli avvenimenti.

Caro, vecchio e fedele amico di tutte le ore, quanta strada, quante battaglie quanto destino! Lo ieri è ormai lontano davanti all’incalzante avvenire, che ci attende, che sarà nostro.

Alalà per il fascismo di Cremona e per il suo Duce! (6)

La storia degli anni che verranno è abbastanza nota. Al più grande riconoscimento (la nomina a Segretario del Partito alla fine del 1924, in un momento particolarmente difficile per il fascismo) si accompagneranno invidie e gelosie, che nel pettegolezzo troveranno la loro fonte di alimento principale.

Ciò che gli farà più male, però, sarà probabilmente l’ingratitudine mussoliniana e la distanza che il Duce gli imporrà. Lo stesso Duce che, nei suoi colloqui con Yvon De Begnac aveva ammesso – in un parallelo che lo vedeva vincente rispetto al suo successore nella carca di Segretario, Augusto Turati – le doti umane, ma soprattutto di combattente politico del suo fedele cremonese:

Farinacci è animale politico di fiuto eccezionale… Farinacci si lascia insultare per giungere, progressivamente, al riconoscimento – totale – del campo a lui nemico… La meticolosità tattica di farinacci distrugge ogni nemico. … Farinacci è rabbia in potenza, decisione che salva. Resta necessario. (7)

Certo è che la sua notorietà, tra i vecchi squadristi, ai quali si era rivolto, nel suo stile, invitandoli alla calma, nel momento più turbolento al Congresso del novembre del 1921 a Roma, con l’orgogliosa affermazione che giustificava la sua preminenza “Io non sono un fascista da sacrestia”, avranno sempre per lui affetto e considerazione, vedendolo come il migliore e più sincero interprete di quella Rivoluzione che avevano sognato e per la quale si erano battuti.

Opinione che sarà condivisa da chi, straniero ed estraneo alle beghe nazionali, gli riconoscerà il giusto merito:

Chi dice Farinacci, dice Rivoluzione. Rivoluzione continua, ossia capovolgimento di valori, nel senso di una migliore e spregiudicata conoscenza delle cose che è l’unica forma di vero progresso. Roberto farinacci significa lotta in ogni fase della vita, e tromba squillante che desta orrore per coloro che sono eternamente tortuosi: i panciafichistri e gli uomini del compromesso ad ogni costo.

…Se volontà di lotta e coraggio personale di fronte agli uomini e alle cose, e tenacità ed asprezza significano radicalismo, allora Roberto Farinacci è un radicale come meglio non lo si potrebbe concepire.

Come è profonda in lui la dedizione alla sua idea, per la quale combatté in guerra, nelle mischie della lotta civile, nei comizi oratori della rivoluzione fascista, così forte è anche il suo odio. (8)

 

Per quanto strano possa sembrare, questo giudizio richiama quello che un noto esponente antifascista, Piero Gobetti, aveva dato di Farinacci, sul suo giornale “Rivoluzione Liberale”, in due occasioni.

Lo aveva fatto, la prima volta, il 9 ottobre 1923, in un articolo intitolato “Elogio di Farinacci”, nel quale contrapponeva il sano spirito rivoluzionario (suo e dello squadrista bolognese Gino Baroncini) alla capacità di adattamento di personaggi come Massimo Rocca.

Poi era tornato sull’argomento il 19 febbraio dell’anno dopo, col “Secondo elogio di Farinacci”, che estendeva il suo discorso di critica a tutto il “revisionismo” fascista e faceva altri nomi di “ras” (Bernardo Barbiellini Amidei e Cesare Forni) che, con la loro schiettezza provinciale davano il senso di una coerenza che il movimento rischiava di perdere.

L’inizio dell’articolo dello studioso torinese, era fulminante:

 

…L’on. Farinacci è il tipo più completo e rispettabile che abbia espresso sinora il movimento fascista. Non solo come uomini politici, ma come coscienze, per disinteresse e austerità personale, i ras Farinacci, Barbiellini, Baroncini, Forni, sono superiori a tutta la schiera dei ciarlatani del revisionismo.

Già, il revisionismo è nato a Roma, all’Excelsior, confortato di ricche prebende, mentre i suoi rappresentano la provincia, si battono per esigenze concrete, si sacrificano come disperati, non si sono parlamenta rizzati, sono rimasti barbari, sdegnosi di Capua o delle mollezze romane…e i patti di lavoro ispirati da lui nel Cremonese, come quelli di Forni, Baroncini e degli altri “ras” non sono un tradimento per il movimento proletario, sono i migliori patti di lavoro vigenti oggi in Italia. Altro che sindacalismo di Rossoni o di Michelino Bianchi!

Farinacci è nemico del Prefetto, non può soffrire gli ordini di Roma, di quelli che non vedono e credono di vedere; e risolvono tutto con schemi teorici e leggi generiche.

Di fronte al Prefetto, Farinacci rappresenta la Rivoluzione, il principio dell’autogoverno, la sovranità popolare.

Rendiamogli onore: lo spirito di Bissolati è in lui, almeno nei limiti in cui può esserlo in un fascista. È un discepolo onesto, non ha venduto Cristo per i trenta denari di un Ministero ai Lavori Pubblici. (9)

Credo che quel “rendiamogli onore” dell’ultimo capoverso sia un invito sempre valido, soprattutto ora che demonizzazioni – spesso incongruamente intrecciate a profili caricaturali – possono lasciare il posto all’analisi.

 

FOTO 5: Farinacci e Mussolini a comizio

FOTO 6: Farinacci con i suoi squadristi

NOTE

  1. Cesare Rossi a Farinacci, Milano 4 febbraio 1921, in: Giuseppe Pardini, Roberto Farinacci ovvero della rivoluzione fascista, Firenze 2007, pag. 46
  2. Roberto Farinacci, Squadrismo dal mio diario della vigilia, Roma 1934, pag. 89
  3. “Errori”, in “Il Giornale d’Italia” del 15 luglio 1922, riportato in: Renzo De Felice, Mussolini, la conquista del potere, Torino 1966, pag. 266
  4. In: Giuseppe Pardini, cit., pag. 82
  5. In: Roberto Farinacci, cit., pag 137
  6. In: Paolo Pantaleo, il fascismo cremonese, Cremona 1931, pag. 255
  7. Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, Bologna 1990, pag. 480
  8. W Von Langen, Roberto Farinacci, in “Leipziger Tageszeitung”, 12 ottobre 1940, riportato in: Giusepe Pardini, cit., pag. 5
  9. Piero Gobetti, Secondo elogio di Farinacci, in “Rivoluzione Liberale” del 19 febbraio 1924
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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 16 Settembre 2020

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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