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Scienza e democrazia, settima parte – Fabio Calabrese        

Scienza e democrazia, settima parte – Fabio Calabrese        

Nei nostri ambienti, lo sappiamo, è diffuso un atteggiamento antiscientifico, senz’altro motivato dal fatto che le istituzioni e i concetti della – chiamiamola “scienza” democratica – sono spesso altrettante armi puntate contro di noi e la nostra visione del mondo: dalla presunzione dell’inesistenza delle razze umane, alla sociologia marxista, all’economia liberale, all’antropologia culturale di Levi Strauss, all’Out of Africa (ossia la pretesa di un’origine africana per la specie umana e per tutti noi), alla pretesa di un’origine mediorientale, non-europea della nostra civiltà, e via discorrendo.

Tuttavia, questo atteggiamento rischia di essere un autentico boomerang. Il metodo scientifico galileiano basato sull’osservazione, l’elaborazione di ipotesi a partire da essa, l’esperimento per mettere le ipotesi alla prova e sviluppare teorie sulla base di esse, è il metodo migliore, e probabilmente l’unico che consente di interagire con la realtà ricavandone conoscenze autentiche e non illusioni più o meno chimeriche.

Per uscire dall’impasse, è necessario essere assolutamente consapevoli di un punto fondamentale: la “scienza” democratica non rispetta affatto il metodo galileiano, non è scienza ma piuttosto ideologia, o se volete, ciarlataneria.

Sono concetti che ho esposto, penso con ampiezza, nelle sei parti precedenti di Scienza e democrazia e che vi invito eventualmente a rileggere. In alcuni punti, tuttavia, non sono forse stato abbastanza esauriente, e vediamo ora di fare qualche approfondimento.

Forse uno dei campi in cui i ricercatori hanno dimostrato di attenersi di meno al rigore del metodo scientifico e hanno dato ampiamente la stura alla fantasia e spesso alla ciarlataneria, è stato proprio lo studio delle nostre origini come specie. Una certa larghezza di manica nell’interpretare la teoria evoluzionista ha permesso ai ricercatori di dare sfogo a una ridda di personalismi: chiunque trovasse un nuovo fossile (spesso qualche osso o addirittura un singolo frammento da cui era ben difficile capire qualcosa), doveva essere qualcosa di speciale, mai descritto prima, così si è inventata una gran quantità di generi e di specie: Pitecanthropus, Sinanthropus, Eoanthropus, Atlanthropus, Paranthropus, Teleanthropus, Zinjanthropus e probabilmente qualcuno che mi sfugge, tutti disposti in bella fila dalle forme più scimmiesche e quadrumani fino all’umanità attuale, un besti                                        nario non meno ricco e non più scientifico di quelli medioevali.

Il campione di questa tendenza nella quale la fantasia e l’ambizione di battezzare una o più nuove specie sfociavano nella ciarlataneria vera e propria, è stato probabilmente Louis Leakey, paleoantropologo e sfortunatamente abile divulgatore attento nell’utilizzo del sistema mediatico, secondo cui i ritrovamenti di tutti gli altri erano semplici rami collaterali più o meno secchi, mentre la linea maestra destinata a sfociare da forme ancestrali nell’umanità, era rappresentata dai fossili da lui scoperti, in quanto dotati appunto della speciale qualità di essere stati scoperti da lui.

Il colmo di questa tendenza è stato probabilmente raggiunto quando ha cercato di spacciare per nostro precursore diretto lo Zinjanthropus, in realtà un australopiteco di tipo robusto il cui teschio somiglia nettamente di più a quello di un gorilla che a quello di un essere umano, ma gli si deve concedere l’attenuante di non essere stato il solo impostore nel definire il concetto “scientifico” delle nostre origini e di ciò che siamo, gli fanno buona compagnia quanto meno Richard Lewontin, lo “scopritore” dell’inesistenza delle razze umane e Claude Levi Strauss (l’inventore dell’antropologia culturale, non quello dei jeans).

Un po’ più di modestia e di serietà ha indotto i ricercatori successivi a fare un po’ di pulizia, sì che i generi dei nostri antenati sono stati ridotti a due: Australopithecus e Homo. Recentemente, due studi indipendenti: un attento esami delle ossa della famosa Lucy da parte di un team di anatomisti inglesi guidato da sir Solly Zuckerman il maggior esperto mondiale di anatomia comparata, e uno studio dell’orecchio interno (connesso con l’equilibrio e la deambulazione) del teschio di un altro australopiteco, Lightfoot, “Piedino”, hanno portato alla chiara conclusione che gli australopitechi non camminavano eretti, erano un genere di scimmie estinte che verosimilmente non hanno nulla a che fare con le origini dell’umanità. Conclusione chiara, imbarazzante e poco evoluzionista: tutte le creature che possiamo riconoscere come nostri antenati sono Homo e nient’altro che Homo.

Il discorso non finisce qui, perché negli ultimi anni sono emerse prove sempre più stringenti che confutano la nostra presunta ascendenza africana, in particolare lo studio del DNA antico che ha avuto come pioniere Svante Paabo. E’ emerso in particolare che mentre europei e asiatici presentano nel loro genoma tracce dell’incrocio con uomini arcaici, neanderthaliani e denisoviani, i neri subsahariani presentano nel loro DNA una robusta componente non-sapiens (mediamente attorno all’8%, ma recenti studi suggeriscono che essa può arrivare fino al 19%, praticamente un quinto del patrimonio genetico), frutto della commistione che pare essere avvenuta attorno ai 40.000 anni fa con un ominide molto più antico (di cui non sono state individuate tracce fossili, ed è stato perciò battezzato “specie fantasma”).

Questa scoperta, e questo è un punto fondamentale, smentisce chiaramente la “teoria” dell’origine africana e i nostri antenati fossero venuti da lì, tracce di questo “DNA fantasma” si troverebbero anche in gruppi umani diversi dai neri subsahariani, invece ciò proprio non consta.

Naturalmente il sistema mediatico e quello educativo si sono ben guardati dall’informare di ciò il pubblico e l’Out of Africa continua a essere la versione “scientifica” ufficiale, il dogma sulle nostre origini.

Ulfùr Arnason, antropologo dell’università di Lund (Svezia) ha elaborato la teoria dell’Out of Eurasia (in sigla OOE, in contrasto con OOA, cioè Out of Africa) secondo la quale, mentre in Africa l’Homo erectus non sarebbe andato incontro a nessuna evoluzione (e sarebbe appunto la “specie fantasma” con cui i sapiens provenienti dall’Eurasia si sarebbero re-incrociati) in Eurasia si sarebbe evoluto in heidelbergensis, poi in sapiens dividendosi nei tre rami di Cro Magnon, Neanderthal e Denisova.

Recentemente qualcuno mi ha fatto notare una cosa importante: non esistono fossili di Homo heidelbergensis eccezion fatta per la mandibola ritrovata a Mauer, località che si trova appunto vicino ad Heidelberg, e da qui viene il nome della supposta specie umana, ma la mandibola di Mauer è stata a lungo attribuita a Homo erectus. In altre parole, heidelbergensis potrebbe essere non meno chimerico dell’Homo abilis inventato dal team di Louis Leakey sulla base di alcuni crani di australopitechi molto frammentati (e di cui era impossibile misurare l’esatto volume cerebrale) e oggi generalmente non più riconosciuto come specie valida.

Capite che cosa significa? Un solo genere, Homo e due sole specie, erectus e sapiens, di tutta la catena evoluzionista che spiega l’origine della nostra specie attraverso la progressiva emersione da forme bestiali, non resta praticamente nulla.

A ciò vanno aggiunti i risultati dell’esame di due importanti ritrovamenti, l’uomo di Atapuerca in Spagna, un sapiens vecchio di quasi mezzo milione di anni, e l’uomo di Visogliano in Italia, un Neanderthal che ne ha 450.000 (i neanderthaliani vanno di fatto considerati una varietà – una razza, se vogliamo – della nostra specie). Se sapiens ed erectus erano contemporanei, il primo non può essere derivato dal secondo.

Il mio pensiero è subito andato a un pensatore che difficilmente potrebbe essere considerato uno scienziato, ma le cui idee tengono efficacemente testa a quelle della “scienza” democratica: Julius Evola. Evola ha ipotizzato che quella che ci appare come evoluzione potrebbe essere la caduta sul piano materiale di forme man mano superiori, quindi non un processo ascendente, ma degenerativo dal punto di vista cosmico. Va bene, si dirà, ma questo implica una differenza sul piano di ciò che è osservabile? Direi di sì, constateremmo la mancanza di forme intermedie, perché le specie non deriverebbero realmente le une dalle altre. Bene, ciò è proprio quel che capita di osservare. Dovremmo quindi giungere all’ “eretica” conclusione che Evola aveva ragione e gli evoluzionisti torto.

Tuttavia, a mio parere, la concezione darwiniana mantiene la sua validità come principio di selezione all’interno delle specie, di lotta per la vita, di costruzione dei tipi superiori attraverso la selezione e l’accumulo delle variazioni favorevoli, infine della tendenza insita in ogni vivente a perpetuare la propria impronta biologica, non quella di chissà chi, cioè proprio quelle parti della concezione darwiniana che la democrazia ha cercato di amputare sostituendovi l’idea euforica di un progresso universale, idee che supportano lo spirito elitario e, insieme con l’esigenza di difendere il futuro della propria impronta biologica, quelle “brutte cose” (per la democrazia) che sono il nazionalismo o anche il razzismo, o se vogliamo, in altre parole, la chiara sconfessione di tutte le utopie democratiche, cosmopolite, marxiste e cristiane.

Senza dubbio, il pensiero di Evola al riguardo è “difficile”, richiede un certo livello di astrazione che non è da tutti, così che è successo che a molti che ne hanno avvertito l’afflato anti-evoluzionista ma non la complessità, non è rimasto altro che ricadere nel creazionismo abramitico, nelle favole bibliche, questo è senz’altro uno dei “buchi” attraverso cui diversi evoliani sono ricascati nel cattolicesimo, sebbene sia probabilmente più importante il fatto che quest’ultimo offre l’aspetto rassicurante di potersi appoggiare a una “tradizione positiva” e a un’istituzione come la Chiesa cattolica, ma costoro non hanno “approfondito” il pensiero di Evola, l’hanno solo frainteso.

I motivi per cui le scienze umane e biologiche siano oggetto di un costante lavoro di falsificazione, sono facilmente comprensibili: da un’idea di evoluzione intesa come prolungamento biologico nelle scienze naturali di quel progresso che ci vogliono dare a intendere esisterebbe nelle società umane, all’invenzione dell’origine africana e alla leggenda della derivazione della civiltà da oriente, che hanno lo scopo di deprimere l’immagine che gli Europei hanno di sé stessi in modo da diminuire le resistenze alla sostituzione etnica, alla negazione dell’esistenza delle razze umane per favorire l’universale meticciato.

Sono apparentemente più difficili da capire le mistificazioni nel campo delle scienze fisiche, ma qui bisogna fare i conti con l’immane feticcio di Albert Einstein, spacciato per il prototipo del grande scienziato, dell’uomo di genio ingiustamente perseguitato per motivi razziali da quei cattivoni dei nazionalsocialisti. (I suddetti diavoli incarnati in realtà non torsero un capello a ebrei di riconosciuta levatura intellettuale, come Edmund Husserl ed Henry Bergson, diversamente da come si comportarono i partigiani ad esempio con Giovanni Gentile).

Che Einstein non fosse un genio ma un truffatore e un plagiario non meno del suo correligionario Sigmund Freud, questo l’abbiamo visto con ampiezza, sebbene il mio lavoro in proposito non sia che una sintesi delle ricerche fatte al riguardo da Silvano Lorenzoni, e ora non è probabilmente il caso di ripetermi. C’è tuttavia un punto sul quale sarebbe bene ritornare per maggiore chiarezza. Vi avevo già spiegato che la famosa formula e = M C², che Einstein rubacchiò a Poincaré e, come dice Lorenzoni, “incastrò” nella relatività e con essa in effetti c’entra poco, perché riguarda il rapporto fra materia ed energia e non quello fra spazio e tempo, contiene un errore logico, perché non si può mettere una velocità (il quadrato di C, la velocità della luce) là dove dovrebbe esserci un numero puro.

Ora, questo concetto andrebbe forse spiegato meglio. Una misura di spazio, di tempo, una velocità NON POSSONO sostituire un numero puro senza cadere nell’assurdo. E = MC², questa formula spesso ripetuta come un mantra da coloro che non capiscono nulla di fisica e che si pretende rappresenti una sorta di vertice del pensiero scientifico moderno è una proporzione che dovrebbe stabilire il rapporto fra la massa (M) e la quantità di energia (e) in cui essa può essere convertita, tale rapporto dovrebbe essere espresso da un numero puro, non da una velocità (C² è il quadrato della velocità della luce). Se io dico che una sterlina vale 1,5 dollari, farò un’affermazione corretta, approssimativamente vera o errata a seconda dell’andamento del mercato dei cambi, ma sarà in ogni caso un’affermazione dotata di significato, ma se dico che una sterlina vale 1,5 metri al secondo dollari, dico un’assurdità che non significa nulla. Si consideri poi che una velocità è il risultato di due altre grandezze: lo spazio fratto il tempo, e di conseguenza il suo valore dipende dalle unità di misura che scelgo di usare. Nulla mi vieta di scegliere 1 anno luce all’anno. In questo caso, il valore di C diventa 1; 1² è sempre 1, e di conseguenza potrei semplificare l’espressione che diventerebbe e = M. La bomba atomica non potrebbe mai funzionare o al più produrrebbe l’effetto di un grosso petardo. Einstein non è stato solo un plagiario, ma anche un cattivo plagiario.

Devo dire che a lungo mi è sembrato impossibile che qualcosa per me chiaro ed evidente, sfuggisse invece a tutti gli altri, e ho pensato di essere piuttosto io a non capire. Ho provato molte volte a chiedere lumi ai miei insegnanti quando ero studente, e poi ai miei colleghi di fisica da docente. Tutto ciò che sono riuscito a ottenere sono stati sguardi perplessi e borbottii incomprensibili, una cosa che mi ha sempre ricordato tanto la favola di Andersen, dei vestiti nuovi dell’imperatore, che nessuno vede, ma nessuno ha il coraggio di dire che il sovrano è nudo.

Sarà forse il caso di aggiungere qui qualche considerazione su di un particolare criterio enunciato dal filosofo della scienza Karl Popper nel suo saggio Congetture e confutazioni, il criterio di falsificabilità. Popper parte da un’osservazione addirittura banale: l’asimmetria che esiste tra la verificabilità e la falsificabilità di un’affermazione o di un’ipotesi. Prendiamo un’affermazione del tipo “i cani non parlano”: non la potremo mai verificare con assoluta sicurezza, perché questo implicherebbe estendere il nostro esame non solo a tutti i cani che esistono, ma anche a tutti quelli che sono esistiti nel passato o che esisteranno nel futuro. Viceversa, basterebbe anche la scoperta di un solo cane parlante per falsificarla.

La proposta di Popper è quella di considerare scientifiche tutte le affermazioni, ipotesi, congetture, teorie che sono in linea di principio falsificabili ma di fatto non sono falsificate, che sono cioè “vere fino a prova contraria”, mentre quelle per le quali non è possibile enunciare alcun criterio di falsificabilità, non sono scientifiche.

Potremmo dire che alle teorie capita la stessa cosa che agli uomini, devono essere disposte a correre qualche rischio per dimostrare di valere qualcosa (e a molti di voi verrà in mente una famosa frase di Ezra Pound).

L’esempio classico di “teoria” infalsificabile e quindi scientificamente privo di validità, che fa Popper, è dato dall’astrologia, ma – ci spiega – anche il marxismo e la psicanalisi sono nella stessa condizione, mentre la relatività einsteiniana passa l’esame (e qui sbagliava, ma lo vediamo più avanti).

Per quanto riguarda il marxismo, Popper fa notare che la teoria originaria elaborata dall’uomo di Treviri conteneva una serie di previsioni che sono state puntualmente smentite dai fatti: che l’economia industriale gestita dal capitalismo avrebbe portato alla crescente miseria delle classi lavoratrici e alla scomparsa delle classi medie, fino a che l’universale pauperismo non avrebbe prodotto una rivoluzione planetaria. Nulla di ciò si è verificato, e noi oggi possiamo tranquillamente aggiungere la prova pratica rappresentata dal fatto che dovunque le idee di Marx sono state applicate, non hanno mai in alcun modo migliorato la condizione umana, ma solo prodotto oppressione e miseria, oltre che milioni di morti.

I discepoli di Marx hanno riformulato la teoria del “maestro” in modo tale che le sue mancate predizioni non ne costituissero una diretta smentita, ma in questo modo hanno portato la sua “teoria” definitivamente fuori dal campo scientifico, rendendola vaga e infalsificabile come l’astrologia.

Lo stesso “vizietto” di non spiegare nulla a forza di voler spiegare tutto che accomuna astrologia e marxismo, la psicanalisi ce l’ha fin dalle origini. E qui Popper in Congetture e confutazioni ricorda un episodio che lo riguarda personalmente. Nel periodo fra le due guerre mondiali, a Vienna collaborò come volontario per un certo periodo durante le vacanze estive quando era libero da impegni universitari, con un centro psicologico creato da Alfred Adler, discepolo “eretico” di Freud, ma le cui procedure rimanevano sempre quelle tipiche degli psicanalisti.

Un giorno un conoscente lo pregò di interessare Adler ai problemi psicologici del figlio.

Popper ne parlò con Adler che subito disse: “Ma è chiaro, si tratta di un caso di…”.

“Ma scusi”, rispose l’autore di Congetture e confutazioni, “Come fa a fare una diagnosi senza neppure aver visto il ragazzo”.

“Sulla base di mille casi simili”, replicò lo psicologo.

“Bene”, concluse Popper, “Immagino che ora saranno diventati mille e uno”.

La relatività passa davvero il vaglio del principio di falsificabilità popperiano? Questo è un punto molto interessante, perché oggi sono disponibili prove sperimentali che non c’erano quando Popper scrisse Congetture e confutazioni, prove di cui il grosso pubblico è tenuto ovviamente all’oscuro, e che sono essenzialmente due: il fatto che l’energia liberata dalle esplosioni nucleari è considerevolmente inferiore a quanto previsto dalla teoria, e il fatto che, come ci assicura Lorenzoni, la velocità della luce non è affatto una costante assoluta ma obbedisce alla legge della composizione delle velocità. La mia impressione è che “gli scienziati” (le virgolette sono assolutamente d’obbligo) eredi di Einstein ci stiano spiegando che ogni nuova scoperta nel campo della fisica “conferma” la teoria di Einstein anche se di fatto non c’entra nulla, perché stanno cercando di salvarla come fecero i marxisti di fronte alla mancata realizzazione delle profezie di Marx, ma così facendo la confineranno assieme ad astrologia, marxismo e psicanalisi, nel limbo delle teorie infalsificabili che non sopportano il contatto con la realtà.

Il fatto da cui non dobbiamo prescindere è precisamente questo: le mille ipocrisie della democrazia hanno corrotto la ricerca scientifica.

 

NOTA: nell’illustrazione, una delle tante versioni di un’immagine famosa che sintetizzerebbe il concetto di evoluzione: una serie di bruti man mano più umani e meno scimmieschi che collegherebbero la scimmia all’uomo, che sarebbe derivato da questa. Oggi sappiamo che quest’immagine è falsa e che queste creature non sono mai esistite.

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Categorie: Cultura & Società

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Agosto 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Primula Nera

    Curiosamente però un autore come Dominique Venner,nel suo testo(imprescindibile)”Storia e tradizione degli europei”,dà una lettura sorprendente di Levi Strauss in un paragrafo intitolato proprio”Levi-Strauss suscita scandalo”.Lo studioso francese cita il discorso di Levi-Strauss del 1971(invitato dall’Unesco),nel quale l’antropologo disse sostanzialmente(tra lo stupore generale) che la razza era un effetto(funzione) della cultura.Così facendo ridiede importanza e dignità ad una parola, “razza”,che il pensiero occidentale della seconda metà del ‘900 si apprestava a bandire per sempre.
    Venner cita poi altre dichiarazioni successive di Levi-Strauss,dove egli riteneva il conflitto tra le culture normale e addirittura adattivo,fondamentali per la loro conservazione e il loro rinnovamento(insomma siamo miglia lontani dal “peace and love”progressista…).Nelle note a piè di pagina ,riporta altre dichiarazioni dell’antropologo che commenta positivamente l’opera “Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane” di De Gobineau,citandolo anche come fonte d’ispirazione .
    Insomma un ritratto inedito di Levi-Strauss,da più parti ritenuto uno degli alfieri del pensiero progressista dominante,ma forse la realtà(in questo caso perlomeno) è un pochino più complessa…
    Ricordo poi un articolo eccellente(e di enorme importanza)scritto da Spartaco Pupo proprio sul vostro sito,che mostrava quanto Marx e(soprattutto)Engels,fossero assai lontani da certo culto per i diritti civili odierno,riconoscendo una certa superiorità delle popolazioni bianche sulle altre(oggi,in periodo di isteria”black lives matter”, li avrebbero chiamati “razzisti”o”fascisti”!).
    Il liberalprogressismo contemporaneo,dominatore a livello (soprattutto)culturale,credo abbia solo pochi aspetti superficiali(e di facciata)del comunismo . Invece il culto sfrenato per l’immigrazionismo spinto,la venerazione di tutte le minoranze,l’eroicizzazione delle vittime(spesso lupi…),i diritti lgbtxyz,il cosmopolitismo(attenzione non l’internazionalismo),il liberismo più aggressivo,etc,credo appartengano ad un progetto politico che,realmente,ha poco che spartire con il marxismo storico,ma è invece qualcosa di assai più subdolo e pericoloso,come intuì Evola(nelle appendici di “Rivolta contro il mondo moderno”)quando ritenne più pericolosa l’America rispetto all’URSS…

  2. Primula Nera

    “…fondamentale per la loro conservazione…”

  3. Fabio Calabrese

    Primula Nera. Grazie. Levi Strauss è un autore che dovrò approfondire meglio. Per quanto riguarda Marx, le do ragione sul fatto che comunque è qualcosa di diverso dall’attuale sinistrismo liberal, cosmopolita, LGBT, ma le argomentazioni di Popper sulla non scientificità del marxismo rimangono valide, e a esse si aggiunge la prova pratica del fallimento dei regimi comunisti, anche se posso condividere con lei che la sinistra non marxista di oggi è anche peggio.

  4. francesco zucconi

    Per completezza, dovrebbe chiarire ai lettori che nella teoria della relatività c, ossia la velocità della luce, è una costante indipendente dal sistema di riferimento. Pertanto c è un numero assoluto. Se non si ricorda ciò, l’argomento critico potrebbe avere un senso. Se c è un numero assoluto allora E=mc^2 ha perfettamente senso…Quindi bisogna studiare studiare e studiare…

  5. Fabio Calabrese

    Francesco Zucconi: Una velocità non può essere un numero puro, perché è la risultante di altre due grandezze, lo spazio e il tempo, e il suo valore numerico dipende dalle unità di misura che decido di usare per misurare queste due grandezze, Quindi, il mio ragionamento è corretto.

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