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“Pagine di Gloria” del biennio rosso: l’eccidio di Portonovo (9 AGOSTO 1920)

“Pagine di Gloria” del biennio rosso: l’eccidio di Portonovo (9 AGOSTO 1920)

di Pietro Cappellari

 

Quell’Estate del 1920 era un’Estate rovente per l’Italia, non solo per le torride temperature che si registravano, ma anche per i disordini politici e sociali endemici che avevano messo in ginocchio l’intera Nazione, ormai sul baratro della rivoluzione bolscevica. Erano le convulsioni insurrezionali del Biennio Rosso, periodo nel quale tutti credettero possibile l’avvento in Italia del terribile comunismo “asiatico”: «Fare come in Russia!» non fu solo un grido di speranza per i sovversivi, ma pratica quotidiana di violenza, prevaricazione, odio.

Nelle campagne si vivevano giorni tristissimi per i proprietari e le famiglie di sentimenti nazionali, mentre le masse bolscevizzate erano inebriate dal “sol dell’avvenire” che sorgeva all’orizzonte. Le Leghe rosse – ma anche quelle bianche – imponevano il loro ordine rivoluzionario, con tanto di Guardie Rosse, dazi, taglie, boicottaggi, estorsioni. Ovunque, scioperi ed occupazioni di terre. Ovunque i proprietari vivevano in un clima di assedio, di prossima resa dei conti. E chi tentava di opporsi si vedeva soffocato dalla violenza della massa mobilitata in servizio permanente per la rivoluzione. Le famiglie di sentimenti nazionali costrette al silenzio, emarginante nella vita sociale quotidiana, spesso costrette all’esilio…

Qui valga una precisazione: per “proprietario” non si intendeva solo l’Agrario, il grande possidente, ma anche tutti coloro che avevano un modesto appezzamento e coloro che “aspiravano ad averlo”, per nulla attratti dalle sirene dell’internazionalismo socialista, dagli utopici progetti del “comunismo della terra”, tutti atterriti dalle violenze degli associati alle Leghe rosse.

I grandi proprietari terrieri, chiusi a riccio in difesa dei loro egoistici interessi, cercavano in tutti i modi di resistere, troppo spesso violando i concordati in precedenza sottoscritti, contribuendo alla crescita della conflittualità. Ad ogni violazione, infatti, corrispondeva una reazione e, quindi, nuovi scioperi, minacce ai “liberi lavoratori” ingaggiati per sostituire gli scioperanti, taglio delle viti, incendio di fienili, mutilazioni di animali, impedimento della mungitura, aggressioni fisiche, occupazioni di terre e violazioni della proprietà privata. Si era giunti ad un punto di non ritorno, tutti ormai aspettavano eventi imminenti a carattere eccezionale. La borghesia si chiudeva in se stessa impaurita, aspettando anch’essa il “giorno della vendetta proletaria”.

I mesi passavano e, sebbene la tanto annunciata rivoluzione tardava a concretizzarsi, qualche grande proprietario – non sappiamo se più impaurito o più egoista – cercò di resistere alle violenze, provando a difendersi da quella che era diventata una vera e propria minaccia di morte.

Fin quando la lotta si fosse limitata alle discussioni sui patti di lavoro, sulle concessioni da fare ai lavoratori, ben pochi avrebbero posto obiezioni. Del resto, era una conflittualità politica e sociale che da decenni si trascinava nelle campagne di mezza Italia. Ma ora si era passato veramente il limite. La protesta aveva varcato il limite dello sciopero organizzato per trascendere in violenze generalizzate e soprusi che non solo attaccavano direttamente il diritto di proprietà e la libertà di pensiero, ma anche la famiglia dello stesso proprietario. Non si era, quindi, davanti ad una semplice lotta sindacale o politica. Si era davanti allo scontro di due “mondi”, uno che sorgeva e uno che tramontava. E per chi “cadeva” non vi sarebbe stata pietà.

Quei lavoratori in lotta non combattevano certamente solo per un più che legittimo e sacrosanto diritto alla dignità, a migliori condizioni lavorative. Combattevano per un “mondo nuovo”, per sovvertire le Istituzioni che li avevano resi “schiavi”, per una “liberazione” nel comunismo, per vendicarsi dei soprusi subiti, per odio di classe. Combattevano, prima di tutto, per la rivoluzione, per instaurare la tanto agognata dittatura del proletariato.

Per i proprietari un conto era difendere la propria visione politica e i propri ideali (legittimi essendo ancora in democrazia), un conto era difendere i propri beni (diritti garantiti costituzionalmente), un altro era difendere la vita dei propri famigliari, minacciati e vilipesi quotidianamente da turbe di esaltati armati e violenti. Se la lotta politica e sindacale rientrava nelle normali dinamiche che la vita imponeva; i diritti alla proprietà e alla vita, la libertà di espressione e di pensiero, minacciati direttamente dai sovversivi cambiavano radicalmente il volto di questo scontro, che si sarebbe concluso con una redde rationem spietata, apocalittica… «Fare come in Russia!» …

Ha scritto Roberto Farinacci:

 

Il socialismo risvegliò anche a Bologna, come in altri luoghi, le energie assopite dall’antica vita patriarcale, dove la familiarità dei rapporti favoriva o nascondeva non solamente l’ignavia, la incuriosità o la ignoranza di opere più vive ed efficaci, nel campo tecnico ed economico, ma anche l’egoismo padronale; quindi la miseria e la debilità dei lavoratori, la rudimentale empiria nel processo di produzione, lo sfruttamento irrazionale degli uomini e della terra e, a poco a poco, destandosi nuovi sentimenti e nuove idee e nuovi bisogni, l’avversione e l’odio fra proprietari e lavoratori. Ma il socialismo, che era sorto con un programma di redenzione economica e sociale, […] divenne un partito angusto e ipocrita che, nella pratica quotidiana, si accontentava di piccoli miglioramenti economici e, nelle affermazioni dottrinarie, poneva l’accento, con enfasi grande su l’Internazionale, sulla lotta di classe, sulla rivoluzione proletaria.

Nelle ultime elezioni politiche e amministrative, che precedettero la guerra [1915-1918], Bologna era caduta nelle mani dei capi socialisti, e già la luce sinistra dell’odio omicida aveva agghiacciato il sangue dei cittadini. Il 6 Ottobre 1914, perdurando le trattative fra gli Agrari bolognesi ed i coloni iscritti alla Lega del Comune di Molinella sul contratto di lavoro, mentr’era in pericolo il raccolto di frumento ancora esposto sui campi, sedici “liberi lavoratori” arrivati a Guarda, presso Molinella, per trebbiare, furono assaliti da una folla di molte migliaia di leghisti in agguato tutta la notte: quattro uccisi a colpi di randello, come cani, feriti gli altri, inseguiti i fuggenti o respinti da ogni cascina dove chiedevano pietà, terrorizzati, esausti e sanguinanti; i capi maggiormente responsabili dell’eccidio indisturbati, gli assassini rimessi in libertà[1].

L’eccidio di Guarda del 16 Ottobre 1914 può essere considerato come l’antefatto delle violenze massimaliste in Emilia durante il Biennio Rosso, che avranno il loro tragico epilogo nell’eccidio di Portonovo del 9 Agosto 1920. Tra Guarda e Portonovo ci sono quasi sei anni e 14 chilometri di campi coltivati… ma il volto omicida è sempre lo stesso.

Stanco delle quotidiane violenze del Biennio Rosso, dopo mesi di disordini incontrollati, nell’Estate del 1920 qualche proprietario cominciò ad armarsi e ad armare delle guardie perché nessuno osasse più invadere le proprie terre per impedire il lavoro dei dipendenti, distruggere le viti, dar fuoco ai fienili, minacciare impunemente la vita dei propri famigliari, ecc.

Questi vigilanti armati comparvero qui e là nelle campagne, in specie nella Pianura Padana proprio nell’Estate 1920. La vulgata – che quando non ha nascosto le turpi violenze sovversive, le ha ovviamente giustificate – ha dipinto questa reazione come “fascista”, inventando la fenomenologia dello “squadrismo agrario”, ossia delle squadre d’azione fasciste agli ordini dell’Agraria, con compiti di repressione del movimento dei lavoratori. Nulla di più falso, ideologico e strumentale. I vigilanti pagati dai proprietari nulla avevano di politico e svolgevano solo una funzione di difesa, ossia passiva. Nulla avevano di fascista e nessun rapporto avevano con i Fasci, specie in una regione come quella emiliana – si ricordi: siamo nell’Estate 1920 – dove questi non esistevano o stentavano ad affermarsi.

Quando cominciarono ad operare le prime squadre fasciste – solo sul finire del 1920 o, meglio, agli inizi del 1921 – è ovvio che la situazione cambiò in modo radicale. I proprietari non poterono non evidenziare il “salto di qualità” che vi era stato, in quanto queste squadre – nate per genesi spontanea e non certo per “sollecitazioni” esterne – agivano con spregiudicatezza e successo, mettendo in difficoltà i sovversivi. Erano squadre che non difendevano un bel nulla, non erano “a presidio” come i vigilanti, e si lanciavano in operazioni mobili di attacco che scompaginavano, giorno dopo giorno, l’ordine rivoluzionario come era stato imposto nei mesi precedenti dalle Guardie Rosse. Naturale guardare ad esse con simpatia, riconoscenza e, quindi, anche finanziarle. Ma questi finanziamenti non misero gli squadristi fascisti “al soldo” degli Agrari, anzi non mancheranno frizioni e minacce anche ai proprietari, come testimoniano i giornali fascisti del periodo.

Inquadrata la situazione generale dell’Estate del 1920 nelle campagne della Pianura Padana, fatta la necessaria precisazione sull’abusata fenomenologia dello squadrismo agrario, ci soffermeremo su un episodio di sangue simbolo della violenza sovversiva del Biennio Rosso: l’eccidio di Portonovo del 9 Agosto 1920.

 

 

 

La Tenuta Forcaccio, in Via del Merlo a Portonovo, come appare oggi

Nell’Agosto 1920, l’ennesimo sciopero proclamato dalle Leghe rosse divampava compatto in tutta la Pianura Padana, l’ordine rivoluzionario imposto dalle Guardie Rosse preannunciava la vittoria prossima per il movimento dei contadini in lotta. Una lotta senza esclusioni di colpi che infondeva entusiasmo, fiducia nell’avvenire. Una lotta epica che non poteva non essere coronata dal successo.

Non la pensavano certamente così i dipendenti della Società Agricola Benelli di Portonovo di Medicina (Bologna), estranei alla Lega rossa, liberi lavoratori non sindacalizzati, da tempo per questo nel mirino dei sovversivi.

Era assolutamente necessario procedere alla trebbiatura del grano per non far marcire tutto il raccolto e creare un danno inestimabile. Fu così che i guardiani della Benelli – dopo aver avvisato la Lega per evitare violenze – procedettero all’inizio della trebbiatura presso la Tenuta Forcaccio, facendosi aiutare dalle proprie mogli, visto che di braccianti non se ne trovavano.

Come la trebbiatrice cominciò a mietere il grano, un gruppo di operai della Bonifica Renana radunatisi in località Cavebone marciò sulla tenuta, aggiungendosi alle centinaia di leghisti che minacciosamente si erano già presentati al Forcaccio, minacciando violenze in caso i lavori di trebbiatura fossero continuati.

I leghisti chiesero immediatamente di sospendere il lavoro. I vigilanti si posero tra le mogli e i leghisti, accettando le richieste. La situazione, però, degenerò improvvisamente. I sovversivi invasero i terreni ed aggredirono i guardiani, facendo nascere una drammatica sparatoria. I vigilanti, disarmati dei fucili, reagirono sparando con le pistole, ma non ebbero scampo. Al termine del selvaggio attacco restarono senza vita i guardiani Gesù Ghedini, Roberto Poletti e Luigi Barbieri[2]. Tra i sovversivi si registrano alcuni feriti ed un morto, tale Celeste Dovesi.

Quello che avvenne a Portonovo nel finale fu una macabra scena destinata a ripetersi in quel barbaro Biennio Rosso: dopo aver ucciso i tre uomini, i leghisti si impossessarono dei loro corpi che “vennero orribilmente ed atrocemente squartati a colpi di vanga, di zappa, di coltello”[3].

Scrisse Giorgio Alberto Chiurco:

 

Agosto [1920] – Nell’Emilia l’agitazione agraria diviene sempre più aspra; il lavoro è sospeso in molte località; in altre non potendo i leghisti impedire la trebbiatura perché protetta dai Carabinieri, essi incendiano il grano; ciò avviene al Conte Mazzolini e al Conte Beccadelli.

Il giorno 9 a Porto Nuovo [sic] nella provincia di Bologna vengono aggrediti da 2.000 leghisti i liberi contadini fratelli Modelli e altri braccianti perché lavoravano; essi si difendono e due degli aggressori vengono feriti. I leghisti allora compiono un massacro. Rimangono uccisi i braccianti [sic] Ghidini [sic]; Poletti e Barbieri; all’ospedale morivano anche due [sic] leghisti feriti. Intervenuta nella mischia la moglie del Ghidini, veniva ferita gravemente[4].

 

Ricordò Roberto Farinacci, parlando di “pazzia antistorica e criminale dei rossi”:

 

Il 9 Agosto a Medicina, nella frazione di Portonovo, mentre i liberi lavoratori, ottenuto – per ben due volte – il nulla osta dalle Autorità, cioè dalle Leghe, attendevano alla trebbiatura nella Tenuta Forcaccia [sic], i leghisti, che lavoravano lì presso nei campi della Bonifica Renana, ebbero l’ordine di sospendere il lavoro e di avanzare in “ordine sparso”. I leghisti giunsero dinanzi alla tenuta, si appostarono dietro il muro di cinta che circonda l’aia, e spararono. Spararono molto bene, come provetti cacciatori di anitre, senza trepidazione, e colpirono quasi tutti i liberi lavoratori; quindi si gettarono sui feriti per finirli a colpi di rivoltella, di pugnale e di randello: tre morirono sul posto, gli altri due (meno fortunati) poco dopo all’ospedale. Una delle vittime, il Ghedini, ferito gravemente, “si era accovacciato dietro un cumulo di covoni con la rivoltella in pugno. Gli aggressori lo raggiunsero, gli assestarono numerosi altri colpi… ognuno volle sfogare la propria rabbia su quel misero corpo, ridotto ormai un ammasso informe di carne. Uno dei teppisti trascinò a viva forza la moglie del Ghedini presso il cadavere del marito e la minacciò di farle fare la stessa fine. La donna terrorizzata invocò per sé la morte”[5].

 

Successivamente al massacro scattò una vasta operazione di polizia che portò all’arresto di una cinquantina di sovversivi, di cui 23 vennero poi condannati a pesanti pene, dai sette ai trenta anni di carcere, per complessivi 251 anni di detenzione[6].

Ha scritto Nazario Sauro Onofri:

 

Tre agenti agrari (Gesù Ghedini e i fratelli Innocenzo e Celestino Modelli di Ferdinando) e tre lavoratori (Roberto Poletti, Luigi Barbieri e Nerina Vannini) erano intenti alla mietitura, quando centinaia di braccianti entrarono nell’azienda per sollecitarli a sospendere il lavoro e aderire allo sciopero. I tre agenti agrari erano armati di fucili e rivoltelle. Nella prima relazione del Sottoprefetto d’Imola, in data 9.9.1920, si legge che i dimostranti erano “armati di bastoni, vanghe, forcali, rivoltelle, fucili e altri strumenti”. In quella dell’11.9 non si parla di rivoltelle e fucili. Secondo il Sottoprefetto i manifestanti aggredirono Ghedini e gli altri. Secondo la versione dell’altra parte, Poletti, Barbieri e i Modelli posarono le armi, pur rifiutandosi di interrompere il lavoro. Non altrettanto avrebbe fatto Ghedini. Dalle parole si passò ai fatti e si ebbe uno scontro al termine del quale si contarono 4 morti e alcuni feriti. Nella rissa persero la vita Ghedini, Poletti e Barbieri; restarono feriti i Modelli e la Vannini. Tra i braccianti si ebbero un morto e 2 feriti. La vittima era Celestino Dovesi e i feriti Augusto Dovesi, padre di Celestino, e Alfonso Marchesi. Il 12.11.1923 in Corte d’Assise comparvero 31 imputati perché 2 erano latitanti. Il 30.11.1923 la corte emise questa sentenza: Eugenio Belletti 10 anni di reclusione; Angelo Brini 8 anni e 4 mesi; Guido Brini 10 anni; Giuseppe Cardinali 7 anni e 6 mesi; Giuseppe Caroli 7 anni e 6 mesi; Domenico Cesari 8 anni e 4 mesi; Innocenzo Cocchi 8 anni e 9 mesi; Francesco Dall’Olio 11 anni e 8 mesi; Augusto Dovesi 8 anni e 4 mesi; Pompeo Dovesi 9 anni, 8 mesi e 20 giorni; Adelmo Gollini 8 anni e 4 mesi; Alfonso Marchesi 7 anni e 6 mesi; Ettore Martelli 7 anni e 6 mesi; Luigi Martelli 7 anni e 6 mesi; Enea Modelli 10 anni; Giuseppe Nanni 10 anni; Pietro Sangiorgi 6 anni e 3 mesi; Alfredo Stignani 20 anni e 5 mesi; Aniceto Stignani 10; Arturo Zini 7 anni e 6 mesi. Geltrude Buttazzi fu amnistiata. Furono assolti: Raffaele Buselli, Marino Lenzi, Ulisse Lenzi, Alfonso Mongardi, Arturo Nanni, Augusto Nanni, Attilio Poggi, Mario Poggi, Mentore Tubertini, Emilio Zanetti (Corte d’Assise di Bologna. 1922-1923, p. 134). Il 3.12.1923 furono processati, con rito abbreviato e difensore d’ufficio, i latitanti Antonio Gubellini e Luigi Poggi. Ebbero 30 anni di reclusione Poggi e 25 Gubellini[7].

 

Per Poggi e Gubellini fuggiti nel “paradiso dei lavoratori” la sorte fu beffarda. Entrambi, infatti, finirono nel grande “tritacarne fratricida” delle purghe staliniane. Gubellini fu ristretto in carcere; di lui non si seppe più nulla dagli anni ’50. Poggi venne confinato in un gulag nel quale trovò morte tra il 1935 e il 1936[8]. Ancora una volta la “giustizia” sovietica era stata più radicale di quella del Regno d’Italia nel liquidare i comunisti italiani…

Molto dettagliata è l’inedita ricostruzione di Dario Castagnoli della Fondazione della RSI – Istituto Storico di Terranuova Bracciolini (Arezzo), gentilmente concessaci dal ricercatore bolognese:

 

Quella mattina di Lunedì 9 Agosto 1920 tutto è pronto sull’aia del Forcaccio per dare inizio alla trebbiatura del grano. Sono circa le ore 9.

Vicino alla trebbia si trovano i guardiani dell’Azienda agricola Ghedini Gesù, Poletti Roberto, Barbieri Luigi, Modelli Celestino, Modelli Innocenzo. Sono presenti anche: Vannini Norina in Barbieri, Chiarelli Esterina in Poletti, Poletti Carlina, Poletti Teresa, Roncarati Emma in Ghedini, Ghedini Enrica di Gesù ed un altro giovanissimo figlio di Ghedini.

Le macchine sono avviate e si attende di dare inizio alla trebbiatura, quando giunge una gran folla di braccianti (si parlerà poi di duemila) in atteggiamento ostile.

Dirà durante il processo Modelli Innocenzo: «Ci sentivamo sicuri che nulla sarebbe accaduto in seguito all’accordo con Gardi Giovanni, segretario delle Leghe. Rammento che durante il nostro colloquio pregammo il Gardi di avvertire i rappresentanti dei braccianti di Portonovo prima dell’inizio dei lavori, a scanso di incidenti. Il Gardi ci giurò che nulla sarebbe accaduto. Sicché in piena tranquillità iniziammo il lavoro» (Udienza del 14.11.1923).

[…] Contemporaneamente ai dimostranti un gruppo di operai che lavoravano alla bonifica in località Cavedone convergono sul Forcaccio per dare man forte ai braccianti. I leghisti sosterranno poi di essere stati attratti da quello che stava accadendo all’aia del Forcaccio, ma l’intervento degli “operai della bonifica” appare programmato. […]

Modelli Innocenzo, nella immediatezza dei fatti, riferisce che all’apparire dei leghisti, i guardiani pensarono in un primo momento di tenerli lontani facendo uso dei fucili dei quali erano armati, ma poi, considerata anche la presenza delle donne, rinunciarono a qualsiasi azione e lasciarono che la turba si avvicinasse. C’era una gran confusione, tutti parlavano e gesticolavano. Ghedini Gesù, che era a terra accanto alla trebbiatrice, disse: «Mandate avanti i vostri rappresentanti!».

A quel punto si fanno avanti Nanni Augusto, Nanni Arturo, Poggi Luigi, Celestino Dovesi ed altri due uomini che sono insieme al Poggi; questi staccandosi dal gruppo si avvicinano ulteriormente ai guardiani chiedendo di sospendere il lavoro. Ghedini, che si è fatto portavoce per tutti, assicura che i lavori saranno immediatamente sospesi. A questo punto sembra debba cessare ogni materia del contendere e non si riesce a capire perché la situazione precipiti.

I guardiani si apprestano a sospendere le operazioni appena iniziate quando un gruppo, gli operai provenienti dalla bonifica, assale alle spalle i guardiani che vengono disarmati dei fucili che tengono ad armacollo.

In seguito si sosterrà che gli operai della bonifica intervengono in supporto ai leghisti anche per l’odio esistente nei confronti del Ghedini uomo severo e rude, irriducibile (“il terrore di Molinella”), già implicato nell’uccisione di un operaio in Comune di Crevalcore; aveva inoltre schiaffeggiato 15 giorni prima, e per questo si era preso una querela, Stignani Geltrude, moglie di Stignani detto “Il Bullo”.

Recentemente da persona degna di fede ho saputo che gli è stato confidato da persona presente al fatto ed ancora vivente (Maggio 1999) come a provocare il primo scontro fosse in effetti Dovesi che avvicinatosi alle Guardie brandendo la vanga si scagliò addosso a Gesù Ghedini, gli menò un fortissimo colpo al capo con la stessa vanga spaccandogli letteralmente la testa in due e staccandola quasi dal corpo. In conseguenza del colpo il Ghedini lasciò partire la fucilata che atterrò Dovesi Celestino. Vedi anche testimonianza Nobili.

Sembra però che non tutti i guardiani siano stati disarmati contemporaneamente. Alcuni avrebbero tentato di difendersi, fra questi il Ghedini. Risulta infatti che Celestino Dovesi fu ucciso da un colpo di fucile. Viene affermato che il colpo fu sparato involontariamente dal Ghedini mentre Dovesi cerva di strappargli l’arma strattonandola per le canne.

Partono dei colpi. Alcuni guardiani reagiscono con le pistole che tengono sotto gli abiti. Ma anche qualcuno dei dimostranti estrae le pistole di cui è munito. Qualcuno è anche accusato di avere un fucile. Sono sparati più di cento colpi. Lo scontro dura circa un quarto d’ora.  I due Modelli privi di qualsiasi altra arma dopo che sono stati disarmati dei fucili, sono aggrediti e malmenati, ma riescono a sottrarsi alla folla e a mettersi in salvo nascondendosi dietro l’argine della bonifica.

Al termine dello scontro rimangono a terra morti i guardiani Ghedini, Poletti, Barbieri, mentre sono feriti Celestino Dovesi, leghista, di anni 26, (morirà poco dopo), Augusto Dovesi, padre di Celestino, ferito da arma da fuoco al costato sinistro con probabile lesione della colonna vertebrale; […] Alfonso Marchesi, di anni 25, ferito ad un occhio con fuoriuscita del bulbo; le sue ferite si aggraveranno in seguito; Vannini Norina Barbieri, che presenta ferite non gravi.

[…] I tre feriti vengono trasportati all’ospedale di Medicina.

I cadaveri dei guardiani risultano “selvaggiamente massacrati” a colpi di vanga e di forcone.

A Ghedini Gesù è stato sottratto il danaro che aveva con sé.

Appena diffusasi la notizia del fatto, nella stessa mattinata giungono sul posto il Vicecommissario di P.S. Dott. Leproni ed il Maresciallo dei RR. CC. di Medicina.

Intanto la Questura, (Questore: Comm. Peruzy; Vicequestore: Cav. Argentieri), temendo lo scoppio di nuovi disordini, invia a Medicina altri funzionari ed un rinforzo di CC.

L’autorità di P.S. procede al sequestro di bastoni, vanghe, fucili, forconi intrisi di sangue. È confermato il furto di danaro al Ghedini, mancano anche una bicicletta di proprietà del Poletti ed un bollo di proprietà dei Modelli.

Alle ore 21 della stessa giornata del 9 Agosto, dopo una visita all’ospedale di Medicina dove sono ricoverati i feriti, compiono un ulteriore sopralluogo al Forcaccio il Procuratore del Re Avv. Cav. Randaccio, il Giudice Istruttore Avv. Carlini e il Pretore di Budrio Avv. Giorgi. Restano sul posto fino alle 4 del mattino successivo. Viene quindi ordinata la rimozione dei cadaveri e viene mandato un camion per la bisogna. La prima fermata la fa alla casa detta “Fiumicello” dove è stato portato Celestino Dovesi che è già rinchiuso nella bara. Nel tornare al Forcaccio, il camion a causa del buio e della impraticabilità delle cavedagne, si ribalta e solo a fatica e con l’aiuto di due paia di buoi può essere rimesso in carreggiata ed ultimare la sua triste incombenza: caricare al Forcaccio i corpi dei tre guardiani e trasportarli tutti all’ospedale di Medicina.

[…] Udite le prime testimonianze, già nella notte i Carabinieri battono la campagna per arrestare gli accusati, coadiuvati dagli stessi guardiani Modelli Celestino e Modelli Innocenzo, superstiti del fatto. Si procede all’arresto di 19 persone fra le quali: Poggi Attilio, Poggi Mario, Mongardi Alfonso, Martelli Ettore, Martelli Luigi, Stignani Alfredo, Lelli Vittorio, Modelli Enea, Cocchi Innocenzo. Un altro Poggi, Luigi, indicato come uno dei principali responsabili, si rende latitante; viene trattenuta anche una levatrice.

I nomi degli altri arrestati non sono resi noti, sembra siano di S. Antonio. Si prevede l’arresto di altre setto-otto persone che per il momento si mantengono latitanti.

[…] Sui fatti del Forcaccio ho raccolto la testimonianza di Nobili Luciano: «[…] Il grano era già stato mietuto ed erano già state fatte le “figne” ma non si decideva mai di trebbiare, il grano restava sempre lì e rischiava di marcire. Fu così che impiegati e fattori decisero di portare sul posto le trebbiatrici e tentare la trebbiatura con una squadra composta da guardie giurate dell’azienda e dalle loro mogli, poiché non si erano trovati mezzadri disponibili a sostituire i braccianti. Al mattino dopo le macchine furono posizionate e si diede inizio alla trebbiatura. A quel punto gli operai che venivano anche da Medicina cominciarono a radunarsi e a circondare i trebbiatori. Si parlò di un grande numero di persone, forse duemila. Fu una delle guardie, Gesù Ghedini, che veniva da Molinella, a sparare il primo colpo. Un operaio che abitava ai “Livelli”, Dovesi restò a terra morto. I Dovesi erano diversi fratelli e io li ho conosciuti tutti. Mi hanno raccontato che due guardie, i due fratelli Modelli uno dei quali si chiamava Celestino ed era soprannominato “Musân”, erano sul trebbiatore mentre Gesù e gli altri due erano a terra. Dovesi si avvicinò a Gesù che impugnava minacciosamente la doppietta e afferrò l’arma per le canne. Non si sa se Gesù sparò di proposito o se lo sparo partì involontariamente, sta di fatto che il colpo a bruciapelo prese Dovesi in pieno e gli squarciò il petto. Come si udì il primo sparo fu l’inferno. Le guardie che erano a terra furono tutte uccise; mio padre che era presente fu preso da quattro o cinque dimostranti che dicendo: “Lei Nobili con tutto questo non c’entra, non ce l’abbiamo con lei!”. Lo portarono di peso in disparte di modo che rimase fuori dallo scontro. […] Degli uomini dell’azienda si salvarono i fratelli Modelli e le donne. Di chi fu la colpa? Certamente gli operai erano mal guidati, i capi che li avevano condotti lì non erano in grado di controllarli e questo dovevano saperlo. Venuto il primo morto, anche per disgrazia, nessuno era più stato in grado di controllare la situazione e le cose potevano finire molto peggio. D’altra parte anche la proprietà aveva le sue colpe perché dovevano ben immaginare che sfidare una simile massa di persone non poteva portare a niente di buono. In ogni modo io ripeto che Gesù Ghedini era una persona un po’ sfrenata. C’è una cosa da dire certamente se le guardie avessero voluto uccidere, standosene sopra le macchine potevano fare una carneficina, non lo fecero. Comunque io ricordo che a Portonovo, benché ci fossero molti socialisti, la maggior parte della gente dava torto agli operai».

[Relazionarono i Carabinieri Reali di Bologna:] “Il primo colpo di arma da fuoco ferì alla testa il Ghedini. Altri colpi si susseguirono per circa un quarto d’ora tirati, parte dai leghisti e parte dai guardiani Ghedini, Barbieri e Poletti che si difesero con le rivoltelle, mentre gli altri due guardiani, fratelli Modelli riuscirono, benché feriti ad allontanarsi essendo rimasti disarmati. La lotta non terminò finché gli aggressori non videro stesi al suolo i tre guardiani suddetti e li continuarono a colpire con inaudita ferocia fino a renderli irriconoscibili. Accaduto l’eccidio gli autori si dileguarono non senza prima aver tolto una somma imprecisata di denaro dal portafogli del Ghedini, asportando una bicicletta del Poletti Roberto, il fucile di Modelli Celestino e del Poletti, nonché un bollo dalla bicicletta, di Modelli Innocente. […] I guardiani, che avevano anche una mezzadria nella tenuta Portonovo, il giorno precedente a quello in cui fu commesso l’eccidio presero accordi con certo GARDI Giovanni, direttore della cooperativa agricola di Medicina, perché, non essendo organizzati, fosse concesso il permesso di battere il grano. […] Il grave fatto non è da attribuirsi ad improvvisa follia sanguinaria collettiva, ma ad una vendetta dei rossi che avevano segretamente ordita e tramata per sopprimere i guardiani che non si sono mai voluti organizzare e che fra gli abitanti della vastissima tenuta Portonovo imponevano il rispetto della legge. Sono ritenuti organizzatori e autori materiali dell’eccidio i fratelli POGGI Mario, Attilio e Luigi, i primi due arrestati e l’altro latitante, mentre il GARDI Giuseppe deve essere stato l’ideatore, il vero organizzatore della fosca tragedia”. […]

Soltanto nel Novembre del 1923, quindi già in epoca fascista, si aprì il processo innanzi alla Corte d’Assise di Bologna (Presidente Marongiu) per i 31 imputati in stato di arresto. La difesa era costituita da un collegio di Avvocati di grido, ciascuno dei quali patrocinava uno o più imputati. Il processo, benché l’esito apparisse scontato fin dall’inizio, si svolse nel rispetto delle garanzie della difesa, anche se il dibattimento fu limitato allo stretto esame dei fatti del 9 Agosto, senza accogliere le richieste dei difensori di richiamare precedenti fatti locali e di collegarli al clima generale di contestazione operaia in atto all’epoca in tutta l’Italia del Nord. La sentenza fu emessa il 30 Novembre e le pene furono, tutto sommato, severe. Solo 11 degli accusati furono prosciolti, gli altri venti ebbero pene variabili fra gli 11 anni e 8 mesi ed i 6 anni e 3 mesi. Soltanto Stignani Alfredo di Portonovo, ritenuto uno dei maggiori responsabili, fu condannato a 20 anni e 5 mesi di reclusione. Ai condannati vennero concessi i benefici di una recente amnistia per cui le pene furono variamente ridotte.

I due latitanti ebbero un processo con rito abbreviato e difensori d’ufficio. Il Gubellini fu condannato a 25 anni, il Poggi a 30. I due contumaci non furono comunque mai arrestati. […] Ironia della sorte: dei condannati per i fatti del Forcaccio gli unici due che non fecero mai più ritorno a casa furono proprio i due fuoriusciti. In seguito ad amnistia uscì di carcere nel 1933 anche l’ultimo dei condannati ancora detenuto, Stignani Alfredo.

 

Nonostante la repressione delle Autorità dello Stato liberale e democratico che aveva immediatamente arrestato i responsabili dell’eccidio – che pure qualche riflessione tra i sovversivi avrebbe imposto – il movimento socialista, in quell’Estate del 1920, festeggiava, registrando un ulteriore avanzata verso la rivoluzione. Aveva dimostrato fino a che punto poteva spingersi con la violenza. La paura paralizzante che si diffuse tra i proprietari costituì l’apice di una situazione ormai giunta al collasso. La rivoluzione, ormai, era alle porte… o almeno così sembrò a tutti. Solo il sorgere dello squadrismo, che prese a svilupparsi sul finire del 1920, per poi passare all’offensiva generale nel 1921, stroncò il progetto di “fare come in Russia” anche in Italia.

 

Durante il Regime, Gesù Ghedini, Roberto Poletti e Luigi Barbieri – che non erano fascisti in quanto il fascismo ancora non esisteva nella zona – saranno riconosciuti come Caduti per la Causa nazionale, perché nessuno mai dimenticasse la loro tragica fine. A Ghedini fu anche intitolato il Gruppo Rionale Fascista del quartiere bolognese di Corticella, mentre nel nuovo cimitero di Portonovo, inaugurato solennemente il 28 Ottobre 1934-XII, nell’Anniversario della Marcia su Roma, venne eretto un cippo in onore dei Caduti della Grande Guerra e dei “morti per la Causa fascista”, ossia Ghedini, Poletti e Barbieri, “barbaramente trucidati dalla tracotanza bolscevica”. L’epigrafe, composta dall’Avv. Balbis, Commissario prefettizio del Comune di Medicina, recita ancor oggi:

 

Protetti dalla Croce redentrice

che del sublime sacrificio è immagine eccelsa

splendono sul marmo della storia eternati

i vostri nomi o semplici, ma invitti eroi

del dovere romanamente compiuto

per la italica terra, per la Civiltà latina

caduti nel rigoglio della balda giovinezza

col cuore rivolto alla famiglia, alla Patria

esempio, monito, ricordo

ai presenti, ai futuri.

Il popolo ai suoi figli questa lapide consacra

fidenti di rivederli nella luce di Dio

 

Il 3 Aprile 1938, la salma di Roberto Poletti venne esumata dal cimitero di Portonovo e tumulata alla Certosa di Bologna, presso il “Sepolcreto dei Prodi Fascisti”, dove già era stato inumato Gesù Ghedini.

 

 

Il Gruppo Rionale Fascista “Gesù Ghedini” di Corticella (Bologna)

 

 

 

La tomba di Gesù Ghedini al Sepolcreto dei Prodi Fascisti di Bologna

 

 

La tomba di Roberto Poletti al Sepolcreto dei Prodi Fascisti di Bologna

 

 

L’eccidio di Portonovo sarà uno dei tanti episodi di barbarie del Biennio Rosso la cui memoria si fonderà nel tempo con quella di tanti altri simili episodi. Tuttavia, questo fatto ebbe un tragico strascico di sangue.

Come abbiamo sottolineato, solo nel 1921 il fascismo si imporrà nella regione, attraverso la violenza dello squadrismo. In questo quadro si inserisce la rappresaglia fascista – almeno così fu giustificata l’azione – avvenuta nel Novembre 1921 contro i sovversivi della zona. Una rappresaglia per l’eccidio di Portonovo non a caso condotta, tra gli altri, dai fratelli Filippo ed Innocenzo Modelli e, forse, anche da Celestino.

Come si ricorderà Innocenzo e Celestino erano rimasti feriti quel 9 Agosto 1920. Nel 1921 avevano aderito ai Fasci, inquadrandosi in una squadra d’azione impegnata in una serie di spedizioni punitive contro i sovversivi. Durante una di queste, il 17 Novembre 1921, venne selvaggiamente bastonato il bracciante socialista Ugo Morara di Medicina, si disse “perché nei giorni precedenti il fratello, Narciso Morara, e altri avevano diffuso volantini antifascisti nei paraggi della casa del capo del Fascio Medicinese, Emilio Cacciari”[9]. Il socialista morirà a seguito delle percosse subite. I due fratelli Modelli saranno quindi arrestati e verranno rilasciati solo in seguito all’amnistia del Dicembre 1922. Cacciari, tirato in ballo durante il processo dagli antifascisti che – per incastrarlo – inventarono la diceria del volantinaggio, fu ritenuto estraneo alla spedizione punitiva.

A Portonovo tornerà a scorrere il sangue vent’anni dopo, durante la Repubblica Sociale Italiana, quando a cadere sotto i colpi dei gappisti fu proprio Celestino Modelli, uno dei feriti dell’eccidio del 1920. Guardia giurata, venne assassinato in un agguato il 14 Luglio 1944, proprio in Via del Merlo, ove sorgeva la Tenuta Forcaccio.

 

[…] Allorquando il povero Modelli ebbe a transitare dalla suddetta stradella, dall’interno delle piante venivano esplosi dei colpi di pistola che ferivano il Modelli alle reni, alla spalla sinistra e al dito medio sinistro. Visto che così non riuscirono a finirlo, avvicinatolo gli esplosero un colpo di pistola alla tempia sinistra ad una distanza di pochi centimetri, notandosi in detta regione la bruciatura di capelli.

Il Modelli, uomo onesto e ligio al proprio dovere di guardiano, non aveva nemici in luogo, e causale del delitto è senza dubbio la di lui appartenenza al Partito Fascista Repubblicano[10].

 

Si trattò di un episodio non collegabile direttamente ai fatti del 1920, rientrante più nella generale opera di sterminio intrapresa dalle bande comuniste in quell’Estate del 1944 in tutta l’Italia Settentrionale. Infatti, tra i due episodi vi sono 24 anni di distanza e i sovversivi del 1920 si erano in gran parte “ravveduti” durante il Regime. Del resto, i gappisti erano quasi tutti ventenni, nati addirittura dopo l’eccidio di Portonovo, e non sembra che i responsabili di quell’episodio di sangue abbiano militato nella Resistenza. Quindi, difficile pensare ad una vendetta così differita nel tempo senza fare i nomi degli assassini, senza contare il fatto che Celestino Modelli era una vittima dei fatti di Portonovo del 9 Agosto 1920 e non certo responsabile di nulla in merito ai tragici fatti. Modelli doveva morire solo perché fascista e per questo motivo che, il 22 Giugno, a Rovereto sul Secchia, nel Comune di Novi di Modena, era stato assassinato il fratello Filippo, cui nulla poteva essere addebitato, se non la comune fede politica.

Tuttavia, in loco, si parla di una vendetta per i fatti del 1920, attribuibile a vecchi rancori tra squadristi e sovversivi o, meglio, i figli di quest’ultimi, di cui si fa anche il nome… Sta di fatto che Celestino Modelli, saputo dell’assassinio del fratello, commentò amaramente: «Il prossimo sono io».

I Modelli saranno oggetto della campagna di soppressione portata avanti dai gappisti in quell’Estate 1944 e che vide le campagne dell’Emilia ricoprirsi letteralmente di sangue. L’11 Agosto cadrà ucciso a Portonovo, mentre era di guardia ad una trebbiatrice, il Milite della GNR Luigi Garelli e il 3 Ottobre 1944, sempre in questa frazione, verranno ammazzati dai gappisti Elio e Nello Mari, padre e figlio, rispettivamente fattore e Aviere dell’ANR. Nulla a confronto della “bufera di sangue” che si scatenerà nella regione all’arrivo delle truppe angloamericane nella Primavera 1945: almeno diciannove saranno le persone inermi uccise da “sconosciuti armati” nella sola Portonovo, che all’epoca vantava poco più di 3.000 abitanti.

Questa “bufera di sangue” portò via con sé anche Mario Ghedini, Milite Scelto del Battaglione GNR “Romagna”, fratello di Gesù assassinato al Forcaccio. Mario venne ucciso dai partigiani il 1° Maggio 1945, dopo che si era arreso e gli era stata assicurata l’immunità, durante quella che passò alla storia come Strage di Oderzo (Treviso).

L’eccidio di Portonovo del 1920 poteva essere così dimenticato. Per sempre.

Pietro Cappellari

Celestino Modelli, ferito dai sovversivi durante l’eccidio di Portonovo del 9 Agosto 1920,
soppresso dai partigiani il 14 Luglio 1944

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

[1] R. Farinacci, Storia della Rivoluzione fascista, Cremona Nuova, Cremona 1938-XVI, vol. II, pagg. 225-226.

[2] Cfr. ACS, MRF, RD, b. 13, f. 103.

[3] F. Cavazza, Le agitazioni agrarie in provincia di Bologna, Cappelli, Bologna 1940-XVIII, pag. 173.

[4] G.A. Chiurco, Storia della Rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze 1929-VII, vol. II, pag. 101.

[5] R. Farinacci, Storia della Rivoluzione fascista, cit., pag. 235.

[6] Cfr. F. Fabbri, Le origini della guerra civile, pag. 262. Cfr. anche L. Arbizzani, Lavoratori ed antifascisti vittime della reazione padronale, poliziesca e fascista, fra il 1919 e il 1926, in Fascismo ed antifascismo nel Bolognese 1919-1926, 8° Quaderno de “La Lotta”, Bologna 1969, pagg. 5-10.

[7] N.S. Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Bologna, Bologna 2005, vol. I.

[8] Cfr. N.S. Onofri, Un paradiso infernale. Gli antifascisti bolognesi assassinati e incarcerati nell’URSS di Stalin, Spere 2000, Roma 1997.

[9] D. Taraborrelli, Licurgo Fava partigiano 1944-2014, Bacchilega Editore, Imola 2014, pag. 18.

[10] Processo verbale del Distaccamento della GNR di Portonovo di Medicina, datato 30 Luglio 1944-XXII, in Archivio Privato Dario Castagnoli – Bologna.

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Categorie: Banditismo rosso, Controstoria

Pubblicato da Ereticamente il 2 Agosto 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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