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“Omo e fa’ ciò che vuoi”. Storia di una guarigione – Livio Cadè

“Omo e fa’ ciò che vuoi”. Storia di una guarigione – Livio Cadè

“Dilige et quod vis fac” (Sant’Agostino)

Fino a pochi decenni or sono la letteratura medica poneva l’omosessualità tra le cosiddette perversioni sessuali, insieme a pedofilia, sadismo, masochismo ecc. La considerava  un’incongruenza del desiderio, una devianza patologica, suscettibile, anche se con pochissime speranze, di trattamento terapeutico.  Nonostante ciò, oggi si può dire che l’omosessualità sia perfettamente guarita. Le ipotesi che vedono nell’omosessualità una malattia, un disturbo della personalità, un vizio morale, ipotesi sostenute un tempo  da psicologi o da religiosi, vanno oggi doverosamente escluse. In realtà pare sia stata la società, attraverso una vis medicatrix culturae, a dover guarire sé stessa da secolari pregiudizi. È bastato ridefinire il concetto di orientamento sessuale, stabilendo che non esistono bussole uguali per tutti, che segnino sempre il Nord, ma tanti aghi magnetici liberi di indicare il Sud, l’Est, il Nord-Ovest o qualsiasi altra direzione. Il desiderio, come lo spirito, soffia dove vuole. “Scuote l’anima mia Eros come vento sul monte che irrompe entro le querce e scioglie le membra e le agita…“. I mortali non possono sottoporre le azioni di un dio a diagnosi mediche o a giudizi morali. Perciò dobbiamo considerare l’omosessualità una sana espressione della libido. Forse anche più sana del normale. Su questo non possiamo avere dubbi. Non perché non esistano ragioni per dubitarne, ma perché la legge non lo consente. Assumere su tale argomento una posizione critica è proibito. Nell’attuale regime ideologico, ogni obiezione verrebbe perseguita in quanto reato di omofobia, parola senza senso ma cui ci dovremo abituare, nuovo epiteto dalle risonanze infamanti – come fascista, nazista, razzista, antisemita – entrato nel lessico delle ingiurie di cui il politicamente corretto fa abitualmente uso.

In realtà, omosessualità è una contraddizione in termini. La si potrebbe definire un ossimoro.  Omo infatti esclude la diversità anatomica e fisiologica, la dualità maschile-femminile senza cui il concetto di sesso è assurdo, come un sopra senza un sotto o un tu senza un io. Si assegna alla sessualità una natura non sessuale, negando una evidente necessità naturale e razionale. Sarebbe più sensato parlare di omofilia o di omogenitalità, cioè di una relazione affettiva e fisica priva di polarità sessuale. Omosessualità indica la pulsione sessuale negandola, ne afferma l’impossibilità. La si potrebbe chiamare eterofobia, cioè paura del diverso, della sua alterità sessuale. Oppure omotropia, tendenza a cercare l’uguale a sé, in un ideale rispecchiamento.

Che tale omosessualità sia un peccato orrendo o una banalissima copula dipende da variabili culturali. Religioni arcaiche la praticavano in riti orgiastici e promiscui. La religione giudaico-cristiana è invece unanime nel condannarla. Il Levitico afferma che “se un uomo giace con un maschio come fa con una donna, hanno commesso tutti e due un abominio: saranno messi a morte entrambi.” San Paolo, e la Chiesa dopo di lui, ne aborrisce le passioni infami, gli atti turpi. Ma non è solo la Bibbia a esecrarla. Benché l’amore pederastico fosse ad Atene ampiamente diffuso, secondo Platone lo Stato deve difendersi “da queste perversioni che sono responsabili di incalcolabili sciagure, non solo per la vita privata dei singoli, ma anche per l’intera società“. Nella Roma imperiale, i padroni abusano dei giovani schiavi, i poeti celebrano con identica passione le donne e gli efebi: “Se i tuoi occhi di miele, o Giovenzio, potessi liberamente baciare, migliaia di volte li bacerei, né mai mi parrebbe di essere sazio”. Marziale ironizza sui matrimoni gay“il barbuto Callistrato ha sposato Afro, il duro, secondo il rito con cui la vergine suol prender marito”, e lo Ius connubii non riconosce  sposalizi così poco confacenti alla dignità del vir romano. L’effeminatezza dell’uomo suscita disprezzo. Svetonio dileggia Cesare per aver ceduto le sue giovani grazie a Nicomede, re di Bitinia: “Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem”, Cesare ha sottomesso le Gallie, Nicomede ha messo sotto lui. Tacito si indigna per i “mostruosi accoppiamenti” in uso alla corte. Nell’Islam, la shari’a prevede la pena di morte per gli atti contro natura, ma la poesia e la mistica fanno spesso ricorso a metafore omosessuali. Le democrazie moderne strizzano l’occhio all’omosessuale, che porta voti sempre più numerosi. Le dittature, custodi dei tradizionali ruoli sessuali, lo considerano un debosciato, asociale e malsano. Secondo Fidel Castro, l’omosessuale non sarà mai un vero rivoluzionario né un vero comunista. Escluso dalla lotta di classe, si consolerà tra poeti, artisti, filosofi, soldati tebani o nobili samurai. L’amore “che non osa dire il suo nome” scorre come un fiume carsico sotto la crosta delle convenzioni sociali, anche nelle società più puritane e bigotte. Wilde, processato per sodomia, cita in giudizio Davide e Gionata, Platone, i sonetti di Michelangelo e di Shakespeare. Quando afferma che “non c’è nulla di innaturale in ciò” il pubblico in aula lo applaude, come di fronte a una irrecusabile verità.

Ma cosa vuol dire naturale o contro natura? Per alcuni è naturale essere antropofagi. Stuprare e uccidere sono atti naturali. È naturale che il maschio cerchi la femmina e viceversa. Ma per alcuni è naturale la castità e per Wilde è naturale l’amore tra uomini.  Il punto è che manca una definizione chiara del concetto di natura. Nel pensiero tradizionale la natura fisica è la manifestazione di una realtà metafisica. Quindi anche la dialettica sessuale riflette un ordine divino che l’individuo e la società devono rispettare per potersi realizzare pienamente. Questo ordine coincide quindi col bene dell’uomo, è una trascendenza da cui è impossibile emanciparsi senza precipitare nel caos. Il pensiero moderno, anti-tradizionale, vede invece nella natura una serie di meccanismi ciechi, di istinti, di fenomeni che l’uomo cerca di controllare, creando da sé un sistema di valori, secondo criteri arbitrari, immanenti e relativi. L’omosessualismo si pone in quest’ultima prospettiva. Tuttavia attribuisce ai suoi teoremi natura dogmatica, indubitabile. Ottiene una sorta di immunità culturale stimolando il senso di colpa della società, facendo dell’omosessuale un’icona degli oppressi e dei perseguitati. Lo assimila così a quelle categorie che fondano i loro privilegi sul vittimismo, il risarcimento infinito, l’intangibilità morale. La Legge lo circonda di attenzioni materne, impone verso di lui particolari riguardi. Gli si riconoscono carismi di ordine psicologico, estetico, umano.  Di lui, come dei defunti, non si può dire nihil nisi bonum. Questa apologia dell’omosessuale porta alla creazione di nuovi tabù. Se un tempo era tabù dubitare della sessualità e della famiglia tradizionali, oggi è tabù difenderle. La nuova religione omosessualista si mostra tanto moralista e intollerante nel combattere la norma quanto un tempo la Chiesa nel difenderla. È il rovesciamento di un asse metafisico, un avvicendamento al potere, con le sue vendette, i regolamenti di conti di un secolare ressentiment. Per non cadere nelle maglie di una nuova Inquisizione, bisogna attenersi scrupolosamente alla dottrina di una metasessualità polimorfa. Se ce ne allontaniamo diventiamo eretici. Il benpensante, con la rapidità di un riflesso rotuleo, ci denuncerebbe come omofobi, procurandoci seri guai. Anche un omosessuale che non fosse felice della sua condizione potrebbe venir accusato di omofobia e incorrere nei rigori della legge.

Benché siano evidentemente correlati, bisogna infatti distinguere il fenomeno dell’omosessualità da quello dell’omosessualismo. Il primo è espressione dell’individuo e delle sue dinamiche affettive e sessuali. Il secondo è parte di un disegno ideologico di vaste dimensioni, condotto con la complicità di propagande mediatiche, di ipotesi pseudo-scientifiche, di rivendicazioni civili, che intende creare specifici idola mentis nella teoria e nella prassi sociale. Mentre l’omosessualità esiste semper et ubique, l’omosessualismo compare nei periodi di decadenza di una civiltà e coincide con la perdita di prospettive e valori tradizionali. Nel nostro caso accompagna e incalza la crisi di una Weltanschauung cristiana, cui oppone rigurgiti e detriti neopagani, sfrenatezze paniche. Lo si può ingenuamente scambiare per il germinare di nuove idee e di nuovi valori umanistici, ma è clinicamente il rantolo di una società morente. È la liberazione di forze disgregatrici e dissolutorie, parte di una più ampia e generale entropia. Lo sprigionarsi di questi elementi inferi determina il declino di una civiltà e il suo progressivo inabissarsi nel caos. Caduto il tabù dell’omosessualità, un domani potrebbero caderne altri che oggi sembrano intoccabili, come l’incesto o la pedofilia. I nuovi eretici saranno allora i pedofobi e gli incestofobi. Infine, ogni orientamento sessuale potrà, o meglio dovrà, aspirare alla propria soddisfazione. Si potrebbe arrivare a metamatrimoni formati da un numero variabile di persone senza limiti di età e dal sesso aleatorio. Potremo infatti cambiare identità, anatomia, funzioni endocrine. Un Io onnipotente potrà trasfigurare il suo corpo mediante metamorfosi ormonali e chirurgiche, trasferire la sua psiche in nuovi soma, emancipandola dalla casualità biologica, quasi reincarnandosi. E perché vietare a un umano di sposare un gatto o una bambola? Non sarebbe coerente. Se il bene ultimo coincide con la soddisfazione del desiderio, Wilde ha ragione, “non c’è nulla di innaturale in ciò“. Il linguaggio del desiderio va liberato da ogni pastoia naturale o metafisica: cupio ergo sum, “bramo dunque esisto”. Filosofia che esprime l’antitesi violenta di una saggezza tradizionale, di una dimensione intellettuale che invece vede nel desiderio la possibilità di una degradazione, il sedimentarsi di una feccia spirituale. “Colpa non v’è più grande che secondar le brame“, direbbe Lao-Tzu.

Occorre infine tornare a quella assurdità lessicale – omosessualità – che contiene in sé la propria negazione, per comprendere le contraddizioni dell’omosessualismo. Non si tratta infatti di un movimento di liberazione ma di rimozione della sessualità, dagli intenti più distruttivi che costruttivi. Mentre esibisce gesti satanici di orgoglio e di ribellione contro i vecchi schemi sessuofobici, l’omosessualismo ne mantiene di fatto i caratteri ipocriti e repressivi. E paradossalmente giunge a una sorta di autocastrazione. Converte l’omosessualità in una rassicurante prassi sociale, piatta normalità di sentimenti. Schedata, sterilizzata, privata di aspetti perturbanti, l’omosessualità diventa forza moralizzatrice. I tratti sovversivi, segreti e clandestini, che l’omosessualità poteva condividere con l’amour fou, l’adulterio o il libertinaggio, vengono esorcizzati e addomesticati. La rivoluzione sessuale si fa accomodante restaurazione, il conflitto lascia il posto a una pacificazione quasi comica. La relazione omosessuale diventa caricatura di riti coniugali, parodia di odiate famiglie tradizionali, di cui condividere miserie e stereotipi. L’omosessualismo inanella così una lunga serie di incoerenze. Dichiara aneliti libertari, ma esige misure che puniscano pesantemente la libertà di pensiero e di espressione. Nel contrapporre l’odio buono, il suo, all’odio cattivo degli altri, alimenta nuove violente discriminazioni. Nella sua lotta al conformismo, combatte una battaglia borghese e perbenista, retta da nuovi e inviolabili pregiudizi. L’omosessuale si trasforma in omologato. Non potrà più dire, come Verlaine, “smerdavamo quei coglioni dall’aria bonaria, i loro amori normali e la loro falsa morale”. Il suo erotismo si atrofizzerà un poco, assumerà forme più prosaiche e burocratiche. Ma è il prezzo che deve pagare per essere guarito.

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Categorie: Cultura & Società, Omofobia

Pubblicato da Livio Cadè il 3 Agosto 2020

Commenti

  1. « “Omo e fa’ ciò che vuoi”. Storia di una guarigione. ». Ma è tutta qui la storia della guarigione dell’omosessualità? Ha perlustrato in lungo e largo i fatti del piano della vita terrestre ma non è sceso in “profondità”. Occorreva scendere nell’Averno come hanno fatto molti “curiosi” egregi nel passato. Eppure ha sfiorato un certo terreno propizio, quello del filosofo cinese Laozi, quando ha scritto « Nel nome del padre » su ereticamente net.
    Perciò partiamo da questi, l’incerto Laozi, le cui ultime notizie risalgono ad un misterioso viaggio, di certo, come vedremo, legato ai tanti “viaggi” come quelli prima accennati.
    Non si hanno notizie certe di Laozi, e si suppone che fu archivista della Biblioteca imperiale della dinastia Zhou (1122 – 256 a.C.)
    Sulla base delle vesti con cui egli è stato raffigurato in alcuni dipinti, è forse possibile pensare che appartenesse, per nascita, a una classe sociale elevata.
    Si racconta questa storia di Laozi, quasi a confondersi con la leggenda.
    Il filosofo, vissuto durante il periodo degli Stati Combattenti del 4° secolo a.C., stanco delle guerre in corso e della decadenza e della corruzione che vedeva a corte, si sarebbe allontanato e sarebbe giunto alla frontiera occidentale della Cina. Lì avrebbe incontrato Yin Xi, il guardiano del passo, che l’avrebbe convinto a lasciare uno scritto con i suoi insegnamenti prima che si mettesse in cammino verso chissà quale destino.
    Pare che Laozi, essendo un filosofo, non avesse ancora messo per iscritto quasi niente e così il maestro acconsentì e scrisse il Daodejing, poi ripartì e non se ne seppe più niente di lui.
    Non si conoscono storie o leggende a riguardo, al massimo ci si può ispirare ad un analogo viaggio attribuito ad un monaco buddista, noto col nome Sanzang (a sua volta ispirato al personaggio storico Xuánzàng).
    La trama di questo viaggio è, come al solito concepita in modo fantasioso con personaggi surreali e proprio a ragione di ciò si potrebbe pensare che in Sanzang si possa intravedere Laozi. Tanto più che il viaggio di Sanzang fu lungo, quasi a somigliare al supposto viaggio di Laozi.
    Comunque è interessante esaminare in che modo fu concepita la storia del viaggio di Sanzang per quanto riguarda i suoi servitori, ognuno dei quali aveva un ruolo determinante al suo seguito e questo potrebbe benissimo valere anche per Laozi.
    L’accennato viaggio del monaco Sanzang, come già fatto capire, sembra che assomigli a quella di Laozi, il quale dà l’impressione che svolga una missione nel tempo: anche Sanzang svolge un suo compito ben preciso, cioè va in India per incarico del Bodhisattva Guanyin per ottenere le copie di determinati importanti testi canonici buddhisti, non disponibili in Cina.
    Sanzang è accompagnato da tre animali, il re scimmia Sun Wukong, il maiale Zhu Wuneng (chiamato dal monaco “Zhu Bajie”, cioè “maiale soggetto alle otto proibizioni”, o “Maiale Illuminato alla Potenza”), e il demone fluviale Sha Wujing (che significa “sabbia consapevole della purezza” in quanto egli è un demone fluviale). Entrambi decidono di proteggerlo dalle insidie del viaggio e aiutarlo nell’impresa, e così ottenere il perdono dei peccati da loro commessi.
    Il monaco buddista monta un cavallo che è in realtà un principe drago, figlio del Re Drago del Mare del Sud.
    Tutti insieme, combattono i mostri ed i demoni che incontrano lungo il cammino, compreso il Baigujing, che uccide intere famiglie succhiando l’anima e la vita, e il Demone del Ratto, che seduce e uccide i monaci con i suoi artigli.
    Non mi dilungo nel descrivere gli accompagnatori di Laozi e si capisce che, in modo traslato, il viaggio in questione riguarda l’esperienza degli alchimisti nell’affrontare le prove della prima fase dell’Opera Regia, cosiddetta Nigredo e una volta superatola affronteranno le successive prove.
    Ritornando a Laozi e il suo viaggio nel tempo e, con ciò, entro nel tema dell’omosessualità, tutta da capire in modo inconscio attrarverso l’Alchimia appunto.
    Ho immaginato che uno degli accompagnatori di Laozi, oltre al bufalo d’acqua, che avrebbe portato con sé un altro servitore di fiducia simile alla scimmia di Sanzang, di origine, se non della Cina, ma del Giappone. Del resto le tradizioni dell’uno e dell’altro grande Paese d’Oriente hanno molte cose in comune in materia di religione e il taoismo, insieme al Buddismo e Confucianesimo è praticano in Giappone. E inevitabilmente le creature spirituali come questa che ora sarà trattata, cioè i kappa, è confluita nel filone dei cosiddetti spiriti maligni, in Cina. Il kappa giapponese è chiamato anche Kawatarō (“ragazzo-di-fiume”) o Kawako (“figlio-del-fiume”), è una creatura leggendaria, uno yōkai, uno spirito del folklore e della mitologia che abita in laghi, fiumi e stagni.
    Che aspetto hanno?
    Ricordo che siamo nel mondo astrale e non in quello fisico a noi consueto.
    Come era prevedibile Laozi aveva scelto (secondo la mia immaginazione) i Kappa per il loro piccolo aspetto umanoide di bambini (da correlare al suo stato caratteriale di “bambino nato vecchio”), sebbene siano più simili a quelli delle scimmie o a quelli delle rane piuttosto che a quelli degli esseri umani. E già da qui, come già accennato, si intravede la correlazione delle scimmie di cui il personaggio Sun Wukong, il re delle scimmie al seguito del monaco Sanzag.
    Alcune descrizioni dicono che le loro facce sono gorillesche, mentre secondo altre hanno un viso con un becco simile a quello delle tartarughe.
    Generalmente i disegni mostrano i kappa con spessi gusci simili a quelli di una tartaruga e con la pelle scagliosa in colori nell’intervallo che va dal verde, al giallo o al blu. Ma per Laozi consideriamo i kappa scimmieschi.
    La caratteristica principale del kappa è comunque la depressione piena d’acqua in cima alla testa. Questa cavità, è circondata da ispidi e corti capelli. Il kappa trae la sua forza incredibile da questo foro pieno d’acqua e chiunque ne affronti uno può sfruttare questa debolezza semplicemente facendo in modo che il kappa rovesci l’acqua dalla sua testa; un metodo sicuro è di appellarsi al profondo senso di etichetta del kappa, dato che questo non può non ricambiare un profondo inchino, anche se questo significa rovesciare l’acqua dalla testa, una volta vuotata la riserva d’acqua infatti, il kappa è seriamente indebolito e rischia anche di morire; altri racconti dicono che quest’acqua permette ai kappa di muoversi sulla terra ed una volta svuotata la creatura è immobilizzata.
    I bambini testardi sono incoraggiati a seguire il costume di inchinarsi con la scusa che sia una difesa contro i kappa. Ecco compreso qual’è il compito di questi esseri, cioè essere cortesi, considerato che sono maliziosi e decisamente antagonisti degli esseri umani. É così nella loro scala evolutiva.
    Si nutrono della forza vitale di coloro che capitano alla loro mercé. Il fuoco li allontana e questo è il modo di ripararsi da loro. Si capisce che parlo delle leggende locali dell’antico Giappone.
    I kappa sono combinaguai maliziosi. I loro scherzi vanno dal relativamente innocente, come rumorose flatulenze o guardare sotto al kimono delle donne, fino ai più problematici, come rubare il raccolto, rapire bambini o stuprare donne. Infatti i piccoli bambini sono uno dei pasti preferiti dei kappa, sebbene siano anche disponibili a mangiare adulti. Si nutrono delle loro vittime inermi, succhiando fuori le interiora (o il sangue, il fegato o la “forza vitale”, secondo la leggenda) attraverso l’ano, succhiando il loro shirikodama, una mitica sfera che vi si troverebbe, detta “palla anale”. Avvisi che mettono in guardia dai kappa appaiono sui corsi d’acqua di alcune città e villaggi giapponesi. Si dice che i kappa abbiano anche paura del fuoco e alcuni villaggi tengono festival di fuochi d’artificio ogni anno per spaventarli e tenerli lontani.
    Un tempo si credeva che se si affrontava un kappa, c’era solo un modo per uscirne vivi: i kappa, per qualche ragione, sono ossessionate dall’etichetta, così se la persona avesse fatto un profondo inchino al kappa, quest’ultimo avrebbe sicuramente ricambiato con un altro inchino, versando inavvertitamente l’acqua contenuta nella boccia a forma di foglia di ninfea sopra la propria testa, quindi se una persona fosse riuscita a ingannare il kappa e farlo inchinare, quest’ultimo sarebbe stato reso incapace di lasciare la posizione dell’inchino, fino a quando la boccia-foglia di ninfea sulla sua testa non fosse stata riempita di nuovo con l’acqua del fiume o dello stagno dove viveva; nel caso fosse stato un umano a riempirla, si credeva che il kappa l’avrebbe servito per l’eternità.
    Di qui si intravede la funzione “redentiva” di questi esseri astrali dei quali l’iniziato alchimista può servirsene.
    E siamo ora ad un passo per traslare il lato di questo essere che si lega alla sua funzione “anomala” di succhiare dalle loro vittime il loro shirikodama, la mitica “palla anale” preferita dai kappa.
    Il passo è breve ora per legare la “palla anale” all’osso di “Luz” detto anche “Nocciolo dell’immortalità”, che in ebraico sta per “albero di mandorle” o “mandorlo noce”, ma in realtà è molto di più.
    Infatti è noto agli studiosi di esoterismo come un osso indistruttibile della forma di una mandorla, posto alla base della colonna vertebrale e intorno al quale si formerà un nuovo corpo. Incredibile ma quest’osso sopravvive alla disintegrazione del corpo, dopo la sepoltura, tanto che in epoca rabbinica venne sottoposto a numerose prove per dimostrare a chi non credeva nella resurrezione, che quest’osso era in grado di resistere al fuoco, all’acqua e a un pesante martellamento.
    La tradizione rabbinica dice che quest’osso prenderebbe il suo nutrimento soltanto dal cibo mangiato nella cerimonia della Melavveh Malkah, ovvero la cena del sabato sera che accompagna l’uscita dallo Shabbat. Chi si inchina davanti a Dio durante la preghiera si assicurano la resurrezione, grazie al gesto dell’inchino perché piegando la schiena stimolano l’osso sacro, cioè Luz.
    Il patriarca Giacobbe unse con l’olio celeste un luogo dove poi sorse Luz la città della Terrasanta, pertanto è indistruttibile al pari dell’osso suddetto. Ma, misteriosamente questo luogo è invisibile all’occhio umano, tuttavia è raggiungibile soltanto attraverso un albero di mandorle cavo che tramite una caverna porta alla città. Ecco un procedere occulto molto somigliante a quello dei kappa suddetti.
    Luz protegge i suoi abitanti dall’Angelo della Morte.
    La “palla anale” vale dunque per “osso di Luz”, che grande scoperta! Ma ancora di più con il loro inchino allorché un estraneo gli si inchina per mostrargli cortesia, anche se per burla. Ecco il lato alchemico della remora che vince l’azione focosa della salamandra.
    In quanto all’osso di Luz o osso della “resurrezione” non manca il legame con il sistema osseo umano intravedendolo nelle ultime vertebre della colonna vertebrale, l’appendice del coccige. Il coccige è costituito dalla fusione di cinque piccole vertebre e si articola prossimalmente col sacro, mentre la sua estremità distale è libera. Ha forma triangolare con apice in basso e nella donna ha andatura più meno curva per aumentare l’ampiezza del bacino durante la gestazione e il parto. La parte posteriore presenta due corni coccigei posteriori.
    E siamo alla conclusione per legare ogni cosa detta da lei, signor Livio Cadè che riguarda l’omosessualità di “superficie” un fatto più che sondato da ritenerla sanata in seno alla società. Tuttavia le stesse cose viste a “rovescio”, cioè nel mondo astrale (ricordo che siamo in ereticamente net dove l’alchimia è di casa) ma gli alchimisti sono cauti nel trattare questo argomento perché si lega ad un certo matrimonio segreto detto “Coniuncto oppositorum”, cioè il matrimonio dello Spirito con il Corpo. Semplicemente l’unione di due esseri, che dapprima si sfuggivano, non si amavano, anzi quasi si odiavano, ma poi ad un tratto si accorgono di essere fatti l’uno per l’altro. Ma da MANTENERE SEGRETO, attenzione. Perché?
    Leggiamo su questo argomento alcuni passi del libro «Le meraviglie della natura. Introduzione all’alchimia» capitolo «La spirale metallica di cielo in terra: I principi dell’Alchimia» di Elémire Zolla, a cura di Grazia Marchianò. Biblioteca Marsilio.
    Sembra che sia impossibile trovare altre strade, oltre quella dell’alchimia, per illuminarci sulla valenza del Chaos e del come essa si genera nel corso della vita generativa umana nel momento cruciale del sorgere della vita misteriosamente occultata in un grembo materno al riparo della luce solare, eppure è così.
    « … Fredda, spugnosa, porosa, magnetica matrice, la terra attrae e ingolfa gl’influssi celesti e luminosi mercé l’acqua, la quale, cruda in terra, in alto si rettifica, diventando una Psiche pronta all’abbraccio d’Amore, cioè il fuoco, nella sede dei loro amori: l’aria, l’aura: il limbo dove si profilano le forme prima d’incarnarsi e si stagliano dopo essersi disciolte sulla terra (tant’è: contro le podestà maligne dell’aria lotta il cristiano, avverte san Paolo). »
    E poi:
    « L’aria solleva dalle terra insieme all’umore un limo e di giorno i raggi di sole compenetrano quest’area fanghiglia commutandola nel principio sale. I raggi solari sono zolfo, la glutinosa melma, il mercurio, il loro incontro e prodotto è il sale. Di notte la luna umetta questo limo atmosferico, che così appesantito ridiscende come guazza sulla terra e vi filtra dentro, ormai pregno di embrioni di sale, di luce, salvo che un implacabile secco calore lo trattenga a volteggiare nell’aria, c’é allora la terra, vedova, rimane deserto.
    Si diceva che quest’embrione d’ogni vita, questo balsamico Zolfo celeste, congiunto all’umido radicale o mercurio glutinoso, fosse soprattutto presente nella rugiada di maggio, ros maialis, il fiore, la rosa del cielo.
    In indoeuropeo, rugiada si disse rosã, «umore», «succo», combinazione cioè di fuoco e di umore acqueo, donde in sanscrito rasah, «succo», «sapore», «essenza», l’albanese resh «piovere fuoco»; la medesima radice dà in sanscrito anche ŗşen «virile», «spermatico». La rugiada anche in Cina è un fuoco virile che penetra la terra, è il cibo dei taoisti, succo celeste salino… ».
    Il termine « guazza », che si lega all’accoppiarsi, definisce molto bene il processo alchemico di una certa vita in embrione che non è visibile. Insomma è tutto un occulto “guazzabuglio” saggiamente “oscurato”. Riflettendo poi sulla parola “ros maialis” ci si ricorda che uno dei servitori del monaco Sanzang è il maiale Zhu Wuneng (chiamato dal monaco “Zhu Bajie”, cioè “maiale soggetto alle otto proibizioni”, o “Maiale Illuminato alla Potenza”).

    • Livio Cadè Staff

      Signor Barbella, sulla storicità di Laozi vi sono solo ipotesi dubbie. Collocarlo nel quarto secolo A.C. è arbitrario. Io preferisco conservare l’opinione tradizionale, durata oltre duemila anni, che ne fa un contemporaneo più vecchio di Confucio. A questa opinione aderiscono tuttora molti illustri studiosi cinesi. Sarebbe lungo spiegarne i motivi.
      Riguardo l’articolo qui sopra, mi sembra chiaro che non ha carattere alchemico né esoterico. Non intendo neppure esprimere giudizi psicologici sull’omosessualità come orientamento personale. Mi limito a criticare un tipo di cultura omosessualista che, in modo secondo me arrogante, cerca di imporsi reprimendo la libertà di opinione e di dissenso.

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