Ma quale destra? – Fabio Calabrese

Ma quale destra? – Fabio Calabrese

Vorrei tornare a esaminare quella che è forse la questione più dibattuta nei nostri ambienti: siamo di destra oppure no, e prima ancora, essere di destra che cosa significa realmente?

Dico subito in premessa a questo discorso, che intendo parlare di idee, a prescindere dagli schieramenti e dalle persone che pretendono di incarnarle. Lo scopo che mi ripropongo è darvi spunti di riflessione, non indicazioni di voto.

Alcuni di noi sostengono che non possiamo essere considerati né di destra né di sinistra, perché l’uno e l’altro termine sono connessi allo schieramento parlamentare, e noi non ci riconosciamo nel parlamentarismo, era questa ad esempio l’opinione dello scomparso Alberto M. Mariantoni. Si tratta di un’opinione di certo non infondata, ma che forse semplifica un po’ troppo le cose.

Uno dei libri che troviamo nella bibliografia di Julius Evola è Il fascismo dal punto di vista della destra (o Il fascismo visto da destra in alcune edizioni). La destra che Evola aveva in mente e nella quale si riconosceva, di certo non aveva nulla di parlamentare. D’altra parte, pensiamo al marxismo-leninismo “classico” concretizzato nel XX secolo dall’Unione Sovietica e poi dai suoi molti cloni, non abbiamo dubbi nel collocarlo a sinistra, e anche in questo caso siamo molto lontani dal parlamentarismo.julius

In senso lato, e a prescindere da collocazioni parlamentari, possiamo definire la sinistra quel movimento di trasformazione del potere che negli ultimi tre secoli l’ha portato a cambiare dimora passando “dai castelli alle banche” (questa frase, coniata per definire l’insurrezione parigina del 1830, in effetti descrive bene in sintesi tutto il movimento rivoluzionario nel suo complesso) e provocato la decadenza del nostro continente, passato da insieme di potenze egemoni a livello planetario, attraverso due guerre mondiali, a provincia dell’impero americano, e destra le forze che si sono opposte/si oppongono a questo mutamento.

A questo punto, bisogna considerare un’obiezione facilmente prevedibile: a questo movimento non si è accompagnato forse nel mondo occidentale un generale miglioramento delle condizioni di vita, non è forse nata la società del benessere?

Si tratta di una concezione data da molti per scontata, un concetto che è riassunto nella parola “progresso”. Beh, si tratta forse di una delle più grandi favole dei tempi moderni. A ben guardare, i miglioramenti delle condizioni di vita si devono agli sviluppi delle scienze, della tecnologia, delle conoscenze in ambito sanitario, allo sviluppo dell’industria che ha reso disponibili grandi quantità di beni, e non devono nulla al “progressismo” politico, non solo ma quest’ultimo il più delle volte ha agito in senso nettamente contrario, pensiamo, per dirne una, alla “crociata” contro la genetica e le scienze biologiche condotta in Unione Sovietica ad opera di Lysenko.

Parlare di miglioramento della condizioni di vita, diventa una mostruosa ironia se pensiamo ai milioni di persone la cui vita si è conclusa nei gulag sovietici, nei laogai cinesi, nell’inferno jugoslavo di Goli Otok, nella Cambogia dei Khmer rossi divenuta per intero un immenso gulag, nelle “riserve” in cui i democratici yankee hanno democraticamente   confinato i nativi americani, al fatto che “l’unica democrazia del Medio Oriente” usa oggi gli stessi metodi per portare all’estinzione i Palestinesi.

Al contrario, pensiamo all’incentivo dato allo sviluppo da regimi di segno nettamente contrario a quello sedicente progressista: il fascismo italiano, tanto per cominciare: neanche i più accaniti antifascisti riescono a negare che esso ha dato un contributo decisivo alla modernizzazione di un Paese che fino alla prima guerra mondiale presentava pesanti sintomi di arretratezza, e posto le basi di quello sviluppo che si è verificato negli anni ’50 e ’60 nonostante le distruzioni del secondo conflitto, e cosa dovremmo dire del fatto che la tecnologia spaziale di cui disponiamo oggi nasce da invenzioni avvenute in Germania sotto l’egida del regime che l’ha governata dal 1933 al 1945?

L’anticomunismo ieri, e oggi l’avversione per una sinistra pro LGBT e immigrazionista che in un certo senso si rivela anche peggiore del marxismo-leninismo “classico”, sono certamente elementi che ci accomunano alla destra, ma bisogna vedere se alla coincidenza sul negativo se ne accompagna una sul positivo.

Per stabilire ciò, occorre rispondere a una domanda più difficile di quel che potrebbe sembrare a prima vista: cosa è la destra?

Manca in questo caso un riferimento univoco come potrebbero essere stati per la sinistra, almeno quella ante 1989, perché oggi la sinistra è ancor più confusa della destra, Il Capitale e Il Manifesto di Karl Marx. Il meglio che è possibile fare, è ricorrere a un criterio statistico. Perlopiù, mi pare si possa dire sono tipici della destra i seguenti elementi: patriottismo, liberismo, cattolicesimo, europeismo, atlantismo. Vediamo di fare di ciascuno di essi un esame dettagliato.

Patriottismo: a priori sembrerebbe essere una bellissima cosa, una scelta addirittura ovvia, ma c’è una forte ambiguità su cosa significhi essere italiano, su chi possiamo riconoscere come nostro compatriota, su quali siano gli elementi che caratterizzano l’italianità. Cosa significa essere italiani? Parlare italiano, vivere in Italia o anche esserci nati? Identificarsi in una serie di simboli quali il tricolore, l’inno di Mameli, la costituzione (antifascista) del 1948? Tutto ciò non sono che – usando una brutta parola mutuata dal gergo marxista – sovrastrutture, o – con un termine più diretto e brutale – orpelli.

Essere italiani, a mio parere significa una sola cosa: essere di sangue italiano. Sarà passato un paio d’anni ma ricordo che in risposta a un mio articolo, un lettore mi rimproverò asserendo che avevo una concezione troppo germanica della nazionalità, Blut und Boden, che il “nostro” patriottismo privilegia principalmente gli elementi culturali. Ho dovuto ammettere che in un certo senso aveva ragione: anche il fascismo ha commesso questo errore legato a una concezione ottocentesca della nazionalità, pensando ad esempio di trasformare gli esponenti delle minoranze slave del nord-est in “nuovi italiani” obbligandoli a parlare italiano, con il risultato che a partire dall’8 settembre 1943, questi ultimi sono stati i più accaniti nel perseguitare gli italiani veri gettandoli nelle foibe, e si possono nutrire pochi dubbi sul fatto che i “nuovi italiani” provenienti dall’altra parte del Mediterraneo, appena gliene si presenterà l’occasione, ci mostreranno altrettanta riconoscenza.

Risposi a quel lettore che se germanizzarci era il prezzo per evitare l’africanizzazione dell’Italia, mi sembrava un prezzo assai piccolo da pagare.

Nel 2011, come sappiamo, è ricorso il centocinquantenario dell’unità italiana, concretizzatasi dopo 15 secoli di assenza di uno stato italiano, con la proclamazione del regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861. In quella circostanza, il governo di allora, a maggioranza PD, si scoprì un’inedita ventata di patriottismo. Noi sappiamo che la scuola italiana è purtroppo vittima di un’egemonia della sinistra, e quella dove ho lavorato fino a poco tempo fa non faceva eccezione, ebbene in quel periodo diversi colleghi giravano col distintivo-coccardina all’occhiello.

Timeo danaos et dona ferentes. Di tutto ciò che viene dal PD bisogna diffidare, e infatti il trucco c’era e non occorreva molto per accorgersene. In effetti, era tutto uno spot in favore dell’accoglienza dei “nuovi italiani” che italiani non saranno mai. “Patriottismo”, ma occorre mettere bene i puntini sulle “i” per evitare di cadere in trappole del genere.

Liberismo: Oggi pare che tutti siano liberisti, la sinistra non meno della destra, al punto che pare che l’abbandono delle idee socialiste in campo economico abbia prodotto quello che viene chiamato pensiero unico.

Il crollo del comunismo sovietico nel 1989-91 sembra abbia prodotto un generale ripudio delle idee socialiste nel senso più lato, cioè di controllo degli stati sull’economia a fini di equità sociale, e questo a una considerazione superficiale, sembrerebbe il classico “buttare via il bambino assieme all’acqua sporca”. In realtà le cose non stanno così. A partire dal 1968 e dai cosiddetti movimenti contestatori, infatti, i partiti di sinistra sono stati largamente infiltrati da elementi borghesi e altoborghesi, che mantenendo la simbologia e la retorica marxista, hanno in realtà perseguito i loro interessi di classe, e per i quali il socialismo marxista era diventato una “pelle” sempre più stretta da cui liberarsi alla prima occasione, occasione che appunto si è presentata con il tracollo dell’Unione Sovietica. Ora, è visibile che tutte le “riforme” intraprese negli ultimi trent’anni in ogni settore, hanno coinciso con altrettante riduzioni dello stato sociale e della capacità dell’intervento regolatore dello stato nella vita associata, in un perfetto accordo, che non può certo essere una coincidenza, con i desideri del Nuovo Ordine Internazionale, il NWO, che coincide con il controllo del mercato a livello planetario di un numero ristretto di famiglie dell’alto capitale bancario e finanziario.

Mentre il liberismo “di sinistra” prospera, quello “di destra” appare sempre più asfittico e perdente, per una ragione molto semplice: al NWO le “riforme” che gli interessano è molto più conveniente farle fare a governi di sinistra che la gente continua a percepire falsamente come “dei loro”, laddove fatte da governi di destra, spingerebbero la gente sulle barricate. A persuaderci dell’impossibilità di mantenere oggi politiche economiche liberiste, è proprio la formula “classica” del pensiero liberale, “libertà quanto è possibile, stato quanto è necessario”, sapendo che oggi occorrerebbe molto più stato che in passato, con una presa ben più salda sull’economia, per resistere alle pressioni del NWO, ovviamente parliamo di uno stato molto diverso dall’attuale repubblica che ci affligge da tre quarti di secolo. L’unica via percorribile rimane quella del socialismo nazionale.

Tocca a noi farci carico della difesa di quelle classi popolari che la sinistra ha “smarcato” e tradito, intenta a costruirsi un nuovo “popolo” fatto di LGBT e immigrati.

Cattolicesimo. Cosa ne penso del cristianesimo in generale e del cattolicesimo in particolare, ve l’ho spiegato più volte e ora non mi sembra il caso di rivoltare il coltello nella piaga. Diciamo solo questo: in teoria politica e religione dovrebbero procedere senza interferenze reciproche, ma nell’Italia che ha il dubbio onore di ospitare il Vaticano, le ingerenze della Chiesa cattolica nella nostra vita associata sono e sono sempre state enormi e continue. Tempo addietro, il presidente Mattarella si dichiarò fiero della laicità dello stato italiano. Mi parve di sentire un olandese che si dichiarasse fiero delle sue montagne, o uno svizzero fiero del suo mare.

Questo è particolarmente pericoloso nel momento in cui in Vaticano, a capo della Chiesa cattolica siede un uomo come Bergoglio, immigrazionista e mondialista, che dedica tutte le sue energie a farci accettare i migranti e la sostituzione etnica. I cattolici non di sinistra, coloro che non accettano l’idea che l’Italia si trasformi in un suk, saranno sempre più costretti a una scomoda scelta tra le loro idee e la loro fede, è inevitabile e di questo non ha certo colpa Fabio Calabrese. D’altra parte, la scarsa resistenza dimostrata dalla cosiddetta fraternità di san Pio X, il gruppo lefevbriano, una volta scomparso il suo fondatore, rientrato nei ranghi in ginocchioni e in silenzio, ci fa pensare che costoro saranno sempre pronti a cedere alle sanzioni delle autorità ecclesiastiche, e che ben pochi avranno il coraggio di quella rottura netta che sarebbe invece indispensabile.

Europeismo. Oggi l’Europa e i popoli europei sono sotto quella che è forse la minaccia più grave della nostra lunga storia, rappresentata da un’invasione che non avviene sotto la forma di un’aggressione militare, ma di un’immigrazione clandestina che alla lunga porterà alla sostituzione etnica, alla scomparsa degli Europei nativi, alla morte dei popoli europei. Di questo passo, faremo la fine dei nativi americani senza nemmeno la soddisfazione di un ultimo Little Big Horn.

Una nuova solidarietà tra europei per scongiurare questo nefasto destino sarebbe più che mai indispensabile, ma ciò che comunemente si intende per europeismo, non ha nulla a che fare con questo, anzi potremmo dire che è all’atto pratico la sua negazione. Il termine “europeismo” oggi è comunemente usato per indicare i sostenitori della UE. La UE, questa cosiddetta Unione Europea, costruita per imporre ovunque il dominio delle banche centrali e sfruttare i popoli europei, non è che la sponda europea del NWO, nulla in cui ci possiamo riconoscere, anche qui uso un’espressione alla quale sono ricorso più di una volta: è l’Europa tanto quanto un cancro è l’uomo che ne è affetto. Quale dovrebbe essere la nostra posizione mi sembra chiaro: europei fino al midollo, “europeisti” no di certo.

Atlantismo. Forse non sarebbe nemmeno il caso di parlarne, o non lo sarebbe se un atteggiamento di fedeltà (in senso canino) al Patto Atlantico non fosse sciaguratamente diffuso in abbondanza nella destra (ma non solo). Quando fu sottoscritto, esso effettivamente poteva sembrare una rete di alleanze creata per fronteggiare la minaccia sovietica. Molti di noi l’hanno visto come un male minore rispetto all’annessione dell’intera Europa al dominio comunista, e adesso è inutile, con il senno di poi, come talvolta succede, polemizzare con i morti, uomini di un’altra epoca che sono vissuti in un contesto diverso. Il problema non sono loro, ma coloro che sono atlantisti oggi.

La caduta dell’Unione Sovietica e il trentennio trascorso da allora hanno dimostrato che il Patto Atlantico e la NATO non sono un sistema di alleanze che, se davvero fosse stato creato per prevenire la minaccia sovietica, si sarebbe dovuto dissolvere al cessare di quest’ultima, ma un vassallaggio che tiene gli stati europei assoggettati agli Stati Uniti. Se ai tempi della Guerra Fredda essi erano un “male minore” (cosa di cui retrospettivamente siamo tutt’altro che certi), oggi sono un male e basta.

Il dominio americano sull’Europa, economico, militare, culturale non è un semplice dato di fatto statico, ma un male progressivo, accompagnato da uno svuotamento sempre più accentuato della cultura europea, un “lavaggio del cervello” sempre più radicale cui siamo sottoposti ad opera del sistema mediatico composto quasi interamente da importazioni dagli USA. Per fare un paragone medico, non è una “semplice” paraplegia, ma una distrofia muscolare.

Di passata, dobbiamo ricordare che l’unica azione bellica in cui la NATO è stata impegnata come tale, è stata un’azione contro l’Europa, l’aggressione contro la Serbia nell’ambito dei conflitti della ex Jugoslavia, con l’intento palese di favorire l’islamizzazione dei Balcani e dell’intero nostro continente. Io penso sia indispensabile tenere vivo il fuoco della ribellione, chi guarda con favore alla NATO non è dei nostri.

Possiamo ora riassumere la questione: con la destra abbiamo certamente in comune il negativo, ieri l’anticomunismo e oggi l’avversione per una sinistra immigrazionista e LGBT. Per quanto riguarda gli elementi positivi, certamente il patriottismo, ma a una precisa condizione, quella di intendere la nazione come continuità di sangue che ci unisce agli antenati e alle generazioni future, altrimenti non è che orpello, retorica. Gli altri elementi della “mentalità di destra”: liberismo, cattolicesimo, europeismo, atlantismo, ci sono estranei “senza se e senza ma”. La conclusione è chiara: noi non siamo di destra.

Cosa siamo allora? C’è una parola semplice e chiara per definire quello che siamo o che dovremmo essere, una parola che però le leggi tiranniche della repubblica democratica ci impediscono di usare, una parola di otto lettere che non è “liberali”.

 

NOTA: Nell’illustrazione, statua della Dea Roma, fontana di piazza del Popolo (Roma).

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 31 Agosto 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Gianni

    Mi trovo totalmente in sintonia con l’articolo.Il futuro sarà la censura totale e l’attivazione dei tribunali dell’inquisizione che già adesso sono molto attivi.È in atto il più letale piano di distruzione della nostra Europa della nostra civiltà e della nostra genia.Dobbiamo assolutamente trovare una via per uscire da questo vicolo cieco che ha tutta l’aria di essere la nostra tomba.

  2. stelvio dal piaz

    LA PAROLA DI SINTESI E’ CENSURATA ! PER QUESTO IO ADESSO SONO UN SOCIALISTA NAZIONALE, FONDATORE DEL GRUPPO E IDEATORE DEL GIORNALE ITALIA PROLETARIA.

  3. Michele Simola

    Oggi vi è la volontà irresponsabile, da parte di molti politici, di distruggere gli stati nazionali, così come li abbiamo finora conosciuti a favore di pericolose strutture sovranazionali, definite europee, che non rispondono ad alcuna autorità.
    Analizzando i tratti tipici della destra patriottismo, liberismo, cristianesimo, europeismo, atlantismo, notiamo che dal primo all’ultimo vanno a cozzare con principi basilari come sangue e suolo che sono inscindibili per classificare un individuo come appartenente ad una nazione. La sua identità è riunita nelle caratteristiche culturali e delle tradizioni che vengono sentite come proprie da quella data popolazione, unitamente con la sua storia e vita in un dato paese. La tradizione è la memoria di un popolo, un popolo senza memoria è destinato a soccombere.
    Il liberismo è dannoso per tutti i paesi, poiché quando economia e politica si nutrono di pensiero liberale, quel paese è oggetto di desiderio per la finanza internazionale apolide, e ciò porta il suo popolo all’estinzione.
    Proprio il libero mercato ha portato l’Italia, grazie a tanti traditori interni, alle condizioni in cui ci troviamo. Abbiamo ceduto con gioia ( da parte della sinistra liberal-progressista) sovranità alla UE e alla NATO ( quest’ultima non rappresenta per nulla i nostri interessi).
    Ci siamo privati di beni e risorse fondamentali grazie ai diktat europei, che oggi paghiamo a caro prezzo.
    Ci sono interessi vitali per una nazione sovrana che non possono essere ceduti, ma al contrario devono essere nazionalizzati: telecomunicazioni, approvvigionamenti idrici, petrolio etc, in caso di guerra se questi beni sono in mani straniere il nemico ha buon gioco nel distruggerli.
    Il cristianesimo è quanto di più estraneo ci possa essere per la nostra cultura, è la più malvagia delle religioni monoteiste, un tentativo di trasformare il dio tribale degli ebrei in un dio universale. Cristianesimo e islam hanno in comune lo stesso seme giudaico dal quale sono mutate, tuttavia sono frange scismatiche e riformiste.
    Al contrario il paganesimo, che ha impregnato e marchiato l’anima degli europei, è molto tollerante, non ha mai fatto proselitismo, ha sempre applicato il vivi e lascia vivere.
    Il cristiano si è sempre mostrato intollerante, violento e riuscì a cancellare rapidamente tutto ciò che di buono e grandioso il paganesimo aveva generato in millenni di esperienze in tutti i campi. Con l’avvento del cristianesimo giungiamo all’inizio del declino dell’occidente e all’avvento di secoli di arretratezza e oscurantismo, povertà, assenza di progresso scientifico. Il papa e la chiesa hanno sempre cercato di mantenere la popolazione in un totale stato di ignoranza, storica, tecnica, filosofica ed anche in un profondo stato di indigenza che ne permettesse il controllo.
    L’europeisno, la UE, non è stata creata per il reciproco aiuto fra europei, ma piuttosto per amplificare gli interessi del grande capitale:creare delle popolazioni amorfe, un grande mercato senza barriere, abitato da grigi individui, non legati da legami di sangue e suolo, che siano solo meri ingranaggi della macchina economica: in poche parole arricchire i soliti noti.
    Ricordiamo che la UE fu fortemente voluta e auspicata dagli americani, attraverso il generale Marshall per creare un mercato che permettesse loro di imporre i loro prodotti. E ‘una comunità fittizia dove gli USA hanno cercato di instillare il peggio della subcultura americana.
    L’ atlantismo e la NATO potevano forse avere un senso fino al 1989, cioè alla caduta del muro di Berlino. Dalla sua creazione fino ad allora rispondeva ad una scelta strategica per il contrasto al comunismo, ed il rischio di un’invasione sovietica dell’occidente. Dal 1989 è servito solo combattere, finanziare e appoggiare le guerre volute dagli Usa e che noi abbiamo sempre avallato, causa traditori anche contro i nostri stessi interessi, ricordiamo che molti movimenti migratori, hanno avuto origine con l’esportazione di democrazia degli americani. Questa esportazione di democrazia sulla punta delle baionette, si è sempre ritorta contro di noi, sia con i movimenti migratori che hanno avuto notevole incremento, sia come costo economico nel caso di sanzioni come quelle volute dalla UE nei confronti di Putin.
    Eraclito diceva non troveremo mai la verità se non siamo disposti ad accettare anche ciò che non ci aspettiamo.

  4. Fabio Calabrese

    Michele Simola: la ringrazio, il suo è un approfondimento dei punti di vista da me esposti, con il quale non posso non essere d’accordo. Ci sarebbe solo da sottolineare che anche il patriottismo diventa una cosa negativa se si prescinde dall’identità di sangue. Essere nato in Italia, parlare l’italiano, il tricolore, l’inno di Mameli (brutta musica), la costituzione del 1948 (antifascista). Se queste cose facessero la nazionalità, rischiamo di dover considerare “italiano” non solo un africano ma anche un marziano!

  5. Gianni

    Tu non conosci coloro che sono scomparsi in file interminabili nell’oscurità del passato. Ma tutti loro vivono in te e nel tuo Sangue, camminano sulla Terra che li ha logorati nelle battaglie e nelle fatiche e in cui i loro corpi da tempo si consumano. Perciò il tuo Sangue è qualcosa di sacro. Con esso i tuoi genitori non ti hanno dato solo un corpo, bensì la tua Specie. Ripudiare il tuo Sangue equivale a rinnegare te stesso. Saluto il mio amico Fabio da questa splendida rivista,visto che il solito prezzolato algoritmo mi sospende da FB appena mi scopre.

  6. Fabio Calabrese

    GIANNI, conosco la splendida poesia di cui citi l’incipit: esprime esattamente il mio sentimento. Oggi si dimentica che “patria” viene da “pater” e nazione da “nasco”. La continuità di sangue coi propri antenati e i propri discendenti è la sola cosa che conta davvero. Chi pensa di trasformare in italiano un africano scrivendo due righe su un pezzo di carta, o è uno stolto o un criminale.

  7. FEDERICO

    Riporto quanto scritto nella prefazione del libro “FORTEZZA EUROPA”.

    Ma dove è finita la Destra? In questi ultimi tre decenni il concetto di Destra è andato “perduto”, annacquato… o è stato astutamente artefatto dai fautori della religione laica del “politicamente corretto”, intrufolatisi ormai ovunque. Costoro hanno fatto scuola e ora la Destra e la cultura di Destra sono letteralmente infestate dai loro seguaci ed adepti, i quali, con la massima disinvoltura, spacciano per “destra” ciò che destra non è, anzi, tutto ciò che è completamente anti-tradizionalista ed anti-identitario, e, in particolare, diffondono un conservatorismo massonico di stampo risorgimentale-liberalista, che ha portato alla graduale e, forse, irreparabile penetrazione d’idee e pratiche proprie della cosiddetta destra massonico-liberale. È importante, per questo, riproporre quanto scrisse in merito Adriano Romualdi nel suo testo: Indicazioni per una nuova cultura di destra. Dalla lettura di questo importante testo, di cui sotto si riportano alcuni tra i più rilevanti passaggi, si capirà quanta “distanza” vi sia tra la concezione metapolitica propria di una vera Destra rispetto a tutti quelli che oggi si dicono o si “spacciano” per esponenti di destra. Scrive Adriano Romualdi: “Quali problemi si pongono a coloro che vogliono affrontare il problema della cultura di Destra? Innanzitutto, si rende necessaria una corretta impostazione del problema. E il primo contributo a questa impostazione è la definizione dei rapporti che corrono tra Destra e cultura. Bisogna mettere in chiaro che, per l’uomo di destra, i valori culturali non occupano quel rango eccelso cui li innalzano gli scrittori di formazione razionalistica. Per il vero uomo di destra, prima della cultura vengono i genuini valori dello spirito che trovano espressione nello stile di vita delle vere aristocrazie, nelle organizzazioni militari, nelle tradizioni religiose ancora vive ed operanti. Prima sta un certo modo di essere, una certa tensione verso alcune realtà, poi l’eco di questa tensione sotto forma di filosofia, arte, letteratura. In una civiltà tradizionale, in un mondo di destra, prima viene lo spirito vivente e poi la parola scritta. Solo la civilizzazione borghese, scaturita dallo scetticismo illuministico, poteva pensare di sostituire allo spirito eroico ed ascetico il mito della cultura, la dittatura dei philosophes. Il democratico ha il culto della problematica, della dialettica, della discussione e trasformerebbe volentieri la vita in un caffè o in un parlamento. Per l’uomo di destra, al contrario, la ricerca intellettuale e l’espressione artistica acquistano un senso soltanto come comunicazione con la sfera dell’essere, con un qualcosa che — comunque concepito — non appartiene più al regno della discussione ma a quello della Verità. Il vero uomo di destra è istintivamente homo religiosus non nel senso meramente fideistico-devozionale del termine, ma perché misura i suoi valori non col metro del progresso ma con quello della verità. «Essere conservatori — ha scritto Moeller van den Bruck — non significa dipendere dall’immediato passato, ma vivere dei valori eterni». La cultura e l’arte di destra non possono pretendere di essere loro stesse il tempio, ma solo il vestibolo del tempio. La verità vivente è oltre. Di qui una certa diffidenza del genuino uomo di destra nei confronti della cultura moderna, un disprezzo impersonale per il volgo dei letterati, degli esteti, dei giornalisti. (…) Di qui l’ostilità del Fascismo e del Nazionalsocialismo al tipo dell’intellettuale deraciné. In essa non c’è solo la rozza diffidenza dello squadrista e del lanzichenecco per le raffinatezze della cultura ma anche l’aspirazione ad una spiritualità fatta di eroismo, fedeltà, disciplina, sacrificio. José Antonio raccomandava ai suoi falangisti il «sentimento ascetico e militare della vita». Fatta questa premessa, consideriamo più da vicino il compito di animare una cultura di destra. Il fine, lo abbiamo detto, è la costruzione di una visione del mondo che si ispiri a valori diversi da quelli oggi dominanti. Non teoria o filosofia, ma una «visione del mondo». Questo lascia un largo margine di libertà alle impostazioni particolari. Si può lavorare a creare una visione del mondo di destra sia da parte cattolica che da parte «neo-pagana», sia proiettando il mito novalisiano dell’Europa-Cristianità che sostenendo l’identità Europa-Arianità. Un esempio modesto, ma interessante, di questa “concordia discors” c’è offerto dalle riviste giovanili del primo neofascismo. Cantiere e Carattere da parte cattolica, Imperium e Ordine Nuovo da parte evoliana hanno contribuito non poco a un processo di revisione di certi miti borghesi e patriottardi caratteristici della vecchia Destra. Queste riviste, ed altre che non abbiamo nominato (Il Ghibellino, Barbarossa, Tradizione etc.) contribuirono — pur con dei grossi limiti — ad avviare un certo discorso. Esse dovettero tutto o quasi tutto a colui che si può ben definire il “maestro” della gioventù neofascista: Julius Evola. Senza libri come Gli uomini e le rovine e Cavalcare la tigre non sarebbe stato possibile mantenere libero a destra uno spazio culturale. Ma Evola è un grande isolato, e la sua opera giace ormai alle sue spalle. Occorrono nuove forze creatrici, o almeno un’opera di diffusione intelligente. Vanno coltivati i domini particolari della storia, della filosofia, della saggistica. Va tentato qualcosa sul piano dell’arte. Non per nulla Evola ha paragonato la tradizione a una vena che ha bisogno innumerevoli capillari per portare il sangue in tutto il corpo. (…) Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po’ addolorato, un po’ sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a destra s’incontra un vuoto quasi completo. Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare se stessi e permettono di restare alla superficie delle cose. Si dice – ad esempio – che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti “impegnati a sinistra” rivedessero il loro engagément. In tutto questo c’è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d’indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, inviti all’engagément anche molti che – in clima diverso – sarebbero rimasti neutrali. Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell’egemonia ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neo-illuminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo post-conciliare d’estrazione “sociale”. Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell’uomo, dei fini della storia e della società. Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica e questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle persone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l’abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d’occhio. Dalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un’atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei “valori patriottici”, della “morale” il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi. A sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell’energia elettrica o dell’urbanistica, della storia d’Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita. A destra si brancola nell’incertezza, nell’imprecisione ideologica. Si è “patriottico-risorgimentali” e s’ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel Risorgimento con l’idea unitaria. Oppure si è per un “liberalismo nazionale” e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l’ordine europeo. O, ancora, si parla di “Stato nazionale del lavoro” e si dimentica che una repubblica italiana fondata sul lavoro l’abbiamo già – purtroppo – e che ridurre in questi termini la nostra alternativa significa soltanto abbassarsi al rango di socialdemocratici di complemento. Forse gli uomini colti non sono meno numerosi a destra che a sinistra. Se si considera che la maggior parte dell’elettorato di destra è borghese, se ne deve dedurre che vi abbondano quelli che han fatto gli studi superiori e dovrebbero aver contratto una certa “abitudine a leggere”. Ma, mentre l’uomo di sinistra ha anche degli elementi di cultura di sinistra, e orecchia Marx, Freud, Salvemini, l’uomo di destra difficilmente possiede una coscienza culturale di destra. Egli non sospetta l’importanza di un Nietzsche nella critica della civiltà, non ha mai letto un romanzo di Jünger o di Drieu La Rochelle, ignora Il Tramonto dell’Occidente né dubita che la rivoluzione francese sia stata una grande pagina nella storia del progresso umano. Fin che si rimane nella cultura egli è un bravo liberale, magari un po’ nazionalista, risorgimentalista e patriota. (…) Basta poco ad accorgersi che se a destra non c’è una cultura ciò accade perché manca una vera idea della Destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche. (…) Con queste affermazioni che, come tutte le affermazioni veritiere, scandalizzeranno più d’uno, crediamo di aver posto il dito sulla piaga. Che cosa dovrebbe propriamente significare «esser di Destra»?
    • Esser di Destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo.
    • Esser di Destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose.
    • Esser di Destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto «a ciascuno il suo» non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa.
    • Infine, esser di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e — in nome di questa spiritualità e dei suoi valori — accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa.
    È interessante vedere in che misura questa coscienza di destra sia affiorata nel pensiero europeo contemporaneo. Esiste una tradizione antidemocratica che corre per tutto il secolo XIX e che — nelle formulazioni del primo decennio del XX — prepara da vicino il fascismo. La si può far cominciare con le Reflections on the revolution in France in cui Burke, per primo, smascherava la tragica farsa giacobina e ammoniva che «nessun paese può sopravvivere a lungo senza un corpo aristocratico di una specie o d’un’altra». In seguito, questa pubblicistica cercò di sostenere la Restaurazione con gli scritti dei romantici tedeschi e dei reazionari francesi. Si pensi agli aforismi di Novalis, col loro reazionarismo scintillante di novità e di rivoluzione («Burke hat ein revolutionäres Buch gegen die Revolution geschrieben»), alle suggestive e profetiche anticipazioni: «Ein grosses Fehler unserer Staaten ist, dass man den Staat zu wenig sieht… Liessen sich nicht Abzeichen und Uniformen durchaus einführen?». Si pensi a un Adam Müller, alla sua polemica contro l’atomismo liberale di Adam Smith, la contrapposizione di un’economia nazionale all’economia liberale. Ad un Gentz, consigliere di Metternich e segretario del Congresso di Vienna, ad un Gorres, a un Baader, allo stesso Schelling. Accanto a loro sta un Federico Schlegel con i suoi molteplici interessi, la rivista Europa, manifesto del reazionarismo europeo, l’esaltazione del Medioevo, i primi studi sulle origini indoeuropee. (…) Si pensi a un De Maistre, questo maestro della controrivoluzione che esaltava il boia come simbolo dell’ordine virile e positivo, al visconte De Bonald, a Chateaubriand, grande scrittore e politico reazionario, al radicalismo di un Donoso Cortes: «Vedo giungere il tempo delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane». Peraltro, la critica puramente reazionaria aveva dei limiti ben evidenti nella chiusura a quelle forze nazionali e borghesi che ambivano a fondare una nuova solidarietà di là dalle negazioni illuministiche. Arndt, Jahn, Fichte, ma anche l’Hegel de La filosofia del diritto appartengono all’orizzonte controrivoluzionario per la concezione nazional-solidaristica dello Stato, anche se non ne condividono il dogmatismo legittimistico. La chiusura alle forze nazionali (anche là dove, come in Germania, si trovano su posizioni antiliberali) è il limite della politica della Santa Alleanza. (…) Gobineau pubblica nel 1853 il memorabile Essai sur l’inegalité des races humaìnes fondando l’idea di aristocrazia sui suoi fondamenti razziali. L’opera di Gobineau troverà una continuazione negli scritti dei tedeschi Clauss, Günther, Rosenberg, del francese Vacher de Lapouge, dell’inglese H. S. Chamberlain. Attraverso di essa il concetto di «stirpe», fondamentale per il nazionalismo etnico, per l’Idea Völkisch, viene strappato all’arbitrarietà dei diversi miti nazionali e ricondotto all’ideale nordico-indoeuropeo come misura oggettiva dell’ideale europeo. (…) Intanto, anche all’interno del nazionalismo si è operato un «cambiamento di segno». Già nelle formulazioni dei romantici tedeschi la nazione non era più la massa disarticolata, la giacobina nation, ma la società standisch, coi suoi corpi sociali, le sue tradizioni, la sua nobiltà. Una società — insegnava Federico Schlegel — è tanto più nazionale quanto più legata ai suoi costumi, al suo sangue, alle sue classi dirigenti, che ne rappresentano la continuità nella storia. Alla fine del secolo, una rielaborazione del nazionalismo nello spirito del conservatorismo è compiuta. Maurras e Barrés in Francia, Oriani e Corradini in Italia, i pangermanisti e il «movimento giovanile» in Germania, Kipling e Rhodes in Inghilterra, han conferito all’idea nazionale un’impronta tradizionalistica e autoritaria. Il nuovo nazionalismo è essenzialmente un elemento dell’ordine. Quali potrebbero essere i compiti di una destra culturale? Nel campo della visione del mondo, la definizione di una concezione organica, e non meccanica, qualitativa e non quantitativa, una Ganzheitslehre per la quale esistono tutta una serie di punti di riferimento da Schelling fino a Othmar Spann. Ma anche taluni filoni dell’idealismo — depurati da una certa mitologia storicistica — possono costituire dei punti di riferimento contro il neomarxismo e il neoilluminismo. Dall’Hegel de La filosofia del diritto fino al miglior Gentile, taluni elementi possono essere utilizzati. Non da trascurarsi è la critica della scienza e della concezione matematica del cosmo, nella quale sia la critica al concetto della legge di natura di un Boutroux, e perfino l’élan vital di Bergson possono servire quali elementi di rottura per una concezione non matematica, ma volontaristica e spiritualistica dell’universo. Così, in questo dominio esistono dei punti di riferimento abbastanza numerosi. L’importante è rendersi conto che una visione del mondo dev’essere formulata anche in termini logici, e non solo mitici. (…)
    Per ciò che riguarda la vera e propria scienza, sono innanzitutto da utilizzare le riserve formulate da grandi scienziati contemporanei come un Heisenberg e un Weizsäcker di fronte al metodo scientifico come strumento di conoscenza assoluta. È importante rendersi conto che la più moderna fisica non conosce una «materia» ma una serie d’ipotesi intorno a un quid concettualmente indefinibile. Un secondo dominio è quello dell’antropologia. Antropologi come l’americano Jensen (The heritability of intelligence) e l’inglese Eysenck (Race, Intelligence and Education) hanno analizzato lo scarto intellettuale tra bianchi e neri dando risalto ai fattori ereditari. Un altro americano, Carleton S. Coon nel suo The origin of races — considerato il più importante studio sulle origini dell’uomo dopo quelli di Darwin — ha mostrato come le razze umane non abbiano un comune progenitore, ma abbiano superato separatamente la soglia dell’ominazione. Si tratta di affermazioni fondamentali, che i mass-media si sforzano di ignorare ma di cui una Destra non può disinteressarsi per le loro conseguenze anti-egualitarie. Ai margini della scienza si colloca uno degli argomenti oggi più discussi: l’ecologia. Ebbene, sarebbe assurdo che la Destra abbandonasse alle sinistre questo tema quando tutto il significato ultimo della sua battaglia s’identifica proprio con la conservazione delle differenze e delle peculiarità necessarie all’equilibrio spirituale del pianeta, conservazione di cui la protezione dell’ambiente naturale è una parte. Quello della storia è uno dei campi più violentemente battuti dall’offensiva avversaria. Dimostrare che la Destra è contro «il senso della storia» è uno dei mezzi più a buon mercato per screditarla agli occhi di un’epoca pronta a scambiare il progresso tecnico col progresso in assoluto. È necessario innanzitutto far posto a una concezione non banalmente evolutiva della storia. Un Oswald Spengler, un Toynbee, un Günther, uno Altheim possono offrire dei punti di riferimento. Alla concezione della storia come un meccanico «progresso» va opposta una visione storica che conosce periodi di sviluppo e periodi d’involuzione. In genere, non esiste una storia dell’umanità, ma solo una storia delle differenti stirpi e civiltà, ad esempio — una storia dell’Europa come divenire delle stirpi indoeuropee attraverso i cicli preistorico, greco-romano e medievale-moderno. Questa concezione d’una «cultura» europea è anche quella che ci aiuta a comprendere la storia più recente. Tutta la storiografia di destra dall’800 in poi è stata scritta in chiave nazionale e nazionalistica. Questo schema non era metodologicamente errato, ma angusto. Esso mostrò i suoi limiti quando il fascismo si pose come movimento europeo per la ristrutturazione dell’intera civiltà europea. Un cenno particolare merita il dominio dell’arte. Qui non basta la chiarezza degli orientamenti ma occorre integrare le tesi «giuste» con quell’infallibilità del gusto che conferisce ad un sentimento del mondo nobiltà artistica. Che cos’è l’arte di destra? Non si tratta semplicemente di fare dei buoni romanzi o delle poesie diversi per il contenuto ma di esprimere una differente tensione stilistica. Vi sono libri di autori «impegnati» a destra in cui difficilmente si potrebbe rinvenire questa nuova dimensione. (…) Così i romanzi del norvegese Hamsun, in gran parte storie di paesani del Nord: pescatori, marinai, contadini. Anche qui, sia pure in tono minore, una ferma e misurata dignità e — al tempo stesso — un elemento mitico nelle vicende di queste anime semplici che lottano contro il destino nell’atmosfera magnetica del paesaggio boreale. Qui dobbiamo limitarci a un paio di esempi, i primi che ci vengono in mente. Ma ognuno può comprendere quello che abbiamo voluto dire e integrare questi accenni con la sua sensibilità e le sue conoscenze. Queste riflessioni valgono per tutte le arti: il contenuto passa in seconda linea di fronte alla forma. Si veda ad esempio la disinvoltura con cui il Fascismo si è appropriato dell’architettura moderna per esprimere un sentimento del mondo che «moderno» non è. Si veda l’architettura classico-moderna dell’Università di Roma o quella del Foro Mussolini. Si tratta di opere minori, ma di opere ben riuscite, e lo spirito che emana da quella scintillante geometria non è l’aridità dei grattacieli, ma la sostanza dura e lucente dell’anima antica: ordine, misura, forza, disciplina, chiarezza. E veniamo ad un’arte minore, il cinema. Anche qui faremo alcune riflessioni sparse che possono servire a inquadrare il problema. Ognuno può vedere che L’assedio dell’Alcazar è un buon film di propaganda fascista. Ma, a rigore, con lo stesso linguaggio, si sarebbe potuta fare anche un’epopea antifascista. Vi sono invece talune inquadrature dell’ebreo comunista Eisenstein (abbiamo in mente alcuni fotogrammi di Ivan il Terribile) che, per il loro misticismo nazionalista e autoritario non possono non esser definite «di destra». Così è noto che Fritz Lang, il regista de I Nibelunghi, era un comunista convinto che abbandonò la Germania all’avvento di Hitler. Ma pochi films più del suo capolavoro riescono ad esprimere la Stimmung eroica e mitica propria della Germania nazista. E Goebbels dimostrò una notevole intelligenza quando pensò a lui per la regia del film del Congresso di Norimberga. Ancora un esempio: Ingmar Bergman. Quest’autore non può certo essere detto «fascista» (sebbene i comunisti una volta ci abbiano provato). Ma vi è in talune sue opere una potenza simbolica, che — trasportata dall’arte nel dominio sociale — non può non esercitare talune, precise suggestioni che gli avversari definirebbero volentieri «irrazionalistiche e fasciste». Abbiamo presenti alcune inquadrature de Il settimo sigillo. Si ricordino i paesaggi mitici e solenni, la presenza dell’invisibile nel cuore del visibile, il dramma dell’eroe. Qui non si vuol bandire nessun messaggio politico, ma l’impressione che lo spettatore ricava dall’insieme è tutt’altro che «democratica», «sociale» ed «umanistica». Naturalmente, anche qui chi decide è l’istinto. Chi è veramente di destra, chi è interiormente improntato da taluni valori, da un particolare ethos saprà immediatamente distinguere le impressioni artistiche che appartengono al suo mondo. Estetica viene da aisthànomai, un conoscere per sensazione immediata. Le considerazioni qui svolte non hanno carattere sistematico. Esse vogliono solo affrontare un problema, non definirlo. D’altronde, in questo campo bastano anche degli orientamenti generici. Di là da questi ognuno deve procedere con le sue conoscenze e le sue capacità. Bastano pochi cenni per tracciare le linee di sviluppo di una cultura di destra. Ma quest’astratto orientamento incomincerà a prendere forma quando dei singoli si metteranno a scrivere e a fare”.

  8. FEDERICO

    ETNONZAZIONALISMO, LA VIA VÖLKISCH

    L’Associazione Culturale Identità e Tradizione, fin dalla sua nascita, si è caratterizzata fondamentalmente come un Sodalizio Völkisch, attestando la volontà di porsi come compito, come dovere imperativo, quello di salvaguardare e preservare l’immenso patrimonio razziale, etnico, culturale, spirituale, tradizionale, storico e linguistico dei Popoli Europei dal tentativo d’etnocidio posto in atto dal mondialismo e dalla globalizzazione, veri Adelphi della Dissoluzione.

    Quindici anni d’attività metapolitica volta, fin dall’inizio, allo studio ed alla diffusione dell’unica Idea-forza, capace realmente di stravolgere le oscure trame e le infere manovre della Sovversione e, allo stesso tempo, di mobilitare il Volk, ridestandone le immani forze ed energie insite da sempre nella sua eterna essenza animico-spirituale ed etno-razziale.

    Tale Idea-forza è rappresentata dall’Etnonazionalismo völkisch.

    L’Idea etnonazionalista völkisch, infatti, valicando l’odierno sistema partitocratico-tecnocratico-plutocratico, si concretizza nella volontà e nella necessità di agire al fine di compenetrare profondamente con il dato etnico e razziale la filosofia della politica; in altre parole, è necessario etnicizzare la realtà politica e ripristinarla in senso völkisch.

    Solo allora si avrà una politica realmente posta al servizio del Volk.

    I presupposti fondamentali dell’Idea etnonazionalista völkisch sono ravvisabili, quasi identificabili, nei valori e nei principi basilari propri dell’Idea völkisch.

    È nell’ideale etnonazionalista che l’Idea völkisch si riconosce, ritrovando se stessa, perpetuandosi, rinnovandosi ed attualizzandosi. Ritornata ad essere l’espressione più autentica della Comunanza del Sangue, dello Spirito e del Destino del Volk, l’Idea völkisch conforma e potenzia la nostra Weltanschauung mediante l’apporto di valori tradizionali, antichi, finanche immutabili ed eterni, perennemente connessi all’agire delle ancestrali e trascendentali forze del Sangue e della Stirpe.

    V’è, pertanto, un indiscutibile, evidente ed ininterrotto legame di continuità ideale, dal carattere metapolitico e metastorico, che unisce la nostra filosofia etnonazionalista völkisch all’idealità ed al pensiero del Movimento völkisch, sorto nella Mitteleuropea ed in Germania tra il finire del XIX secolo ed i primi decenni del XX secolo.

    L’etnonazionalismo völkisch, riprendendo e fortificando tutti gli elementi strutturali dell’Idea völkisch, si è obiettivamente palesato come la sola Idea-forza in grado di attuare, con la necessaria fermezza e radicalità, la salvezza animico-razziale dei Popoli Europei, in altre parole di sottrarre l’Europa della Tradizione dalla terrificante sorte riservatale da quelle Forze che, da sempre, hanno operato ai suoi danni, specialmente negli ultimi tre secoli della nostra storia.

    L’Idea etnonazionalista völkisch è da intendersi, da recepire, come l’ultima ed originaria espressione generata dall’atavica cultura e tradizione europea; un’Idea senza parole, come scrisse Oswald Spengler, colma di responsabilità e di speranze; un radicale impegno, un patto metafisico di Lealtà e di Fedeltà stipulato con i nostri Avi in nome della preservazione di quanto essi ci hanno trasmesso di più sacro e puro: la loro/nostra eredità ancestrale; un atavico e rigido codice d’Onore a cui attenersi strenuamente, ma anche una realtà viva, fattiva, plasmante ed operante.

    È nostro profondo convincimento di dover essere d’esempio per tutti quei Patrioti europei che, lottando per la libertà delle proprie nazioni, vogliano contrapporsi a tutte quelle strutture realizzate dai servi dell’imperialismo mondialista allo scopo di distruggere nei popoli ogni identità tradizionale ed etnica, a vantaggio di una società mondiale, massificata ed asservita al demone dell’economia, il Dio Denaro.

    L’Etnonazionalismo völkisch si è posto l’immane compito metapolitico di risvegliare nei nostri popoli quell’essenza perduta e così preziosa che è la “luce interiore”, la coscienza e la volontà di ritornare a essere se stessi, per pervenire alla radicale e vittoriosa riaffermazione dei nostri originari e incorrotti valori di Sangue e di Spirito.

    Solamente allora, dopo aver riaffermato il principio d’autorità e il primato di quei sacri e atavici valori che, nel Sangue, nelle forze più profonde della Stirpe e della Tradizione, hanno la loro radice, potremo ritrovare quelle sane e fattive energie, che riposano nel più profondo dell’anima razziale del Volk, le quali soltanto potranno rigenerarci ed infondere in noi, e in tutti i Patrioti europei, la rinnovata volontà di combattere e vincere contro la Sovversione mondialista, ritornando in tal modo padroni della nostra Terra.

    Sarà poi necessario riannodare quei legami millenari che i nostri Avi seppero tessere da una fila all’altra del nostro grande continente. Ciò implica, per noi Europei, la costruzione di un’Etnofederazione europea forte, indipendente militarmente ed economicamente, sovrana del proprio destino.

    https://tradizioni.wordpress.com/2014/12/03/libri-sulletnonazionalismo-volkisch/

    https://iltalebano.com/2018/11/19/etnonzazionalismo-la-via-volkisch/

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