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L’eredità degli antenati, ventisettesima parte – Fabio Calabrese                  

L’eredità degli antenati, ventisettesima parte – Fabio Calabrese                  

Ricominciamo dalla fine del mese di maggio e gli inizi di giugno l’esame delle informazioni riguardanti la nostra eredità ancestrale. Si è cominciato il 31 maggio con un articolo di Alexa Vu’kovi sulle “pietre erette”, i menhir che costellano quasi ogni angolo d’Europa. L’autrice ci spiega che essi corrispondono principalmente a due tipologie, o contrassegnano una sepoltura, probabilmente di qualche personaggio importante, oppure sono collocati in punti che sembrano essere particolarmente rilevanti per le correlazioni astronomiche, disegnando una sorta di mappa del cielo sulla terra.

Quando si tratta delle credenze e dei rituali dei nostri antenati più antichi”, scrive, “Nulla può essere più accattivante delle pietre erette e simili strutture megalitiche. Risalenti indietro nel tempo al Neolitico, al Calcolitico, all’Età del Bronzo, le pietre erette continuano a incantare studiosi e ricercatori, e lasceranno un estraneo semplicemente sbalordito e ispirato (…). Solitarie e pittoresche, queste pietre sono una fantastica ispirazione per chiunque le possa osservare. Se vi capitasse di osservare uno di questi testimoni muti dei secoli passati, sicuramente attingereste da quel pozzo profondo di ispirazione e vi riconnettereste con il passato più lontano che è inciso nel vostro DNA”.

Si può poi osservare con un certo divertimento che quella che sembra essere la notizia più importante di questo periodo sembra venire da una fonte non certo politicamente amica, “La Repubblica”.

Il 1 giugno un articolo di Fabio Marzano ci racconta che si può Riscrivere il passato con il carbonio 14. Oh, certo, se ci limitassimo a questo, la novità non sarebbe davvero grande. Lo sappiamo da un pezzo: con la respirazione, la nutrizione, le funzioni corporee, gli organismi viventi, animali e vegetali, assorbono ed espellono continuamente carbonio. Accanto al carbonio normale, carbonio 12, è presente in piccole quantità un suo isotopo radioattivo, il carbonio 14. Quando un organismo muore, cessano gli scambi metabolici con l’esterno. Mentre il carbonio 12 rimane stabile, il 14 essendo radioattivo decade secondo tempi di dimezzamento che sono fissi come per tutti gli elementi radioattivi, e perciò il rapporto tra carbonio 12 e 14 viene a essere un buono strumento per misurarne l’età.

Naturalmente, se fossimo a questo punto, si tratterebbe di una novità vecchia di decenni, ma Marzano ci racconta che oggi questo metodo è stato perfezionato con una tecnica, chiamata curva di calibrazione, che tiene conto delle fluttuazioni della concentrazione di carbonio 14 nell’atmosfera delle diverse epoche, e che nell’arco della portata massima di 50.000 anni consente di determinare addirittura il giorno in cui un dato organismo ha smesso di vivere.

Questa nuova tecnica pare abbia già portato a dei risultati importanti, ad esempio la civiltà minoica, la più antica civiltà europea tra quelle riconosciute dall’archeologia ufficiale, è ora retrodatata al XVII secolo (quasi due millenni) avanti Cristo.

Non basta, perché a questa tecnica si abbina un perfezionamento della dendrocronologia (poiché la crescita degli alberi si interrompe durante le stagioni fredde, noi abbiamo gli anelli di accrescimento nei tronchi, e poiché ciascun anno ha le sue caratteristiche di temperatura e umidità, confrontando gli anelli di tronchi di alberi la durata della cui vita si sovrappone parzialmente nel tempo, siamo in grado di risalire a epoche molto remote), abbiamo dunque gli strumenti per una comprensione approfondita del passato come non è mai avvenuto in precedenza.

Sarà un caso, ma pochi giorni dopo, il 9 giugno “American Archaelogy Magazine – The Archaelogical Conservancy” ha pubblicato un articolo dedicato alla dendrocronologia, (vi do il titolo in italiano) La verità negli anelli degli alberi, di Jasmine Demers.

In sostanza, la più grande raccolta di campioni dendrocronologici a livello mondiale che consente di fare di essi un importante strumento di datazione, si trova presso l’Università dell’Arizona, ed è denominata (vi do sempre la traduzione italiana) “Laboratorio di ricerca sugli anelli degli alberi”. È attiva dal 1937, raccogliendo e confrontando campioni dendrocronologici di tutto il mondo e di tutte le epoche, e, cosa curiosa, ci dice l’articolo, il suo fondatore è stato un astronomo: A. E. Douglass.

A proposito di questa pubblicazione, certamente non molto nota al di fuori dell’ambito di specialisti a cui si rivolge, vale la pena di menzionare il motto che accompagna la testata (ve lo cito sempre in traduzione italiana): “Conservare il passato…per il futuro”.

Profonda verità: non c’è, non ci può essere futuro senza consapevolezza del passato.

Naturalmente non potevo non approfondire questa questione abbastanza bizzarra che ha visto un astronomo protagonista di una disciplina che sta dando i suoi frutti in tutt’altro campo, quello della ricerca storica. Ebbene, una breve ricerca su Wikipedia ha rivelato che Andrew Ellicott Douglass (1867 – 1962) è considerato il padre della dendrocronologia. È stato un astronomo che ha lavorato al Lowell Observatory come assistente di Percival Lowell, e proprio lui ha dato il contributo maggiore a sfatare l’idea più famosa del suo mentore, quella dei presunti canali marziani. Attualmente, portano il suo nome un cratere sulla Luna e uno su Marte.

Nel tempo libero, si dedicava a osservare gli anelli degli alberi, e questo ha poi portato alla nascita della dendrocronologia, una storia che ricorda un po’ quella di Gregor Mendel che sottraeva tempo alle sue attività di ecclesiastico per osservare i piselli nell’orto del convento, e così ha scoperto le leggi della genetica, e che, come quella di Mendel, ci ricorda l’importanza del “dilettantismo” quando significa non essere prigionieri di schemi mentali precostituiti.

Noi dunque vediamo che gli strumenti che consentono (o consentirebbero) di indagare sempre più efficacemente sul nostro passato, si stanno facendo sempre più raffinati, ma a questo punto sorge inevitabilmente un problema politico.

Se ricordate, ve ne ho già accennato nella ventesima parte, riguardo alla tecnica di carotaggio degli strati glaciali, finora riservata ai ghiacci della Groenlandia ma che ora si è cominciata ad applicare anche ai ghiacciai alpini: se queste nuove tecniche di ricerca saranno effettivamente portate avanti, perché rischiano di mettere in crisi la visione canonica che ci si vuole a tutti i costi imporre del nostro passato.

Io penso che vi ricorderete di un brano de L’Europa della preistoria di Colin Renfrew che vi ho citato più volte. Qui l’archeologo britannico faceva notare che i nuovi dati emersi con l’impiego delle tecniche del radiocarbonio e della dendrocronologia imponevano di rovesciare l’immagine che avevamo sin allora avuto della preistoria euro-mediterranea, in quanto dimostravano inoppugnabilmente che le culture europee che hanno creato i grandi complessi megalitici sono più antiche, spesso di gran lunga, di quelle emerse in Medio Oriente.

L’Europa della preistoria è del 1973, cioè di quasi mezzo secolo fa, ma della rivoluzione archeologica pronosticata da Renfrew, finora non abbiamo visto nulla, e il sistema “educativo” a tutti i livelli dalle elementari all’università, e quello divulgativo-mediatico continuano a propalare le stesse sciocchezze mediorientali. Tutte le nuove informazioni sembrano come avvolte da un muro di gomma, e c’è seriamente da aspettarsi che questo debba avvenire anche con quelle che potrebbero essere reperite in futuro grazie a queste nuove tecniche di indagine.

Non se ne esce, il problema non è scientifico ma politico, il potere dell’oligarchia mondiale non vuole che gli Europei possano avere un’immagine elevata di sé stessi riscoprendo l’antichità e la grandezza della loro civiltà.

Si tratta di un discorso fondamentale che per ora, ma soltanto per ora, lasciamo in sospeso.

Facciamo ora un passo indietro per segnalarvi qualcosa che mi era sfuggito in prima battuta. Il 30 maggio su di un sito che finora non conoscevo, “La fortezza nascosta”, è apparso un articolo che ci parla degli Emishi, gli eterni sconosciuti. L’autore si firma Tenneger. Ma chi sono, o meglio erano, questi Emishi?

L’autore ci racconta che questo è un nome che ricorre nelle cronache giapponesi, le più antiche delle quali risalgono all’VIII secolo fino al XIII. Tuttavia, sebbene siano menzionati spesso, le notizie su di loro sono estremamente vaghe, di solito associate a fatti drammatici o violenti, come la distruzione di fortini di frontiera, incendi, agguati, la cattura e l’uccisione di governatori o funzionari imperiali. Tutte cose che, almeno in una certa misura ricordano la resistenza opposta dai nativi americani all’invasione dei loro territori da parte degli yankee.

Secondo fonti cinesi, gli Emishi vivevano nel nord-est, quindi nella parte settentrionale dell’arcipelago nipponico.

Chi fossero questi Emishi che opposero una fiera resistenza alla conquista da parte dell’impero nipponico e dei giapponesi di ceppo mongolo o mongolizzato (Wa), in realtà si chiarisce facilmente constatando che gli Ainu, la popolazione bianca dai caratteri caucasici tuttora presenti nell’isola di Hokkaido, chiamano sé stessi “Emchu”, termine la cui affinità con Emishi è piuttosto evidente.

C’è poi un disegno che raffigura due Emishi che rendono omaggio al principe di sangue Shotoku. I due uomini sembrano avere lineamenti europidi, e soprattutto hanno folte barbe disordinate, laddove sappiamo che le popolazioni mongoliche sono pochissimo pelose.

Io direi che non possa sussistere alcun dubbio sul fatto che questi Emishi erano la più antica popolazione delle isole nipponiche, quelle che hanno verosimilmente dato vita alla più antica cultura giapponese, nota come Jomon, progressivamente cacciati verso nord dai nipponici mongolizzati (Wa), e di cui oggi gli Ainu di Hokkaido sono un residuo.

Se voi ricordate, è un tema che ho affrontato più volte (e che tratto con ampiezza anche nel libro Alla ricerca delle origini recentemente pubblicatomi dalle edizioni Ritter), quello di un antico popolamento caucasico dell’Asia centrale e orientale, poi sommerso o assorbito dall’espansione delle popolazioni mongoliche, che avrebbe lasciato come isole emergenti dall’oceano, appunto, gli Ainu di Hokkaido, i Daiaki del Borneo e i Polinesiani che si sarebbero spinti nel Pacifico provenienti dalle coste orientali dell’Asia.

Un quadro che non è ancora completo, perché dobbiamo ancora vedere come si inseriscono in esso altre popolazioni stranamente “bianche” ed “europee”, come quella “celtica” del Takla Makan che ci ha lasciato le mummie di Cherchen, i Kalash e gli Hunza del Pakistan e dell’Afghanistan, il misterioso popolo dei Tocari, che parlava una lingua indoeuropea di ceppo occidentale, “centum” come attestano le iscrizioni che ci ha lasciato, e ancora il popolo o i popoli delle steppe che ha/hanno edificato quei singolari tumuli, i kurgan, dove a fronte del mantenimento della stessa facies culturale, assistiamo alla progressiva sostituzione di tratti europidi con tratti mongolici negli scheletri inumati.

In ognuno di questi casi si tratterà di prendere la decisione non facile se essi appartengono a questo antico sostrato caucasico sommerso, o sono il frutto di migrazioni successive, ma una cosa possiamo dire con sicurezza, che alla base di tutte le grandi civiltà asiatiche (e di quelle americane, del resto, ma questo è un discorso che rimandiamo a un’altra volta), si riscontra sempre una componente caucasica, “bianca”. E’ un concetto fondamentale da tenere presente soprattutto oggi che con la morte di George Floyd (personaggio non certo meritevole di passare alla storia), assistiamo alla denigrazione sistematica e all’attacco contro tutto ciò che è bianco da parte dei razzisti anti-bianchi mascherati da antirazzisti.

Il 17 giugno il sito “SORS – Ricerche speciali” riporta la notizia del ritrovamento a Hochdorf am Enz vicino a Stoccarda di una tomba celtica intatta risalente alla tarda fase di Hallstatt, tra il 550 e il 500 avanti Cristo.

L’uomo inumato in questa sepoltura doveva essere un capotribù o un personaggio di alto rango, a giudicare dal ricco corredo funebre. L’articolista riporta:

Il defunto, quasi certamente di alto rango visto il ricco corredo funebre, era un uomo di circa 40 anni, piuttosto alto (1,83 m.) per la media dell’epoca. L’uomo fu sepolto con una collana in lamina d’oro ed un pugnale, che erano i segni distintivi del proprio ceto sociale, e con oggetti di uso quotidiano, come un cappello a cono in corteccia di betulla, tre ami, un rasoio, un pettine, una faretra con le frecce.

Le decorazioni in oro che ornano il pugnale, le calzature e la cintura, furono realizzate appositamente per impreziosire il corredo funerario, che comprendeva anche piatti, posate e bicchieri per nove persone, nonché uno straordinario calderone in bronzo, ornato da tre leoni accovacciati, proveniente quasi certamente dalla Magna Grecia.

Una coppa in oro consentiva di versare l’idromele contenuto nel grande vaso, in nove corni che venivano usati per bere. Uno solo di essi è in ferro e decorato con lamine d’oro, destinato evidentemente al defunto, mentre gli altri otto sono in legno.

Parte del corredo funebre era deposto su un carro a quattro ruote, impreziosito da lamine di ferro decorate”.

Forse non sarà il corredo funebre della tomba di Tutankhamon, ma di sicuro è un’ulteriore smentita a tutti quanti vorrebbero darci a intendere che gli antichi Celti e gli antichi Europei in genere fossero dei rozzi selvaggi prima dell’intervento della “luce da oriente”.

Un’altra scoperta casuale e sorprendente è riferita il 10 giugno da “Ancient Origins”: a Roscommon nell’Irlanda occidentale, un ragazzo di dodici anni, Catal Mc Donagh ha ritrovato, emersi dal fango di un vicino lago, i resti di un’imbarcazione preistorica lunga sette metri, risalenti a 4.000 anni fa. Essi sono attualmente allo studio da parte dell’Unità subacquea del Dipartimento Irlandese per la Cultura, che si propone anche di cercare nel lago altri resti di imbarcazioni. Certamente questo ritrovamento aiuterà a comprendere meglio la più antica storia della navigazione.

Per il momento ci fermiamo qui, ma prima di congedarmi, vorrei darvi qualche anticipazione sul prossimo articolo, dove torneremo a concentrare il nostro interesse sull’Italia. Soprattutto nel periodo del solstizio estivo, abbiamo una messe di nuove informazioni riguardanti la nostra Penisola, quasi che il culmine del sole nella sua ascesa annuale abbia dato nuova forza alla dea Roma. Abbiamo alle spalle un grande passato, di cui dobbiamo conservare la memoria, anche e innanzi tutto per dare un futuro alle generazioni che verranno.

 

NOTA: nell’illustrazione, a sinistra un menhir, una “pietra eretta”, al centro  Andrew Ellicott Douglass, a destra, un ainu dell’isola giapponese di Hokkaido, si notino i lineamenti tipicamente europidi.

 

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 17 Agosto 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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