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L’eredità degli antenati, ventiseiesima parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati, ventiseiesima parte – Fabio Calabrese

Stavolta ricominciamo da fine maggio, inizi giugno. Io non so se e quando sarà possibile “serrare il passo”, cioè presentarvi le mie riflessioni sull’eredità ancestrale a poca distanza dal momento in cui compaiono le notizie che danno loro origine. Il problema da dove nasce? Da un lato,  può accadere, come è successo nel 2019, di essere bombardati da una vera e propria pioggia di novità al punto che non si riesce a star loro dietro (ora tralasciamo il fatto che queste ultime l’anno scorso non hanno riguardato tanto nuovi dati emersi dalla ricerca archeologica e paleoantropologica, quanto piuttosto un progetto di “colorizzazione” e falsificazione delle nostre origini, cui era impossibile non replicare, combatterlo per quanto le nostre forze ce lo permettono, svelando puntualmente le menzogne democratiche e “politicamente corrette”), ma quest’anno abbiamo assistito piuttosto a una rarefazione delle notizie. E allora a cosa si deve attualmente questo gap temporale che indubbiamente continua a esistere?

Bene, nel caso che non ve ne foste accorti, vi devo onestamente confessare che “la colpa”, se tale la vogliamo considerare, è mia. Un paio di esempi rendono evidente la cosa: la ventesima parte della nostra Eredità degli antenati è stata centrata praticamente sulle scoperte scaturite dall’analisi del DNA dell’uomo di Atapuerca spagnolo. Nella ventitreesima parte ho poi fatto di peggio, centrandola sostanzialmente sulla pubblicazione del mio libro Alla ricerca delle origini, anche se credo di avere l’attenuante che diversi fra voi aspettavano da molto tempo un mio testo cartaceo che presentasse una sintesi delle tematiche trattate in questa rubrica e in Una Ahnenerbe casalinga che l’ha preceduta.

 Similmente la venticinquesima parte, immediatamente precedente a questa, l’ho centrata sull’analisi del DNA del mio conterraneo uomo di Visogliano (una notizia forse che era quanto mai necessario evidenziare proprio perché questa scoperta che dovrebbe suggerire di rivoluzionare completamente l’albero genealogico della nostra specie, ha stranamente avuto un’eco soltanto locale).

Tuttavia, voi certamente capite che questa rubrica, come l’Ahnenerbe casalinga che l’ha preceduta, non può limitarsi a essere un centone di notizie disparate, non avrebbe molto significato se lo fosse, ma sono essenziali i momenti dell’analisi, dell’approfondimento, del confronto con le nozioni già in nostro possesso.

Un discorso di particolare importanza, io penso, nei due casi sopra citati, dell’uomo di Atapuerca e di quello di Visogliano, perché si tratta di due scoperte che in entrambi i casi ci fanno vedere che qualcuno che possiamo considerare non solo Homo, genericamente umano, ma già sapiens, appartenente alla nostra stessa specie, esisteva già in un orizzonte temporale vicino al mezzo milione di anni, contemporaneamente all’Homo erectus, da cui quindi non può essere disceso.

Questo mette in crisi non soltanto l’Out of Africa che prevede un’uscita della nostra specie dal Continente Nero in tempi molto più tardi, ma la stessa concezione evoluzionistica come comunemente la si intende. Non vi pare che valga la pena di perderci un po’ di tempo sopra?

A ogni modo, andiamo avanti con tutta la testardaggine di cui disponiamo.

Come sapete, per motivi che non occorre spiegare per l’ennesima volta, ho deciso di non relazionarvi (anche se la tengo sempre d’occhio, non si sa mai) l’attività dei gruppi facebook a meno che non salti fuori qualcosa di veramente importante, e questo stavolta sembra essere proprio il caso, anzi di cose notevoli degne di essere prese in considerazione questa volta ne abbiamo almeno due, e naturalmente quello che qui ci interessa è MANvantara, il gruppo facebook del nostro amico Michele Ruzzai che, fra tutti quelli che si occupano di tematiche riguardanti la nostra eredità ancestrale, mi pare si possa dire sia il più interessante e il più serio.

In entrambi i casi si tratta di ripescaggi di cose non nuove ma certamente importanti, alle quali non si è finora prestata sufficiente attenzione.

Il 23 maggio MANvantara presenta quello che è semplicemente un link a un libro acquistabile su Amazon Prime, una pubblicazione non nuova, che risale al 2011, ma quando si va a vedere di cosa si tratta, c’è da rimanere sbalorditi: il titolo del testo è (in inglese) The Saga of the aryan Race. Poiché siamo in democrazia, occorre cautela nell’esprimersi, ragion per cui non vi darò la traduzione letterale del titolo, ma una versione “politicamente corretta” di essa: La saga delle etnie indoeuropee potrebbe andare? E sempre a beneficio dei censori democratici, sarà bene precisare che in questo caso Aryan in effetti non vale come equivalente antropologico del concetto linguistico di “indoeuropeo” (cosa come sappiamo, banditissima), ma si riferisce nello specifico al gruppo indo-iranico (ma poi non pretendete che non si rimpiangano i tempi in cui si poteva semplicemente dire le cose come stanno invece di dover blaterare le sciocchezze democratiche e antirazziste oggi “di moda” (in realtà imposte dal potere).

L’autore del libro è Porus Homi Hawewala. Amazon Prime non fornisce indicazioni biografiche, ma il nome fa presumere che si tratti di un indiano.

Per quanto riguarda il contenuto del testo, a quel che ci è dato di desumere, ripercorre “la saga” degli indoeuropei o degli indo-iranici basandosi sulle fonti tradizionali: i Veda e l’Avesta, nonché l’ipotesi di Tilak (ne abbiamo già parlato più volte) circa la loro origine boreale.

Quel che davvero stupisce, è che si sia potuto pubblicare e diffondere attraverso Amazon un testo del genere ancora nel 2011, considerato che la tendenza all’imposizione della political correctness democratica, cioè in sostanza della proibizione a pensare, diventa ogni giorno più stringente, e ogni giorno di più la democrazia svela il suo volto oppressivo.

 Il 26 maggio “MANvantara” ha ripescato un articolo certamente datato, risalente al 2006 apparso all’epoca su “Discover Magazine”, che tuttavia si riferisce a qualcosa di molto importante e di grande interesse che da noi “in Occidente” è passato e continua a passare del tutto sotto silenzio.

Forse la verità difficile da ammettere è che la Russia dopo la caduta del regime sovietico si sta rivelando un vero scrigno di tesori archeologici, e forse questo fatto è molto disturbante per chi, per motivi ideologici, vorrebbe collocare sia l’origine della civiltà, sia quella della specie umana a latitudini molto più meridionali.

L’articolo di Andrew Lawler apparso su “Discover Magazine” (e questa è la traduzione italiana del titolo) ci parla di una Civiltà perduta dell’Asia centrale.

In realtà non si tratta esattamente dell’Asia centrale, ma della regione del Turkmenistan, immediatamente a est del Caspio e a nord dell’Iran (ma sappiamo che tra i nostri archeologi è diffusa la mania di spostare tutto quanto più a oriente possibile). Ma noi in ogni caso sappiamo che il Turan centro-asiatico da cui sono originarie le popolazioni turche, comprese quelle insediate nella penisola anatolica, ma anche nella sua parte orientale, il Sinkiang, oggi ribattezzato Xinjiang e politicamente cinese, è fondamentalmente bianco caucasico, ed è verosimile che questa componente bianca caucasica abbia giocato un ruolo determinante quanto oggi ignorato nella storia dell’impero cinese.

Per tutti, ricordiamo i ritrovamenti avvenuti nel Takla Makan, le mummie di Cherchen, dai tratti chiaramente europidi, e che qualcuno ha definito “celtiche”.

Nel Turkmenistan, nel sito di Gonur-Tepe, gli archeologi russi hanno scoperto le rovine di una città-fortezza risalente ad oltre 4.000 anni fa. Il sito fu scoperto ancora in epoca sovietica dall’archeologo Viktor Sarianidi che da allora vi si è dedicato in maniera esclusiva con numerose campagne di scavi ripetute negli anni. Quello che ne è emerso è davvero sorprendente e potrebbe portare a una riscrittura almeno parziale della storia che conosciamo, sempre che, naturalmente “i ricercatori” occidentali si degnassero di prenderlo in considerazione.

Gonur Tepe, che si trova a circa 50 chilometri dall’antica città di Merv, nella zona oggi desertica del Kara Kum (qui vale la stessa considerazione che abbiamo fatto a proposito del Takla Makan da cui sono emerse le mummie di Cherchen: un tempo queste regioni dovevano avere un clima diverso, molto meno arido e ben più propizio all’insediamento umano) sembra essere stato un centro amministrativo importante dell’intera regione.

All’interno del palazzo che sorgeva assieme a numerosi edifici nell’area racchiusa in una vasta cinta muraria, sono stati rinvenuti numerosi gioielli in oro e in argento, statue scolpite con una tecnica particolare, riscaldando la pietra per renderla più malleabile, ornamenti in lapislazzuli e corniole. Qui è stata ritrovata all’interno di un grande vaso, la sepoltura di un giovane uomo assieme a un corredo funebre di tutto rispetto, composto di gioielli, un orecchino e una sorta di collana.

Dall’antistante cimitero sono emersi invece ceramiche, vasi dal lungo collo e specchi di bronzo.

Senza dubbio, ci siamo imbattuti in un capitolo strappato della nostra storia, altri probabilmente ne seguiranno, perché credo che lo scrigno russo sia ben lontano dall’averci rivelato tutte le sue sorprese.

Il 29 maggio è stata postata su YouTube una conferenza del professor Luigi Montalbano sulla navigazione dalla preistoria all’età del bronzo. Un fatto molto importante da tenere in considerazione, è che gli esseri umani hanno cominciato molto presto nella loro storia, a muoversi su mezzi in grado di solcare le acque. Piroghe ottenute scavando tronchi di quercia, zattere di tronchi intrecciati con fibre vegetali, pelli di animali cucite insieme e poi munite di un’intelaiatura rigida, tutti mezzi che ci appaiono primitivi, ma che devono aver permesso di percorrere grandi distanze fin dall’età neolitica, prima seguendo le rotte fluviali, poi quelle marittime tenendosi in vista della costa (la navigazione d’alto mare è probabilmente più tarda).

Il professor Montalbano ipotizza che essa si sia sviluppata soprattutto lungo le coste mediterranee seguendo le migrazioni dei tonni, e più tardi incentivata dal commercio di ossidiana, fino a giungere attorno alla metà del terzo millennio avanti Cristo, alla costruzione di navi vere e proprie.

Bisogna tenere presente ciò, oltre al fatto che la navigazione era più rapida e probabilmente meno pericolosa dei viaggi terrestri, e che probabilmente grazie a essa i contatti fra le diverse culture preistoriche e antiche sono stati meno sporadici di quanto perlopiù pensiamo.

Non ho problemi a confessarvi che finora non avevo mai sentito parlare di questo ricercatore, e perlopiù associavo questo nome, Montalbano, al personaggio dei romanzi di Andrea Camilleri e alla località siciliana di Montalbano Elicona, bisogna però dire che una ricerca su YouTube evidenzia diverse cose interessanti su questo personaggio che sembra alquanto dedito alla produzione di videoconferenze di argomento archeologico.

Tre di esse, ad esempio sono dedicate agli Shardanas, questa popolazione dei Popoli del Mare che erano forse (o probabilmente, è una tematica parecchio controversa) gli antichi Sardi, che, giunti in Egitto come gli altri Popoli del Mare in veste di razziatori e conquistatori, si distinsero talmente per il loro valore da diventare le guardie del corpo dei faraoni.

Come ricorderete, io mi ero già occupato degli antichi Sardi- Shardanas nella ventiduesima parte. Per quanto non siamo ancora arrivati a una certezza definitiva in questa identificazione, sappiamo che nella coalizione dei Popoli del Mare che invasero l’Egitto c’erano anche i Shekeles, forse i Siculi.

Un dato che a questo punto si può indicare come sicuro o almeno altamente probabile, è il fatto che i collegamenti culturali in età preistorica fra Sicilia e Sardegna erano più stretti di quel che oggi immaginiamo, lo testimonia, come vi ho appunto spiegato allora, che nel complesso megalitico templare sardo di Monte D’Accoddi (che non comprende soltanto la famosa piramide-altare, è stata ritrovata una sfera solare affatto simile a quelle siciliane. Certamente noi Italiani abbiamo alle spalle un grande passato che risale a età molto remote e che, disgraziatamente, siamo i primi a ignorare.

Il 30 maggio phys.org ha pubblicato un articolo (non firmato) in cui è descritta la situazione etnica e genetica dell’Europa neolitica prima della diffusione degli Indoeuropei. Sostanzialmente si potrebbero riconoscere due gruppi: cacciatori-raccoglitori nomadi e agricoltori di provenienza anatolica. Gli uni e gli altri sarebbero stati poi assoggettati dagli Indoeuropei, che sarebbero stati cavalieri e allevatori (l’articolo non lo dice esplicitamente, ma tenendo per buona questa ipotesi, gli antenati degli Indoeuropei andrebbero identificati con quella che è stata chiamata cultura Jamna).

L’eredità genetica di entrambi i gruppi si ritroverebbe negli Europei attuali.

La cosa più interessante è probabilmente l’osservazione che il fronte di contatto fra i due gruppi, e l’area dove si riscontrerebbero le maggiori mescolanze fra le due popolazioni, verrebbe a trovarsi nella Francia attuale, e coincidere con l’area di origine di diverse culture preistoriche importanti: la cultura del bicchiere campaniforme e soprattutto quella dei costruttori di megaliti, da Carnac a Stonehenge.

A questo punto, però, io penso che si debba considerare la cosa con un certo sospetto, infatti si tratta di una ricostruzione piuttosto semplicistica, che non tiene conto di molte cose che conosciamo sui nostri remoti antenati, e che si conclude con una sorta di panegirico del presunto ruolo civilizzatore del meticciato in omaggio alla vulgata, ai dogmi dell’ideologia democratica. Al che certamente noi potremmo rispondere che si tratterebbe in primo luogo di un meticciato molto relativo, tra popolazioni comunque europee, bianche, di ceppo caucasico, e poi il fatto che nessun esempio storico concreto consente di individuare nel meticciato una fonte di progresso, anzi, è vero il contrario, gli esempi storici ce lo indicano come una chiara causa di decadenza. Guardate alle Americhe. Se il meticciato fosse fonte di progresso, l’America del sud dovrebbe surclassare nettamente quella settentrionale, e mi pare che non sia esattamente quello che vediamo.

Questo, una volta di più, è un punto che abbiamo il dovere di tenere ben fermo, così come ci deve essere chiara la necessità di difendere la nostra eredità storica, culturale, ma anche e soprattutto etnica e biologica dalla dispersione nel marasma multietnico della società mondialista che cercano di costruire ed imporci.

NOTA: Nell’illustrazione: a sinistra il libro The Saga of the aryan Race di Porus Homi Hawewala, al centro, donna di etnia turanica. Il Turan centro-asiatico, terra di antiche civiltà, è ancora oggi un “buco nero” pochissimo esplorato della ricerca archeologica, a sinistra una sepoltura neolitica, immagine ripresa dall’articolo di phys.org.

 

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Categorie: Origini

Pubblicato da Fabio Calabrese il 3 Agosto 2020

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Rita Remagnino

    Caro Fabio Calabrese, com’è noto in Eurasia i popoli Arii ebbero molte patrie. A tale proposito cito il sempreverde “Il mito polare” di Godwin, ricco di spunti e di suggerimenti. Congetturalmente queste stirpi (ben mi guardo dal pronunciare il termine “razza”) devono essersi scontrate sia con le tribù settentrionali che con le popolazioni aborigene della penisola indiana, descritte come di pelle bruna, di naso camuso e adoratori del fallo.
    Difficile dire quando avvennero le prime migrazioni da nord a sud, ma anche verso est e ovest. Tuttavia l’”Avesta” interpreta la nefasta congiuntura che distrusse la loro patria originaria come l’«attacco furibondo di Angra Mainyu, il Maligno», intenzionato a distruggere il mondo che lui stesso aveva creato. Anche il “Bundahishn”, un altro testo zoroastrico che contiene antichi frammenti di una parte perduta dell’”Avesta” originale, cita la glaciazione che sopraffece Airyana Vaêjo quando Angra Mainyu “scompigliò il cielo” e mandò “l’intenso e rovinoso gelo”.
    L’assalto del freddo, si apprende dalla medesima fonte, permise al Maligno di dominare “un terzo del cielo, che coprì di tenebre” mentre incombenti cappe di ghiaccio serravano il globo nella loro morsa. Si tratta del ricordo ammantato di mistero religioso del cosiddetto Grande Congelamento, chiamato dai ricercatori moderni Dryas Recente (12.800-11.500 anni fa circa)?
    Non sappiamo neanche di sicuro come si chiamassero gli abitanti di Airyanem Vaêjo, o Uttarakuru. Furono i posteri a dar loro il nome di «Arii», o «Arya», che in lingua sanscrita significa «fedeli», o «devoti». A chi/cosa? Alla memoria probabilmente, ovvero al Sacro, che è essenzialmente fedeltà all’Origine. Ma anche fedeli alla chiara luce del Sole, il supremo dio di quei gelidi tempi lontani.
    Sono convinta anch’io che il meglio della nostra storia sia attualmente custodito dalle perenni nevi siberiane, ma ritengo che l’importante sia avere ben chiara in testa la mappa di diffusione della civiltà eurasiatica di matrice boreale. Dubito che qualcuno potrà mai dire l’ultima parola su date e numeri, senza contare che gli archeologi sono come i virologi, e gli scientisti in generale: dichiarano, correggono, ritrattano, stravolgono, si mettono d’accordo tra di loro e creano correnti.
    Pensiamo che il sapiens che inaugurò il Ciclo presente scese dall’area boreale? Personalmente, credo di si. Lascio volentieri la teoria dell'”out of Africa” agli accademici, che devono fare carriera e hanno una famiglia da mantenere. Grazie per gli spunti.

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