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la Politica umiliata dai partiti e dai loro pupi. Intervista a Emilio Giuliana

la Politica umiliata dai partiti e dai loro pupi. Intervista a Emilio Giuliana

Emilio Giuliana, esponente della Destra trentina: «Riflessioni sulla politica e la necessità urgente di elevarla ai veri valori»

La politica fatta con passione è anche quella politica che non è nelle Istituzioni ma contribuisce allo sviluppo di una Nazione.
Emilio Giuliana, noto esponente della destra trentina, non entra nelle polemiche legate alle prossime elezioni politiche ma pone delle riflessioni interessanti per tutti.

 

Cosa spinge una persona, in questo caso Emilio Giuliana a dare anima e corpo alla politica, esponendosi a possibili conseguenze, bersaglio degli avversari e anche degli «amici» politici?

Il mio spirito, forgiato da una visione del mondo tradizionale, un portamento cavalleresco, o guerriero così come spiegato da Platone circa 2400 anni fa. Guerriero è colui che vive in un clima di alta tensione, il tipo rispetto a cui la guerra si pone come precisa sollecitazione di una particolare sensibilità.
Guerriero secondo Platone non è semplicemente l’individuo cui inerisce il compito specifico di combattere i nemici esterni, ma è piuttosto, sotto una prospettiva più completa, colui che possiede le qualità necessarie a lottare contro i nemici interni, per reprimere le ribellioni sollevate dagli elementi inferiori. Il coraggio, che costituisce la virtù specifica del guerriero, non è affatto definito esclusivamente dal valore sul campo di battaglia.
L’essenza del coraggio risiede nella lotta della parte superiore dell’essere umano contro i nemici interiori, contro il disordine, contro tutto ciò che sotto forma di istinti naturalistici, emozioni, sfaldamenti deve essere abbattuto e dominato.
Il guerriero cerca la propria integrazione, ritrova la natura propria sul campo di battaglia, dove tutto quel che pone a rischio la sua esistenza fisica serve a fissare e disciplinare le sue energie sottili.
Il coraggio virile del guerriero è l’elemento necessario a suscitare quell’ascesi eroica che condurrà poi all’ascesi filosofica della contemplazione dell’Idea del Bene – poiché, per Platone, ridurre in dominio gli strati inferiori dell’essere individuale significa far emergere vittorioso l’uomo nell’uomo. (Platone: Lo Stato, secondo Giustizia).»

 

Quel che asserisce trova riscontro nella società moderna, dunque perché i suoi avversari lo ostacolano?

Rispondo mutuando un aforisma del filosofo e scrittore francese Francois de La Rochefoucauld: le menti mediocri condannano abitualmente tutto ciò che è oltre la loro portata.
Mai ci fu epoca più ostile alla filosofia classica di quella contemporanea, poiché i moderni(dando a moderni un significato di valore e non di tempo) considerano un lusso, un perditempo da uomini codini e salottieri, la classica ricerca filosofica, cioè quella speculazione che ricerca il vero e si disinteressa dell’arte, intesa nel senso aristotelico, di modificare il mondo. Certamente è vero che la filosofia lascia sterile il terreno sterile; essa, cioè, è una disciplina che non offre i mezzi per costruire una realtà nuova o per modificare quella esistente, ma si limita a scoprire l’essere adeguandone la ragione umana, per la qualcosa il principio dell’essere e quello del sapere vengono a coincidere.

«Forse, perciò, la filosofia non risolve alcun problema; ma è altrettanto vero che nessun problema può essere risolto senza la filosofia. Taluni contemporanei dimostrano di non capire e di non voler meditare questa verità anche perché la meditazione, il silenzio, la contemplazione sono atteggiamenti ed abitudini che l’uomo-massa non può né apprezzare né praticare, bastandogli la continua identificazione in un tipo sociale altro da lui, essendogli sufficiente il riconoscimento esteriore, lo specchiarsi in un suo simile altrettanto vuoto di consapevolezza interiore, altrettanto automa, altrettanto cieco strumento di un io che nulla conserva dei valori essenziali della persona umana, poiché si confonde e scompare dietro l’anonimato della massa, dietro il si dice

 

Da dove deriva questa ostilità verso la vera filosofia? Perché questa eclissi della persona?

Una risposta meditata a questa angosciosa domanda è offerta dalla filosofia del pensatore belga Marcel de Corte, che nulla vorrebbe spartire con quei filosofi che invece di aprirsi alla realtà ne creano una nuova, camminando, così, veramente, tra le nuvole, errando in cerca della verità lungo la loro strada introvabile.
Chi si accosta al suo pensiero si trova dinnanzi alla meditazione sulla storia della filosofia occidentale e ad un’originale interpretazione del problema della filosofia moderna osservata e giudicata dal punto di vista aristotelico-tomista.
Ci si trova in presenza di un aristotelismo cristiano che scaturisce da un ripensamento dei problemi che il mondo moderno pone come interrogativi all’uomo, particolarmente a quello dei nostri giorni, e da una riflessione sui perché ai quali tutti i filosofi, se tali, hanno cercato di dare una soddisfacente risposta per saziare quella sete di conoscenza e di verità che è connaturale all’uomo di ogni epoca e di ogni clima.
Allora, come del resto in ogni tempo, ci si trovava dinnanzi alla necessità di un’opzione radicale: da una parte c’era la strada della filosofia classica-cristiana, cioè quella che si fonda su un ordine increato di valori, appresi dall’intuizione intellettuale e non dipendenti da nessun arbitrio, neppure dall’arbitrio divino; dall’altra si apriva la strada della filosofia moderna, che non riconosce altro fuorché ciò che essa crea e realizza.
In questo secondo caso non possono esistere valori permanenti di fronte ai quali chinarsi in atto di riconoscimento, poiché il positivo non è né naturale né reale ma creatura dell’intelligenza umana, anch’essa subordinata, in questa sua attività poietica, intesa nel significato etimologico, alla volontà e all’arbitrio umano.

«La negazione dell’ordine increato dei valori apre la strada al modernismo sia esso teologico, filosofico, morale o politico, che, a sua volta, segna la fine del valore della tradizione (da non confondersi con la conservazione che è conseguenza dell’accettazione dello storicismo; un aspetto, appunto, del modernismo) e, al limite, della morale e della religione.
«Appaiono a questo punto le difficoltà del modernismo e la sua insufficienza a comprendere e, se si vuole, a spiegare la realtà a contatto della quale ci troviamo quotidianamente, per non dire l’impossibilità di giustificare i postulati dai quali esso stesso parte.»

 

Quali sono secondo Emilio Giuliana le vere domande profonde che aiutano a capire la società e la politica attuale?

È realtà evidente, per esempio, che caratteristica della persona umana è di essere relazione con «L’essere è, infatti, per l’uomo essere con, include una familiarità, un accordo, una partecipazione con gli altri esseri e con le cose». Orbene, che significato può avere nell’ordine della visione modernistica della creazione questo rapporto?
A che si riduce la religione se non alla posizione della falsa trascendenza dell’immanenza, alla proiezione nella dimensione religiosa dell’ateismo e che cosa diventa la morale se non regola astratta, imposizione e, al limite, ipocrisia?
Che senso può avere la politica, nell’ipotesi migliore, se non quello di assecondare un presunto senso della storia? La conoscenza ha il compito di decifrare immagini e strutture che, passate dal piano soggettivo a quello oggettivo per trasposizione, vengono da altri imposte. Il diritto è repressivo e, comunque, sempre in ritardo rispetto all’affermata evoluzione sociale.

«Al limite, che valore ha l’uomo se non quello di essere uno strumento che esiste per assecondare il movimento della Storia? Da ciò la negazione di tutte quelle realtà di cui l’uomo e la società abbisognano e che vengono prima sostituite e poi imposte dispoticamente perché l’uomo possa continuare a convivere.»

 

Una critica netta e sempre più urgente al modernismo a tutto campo?

L’uomo e la società moderna disconoscono e persino disprezzano ciò che non è loro « creatura », ciò che non è stato fatto dalle loro mani, ciò che trova un valore nell’oggettività dell’ordine dell’universo creato da Dio, poiché l’uomo contemporaneo, in particolare, ripete in forma ben più grave di quella primitiva, il peccato originale dettato dalla superbia di voler essere uguale o superiore a Dio, essendo il suo operare una continua ribellione e sfida all’ordine stabilito da Colui che è.
Cartesio, infatti, essendosi chiesto che cosa è l’essere prima di domandarsi se l’essere è, sarebbe partito da un postulato intellettualista, poiché la giustificazione dell’esistenza di una cosa diventa così la sua intelligibilità, la chiarezza con cui essa è concepita dall’intelletto.
Con Cartesio, inoltre, ci troviamo in presenza della rivoluzione dell’idea, che non è più il mezzo con il quale si conosce la realtà, ma una realtà essa stessa separata dall’essere della filosofia tradizionale.

«È questa una delle più significative rivoluzioni avvenute nella storia della filosofia.»

 

Una lotta come la sua contro li materialismo e la società corrotta sono temi nobili ma che portano anche a critiche, cosa ne pensa?

Lo stesso marxismo, si inscrive nell’ambito della filosofia moderna e, invece di eliminare le sovrastrutture, come vorrebbe far credere, le crea proprio presentandosi come filosofia della prassi, come pensiero rivoluzionario adatto a cambiare il mondo. Esso lungi dal risolversi nel materialismo, si riporta all’idealismo, poiché è un’idea proiettata nella società per distruggerla.
La forza ed il coraggio sono spesso dati anche dalla fede, che va coltivata prendendosi cura della propria anima.

«La separazione dei valori umani da quelli cristiani porta al parziale e limitato umanesimo di oggi. Anche molti cattolici, che sanno cogliere i segni dei tempi, si dimostrano fin troppo disponibili a questa forma di umanesimo non integrale, non rendendosi conto che, così, riducono il Cristianesimo a religione naturale, ribaltandolo all’interno della filosofia moderna, rendendolo laico e secolare e, perciò, collegandolo, in ultima analisi, a un’opzione atea.»

a cura di Damiano Luchi

 

Intervista liberamente tratta da l’Adigetto su autorizzazione dell’intervistato

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Categorie: Cultura & Società, Filosofia politica, Intervista

Pubblicato da Ereticamente il 27 Agosto 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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