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Il paradiso «a Oriente» – Rita Remagnino

Il paradiso «a Oriente» – Rita Remagnino

Come spiegare le memorie «scientifiche» di una civiltà vissuta all’epoca del Neolitico?

 Apparsi in Mesopotamia tra la fine del V millennio e l’inizio del II millennio a.C., i Sumeri furono l’ultimo popolo che ebbe il privilegio di «camminare con gli dèi». Anche per questo motivo, probabilmente, essi mostrarono di possedere fin dall’inizio conoscenze sproporzionate per una civiltà maturata nel Neolitico e capacità tecniche che toccavano ogni ambito: scrittura, letteratura, agronomia e relativi sistemi di irrigazione, geometria, metallurgia, astronomia e calendari, unità di misura, legislazione civile e penale, governo pubblico e amministrazione, fiscalità, contabilità, sistemi di trasporto, musica e danza, educazione e istruzione scolastica. Non risulta che le conquiste e le guerre rientrassero nella loro visione del mondo, mentre emergono dal vocabolario sumero decine di termini che identificano materiali allora sconosciuti come, ad esempio, il petrolio e i suoi derivati. Ma è scorrendo le strofe del celebre poema Enûma elîš, letteralmente «quando di sopra», che si scoprono impensate corrispondenze con ciò che alle origini la scienza moderna pensa sia accaduto nella formazione del Cosmo. Vi si narra che prima della Creazione esistevano solo i due draghi primordiali Apsû e Tiāmat, personificazioni rispettivamente delle acque sotterranee maschili e delle acque oceaniche femminili. La qual cosa, in un certo senso, corrisponde al vero poiché un paio di miliardi di anni fa un’immensa distesa di acqua ricopriva il pianeta e solo con il suo progressivo raffreddamento la Terra acquisì la crosta solida in cui poi presero forma i continenti. Ancora oggi il mare costituisce più del settanta per cento della superficie terrestre; non si sa chi abbia avuto l’idea di chiamare la nostra casa «terra» ma, forse, sarebbe stato più corretto darle il nome di «mare». Non è un caso, probabilmente, che l’uomo si sia messo a navigare subito dopo avere imparato a camminare.

Al termine di una furibonda lotta cosmica Apsû (che si specchiava in Eridano, il fiume celeste additato come la proiezione dell’Eufrate) fu sconfitto e trasformato da «persona» a «luogo» in cui il vincitore Ea-Enki stabilì la sua dimora, mentre il corpo della balena celeste Tiāmat (l’enorme costellazione di Cetus-Balena, il mostro marino che nuotava nel Mare Celeste) fu diviso in due «come un pesce secco» dal potente Marduk. Una parte di Tiāmat andò a formare la cintura degli asteroidi mentre l’altra finì in una nuova orbita, generando la Terra e … il suo destino. Gli scettici che negli ultimi secoli hanno declassato questi racconti ad allegorie mitologiche sono stati sconfessati negli Anni Novanta del secolo scorso, quando l’Agenzia Spaziale Europea – allo scopo di chiarire la relazione che lega la condizione del mare con quella dell’atmosfera – lanciò due satelliti nello spazio per fotografare la Terra senza le masse d’acqua che l’avvolgevano. Le immagini non lasciavano dubbi: il pianeta non era la palla rappresentata per secoli dai cartografi bensì una mela «morsicata» proprio là dove oggi si trova l’Oceano Pacifico. Una traccia della mutilazione dovuta alla violenza di Marduk? Lo strato di iridio riconoscibile nelle rocce di tutto il pianeta conferma che agli inizi del siluriano (circa 440 milioni di anni fa) si consumò realmente un cataclisma di dimensioni cosmiche dovuto, probabilmente, a una collisione con un corpo celeste d’immani dimensioni che finì per essere «inghiottito» dalla Terra. Risale a quel terribile trauma la prima estinzione di massa della storia di questo pianeta, quella ordoviciana, durante la quale si dimezzò il numero degli invertebrati, che erano a quel tempo gli unici abitanti «ufficiali» del pianeta.

Ma non è finita. I Sumeri descrissero anche un Sistema Solare composto da 10 corpi celesti di cui sette pianeti (déi), tre satelliti (messaggeri) e un Sole. Classificarono inoltre Plutone, da loro chiamato Gaga, non come un pianeta indipendente, ma come un satellite di Saturno, una cosa che noi moderni abbiamo scoperto solo grazie alle recenti osservazioni della Nasa. In considerazione del fatto che stiamo parlando di un popolo che misurava le distanze tra i pianeti e le stelle tramite il palmo della mano e le dita, viene da chiedersi come quelle genti abbiano potuto fare dei rilievi tanto accurati. Ma, forse, gli «dèi» che li civilizzarono la sapevano lunga, essendo stati istruiti a loro volta da una civiltà ben più antica e non ancora identificata la cui influenza fu planetaria. Non si sa esattamente dove avvenne l’incontro tra i precursori dei Sumeri e gli «dèi», ma in più di un’occasione è citata «la patria primigenia di Meluhha», la cui localizzazione viene posta tradizionalmente dagli studiosi nell’odierno territorio pakistano compreso tra Iran e Afghanistan, grosso modo nell’area geografica in cui maturò l’imponente cultura vedico-indo-ariana estesasi successivamente dalle rive del fiume Indo fino alle coste del Mare Arabico.

Per questo motivo la parte orientale dell’Iran, sin dalla nascita della sua civiltà, è stata immaginata come il «centro del mondo»? Così si esprime il Sad-Dar (o Libro delle Cento Porte): “Il paese dell’Iran è più prezioso di ogni altro perché si trova al centro del mondo”. Un concetto ripetuto nel testo medievale Haft Peikar (Le Sette Principesse) di Nizami Ganjavi, in cui si afferma: “Il mondo è il corpo e l’Iran ne è il cuore”. Non si può escludere tuttavia la possibilità che Meluhha, lungi dall’essere il reale «luogo del contatto», sia stata semplicemente la regione dove il ricordo di quell’incontro si conservò più a lungo. In tal caso rimane aperta la questione della provenienza degli «dèi» grazie ai quali gli antenati dei Sumeri mossero i primi passi. Chi erano? Da dove venivano? Mancano nei testi cuneiformi espliciti riferimenti al mare, per cui si suppone che quegli esseri divini non appartenessero a una stirpe di navigatori e fossero giunti via terra. I miti sumeri sono infarciti di resoconti di lunghi viaggi attraverso le montagne, o le pianure, accennano al massimo a qualche fiume, ma non toccano mai il tema delle navigazioni d’alto mare.

Gli stessi Sumeri furono tutto fuorché dei lupi di mare. E’ possibile che disponessero di imbarcazioni in grado di discendere la corrente fluviale e svolgere qualche servizio di piccolo cabotaggio presso le foci paludose, ma è altamente improbabile che siano stati in grado di affrontare il mare aperto pilotando vere e proprie navi. Un’ipotesi confermata anche dall’incapacità di localizzare certe regioni lontane di cui forse quelle genti avevano sentito parlare dagli anziani, oppure da qualche mercante di passaggio, ma che non videro mai con i propri occhi. Prima di incontrare gli antenati dei Sumeri, gli «dèi» erano vissuti nel Dilmun. Una specie di giardino paradisiaco situato «a oriente», un’espressione aperta a cui la versione biblica dei Settanta diede il significato temporale di «anticamente». Secondo il pensiero greco, dunque, il Regno Primordiale degli esseri speciali che emanciparono l’uomo si sarebbe trovato nel tempo che precedette la Storia e in un orizzonte geografico che i Sapienti della Persia medioevale, depositari di misteriose conoscenze, identificarono con «il Nord», cioè con la parte del mondo in cui si alternavano una notte e un giorno di sei mesi. Sono informazioni che possono essere interpretate su più livelli: esoterico, morale, spirituale, filosofico e persino religioso. Senza spingerci troppo lontano, noi ci limiteremo qui all’aspetto più concreto di un giardino meraviglioso costituito da una buona terra nordica tutta «da coltivare e custodire». Così si presentava il paesaggio boreale del Paleolitico Superiore, con il Mare Glaciale che a causa del generale abbassamento del livello oceanico era un bacino privo di sbocchi sia verso l’Oceano Pacifico (per la barriera costituita dal ponte-Beringia) sia verso l’Oceano Atlantico, dove una vasta area di terre emerse occupava il settore tra Groenlandia, Islanda, Fær Øer e Scandinavia. In questo enorme catino al riparo dai venti si sarebbe trovata la mitica «Isola Bianca», l’«Isola Sacra» della Tradizione primordiale, il «Centro del Mondo» di cui parlano le fonti più antiche. Un ambiente paradisiaco, se si considerano le convergenze climatiche che favorivano al suo interno temperature molto gradevoli e quindi la diffusione di ampie distese di leguminose selvatiche, felci, campanule, ranuncoli e arbusti di paludi impenetrabili. Questa vegetazione rigogliosa – che oggi costituisce la base dei numerosi giacimenti di torba presenti da quelle parti – deve avere alimentato ai primordi una quantità enorme di animali di grossa taglia: mandrie di bisonti e renne, cavallini selvatici, cervidi d’ogni tipo, antilopi, pecore selvatiche, lupi, tigri e iene. Già: tigri al Polo Nord, là dove adesso la tundra è gelata dal permafrost e le temperature calano d’inverno a -40° sottozero.

Noi moderni, che ci crediamo capaci di fare il bello e il cattivo tempo sulla Terra, dovremmo fermarci a riflettere su questo punto. Nelle varie fasce terrestri il clima cambia regolarmente, così com’è sempre cambiato, incidendo visibilmente su flora e fauna. Le azioni talvolta intelligenti e talaltra folli dell’uomo possono rallentare e/o accelerare i processi ma, da che mondo è mondo, l’ultima parola è sempre toccata alla Terra:

  • 125.000-115.000 anni fa: il periodo caldo interglaciale fece aumentare il livello dei mari riducendo le calotte polari e i ghiacciai montani;
  • 115.000-75.000 anni fa: l’aumento del freddo e i ghiacci in espansione inaridirono molte terre abitate dall’uomo, che divennero inospitali;
  • 75.000-40.000 anni fa: la presenza costante di ghiacci abbassò notevolmente il livello dei mari favorendo l’emersione del ponte-Beringia e di innumerevoli altre terre nel Pacifico;
  • 13.000 anni fa: i frammenti di una cometa colpirono la Terra causando un vero e proprio cataclisma che determinò la scomparsa di numerose specie animali e diede inizio ad una mini-Era Glaciale (tre fasi di Dryas) durata oltre un millennio;
  • 10.000-8.000 anni fa: l’instabilità climatica si accentuò, ponendo fine all’ultima glaciazione;
  • 5.000-3000 a.C.: il clima fresco e umido ricoprì il Sahara di vegetazione, favorendo la vita animale;
  • 2.500-1.400 a.C.: un nuovo surriscaldamento sciolse i ghiacci e fece aumentare il livello dei mari;
  • 1.400-300 a.C.: periodo mediamente più fresco.

Eccetera, eccetera. Se ne facciano una ragione gli organi di divulgazione asserviti al regime globale, che, per venderci le cosiddette «rinnovabili», il cui smaltimento presenta problemi a non finire, gridano ai quattro venti che dal 1880 ad oggi il riscaldamento medio di tutta la superficie del pianeta è stato di +0,8. Ma quale è il loro termine di paragone? Sanno o fingono di non sapere che c’è stata una Piccola Era Glaciale tra XIV e XIX secolo, con punte massime verso la fine XVIII secolo? Le temperature odierne sarebbero aumentate rispetto a quel periodo? E prima?

 

Rita Remagnino

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Categorie: Antropologia

Pubblicato da Ereticamente il 21 Agosto 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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