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Sulla pena di morte: Hegel contro Beccaria – Marco Zenesini

Sulla pena di morte: Hegel contro Beccaria – Marco Zenesini

Per quanto abbia forse subito un calo d’attenzione negli ultimi tempi (del resto, anche il dibattito etico ha i suoi cicli), quello relativo alla legittimità o meno della pena di morte si pone tra gli argomenti precipui della modernità e della tarda modernità, coinvolgendo tanto la riflessione pratica quotidiana quanto quella che si svolge all’interno di una pluralità di ambiti scientifici e disciplinari. In un certo senso, esso rientra nella cifra stessa della modernità e dei suoi mutamenti di carattere istituzionale, relativi al passaggio da forme politiche fondate sulla personalità a strutture impersonali ed improntate alla massima razionalità. Non a caso si è inteso parlare di legittimità: il problema è sempre quello, per così dire, fondazionale: sulla base di che cosa la pena di morte può essere giustificata? Quali sono i criteri che consentono di affermare il diritto, da parte di quel corpo artificiale che chiamiamo Stato, di poterla comminare?

A questo riguardo, è interessante ripercorrere i punti salienti di una polemica che ha impegnato, a distanza, due tra le figure più rappresentative del pensiero europeo moderno: Cesare Beccaria, giurista, giusfilosofo ed eminente esponente dell’Illuminismo italiano, nella sua versione milanese, e Georg Wilhelm Friedrich Hegel, l’idealista tedesco per antonomasia, artefice di quello che possiamo definire come l’ultimo, vero sistema filosofico, nonché, implicitamente, ispiratore dei grandi sistemi politici organicisti del XX Secolo. Nella sua opera più nota, Dei delitti e delle pene, pubblicata nel 1764, Beccaria definisce la pena di morte come una Guerra della nazione contro il cittadino. Già tale espressione evidenzia come l’autore milanese si collochi pienamente nel contesto culturale determinato dall’irrompere delle idee illuministe, con la loro portata ad un tempo secolarizzatrice ed individualizzante, sulla base di una visione contrattualistica della società, mutuata dal pensiero di Rousseau, nella quale il rapporto tra i consociati ed il Sovrano (da intendersi impersonalmente) rifugge da ogni carattere organicista, nel quale i ruoli e le sfere di libertà non siano rigorosamente definiti. La prospettiva di Beccaria, inoltre, assume anche il punto di vista di un’altra istanza che contribuirà a segnare il pensiero moderno, quello dell’utilità: non solo, infatti, la pena capitale è ingiusta perché va a colpire un bene, come quello della vita, che è indisponibile, ma è anche inutile, ossia non riesce nemmeno a sortire gli effetti voluti: da un lato, infatti, può essere per i criminali un deterrente molto meno efficace di quanto non sia, ad esempio, il carcere a vita; dall’altro, può anche avere effetti deteriori nei confronti degli altri consociati, indurendo gli animi o suscitando compassione, e quindi dando adito al pericolo di indifferenza o di avversione nei confronti dello stesso ordinamento.

A questo punto, per rendere conto della posizione di Hegel, dobbiamo operare un salto sia storico che epistemologico. Come sempre è dato di verificare nella storia delle idee, proprio quando un contesto matura e si completa, appaiono già le prime avvisaglie del suo rovesciamento, fermo restando che è ormai assodato il fatto che ragionare in termini di netta cesura corrisponde ad una visione particolarmente ingenua dei processi ideali; e, soprattutto, che storia delle idee e storia degli eventi non corrono mai separatamente, dal momento che la teoria e la prassi sono fatte per compenetrarsi a vicenda. Dalle pretese illuministiche di concepire tutto sotto l’aspetto puramente razionale ed eudaimonistico non poteva che sorgere un ripensamento tanto del soggetto quanto del mondo in cui esso si trova ad operare; dalla filosofia critica di Kant, che costituisce l’ultimo tentativo di giustificare razionalmente la morale, non poteva che sortire una critica della critica stessa; in questo senso, ciò che verrà dopo il pensatore prussiano dalla proverbiale puntualità, da Fichte, ad Hegel, a Marx, costituirà espressione della volontà dell’uomo di riprendere possesso, in modo pieno ed esclusivo, del reale. Per sancire tale presa di possesso, è necessario che tutto possa essere inquadrato all’interno di un ordine; sostanzialmente, per quanto tutto questo possa apparire riduttivo (ma una più completa descrizione del complesso sistema speculativo hegeliano esulerebbe dalle finalità di questo scritto), si tratta di essere consapevoli di quel processo che conduce al compimento supremo, vale a dire lo Stato.

Ecco che, allora, ci troviamo di fronte a due poli opposti: Beccaria non nega certo l’essenza politica dell’individuo, ma non accetta che esso sia sacrificato oltre un preciso limite alle esigenze dello Stato; Hegel, al contempo, non intende giungere all’annullamento dell’individualità, ma appare chiaro come essa non possa porsi al di fuori e contro quanto rappresentato dallo Stato (che egli definisce come l’ingresso di Dio nel mondo, e quindi come qualcosa che unisce, che ricompone una scissione; qualcosa la cui negazione costituirebbe un’irresolubile contraddizione). La sintesi del pensiero etico, politico e giuridico del filosofo tedesco è contenuta nei Lineamenti di filosofia del diritto, pubblicati nel 1820. Qui, Hegel espone una serie di riflessioni che influenzeranno notevolmente le concezioni della penalità sorte in seguito. Il termine di paragone per illustrare la prospettiva penalistica hegeliana è individuato, appunto, nel pensiero di Beccaria.

Hegel riconosce anzitutto un merito a Beccaria: quello di aver contribuito a ridurre il numero delle esecuzioni, inducendo alla riflessione su quali delitti fossero meritevoli di subire la massima punizione. Tuttavia, la critica hegeliana va a colpire la radice stessa della elaborazione giuridico – politica del milanese: lo Stato non può nascere da un contratto, e tra le sue finalità non vi è quella di difendere la vita e la proprietà dei singoli. Inoltre, non solo occorre calibrare la pena in termini di retribuzione per il male commesso (del resto, il retribuzionismo costituisce uno degli indirizzi essenziali del diritto penale moderno), e quindi correlare la pena più grave al delitto più grave, ma il reo ha il diritto di essere sottoposto, qualora colpevole, alla pena capitale, in quanto essa lo riconosce come essere razionale, come sintesi che vale a superare l’antitesi da esso opposta alla tesi costituita dall’ordine. Certo, si può presumere che, per il lettore odierno, le tesi di Beccaria appaiano più umane rispetto a quelle, terribili, di Hegel; in tempi nei quali l’aspetto predominante della libertà è quello negativo, il rifiuto di tutto ciò che può essere visto come una prevaricazione del Leviatano contro il singolo giunge addirittura fisiologico. Tuttavia, ad una lettura più attenta, qualche dubbio sorge. Beccaria, infatti, sostiene che, ai fini degli effetti penali, l’ergastolo sia di efficacia di gran lunga superiore rispetto alla pena di morte. Non risulta difficile capire come, di fatto, si operi in tal senso una strumentalizzazione della persona umana ben più inquietante di quanto non possa essere la sentenza che dispone l’esecuzione di quella stessa persona. Hegel, al contrario, non accenna nemmeno ad una pretesa utilità della pena. Non si tratta di darsi ad una mera contabilità sociale, ma di istituire una corrispondenza tra ciò che si è commesso e ciò che si deve subire in quanto eversori dell’ordine statuale. Anzi, proprio il riconoscimento della dignità del condannato come essere razionale parte di un processo dialettico vale a scongiurare ogni tentazione di ridurlo a mero strumento di autosostentamento dello Stato stesso.

E’ proprio la linearità del rigore illuminista di Beccaria a costituire il problema principale: essa si pone come fattore imprescindibile di un progetto, quello posto a base della modernità. Un progetto che fallirà, e che pure arrecherà infinite sofferenze, perché in ultima istanza porterà a ridurre l’uomo ad una grottesca commistione tra astrazione ed estensione. Per contro, il richiamo di Hegel alla presa in considerazione della dignità e della razionalità, ben lungi dal costituire una formula vuota, appare ancora oggi come un dovere ineludibile e cogente quando non s’intenda cedere alla tentazione di concepire la realtà non più come magma che può ancora generare ma come processo e dispositivo.

Marco Zenesini

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Categorie: Filosofia del Diritto

Pubblicato da Ereticamente il 9 Luglio 2020

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Marco Carafoli

    Sono due concezioni contrapposte ma, entrambe, vittime di errori gravissimi nelle loro rispettive concezioni fondamentali. Sia l’idealismo che l’illuminismo (razionalismo) pur concependo il mondo, la società e l’etica secondo due principi diversi, lo Stato come organizzazione ideale della collettività e l’individuo come unità di riferimento per la costruzione di un patto sociale, hanno un presupposto parimenti nichilistici. Appartengono cioè alla grande tradizione occidentale (greca) dove tutte le concezioni, da Platone in poi, sono disperatamente volte a compensare la fede nel nulla.
    Detto questo (discorso che Nietzsche porterà a compimento e Severino metterà in piena luce) l’idealizzazione della perfetta macchina di morte e sofferenza, il monopolista della violenza, lo Stato, operata da Hegel, non solo non può occultarne la violenza strutturale sul quale si fonda ma getta una luce nera sul più importante sviluppo di questa concezione, il marxismo, nato già nel segno di divenire il presupposto del più grande fallimento di costruzione di una società giusta che la storia conosca.
    D’altro canto, la concezione individualista, in queste condizione di completa assenza di soggetto collettivo autentico, sola garanzia della presenza di un campo d’esistenza per il singolo, non può che esitare in arbitrari e scomposti atteggiamenti di evitamento di quella certezza, quella fede (falsa, come ogni fede) nel proprio annientamento. L’esempio più eclatante di questo individualismo esasperato è la ricerca spasmodica del profitto come antidoto proprio alla violenza arbitraria del Leviatano, e, in ultima analisi all’angoscia di morte (il vicolo cieco dove finirà per smarrirsi anche Heidegger).

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