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Nel nome del padre – Livio Cadè

Nel nome del padre – Livio Cadè

Confucio pensava che il risanamento di una società cominciasse dalla rettificazione dei termini. A ogni cosa bisogna dare il giusto nome, soprattutto nell’ambito della famiglia e del governo dello Stato. Cosa vuol dire padre o figlio, suddito o sovrano? Queste relazioni sono fondamentali per ogni società. È perciò necessario evitare confusioni. Occorre definire il senso di queste parole con grande precisione perché a ognuna di loro, nelle intenzioni di Confucio, corrisponde un codice di comportamenti, obblighi e vincoli morali.

Questo principio pare trovare oggi applicazioni paradossali. I ruoli all’interno della comunità vengono ridefiniti attraverso la loro indefinibilità. È impossibile, per esempio, dire con certezza cosa significhi oggi padre o madre. Nuove consuetudini sociali, nuove norme di legge, corrodono concetti un tempo saldi e inequivocabili, vietano di tracciare con chiarezza i limiti del loro significato. Con una cerimoniosità degna di un mandarino cinese, si ritiene più rispettoso mantenere una certa vaghezza, ricorrere ad allusioni e perifrasi, evitando parole che potrebbero urtare la suscettibilità di qualcuno.

Suppongo perciò che, per ossequio alla legge e all’etichetta, questi vecchi termini – padre e madre – usciranno col tempo dall’uso comune. Resteranno sepolti in qualche vocabolario come vestigi del passato. Accanto a loro leggeremo ‘lett.’ o ‘ant.’, a indicare che il loro uso è obsoleto o puramente letterario. Chi direbbe oggi prosapia o magione? Dire ancora padre o madre sarà come indossare abiti medievali. Dovremo abituarci all’uso di parole più conformi alle nuove istituzioni familiari.

Gli zelanti neo-confuciani fautori della neo-lingua consigliano termini come genitore 1 e genitore 2, più neutri e rispettosi. Tuttavia, mi par di trovare in questo scrupoloso galateo una contraddizione. Infatti, essendo termine maschile, genitore ripropone una discriminazione di genere. Si dovrebbe adottare il più inoffensivo gen (che però evoca genere) o l’ancor più succinto g. Dovremmo semplicemente dire g1 e g2. Tale soluzione si potrebbe applicare anche a categorie desuete come nonno e nonna, sostituibili con enne 1enne 2enne 3 ecc. Lascio a filologi e teorici della nuova lingua il compito di trovare la nomenclatura più idonea a rappresentare i nuovi rapporti sociali. A questa rettificazione dei termini dovranno contribuire ovviamente anche specialisti di altre discipline. I teologi, per esempio, dovranno decidere se è possibile, senza contraddire dogmi essenziali, sostituire il tradizionale “Padre nostro” con  “G nostr” (i suffissi di genere andrebbero ovviamente eliminati). Vi è inoltre un problema pedagogico. I bambini piccoli sono infatti portati a emettere istintive lallazioni – come  pa pa o ma ma – con cui stabiliscono nella mente associazioni di genere poi difficili da estirpare. Dovremmo perciò abituarli fin dalla culla a dire g1, g2 ecc., eliminando un’inclinazione naturale in conflitto con i nuovi modelli sociali.

Rettificare i termini parentali opera per altro una trasformazione nelle fondamentali dinamiche familiari. Educando il bambino a non riconoscere polarità sessuali discriminanti, si priva della sua ragion d’essere il cosiddetto complesso edipico, con le sue rigide identità di genere e il suo incitamento all’odio verso il padre. Potremo forse trovarne forme residuali in alcuni ceti sociali meno evoluti, meno istruiti, come fossili antropologici. Ma nella media classe borghese, i bambini (meglio però sarebbe dire b1, b2 ecc.), ne saranno immuni. Potrebbero anche scoprire di non avere un papà (uso questo termine solo per comodità) ma due maschi dall’ambigua virilità, surrogati di figure materne. E considerando l’ipotesi di una donna che offre il suo ovulo, un’altra che concede in affitto l’utero e una coppia saffica che infine l’adotta, un bambino potrebbe trovarsi tra una moltitudine di mamme, se così si può dire. Secondo alcuni, questa varietà di combinazioni consentirà di smantellare le classiche strutture nevrotiche della famiglia tradizionale. Resteranno, pare, solo l’amore e il rispetto reciproco.

Per i moderni teorici della rettificazione, ad essa corrisponde un’evoluzione dei valori etici. Per secoli ha aleggiato su di noi  l’ombra di un perbenismo puritano. La decisione di Dio di distruggere Sodoma a causa dei gusti sessuali dei suoi abitanti pareva fondata su ottime ragioni. La cultura moderna ci insegna invece che Dio agì  sulla base di assurdi pregiudizi e di gravi discriminazioni. Di fatto, l’unica colpa di Sodoma fu di realizzare con largo anticipo quella libertà dell’Eros verso cui anche noi tendiamo. Per ogni progressista venir definito sodomita dovrebbe perciò essere motivo d’orgoglio. Solo chi è ancora condizionato da moralismi veterotestamentari potrebbe sentirsene offeso. Per ragioni analoghe dovrebbe lusingarci l’esser chiamati onanisti. Se Dio fa morire Onan, colpevole secondo Lui di pratiche contrarie agli scopi naturali, la società moderna riconosce invece nell’onanismo una pratica utile all’individuo e alla comunità. Dio non sapeva che quel gesto, nato con scopi contraccettivi, avrebbe favorito la natalità. Il seme disperso viene infatti raccolto oggi in apposite banche e venduto a chi, per varie ragioni, non può o non vuole avere figli con sistemi convenzionali. Vi sono uomini che vendono regolarmente il loro sperma per pagarsi l’affitto di casa o le rate dell’automobile. Così, quello che per molti era un atto di cui vergognarsi, diventa oggi una forma di solidarietà e di armonia sociale.

Questi nuovi paradigmi ci mostrano la realtà in una luce nuova, cui dobbiamo gradualmente abituare lo sguardo. Prendiamo il caso di quel giovane americano, fabbricato in provetta e venduto a una coppia di g con la quale non aveva alcuna relazione naturale. Una volta compreso il mistero della nascita costui si è messo a cercare il padre, o forse sé stesso, esaminando i registri contabili dei vari trafficanti di spermatozoi. Stupisce che un figlio della tecnologia confonda ancora la propria identità con il patrimonio genetico, con l’eredità della carne. È cioè sorprendente vedere come nella nostra società razionale e virtuale possa sopravvivere ancora una mistica del sangue e dell’origine. Una sorta di culto degli antenati che avrebbe certamente rallegrato Confucio. Di fatto, seguendo le orme lasciate da un fantomatico padre, quel ragazzo ha scoperto di avere trentadue fratelli e sorelle, disseminati qua e là come spighe d’orzo o di granturco. Persone sconosciute che ha voluto incontrare e di cui ha conservato il ricordo in ritratti fotografici. Colpisce la malinconia di quei volti. Questi nuovi esseri, cui Confucio non avrebbe saputo dare un nome, pseudo-fratelli, pseudo-figli o pseudo-orfani di pseudo-padri e di pseudo-madri, sembrano osservarsi tra loro perplessi, come indefinibili ombre. Ognuno è per l’altro come il frammento di uno specchio infranto, l’eco di una identità biologica che si perde nel nulla. Sembrano soffrire per una carenza ontologica, come frutti appesi a un albero senza radici. Probabilmente non sanno se amarsi o se sentirsi accomunati solo da un vischioso liquido organico. Di fatto, avrebbero potuto avere rapporti incestuosi senza saperlo, come in un’antica tragedia greca. Ma in realtà nessuno di loro potrà mai essere il vero fratello di qualcuno, né avere veri genitori, veri zii, veri cugini, veri nonni, secondo la vecchia terminologia. Creature sospese in uno strano limbo, tra natura e artificio, sembrano chiedersi: chi sono io? E par di leggere in quei volti un disorientamento, il turbamento di chi non ricorda il proprio nome.

Casi come questo dimostrano la difficoltà di liberarsi da un’idea di famiglia ancora legata ad alberi genealogici, ad archetipi della psiche ormai inutili se non a superstizioni metafisiche. Nella società futura sarà normale essere figli di ignoti e ignorare di avere decine di fratelli e sorelle (la cui parentela si potrebbe indicare in termini algebrici con p1, p2 ecc.). Già oggi centinaia di vite sono ricavate dal seme di un solo uomo. Un tale padre si preoccupa forse dei suoi figli? Immagino che una volta venduti i suoi cromosomi poco gli importi se le vite che ne usciranno saranno felici o disperate. È una sorta di patriarca post-moderno, che moltiplica la sua stirpe attraverso onanismi senza amore, indifferente al destino della sua numerosa discendenza. È il profeta del mondo transumano che ci attende. “Oh babbo mio! se tu fossi qui!…”, dice Pinocchio prima di morire. Confucio sarebbe confuso, troverebbe incomprensibili queste nuove paternità e maternità. Ci vedrebbe, più che una rettificazione, una corruzione dei termini. E ovviamente dei costumi.

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Categorie: Cultura & Società, Omosessualismo

Pubblicato da Livio Cadè il 25 Luglio 2020

Commenti

  1. Sig. Livio Cadé condivido la sua esposizione, ma mi aspettavo un seguito, giusto in relazione alle aspettative dei lettori di questo giornale online che scandaglia là dove la scienza convenzionale evita di sondare. Cercano l’oro ma lei non glielo ha dato.
    Dal mio canto, ho ravvisato nella sua esposizione una situazione genetica giunta al suo limite e così da mettere in crisi Confucio dal quale è partito. E così fargli ricordare Laozi, del quale disse ai suoi discepoli che chiedevano di lui: «So come gli uccelli possono volare. So come un pesce può nuotare. Ma non so come Laozi può sollevarsi e volare come un sublime dragone che cavalca le nuvole in cielo».
    È ben chiaro che Confucio oggi non saprebbe rispondere al dilemma da lei posto in evidenza, ma nemmeno il più dotto contemporaneo, salvo a ritornare da Laozi per fargli altre domande ma occorre essere un drago…
    Lei conclude dicendo:
    « … Nella società futura sarà normale essere figli di ignoti e ignorare di avere decine di fratelli e sorelle (la cui parentela si potrebbe indicare in termini algebrici con p1, p2 ecc.). Già oggi centinaia di vite sono ricavate dal seme di un solo uomo. Un tale padre si preoccupa forse dei suoi figli? Immagino che una volta venduti i suoi cromosomi poco gli importi se le vite che ne usciranno saranno felici o disperate. È una sorta di patriarca post-moderno, che moltiplica la sua stirpe attraverso onanismi senza amore, indifferente al destino della sua numerosa discendenza. È il profeta del mondo transumano che ci attende. »
    Centrata la conclusione per immaginare l’avvento di questo profeta che, forse, preconizza quel Laozi con il suo Daodejing.
    Non è forse questo mondo sovrumano di una molteplicità quasi indifferenziata che lei preconizza, sia l’avvisaglia di probabile Chaos in prospettiva per poi passare per il varco – mettiamo – della Sfinge di Laozi?
    Perché proprio Laozi? per porre la bilancia in pari sul suo conto. Egli ha svolto un ruolo di dotto filosofo ammaestrando la gente con una filosofia di vita tutt’ora ritenuta impraticabile, salvo ad annullare la propria individualità ma che non è quella dell’uomo contemporaneo. A Laozi per contro gli manca il lato della forza che molto saggiamente ha legato al potere dell’acqua e allora per il pareggio gli tocca ora far conto sul potere del fuoco. Ed ecco la Sfinge che aspetta il suo interprete.
    Prima perplessità sul ricominciare daccapo con una nuova creazione, una volta valicata la Sfinge di Laozi: sarà sul modello degli Elohim?
    « In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. » Genesi 1,1-2
    Ma Laozi ha la parola pronta per ogni situazione giunta al varco delle sue colonne d’Ercole, col suo Dao epistemologicamente inafferrabile e concettualmente indefinibile. Qualcosa che tuttavia non si traduce nel senso di inesistente o di non-essere, cioè di non avere anteriorità a qualsivolgia epistemologia. Ogni determinazione è degenerativa, qualcos’altro quale parziale mondano (i wanwu, i “Diecimila Esseri”) che si assimilano alle «centinaia di vite […] ricavate dal seme di un solo uomo.», come lei dice.
    Se il Dao rappresenta il modo in cui il reale si produce, vi deriva che non può essere uno allo stesso modo in cui può essere uno un dio, una legge, o un principio primo regolatore. L’unità del Dao non è quindi l’individualità numerica assoluta di un Uno trascendente, quanto piuttosto la totalità indifferenziata dell’indiviso e testimonianza di ciò è quanto il Daodejing prescrive al Saggio, per il quale l’unica possibilità di ricongiungersi al Dao è quella di rinunciare a se stesso, perdere la propria soggettività e individualità, e ottenere, per converso, una vacuità di tutto ciò che è prettamente umano: il desiderare, il conoscere, il nominare e l’adoperarsi. Abdicare all’individualizzazione sembra perciò la strada per tornare alla naturalezza del Dao, laddove esso, sebbene inafferrabile a livello epistemico, è radice immanente al reale, più che sostanza a esso trascendente.[1]
    Di qui si evince che se è il varco della Sfinge di Laozi da oltrepassare, da parte della “stirpe di onanismi senza amore generati dal patriarca post-moderno”, di cui lei preconizza, ci attende una prova davvero insuperabile.
    In ogni caso è la prova inevitabile del Chaos che ci attende e non sono io a sentenziarlo, ma solo avendolo dedotto dalla sua chiara esposizione genetica partendo da Confucio.

    [1] https://journals.openedition.org/estetica/5979

  2. Livio Cadè Staff

    Signor Barbella, questo è un pezzo satirico e amaro. Non era mia intenzione mostrare l’oro ma il fango.
    In quanto all’oro, La ringrazio per il suo riferimento a Lao-Tze. Personalmente ritengo il Dao De Jing il più potente e forse l’unico antidoto contro le malattie del nostro mondo. Mi piacerebbe poterne trattare qui e spero di poterlo fare presto. Ma è molto difficile. Il rischio è sempre quello di cadere nell’accademismo, nella cultura fine a sé stessa, senza stabilire un nesso tra le parole e la vita.
    Cordiali saluti

  3. Signor Livio Cadé, grazie per la sua immediata risposta, ma è proprio il fango, l’oro che lei ha cercato di mostrare che però è disprezzato. Ma occorre approfondire il tema di Laozi per apprezzare questo fango. Egli monta un bufalo d’acqua per un viaggio di cui non si sa, ma di un altro come lui, il monaco Sanzang che si appresta a fare un analogo viaggio si sa che lo fece facendosi accompagnare da tre strani “servitori” di cui uno è il maiale Zhu Wuneng (chiamato dal monaco “Zhu Bajie”, cioè “maiale soggetto alle otto proibizioni”, o “Maiale Illuminato alla Potenza”).
    Ecco che esponendo le cose sotto forma di racconto, non solo si evita l’accademismo di cui lei parla, ma il prodigio è che il fango diventa oro ed è così che si può passare la Sfinge di Laozi e porre sulle spalle di almeno uno di quei indifferenziati della “stirpe di onanismi senza amore generati dal patriarca post-moderno” ripieni di individualità, di cui lei parla, la croce di questo “fango-oro”, una sorta di coronavirus del famigerato Chaos.
    L’uomo non riesce a spiegare come sia stato possibile arrivare ad una realtà complessa e ordinata quale è la nostra, senza far scendere in campo anche il disordine, che sia primordiale o causato dalle battaglie. Sembra che il desiderio di dominio e di “dimostrazione di forza” insito nell’essere umano, sia alla base di tutto ciò che ci circonda, perché è questo stesso movimento aggressivo che ha dato origine alle civiltà, ai domini e alla creazione di differenti identità culturali. A seguire, anche l’ipotesi del Big Bang, è un’ipotesi di distruzione necessaria.
    Solo negli ultimi cento anni è sorto il dubbio che tutto ciò che vediamo e sentiamo sia la conseguenza di una serie concomitante di cause e effetti involontari: tuttavia generati da un “esplosione”.
    Che l’uomo abbia bisogno di una simile ipotesi per giustificare il suo bisogno di “combattere e distruggere”, come una soluzione ad ogni problema “soggettivamente” illogico? Tutto starebbe veramente nelle future scoperte scientifiche, che ci dimostrerebbero se il Chaos sia effettivamente alla base dell’universo?
    Cordialità
    Gaetano Barbella

    • Livio Cadè Staff

      Lao-Zi immagino direbbe che caos e ordine sono opposti complementari e che il Dao, la Realtà, è fondamento e trascendimento di entrambi. Così si resta nella metafisica, ma non credo che ipotesi scientifiche ci potrebbero illuminare in proposito.

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